TELEGRAMMA DA JACK FOLLA

Hola teste da tagliare, bambine d’oro, fratelli ruvidi e incazzati, compagne agguerrite, grazie per le vostre mail che mi hanno fatto di colpo diventare un milionario di sorrisi. Vi avevo invitati a scrivere Il Libro Nero con me, tornato clandestino a Roma solo per un paio di mesi prima di decidere che farne di questa sedia elettrica della mia vita. E dopo vent’anni di silenzio mi avete scritto in centinaia, mi avete sbalordito ed emozionato e molte delle vostre lettere sono già nelle pagine della nuova Alcatraz tascabile che pubblicherò a settembre su Amazon, insieme a quel mio primo libro, ma stavolta, finalmente, con editore JF, libero, indipendente e ribelle, visto che JF, il mio capo, sono io. Non avendo una radio, be’, chissenegranfotte fratelli, mi sono registrato e musicato una dozzina di monologhi che vi silurerò su YouTube a metà settembre e nella pagina Facebook che aprirò a breve. Nel frattempo, continuate a scrivermi la vostra pagina nera personale su questi vent’anni in cui non abbiamo più potuto volare insieme, albatros. Esorcizziamoli insieme e rimettiamoci in formazione. Il cielo, ancora, non l’hanno chiuso dietro le sbarre, anche se quella banana nei capelli di Trump ha annunciato ieri che gli Usa si preparano alle Guerre Stellari e all’egemonia nello spazio. La gente è pazza. Nel libro c’è ancora posto, anche se ormai bazzico a pag.170 di 220 circa, quindi affrettatevi, perché ci tengo davvero. E chi mi conosce sa che sono sincero, sempre. Senza di voi nulla sarebbe stato possibile, mai. La mia mail privata è JF3957@tiscali.it

A presto e non mollate, hermanos. Hasta siempre.

Jack Folla

Non nomineRAI invano i falsi dei che hanno ammazzato la Radio

Il governo “del cambiamento” sta per rinnovare i vertici della Rai. Il totonomi impazza, tutti sbavano per sapere in anteprima a quale neo-proclamato santo inginocchiarsi a baciare le pantofole. Fra le nuove aureole che avanzano, scintilla quella di Del Noce, il boss che mise alla porta Enzo Biagi e quando scrivevamo Rockpolitik con e per Adriano Celentano, si “autosospese” polemicamente da direttore di Rai1, ma solo per le tre ore in cui il programma andava in onda, oltretutto con un successo strepitoso. Del Noce, invece, oggi rivendica il merito di aver lanciato la Isoardi, la ragazza del ministro dell’interno, e non dalla finestra, che qualche attenuante un giudice gliel’avrebbe riconosciuta. Il Mastino dei Porti, per ringraziarlo, l’ha immediatamente convocato dal Portogallo, dove Del Noce se ne stava in pensione esentasse come un re in esilio, perché la nostra è una patria che non tradisce mai i suoi traditori.

E chi saranno i nuovi direttori della radio? Silenzio, non interessa, per gli onorevoli incompetenti dello spettacolo quelle sono considerate poltrone di terza o quarta fila. Spesso ci finiscono i trombati dagli scranni tv che contano, e quasi sempre a dirigere la radio pubblica ci vanno manager o giornalisti che non la amano, non la valorizzano, non ne sanno niente. E se gli capita un copione fra le mani non capiscono la lingua, hanno bisogno del traduttore di Google. Me ne ricordo uno che, appena nominato, dichiarò pubblicamente che lui la radio non la sentiva manco in bagno. Me ne ricordo un altro, un critico televisivo, che il massimo che riuscì a inventarsi fu un programma di dediche.

Sono di ieri i pessimi risultati d’ascolto di Radio1 e Radio2. Un immenso patrimonio professionale, tecnico, creativo, con l’anima d’Italia incorporata come una perla nel microfono, è stato ridotto al livello di una radiolina commerciale qualsiasi. Gestita da direttori spocchiosi, velleitari, incapaci. E la cosa incredibile della politica è di non rendersi conto della potenzialità esplosiva della radio, di come trotta nell’inconscio della gente, di quanto fosse importante RadioRai per milioni e milioni di ascoltatori, la radio che correva come una lepre da un argomento all’altro, da una chicca musicale all’altra, non con playlist per sbomballarci l’anima con il pensiero unico discografico, ma la Radiorai dei suoi autori, i suoi attori, con la sua grande fiction, quei radiofilm che nessun altro network aveva ed ha e che sono stati cancellati da un cretino. Radiorai con i suoi show itineranti, i suoi protagonisti sostituiti da presentatori televisivi trombati, la Radiorai che potrebbe ancora oggi sfidare il futuro con la forza del suo grande passato, il tutto a costi ridicoli rispetto al pachiderma televisivo.

Possibile che neanche i 5 stelle si rendano conto di quanto sia importante la radio pubblica? Ma non dovevate dare un calcio ai tromboni del potere? Temo che, come sempre, anche a questa tornata di nomine Radiorai finirà nelle mani del nemico. Di chi non ama via Asiago, di chi non sa neanche di cosa sto parlando. Qualcosa di nuovo, grande ed emozionante che la radio italiana potrebbe ancora essere, se non fosse tutte le volte ammazzata nella culla dai falsi dei che l’hanno resa mediocre come loro.

 

HASTA SIEMPRE, ALBATROS! (E ATTENTI AGLI SQUALI)

di JACK FOLLA
È tempo di reagire, fratelli e sorelle pericolosamente addormentati in questo mare nero, basta barare con se stessi come se non ci fosse un enorme bisogno di noi, torniamo in gioco, il letargo è finito, hop-hop! Svegliati hermano, Jack è tornato, guardami, sono al tuo fianco e dentro di te, non farmi più andare via. Sono tornato solo per te e per me stesso perché voglio donarti tutto quello che ho imparato. Che me ne faccio della mia libertà felice se non riesco a liberare anche te? Un uomo davanti al muro è un uomo solo -ricordi?- ma due uomini di fronte al muro è il principio di un’evasione.
Attento, perché fra non molto quel muro sarà alto fino al cielo e per noi albatros non ci sarà più modo di evadere. Quel muro sta diventando una voliera di cemento armato.
Sono qui, alza lo sguardo del cuore, guardami baby albatro, sono in Italia, a due passi da te, te l’ho già detto 9 giorni fa, sto scrivendo un libro sugli ultimi vent’anni della nostra vita, come fu Alcatraz, ma oggi la liberazione non è più così facile, oggi bisogna prendere a spallate l’universo. Ti va? Sono pazzo sì, patetico, bollito, quello che vuoi tu. Ti va?
Rispondi, coraggio sorellina, svegliati piccola grande anima, amici miei, compagni di volo, ritrovate le vostre ali nelle soffitte e negli scantinati, c’è davvero bisogno di noi, non vorrai mica lasciargli il mondo in mano a questa gente? Risorgete miei piccoli Lazzari da questo paese assassinato. Un tempo, scherzando, vi chiamavo bestie da terza elementare, oggi non scherzo più, state diventando analfabeti del cuore.
Ridetemi pure dietro, sai che mi fotte, io rischio tutto anche per uno solo di voi! Perché uno, almeno, dev’essere rimasto, uno dev’essere presente. Io sto qui per te, in una due per tre di periferia, Roma, Fosso del Pratone. Era casa dei miei, l’ho messa in vendita, non voglio più pesi, voglio solo strada davanti. A fine settembre pubblicherò “Jack Folla: Il Libro Nero”, me stesso editore. Non voglio più nessuno sulle ali, tranne te. Liberi, indipendenti, leali, carichi di tenerezza e rabbia. Capaci di osare fino in fondo. Il libro è il primo passo per scavalcare il muro. Poi staremo a guardare che succede. E se non succede niente, fratellino mio, nessuno potrà dire che non ci abbiamo provato. Con un microfono o senza, la nostra coscienza ribelle sventolerà sempre come una bandiera.
Ti va? Ci stai? Vuoi scriverlo con me, come una volta? Vuoi raccontarmi, fratello, il tuo Libro Nero in una pagina? Ti risponderò personalmente in pubblico e se non potrò farlo con tutti, per mancanza di spazio, pubblicherò tutti i vostri nomi sul nostro Libro Nero perché rimangano a futura memoria come una stele egizia: la stele degli Albatros.
Scrivimi e vola, anima sorella, vola! Sarà una preghiera da combattimento, un rito, pagine da recitare l’uno all’altro in questa lunga notte italiana, perché il buio diventi di fuoco e il nostro futuro sia d’oro.
La mia mail personale è JF3957@tiscali.it
Hasta siempre!
Jack

NOI, INGIUSTI FRA LE NAZIONI

di JACK FOLLA

(Dopo vent’anni dal suo esordio a Radiorai con “Alcatraz, un D.J: nel braccio della morte” Jack Folla è tornato per qualche giorno in Italia da clandestino. Ancora in attesa che qualcuno gli restituisca un microfono, dopo un ventennio in cui i maggiori network gli hanno sbarrato l’accesso impedendogli  di fare il suo mestiere, sta scrivendo JACK FOLLA “IL LIBRO NERO” che pubblicherà non più con Mondadori ma a sue spese. Eccone un’anticipazione).

Dimmi, fratello, qual è la differenza con i giorni miserabili in cui i nostri padri o nonni, vedendo passare i treni dei deportati ebrei nei campi di sterminio, voltavano le spalle dicendo “Non è affar mio”? E di quando in famiglia, a guerra finita, noi ragazzi gli rinfacciammo quell’infamia: «Non avevate occhi? Non avevate un cuore? Perché non faceste nulla per impedirlo?». Mio nonno, per esempio, rispose che, alla stazione di Firenze, una notte, sentì piangere dei bambini ebrei in un vagone blindato. «Acqua, stiamo morendo di sete, pietà, acqua!» chiedevano. Lui riempì fino all’orlo la borraccia a una fontanella e tentò di alleviare loro la sete. Ma le guardie naziste sui binari lo minacciarono con le armi se solo avesse tentato di avvicinarsi al treno dei deportati.

Eccola la differenza con quei giorni: noi sappiamo con certezza che i campi profughi in Libia sono lager brutali, dove la morte è un lusso, senza prima essere stati violentati, percossi, denutriti. E invece di accoglierli sulle nostre navi, abbiamo lasciato il Mediterraneo vuoto e gelido come una tomba (e nessuna guardia SS ci minacciava di morte se solo avessimo provato a salvarli).

Così io, che da ragazzo ho accusato mio nonno, oggi me ne vado per Roma con la coda fra le gambe e la vergogna di essere italiano appiccicata sul petto come una stella gialla; finché taccio sono un vigliacco, un ipocrita, un complice degli aguzzini. So per certo che i siriani, gli africani, i migranti dalle guerre o dalla fame finiscono come ad Auschwitz o a Dachau, o seppelliti dalle onde in quel campo di sterminio blu che è diventato il mar Mediterraneo, mentre i nostri padri o nonni neppure se lo immaginavano un orrore tanto grande come l’Olocausto. Credevano che li deportassero in campi di lavoro. Ma questo non fu sufficiente, al giudizio di noi giovani, per scagionarli, e gli gridammo “vigliacchi!”. E padri e nonni tacquero, abbassando gli occhi sul tavolo della cucina.

Mangiammo in silenzio. Da allora parlare di guerra, di applausi scroscianti sotto a un certo balcone, di alzate di spalle allo sterminio di ebrei, omosessuali e zingari, divenne un tabù. Avremmo dovuto soffrire la vergogna con i nostri padri, invece di giudicarli, lasciar venire a galla tutto lo sporco, l’infamia, il non detto, per non incorrere un giorno nello stesso tremendo orrore.

Oggi so che, per questo, noi siamo più infami di loro perché votiamo, e ci scortichiamo le mani dagli applausi, per quei politici che hanno chiuso i nostri porti e impediscono ai soccorritori di andare in aiuto ai condannati a morte sui gommoni della speranza. Ci stanno manipolando, è vero, ma l’ignoranza non è una scusa. Studiate, cazzo, invece di fermarvi, come ora, alla terza riga. E le vostre minacce di morte ficcatevele su per il culo. Tu sai di chi parlo.

Esattamente 80 anni fa, nel 1938, poco dopo la “notte dei cristalli”, le prime persecuzioni naziste e la fame nei ghetti, un migliaio di ebrei riuscirono a imbarcarsi, come oggi, su una nave di nome St.Louis in rotta per la libertà: gli Stati Uniti d’America.

La nave dei profughi, salpata dal porto di Amburgo, attraversò l’oceano, ma Cuba, Stati Uniti, Canada, e altri paesi sudamericani chiusero i loro porti. E la stampa di tutto il mondo abbassò gli occhi sul tavolo. Il capitano della St. Louis, Gustav Schröder, un tedesco antinazista, fu costretto a riportarli indietro.

 Immaginatevi il panico a bordo. Dopo le bollicine di champagne, la musica, la dolcezza di essere di nuovo liberi. Ecco. Ora immaginatevelo oggi, in seguito alla chiusura dei porti ordinata dal nostro ministero degli Interni, perché è l’identica cosa, e senza champagne ma su un malconcio gommone.

Allora, il capitano Gustav -pur di non riportarli in Germania e riconsegnare gli ebrei ai loro aguzzini- riuscì a farli sbarcare al porto di Anversa, e fu solo grazie a lui, che non era un abile diplomatico ma un semplice uomo di mare, che alcuni stati antinazisti (Inghilterra, Francia, Belgio, Paesi Bassi) accolsero “quote” di rifugiati. Di quei mille, i più sfortunati finirono in paesi successivamente invasi e occupati dall’esercito tedesco. 254 persone che avevano visto la statua della Libertà soltanto dall’oblò (una “cartolina” di vetro, come le due passeggere bambine della St. Louis, nella foto) furono gasati nei campi di sterminio. E questo grazie alla complicità dei paesi “democratici” come gli Usa, e all’alzata di spalle dell’opinione pubblica mondiale, (per convenienza, per calcolo politico, per indifferenza o quieto vivere), eppure ben conoscevano la spaventosa fine alla quale avrebbero votato i rifugiati. Ti ricorda qualcuno, tesoro?

Il comandante Gustav, al contrario, dopo la guerra venne insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca mentre Israele gli conferì il titolo di “Giusto tra le Nazioni“.

Che cosa risponderemo fra vent’anni ai nostri figli e nipoti quando, dopo migliaia e migliaia di morti innocenti, ci domanderanno il conto del sangue versato? Saremo vecchi e soli in cucina, fratello, non ci verrà in aiuto il nostro ingiusto capitano di oggi, né la sua voce tonante contro i deboli, i migranti economici (e per cos’altro dovrebbero emigrare se non per fame? Ma non vi basta, cazzo?) ricacciandoli indietro, “a casa loro”.  -L’Italia ve la sognerete in cartolina!-

Ci vergogneremo delle nostre sinistre grida di trionfo sotto a quel balcone di piazza Venezia che oggi sono i social o le tribune televisive senza contraddittorio. Abbasseremo gli occhi sul piatto. Moriremo da ingiusti sotto lo sguardo dei nostri nipoti e della Storia.

COME SPOSTARE LEGHISTI COL PENSIERO

Stanotte ho sognato di dormire. Nel letto socchiudevo gli occhi. Mi risvegliavo. C’era un antico orologio da muro nella mia stanza. Con la forza della concentrazione mentale ho cominciato a muovere le grosse lancette nere sempre più veloci, lanciandole in un folle girotondo. Ruotavano impazzite, ha ha ha, fantastico, giravano in un tempo assente e presente nello stesso istante, il tempo immortale. Lo sapevo che ci sarei riuscito, un bel giorno, anzi una bella notte,  a far correre le ore come centometristi alle Olimpiadi! Presa fiducia nelle mie facoltà, dopo mi son divertito a spostare per la stanza quella specie di stele egizia di legno che le conteneva, la pendola con la testa di orologio. Non essendo fatta per camminare, la pendola ha barcollato come un leghista ubriaco a Pontida, ha inciampato su una mattonella, e mi è caduta addosso. Ma l’ho evitata, ed eccomi qua a raccontarla. Voi direte vabbe’, era un sogno. Perché ci hai scomodato? Non lo sai, coglionazzo, che non c’è niente di più palloso del sogno di un altro? Vero! Così com’è vero, però, che stanotte ho fatto girare le lancette come criceti sulla ruota e ho fatto passeggiare una pendola di due metri nella mia cameretta come se avesse le scarpe. Semplicemente credo (e un giorno la scienza lo dimostrerà) che l’energia mentale, alimentata dalla coscienza, è il carburante che accende e spegne le stelle, e che il coglionazzo che vi scrive (e tutti voi che lo state leggendo in questo eterno istante) è addormentato adesso -non stanotte- ora! Stanotte era un dio, un dio da tutti i giorni, come voi, che giocava con le sue divine qualità perché non riusciva a prender sonno, così come di qua, contando le pecore, cerchiamo di sfuggire all’incubo di vivere in quest’Italia che non ha più un cuore.

PIEDI D’ESTATE E SIGNORE NUDE

Guardandomi i piedi in questi mocassini rotti che sembrano sorridere stupefatti del mondo, mi sono ricordato della mia ripugnanza infantile ai piedi nudi di chicchessia, ma in particolare a quelli di mia madre, di mia sorella e di mia zia quando veniva a farci visita dopo l’ufficio.

Gridavo «Rimettetevi immediatamente le scarpe!» quando d’estate che a Roma si soffoca dall’umidità (e i piedi fanno come una nebbia intorno), le donne di casa per chiacchierare al fresco se le toglievano. Avevo quattro, cinque anni, fu un periodo d’antipiedismo violento, al solo vederli mi montava una rabbia bambina, come non fossero banalissimi piedi ma pantegane assassine. Potevano essere profumati di borotalco, lisci piedini freschi di pedicure, era uguale. In più me lo facevano apposta, ecco! Dicevano: Zan-zan! come entravo in salotto, via le scarpe! E ridevano, piegate in due, ridevano. Oh terribile offesa, piangevo di rabbia: «Abbasso i piedi!» Perché mai facevo così? Ero stato un feticista in un’altra vita, un piedofilo? Non lo saprò mai e a nessuno interessa. Allora come mai ho scelto un argomento come l’idiosincrasia ai piedi nudi? Perché è domenica e non c’ho niente da fare o forse per partire dal basso. Risaliamo a mezzobusto. Quello della signora nuda.

Mi apparve per la prima volta a tre anni, in piena notte. Assomigliava a Wilma Goich, la cantante de I Vianella e delle colline sono in fiore. Ma fosforescente, color violetto. Io stavo nel mio lettino tipo Alcatraz, quelli con le sbarre per non farmi cadere, e “la signora nuda” appariva con un sorriso satanico da dietro l’armadio, facendomi un cucù malefico. Perché la definii nuda? Non si sa. Ma lo ricordo come l’avessi vista stanotte quella Goich fantasma, era nuda sì ma a mezzobusto, non oltre l’intaccatura del seno (a mezzobusto forse per non guardarle i terrificanti piedi?). Io gridavo dallo spavento «La signora nuda, papà, aiuto!» e mio papà si svegliava e mi veniva a consolare.

La notizia delle visioni di belle signore senza piedi desnude divenne leggendaria fra parenti e amici e quando i miei cuginetti venivano a casa nostra per una merenda, gettavano alla signora nuda sotto l’armadio paste alla crema avanzate, pizzette smozzicate, o le frappe e i bigné di San Giuseppe. Tutti mi facevano domande su chi fosse e che vita da cani facesse questa signora nuda e affamata dietro l’armadio, ma non mi facevano ridere affatto. Le signore nude son cose serie. Mio papà, esasperato, mi disse (nel frattempo erano passati altri due o tre anni di apparizioni di questa madonnina del male) «Fai così, quando la signora nuda viene, tu datti un pizzicotto forte sul braccino, ti svegli, ti accorgi che dietro l’armadio non c’è nessuno, mi lasci dormire in pace che devo lavorare e la facciamo finita». Mi parve ragionevole. Quella stessa notte ecco la luce violetta e sbam, la Wilma nuda e fosforescente che mi squadra col ghigno. Io mi alzo in piedi nel lettino, con una mano afferro una sbarra e con l’altra mi pizzico il braccio. Mi feci proprio male, girandomi la pelle con due dita: ero sveglissimo! La signora nuda mi fissò che neanche Carrie lo sguardo di Satana. Dissi a me stesso: «Ricordatelo tutta la vita, anche quando sarai grande. Il pizzicotto forte me lo sono dato tre volte! Il braccio mi fa male. La signora nuda c’è!»

E da quella notte non è più venuta.

NELLA FOTO: il bambino che vedeva la signora nuda

BESTIE DA PENTAGRAMMA

Questo cancro della politica di manipolare la gente come fa la più becera pubblicità dei pannoloni per incontinenti, (“Assorbe tutto e non si sente l’odore!” Brrr…) è veramente maleodorante, anche perché cominciamo a non rendercene neanche conto, della puzza dico. Prendiamo il caso del sondaggio di ieri sul blog delle stelle. Per me ha ragione Fico, non è questo il punto. Mi fa schifo il modo in cui ci si rivolge al popolo bue, come i panzoni della finanza definiscono i piccoli risparmiatori sprovveduti. La domanda paracula oltre l’oscenità “Noi pensiamo che i vitalizi siano un privilegio indecente e Roberto Fico si sta impegnando per eliminarli. La Casta non è d’accordo e addirittura vorrebbe denunciarlo per questo. Voi da che parte state?” merita una sola risposta: non con chi mi tratta come una bestia, fanculo. Oltretutto quando la bestia da terza elementare è il manipolatore e non i manipolati, perché quando la maggioranza (manipolata a sua volta da qualche algoritmo nemico) risponde bella-bella che sta con la Kasta, e non con il più Fico del bigoncio, il sondaggio, dopo essere apparso in tutto il suo fulgore, scompare come una Madonnina che ci ha ripensato.

Nelle stesse ore, patron Grillo propone di eleggere senatori come si estraggono i numeri al lotto, col bambino bendato, a casaccio. Ma perché, invece? Che hai fatto fino a adesso?

Nel frattempo (per la serie “Perché, il Pd?”) Matteo Renzi si starebbe comprando una villa da 1.300.000 euro in un quartiere lussuosissimo sulle colline di Firenze. È quanto scrive La Verità, quindi capace sia una bufala. Ma se fosse vero, benedetto ragazzo, gran figlio di Pan, dobbiamo proprio apprenderlo nel giorno in cui scopriamo che 5 milioni di noi versano in povertà assoluta? Sarà retorica da quattro soldi ma dopo lo scatafascio del Pd e nelle ore in cui il Parlamento discute dei vitalizi indecenti agli onorevoli, non poteva starsene buonino invece di fagocitarsi il villone? Gli dedico quella vecchia canzone di Jannacci “Perché ci vuole orecchio”. Renzi è storicamente stonato. E pensare che c’era sembrato che avesse pure “il pacco”. Pure noi, però. Negati per la musica.

 

 

IL CADAVERE DEL PD, I PORCI E LE STELLE

Il male più grande lo commette non chi è uso a farlo, a prevaricare, corrompere, contrabbandare qualsiasi menzogna pur di raggiungere il potere, ma chi, avendo tutte le armi per combatterlo, non le usa per timore di perdere il consenso, e imitando l’avversario pur di sottrarglielo, perde anche il proprio, tradisce la sua storia, i suoi ideali, e tutti coloro i quali avevano riposto la loro fiducia e le loro speranze in lui.
Il Partito Democratico, se soltanto avesse voluto sperare di rinascere e di riconquistare la fiducia dei suoi perduti elettori, avrebbe dovuto comportarsi come una qualunque persona perbene (ce ne sono sempre per fortuna, anche se ne nasce una ogni cento imbroglioni): avrebbe dovuto dichiarare il proprio fallimento, chiedere perdono con nobiltà, e interrogarsi sui propri errori. Solo così si ottiene il rispetto degli altri. (O le grida di odio, ma almeno la coscienza è salva).
Bisognava ripartire da zero, a cominciare dal proprio leader che si è dimesso come Pulcinella, senza dimettersi per non assumersi la piena responsabilità del disastro, ma è rimasto dietro le quinte a muovere le fila come il più guitto dei burattinai. Se non si capiscono queste semplici verità, o non si è all’altezza di incarnarle, si è inadatti a governare, ed è sacrosanto che la storia provveda a spazzarci via.
L’incapacità di rinascere dalle proprie ceneri (per il malcelato orgoglio di non sottoporsi a un esame di coscienza) condannano con voi, ingiustamente, tutti quelli che credevano e credono negli ideali e nei valori che voi ostentavate di rappresentare. Quando non si è capaci di rivoluzionarsi e rinascere, bisogna sgombrare il campo e farsi da parte, non occuparlo con il proprio ingombrante cadavere. Almeno questo. Si chiama dignità.
I nuovi bambini ideologici a 5 stelle possono giurare sulle loro mamme che destra e sinistra sono parole estinte (per poi schierarsi con la destra a occhi bassi, come chi viene sorpreso con la merenda dei compagni in tasca) ma noi sappiamo che così non è. Che la destra sia vivissima è tragicamente sotto gli occhi di tutti, non solo qui ma in tutto l’occidente. E che a sinistra si sia aperto un campo stellare deserto (a parte il corpaccione del Pd) è altrettanto evidente. Ci vogliono giovani grandi idee e giovani grandi cuori per seminare il futuro. Si facciano avanti anche a spallate, ma senza mai rinunciare ai propri valori, o domani, dopo questo infinito passaggio di porci, sarà tutto secco.

MORTACCI LORO

Li odio, li odio, li odio, avete fatto bene a rigettarli in mare, ma che vogliono questi, la cappella di famiglia? E quei bambini in gabbia, ma che se la prendessero con i loro padri, potevano restarsene in Messico! Ha ragione Trump, lunga vita a Salvini, (e al padre di Di Battista). Nomadi? Nomadare hop hop, vai Meloni bella, questa sì che è musica, spianiamo le moschee, diamo fuoco ai Rom e voi con quel cazzo di barchette sgonfie tornatevene in Africa, burundi! Voi e quelle Ong di merda; sai quanto costa al giorno una nave di quelle? Quindicimila euro! E chi le paga? Noi! E sai che succede a bordo? Giocano alla roulette! Vi odio, vi odio, vi odio più della mafia, più di chi ha ucciso il congiunto di coso, più dei pedofili e del mostro di Firenze (lo sai che hanno scoperto? Che era uno di Banca Etruria!). Sì, dico a te, ti odio perché chiedi aiuto a me, sto grandissimo pezzo di mmerda, a me che lo sto diventando io pezzente per colpa tua, io che non posso manco andare più alla Rinascente a causa tua e di tua madre faccia nera, porci infami che avete arricchito loro invece di dare casa a noi italiani! posti pubblici gratis a noi che abbiamo diritto! Abbiamo diritto! Abbiamo diritto! E invece, cazzo… trenta euro al giorno, capite? Grandi alberghi. La pacchia! Mortacci loro.

ACCOGLIERE O RESPINGERE? I DUE VERBI CHE SI STANNO FACENDO LA GUERRA CIVILE

È meglio accogliere un suggerimento o una critica, anche ingiusta, o è meglio respingerla e rispedirla al mittente? L’esperienza c’insegna che la critica, perfino quella immeritata, va sempre accolta e confrontata con la nostra coscienza. Meglio accogliere e tollerare il breve pungente dolore della nostra vanità ferita che respingere il giudizio altrui e procurarci un disastro futuro. Perciò ringraziamo il nostro “nemico”, poiché fortificandoci ci conduce alla vittoria. E poi non c’è saggezza nel disprezzare il prossimo. Presto o tardi si finisce appesi allo stesso albero al quale l’avevamo impiccato. E il popolo che ci applaudiva allora, sarà lo stesso che applaudirà il nostro cadavere al vento. E questo non ce lo insegna solo l’esperienza, ce lo dice la Storia.

Ma anche respingere è una bella parola. Se si è deboli e la libertà è sotto assedio, può essere addirittura eroico respingere gli invasori. Ma se si è forti e in posizione di dominio, e chi ci invade lo fa per salvarsi la vita dalla guerra o dalla fame, respingere è un verbo da vili. Accogliere, invece, è una parola meravigliosa sempre, un verbo da donne e uomini veri, saggi, maturi, un verbo duro da praticare e che può costare molti sacrifici, ma il suo valore è inestimabile come la libertà. Un popolo accogliente è un grande e nobile popolo, destinato a durare a lungo, e avere la fortuna che merita, mentre una patria ben piccola e meschina è quella che non sa condividere il proprio pane e arricchirsi dal confronto con chi viene da fuori. Un paese sciocco e ignorante non sarà mai la nostra patria.  Anche perché, per banale legge di causa ed effetto, prima o poi morirà di fame e sarà invasa lo stesso. Ma a ben altre gravose condizioni.

Prendiamo esempio dalla vita: respingere un suggerimento, un amico, un amore, rifiutare una buona proposta di lavoro, non accogliere le novità, solo perché ci fanno paura, è quasi sempre causa di rovesci di fortuna.  Se poi qualcuno, infine, avesse ancora difficoltà a considerare le persone di colore come tali e quali a noi, pensi ai figli e ai figli dei suoi figli. I cambiamenti climatici in corso ci annunciano che anche loro avranno la pelle nera. L’anima lo è già.

C’è un limite anche all’ignoranza e all’inciviltà. Ieri, con il ventilato censimento dei Rom, è stato abbondantemente superato. Dispiace per i vostri complici, nei quali, pure, avevamo creduto, ma non basta prendere timidamente le distanze o sussurrare che la Costituzione lo vieta. È osceno solo pensarlo.

Nessuno parli più a nostro nome. Resisteremo ancora. Resisteremo sempre.

PADRI, PADRONI E PADRINI DEL NOSTRO IMMAGINARIO

(Testo lungo, pericoloso, sconsigliato: può indurre alla lettura).

La McDonald’s sta impiantando dei distributori automatici di hamburger. Metti la monetina e viene fuori il BigMac. I nostri figli laureati non potranno neanche friggere patatine o servire pollo fritto nei vassoietti. Se anche gli hamburger si automatizzano, però, non vuol dire che non ci siano più gli schiavi. È che non c’è più nessuno disposto a pagarli.

Le nuove tecnologie stanno cancellando vecchi mestieri: il postino, l’agente di viaggio o il lettore dei contatori della luce. Ma non possono fare a meno della polpetta: il prodotto. Perché un network senza idee è un paradosso come McDonald’s senza hamburger. Quindi se c’è un mestiere del quale le nuove tecnologie non potranno mai fare a meno è quello dell’autore. E invece no. Anche l’autore è a rischio. Oggi inviare una proposta a un direttore di rete è come spedirgli una bustina d’antrace. Neanche la aprono. Da quando le idee sono diventate veleno?

È accaduto nel giro di una ventina d’anni, c’è stata una precipitosa fuga dagli autori puri e senza padrone, neanche fossimo terroristi. In un certo senso è vero, lo siamo. Un autore conosce la password segreta per entrare nel cuore del pubblico e rivoltarlo. Ha il potere rivoluzionario di trasformare il dolore in meraviglia, l’emarginazione in partecipazione, la rabbia compressa della gente in risata liberatoria. È quella stessa password che hanno smarrito i partiti politici, le organizzazioni sindacali, i giornali, le radio e le tv, tranne rare eccezioni.

La tv scadente crea dipendenza come la coca o gli smartphone, l’alcol, la pornografia o gli acquisti compulsivi. Quando sei dipendente non ti accorgi più se è roba pura o tagliata male, perciò sei la vittima preferita degli spacciatori. Anche quelli di programmi. Ti bevi tutto. Quando i produttori di “roba” radiotelevisiva hanno capito che nessuno pretendeva più il bollino di qualità, come la banana Chiquita, hanno sostituito i generatori di fantasia con pusher del consenso, scritto e gridato. Le praterie dell’immaginario non hanno più madri e padri, ma solo padroni e padrini. È come se Angelo Rizzoli, nel 1960, avesse preteso di scrivere lui la Dolce Vita invece di Pasolini e Flaiano. Il nostro paese della fantasia è stato occupato e intossicato. Le idee o le fornisce il distributore automatico di polpettoni, (meglio se prima hanno dato prova di aver già avvelenato per bene altri paesi) o le deforma qualche pusher del consenso o sono scartate in partenza.

Si dice che siamo tutti interconnessi e che questo sia un toccasana della libertà. È meraviglioso, infatti, che si possa parlare su Skype con un cugino in vacanza in Nepal e tutti insieme metterci in conferenza con un collezionista di farfalle peruviano. Evviva! Ma abbiamo qualcosa di sorprendente da dirci? Un mondo interconnesso non è per questo un paradiso d’idee, è più facile che diventi un inferno di luoghi comuni. Un autore puro (con uno spettatore puro), invece, è artefice del processo inverso, è sconnesso dalla realtà e produce sconnessioni, la sua creatività genera un corto circuito nella cosiddetta realtà, con una “morte” dell’ovvio e una rinascita del pubblico a uno stadio di conoscenza e coscienza superiore. Che richiederà programmi più intensi e idee ancora più audaci. E la società farà un passo avanti. Perché chi desta le coscienze, risveglia il mondo dalla mediocrità, sconnettendolo dalle convenzioni e dalle polpette in brodo. Ma è precisamente questo che non si vuole, il motivo per cui gli autori puri sono d’intralcio. Lo stato inverso, di svogliata disattenzione, il torpore di noia crudele fa fiorire il mercato pubblicitario e forma le opinioni politiche di un paese composto per il 70% di semianalfabeti funzionali, persone cioè che non sono in grado di comprendere, riassumere o ripetere un pensiero che vada oltre “Maria si è mangiata un abbacchio alla scottadito”. Già al termine “scottadito” c’è gente che fa fatica a comprendere. Povera Maria! Che s’è ustionata li diti? So che si dice le dita (forse) anche gli scrittori, ormai, cominciano a nutrire dubbi e ad autocensurare congiuntivi e sinonimi. Ci hanno fottuti, Cristo! (Ormai mi esprimo come gli eroi delle serie tv americane, sono belle, non vedo altro). Come e quanto si depositano nelle coscienze tutte le banalità tossiche che s’insinuano sottopelle, invece, dopo un talk show politico autoreferenziale o un brutto reality? E chi può spazzare via dai circuiti neuronali questa greve banalità politica?

Ecco, gli autori svolgerebbero in modo eccellente questa funzione ecologica nelle nostre menti intasate di zozzerie. Ma oggi gli autori più originali e ribelli (i migliori medici per questo tipo di peste) sono dietro la lavagna, cacciati di classe o disoccupati. Il virus ha isolato e debellato gli anticorpi. Così il paese intero sembra colto da un ictus, è paralizzato, senza più un sogno o uno straccio d’idea. Attenzione, però: la gente è in overdose di cazzate, siamo nel preciso momento in cui al circo il leone sbrana il domatore, o nell’arena il toro infilza il toreador. Fate entrare in scena i professionisti, vi conviene. Andatevene o vi sbraneranno. E questo vale per lo spettacolo come per la politica. Gli imbonitori di voti, intanto, non riescono a formare uno straccio di governo mentre piovono bombe sulla Siria. A pigiare il pulsante, guarda un po’, Donald Trump, l’ex conduttore televisivo di “The Apprentice”: «You’re fired, Siria!». Il popolo siriano, figlio di una civiltà e di una cultura millenaria, quando i Trump sugli alberi stavano ancora cercando di capire come si spacca una noce, è costretto, ancora una volta, a subire. Ormai questo mondo è un brutto show che fa ridere solo chi lo dirige e chi lo produce. Così non dura, “dura minga”, non può durare, come diceva una vecchia pubblicità di Carosello della China Martini.

UNA DONNA, LA MIA PATRIA

Una donna innamorata del suo uomo. Glielo ammazzano per strada, senza motivo. La loro ragazzina non avrà più un padre. La vita diventa nera di dolore.
Ma un giorno a questa donna sola l’amore serve una carta vincente, un nuovo marito che si offre di fare da padre alla bambina, diventata ormai una piccola donna.
I due si amano, l’antico dolore resta (ma fa un passo indietro) e una nuova vita fa un passo avanti: nasce un bambino.
Poi, qualche giorno fa, un italiano uscito di casa per suicidarsi, e che non c’entra niente con loro, ha un ripensamento.
No -si ravvede-, togliersi la vita dev’essere orribile. Vero? Menomale! Però, visto che ha già una Beretta in mano, e l’angoscia dentro e la rabbia addosso, si sfoga.
Fra i passanti, tutti bianchi, ne individua uno che stona, un nero. L’uomo che vende gli ombrelli. Si chiama Idy, è una macchia di colore su ponte Vespucci, a Firenze.
Sì, è proprio lui, il compagno di quella donna, già vedova una volta, il padre di quel bambino, e padre ormai anche della piccola donna, già orfana una volta. E lo ammazza. A freddo.
Forse l’assassino aveva nelle orecchie il requiem ripetuto all’infinito da certi politici alla tv per raccattare qualche voto (neanche pochi, viste le elezioni): «Tornatevene a casa vostra!» E così l’ha rimpatriato nell’al di là per le vie più brevi.
La vedova due volte, di due morti ammazzati, si chiama Kene, è senegalese. Sul Corriere della sera, stamattina, si rivolge «con rispetto e stima» a noi italiani. «Non siamo qui per delinquere» dice «per far del male a qualcuno. Siamo brava gente che lavora per mandare avanti la famiglia».
Due assassini italiani hanno ucciso due padri di famiglia, il suo primo e il suo ultimo amore, fomentati da politici farabutti e dall’odio razziale. Ma Kene, sopraffatta dal dolore e dall’ingiustizia, ci dà con rispetto e stima una lezione di civiltà: «Liberatevi dai demoni del razzismo», sussurra.
Lei è più italiana di molti italiani che conosco. Perché è come l’Italia gentile che amavamo.
Per questo, oggi, Kene è la mia patria.

LE ELEZIONI PER L’ANIMA


Non sempre mente e anima vanno d’accordo. Anche se hai la mente aperta, l’anima vola comunque più in basso, più in alto, e più lontano. Alla mia mente, per esempio, dò spesso dell’ignorante, talvolta dell’imbecille e sono sempre costretto a richiamarla: «Sei troppo egocentrica!» la sgrido «sta attenta agli altri, ascolta, sii meno vanitosa!». L’anima, invece, non mi dà mai di queste rotture di palle, è solare, serena, gioiosa, non si riconosce in questo “ego” né in questo corpo, né nella sua mente, ma in una specie di sfavillante corpo cosmico dove non c’è differenza fra i nostri occhi, i pensieri e le stelle. Un condominio libero, un alveare di anime che poi sono tutte la stessa, dove mi trovo benissimo, e quando abito lì, sempre più a lungo, a Matteo Salvini o a Casa Pound (faccio per dire) io neanche ci penso.
Anche nel caso di queste elezioni, infatti, mente e anima hanno avuto valutazioni diverse. Quelle della mente, oggi, sono corrucciate e sfigatielle. La mia mente è di sinistra, e ha perso. L’anima mia, invece, è molto allegra, e ride come una bambina il primo giorno di vacanze al mare. Le ho chiesto: «Ehi, ma da dove ti viene tutta questa gioia?». Mi ha risposto: «Primo: hanno votato in tanti, e questo è un bene. Secondo: un movimento, formato in gran parte da giovani, è sbucato dal nulla e in pochi anni è diventato il numero uno. Il che vuol dire che la democrazia funziona e che se uno si mette in testa una cosa, e ce la mette tutta, può ottenere qualsiasi risultato. Non è bello? Terzo: Berlusconi ha perso (e qui l’anima ha fatto una piroetta). E tanti altri Ego esorbitanti, da Renzi a D’Alema, hanno preso una sonora legnata. Chissà che non faccia loro del bene? Quarto: male è andata a tutti quelli che hanno fatto governi non voluti dagli elettori. Ben gli sta. Ora ne pagano le conseguenze. Quinto e ultimo: per la Storia non sempre, ma per lo Spirito i grandi scossoni sono sempre salutari. Insegnano, a chi vuole imparare».
Ve l’ho detto, l’anima mia (libera dalla mente) è giocosa, semplice, e guarda sempre al lato puro e bello della vita. Da ragazzino seguivo lei. Poi la mente ha eretto un muro per mezzo secolo. Da qualche anno, l’anima l’ha buttato giù. La mente pensi quel che vuole, oggi piove, eppure l’anima mi suggerisce che per il mio Paese potrebbe anche essere una bellissima giornata. Perfino la mente annuisce: «In qualche modo», dice la rompiballe, «siamo comunque usciti dall’ambiguità. Un consiglio ai vincitori: non avete vinto un derby, non siamo alla partita. Cazzo ridete? C’è un Paese in sofferenza. Per governare ci vuole umiltà, sobrietà, dignità». L’anima sorride: «Tattarattàtatattà».

CHI NON VOTA, ACCONSENTE

Giorni fa ho scritto che è quasi impossibile votare. In ogni “quasi” c’è un mondo. Ma il mondo non ha quasi più sfumature e alcuni miei amici virtuali mi hanno sgridato: mio nonno è morto perché tu potessi votare! Mi è dispiaciuto per i nonni (non tutti, solo quei pochi che si sono ribellati al nazifascismo: ci tengo alle sfumature) e per l’equivoco. Perché voterò, ovviamente, lo farò con i miei due giovani figli, quindi doppiamente con gioia, è un rito a cui non rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Anche se, ripeto, è diventato quasi impossibile. Soprattutto in queste elezioni, dovendoci districare in una foresta di iene. Anzi, se ho un sogno è che domenica, a sorpresa, si presentino alle urne i milioni d’italiani che non votano. E i “Sor Tentenna”, come si chiamano a Roma gli indecisi. E ho anche un incubo, che vincano le iene. Sono quelle che stanno manipolando gli elettori sprovveduti pur di arraffare voti, con la menzogna, con le guittate da campagna pubblicitaria (dov’è finita la politica “nobile”?), contando su un rimbecillimento generale in atto. Il guaio, infatti, è che il problema dell’Italia non sono i politici, sono gli italiani. Il popolo. Siamo noi il problema, elettori sempre più ignoranti e meno saggi, che non sappiamo condurre un ragionamento semplice, leggere un testo che superi le cinque righe, ci dimentichiamo perfino della nipote di Mubarak, delle condanne per mafia del puzzone supremo, o (faccio per dire a proposito di puzze) di quando Salvini diceva che i terroni puzzano. Se oggi dei terroni lo votano profumatamente, con chi ce la prendiamo se non con il nostro stesso essere grulli? Quanto coraggio, quanta autoironia, quanta coscienza, anche spirituale, e quanta umiltà ci vorrebbe (e leggere, conoscere, informarsi, saper ascoltare) per poter finalmente raddrizzare la schiena, invece d’incazzarsi a salve illudendosi, colpevolmente, di essere più onesti o più furbi di tutti. Ma il dolore di milioni di poveri per questa lunga crisi, le nostre intelligenze offese da promesse bacate, tutti i miliardi rubati dai corrotti, che altro ci vuole per assumersi le proprie responsabilità di questo scempio, (si fa prima noi, perché i politici non se le assumeranno mai) smetterla di dare la colpa agli altri, farsi pulizia dentro, rimboccarsi le maniche e costruire il futuro?

Votiamo. Perché chi non vota, acconsente.

UN SILENZIO MOLTO FRAGOROSO

Con oscena baldanza un esercito di brutti ceffi si candida alle elezioni. Anime di seconda e di terza mano ingannano i loro elettori e pare che nessuna si salvi. Il disgusto che ci assale è assoluto, non è più tempo né d’indignazione né di speranza. L’unica novità invisibile, l’unica notizia, è che una marea di italiani stanno zitti. Tacciono, e si sente. È un silenzio molto fragoroso. Parlo di quelli che neanche più protestano perché dovrebbero metter mano alla mitragliatrice, ed essendo persone pacifiste e per bene hanno invece messo il silenziatore e riposto in un luogo sicuro non solo le armi, soprattutto le parole. Troppo abusate da questa gente che non sta zitta mai. Lo spettacolo politico non merita parole, infatti, non merita commenti, o sentimenti o emozioni. Non merita attenzione. La vita vera non passa più da qui.
Siamo davvero in tanti a non riconoscerci in nulla. Resistiamo oltre lo sconforto, oltre la rabbia, stiamo altrove. Stranieri in patria. Votare ci è diventato quasi impossibile e Dio sa quanto vorremmo votare. Ma non c’è uno che non sia un Narciso, non un politico capace di pensare per decenni invece che per quarti d’ora. Mi piace immaginare (perché è una bella mattinata di sole) che da questo silenzio collettivo, da questa marea di donne e di uomini che hanno dentro di sé un Paese che non ha nulla a che fare con tutto questo inganno, si scateni una forza tranquilla che dimostri (ciascuno con il proprio esempio) che la Storia è andata avanti comunque, non fuori, no, non fra questi farabutti, ma dentro ciascuno di noi. Che bello sarebbe potersi guardare negli occhi, un domani.