PADRI, PADRONI E PADRINI DEL NOSTRO IMMAGINARIO

(Testo lungo, pericoloso, sconsigliato: può indurre alla lettura).

La McDonald’s sta impiantando dei distributori automatici di hamburger. Metti la monetina e viene fuori il BigMac. I nostri figli laureati non potranno neanche friggere patatine o servire pollo fritto nei vassoietti. Se anche gli hamburger si automatizzano, però, non vuol dire che non ci siano più gli schiavi. È che non c’è più nessuno disposto a pagarli.

Le nuove tecnologie stanno cancellando vecchi mestieri: il postino, l’agente di viaggio o il lettore dei contatori della luce. Ma non possono fare a meno della polpetta: il prodotto. Perché un network senza idee è un paradosso come McDonald’s senza hamburger. Quindi se c’è un mestiere del quale le nuove tecnologie non potranno mai fare a meno è quello dell’autore. E invece no. Anche l’autore è a rischio. Oggi inviare una proposta a un direttore di rete è come spedirgli una bustina d’antrace. Neanche la aprono. Da quando le idee sono diventate veleno?

È accaduto nel giro di una ventina d’anni, c’è stata una precipitosa fuga dagli autori puri e senza padrone, neanche fossimo terroristi. In un certo senso è vero, lo siamo. Un autore conosce la password segreta per entrare nel cuore del pubblico e rivoltarlo. Ha il potere rivoluzionario di trasformare il dolore in meraviglia, l’emarginazione in partecipazione, la rabbia compressa della gente in risata liberatoria. È quella stessa password che hanno smarrito i partiti politici, le organizzazioni sindacali, i giornali, le radio e le tv, tranne rare eccezioni.

La tv scadente crea dipendenza come la coca o gli smartphone, l’alcol, la pornografia o gli acquisti compulsivi. Quando sei dipendente non ti accorgi più se è roba pura o tagliata male, perciò sei la vittima preferita degli spacciatori. Anche quelli di programmi. Ti bevi tutto. Quando i produttori di “roba” radiotelevisiva hanno capito che nessuno pretendeva più il bollino di qualità, come la banana Chiquita, hanno sostituito i generatori di fantasia con pusher del consenso, scritto e gridato. Le praterie dell’immaginario non hanno più madri e padri, ma solo padroni e padrini. È come se Angelo Rizzoli, nel 1960, avesse preteso di scrivere lui la Dolce Vita invece di Pasolini e Flaiano. Il nostro paese della fantasia è stato occupato e intossicato. Le idee o le fornisce il distributore automatico di polpettoni, (meglio se prima hanno dato prova di aver già avvelenato per bene altri paesi) o le deforma qualche pusher del consenso o sono scartate in partenza.

Si dice che siamo tutti interconnessi e che questo sia un toccasana della libertà. È meraviglioso, infatti, che si possa parlare su Skype con un cugino in vacanza in Nepal e tutti insieme metterci in conferenza con un collezionista di farfalle peruviano. Evviva! Ma abbiamo qualcosa di sorprendente da dirci? Un mondo interconnesso non è per questo un paradiso d’idee, è più facile che diventi un inferno di luoghi comuni. Un autore puro (con uno spettatore puro), invece, è artefice del processo inverso, è sconnesso dalla realtà e produce sconnessioni, la sua creatività genera un corto circuito nella cosiddetta realtà, con una “morte” dell’ovvio e una rinascita del pubblico a uno stadio di conoscenza e coscienza superiore. Che richiederà programmi più intensi e idee ancora più audaci. E la società farà un passo avanti. Perché chi desta le coscienze, risveglia il mondo dalla mediocrità, sconnettendolo dalle convenzioni e dalle polpette in brodo. Ma è precisamente questo che non si vuole, il motivo per cui gli autori puri sono d’intralcio. Lo stato inverso, di svogliata disattenzione, il torpore di noia crudele fa fiorire il mercato pubblicitario e forma le opinioni politiche di un paese composto per il 70% di semianalfabeti funzionali, persone cioè che non sono in grado di comprendere, riassumere o ripetere un pensiero che vada oltre “Maria si è mangiata un abbacchio alla scottadito”. Già al termine “scottadito” c’è gente che fa fatica a comprendere. Povera Maria! Che s’è ustionata li diti? So che si dice le dita (forse) anche gli scrittori, ormai, cominciano a nutrire dubbi e ad autocensurare congiuntivi e sinonimi. Ci hanno fottuti, Cristo! (Ormai mi esprimo come gli eroi delle serie tv americane, sono belle, non vedo altro). Come e quanto si depositano nelle coscienze tutte le banalità tossiche che s’insinuano sottopelle, invece, dopo un talk show politico autoreferenziale o un brutto reality? E chi può spazzare via dai circuiti neuronali questa greve banalità politica?

Ecco, gli autori svolgerebbero in modo eccellente questa funzione ecologica nelle nostre menti intasate di zozzerie. Ma oggi gli autori più originali e ribelli (i migliori medici per questo tipo di peste) sono dietro la lavagna, cacciati di classe o disoccupati. Il virus ha isolato e debellato gli anticorpi. Così il paese intero sembra colto da un ictus, è paralizzato, senza più un sogno o uno straccio d’idea. Attenzione, però: la gente è in overdose di cazzate, siamo nel preciso momento in cui al circo il leone sbrana il domatore, o nell’arena il toro infilza il toreador. Fate entrare in scena i professionisti, vi conviene. Andatevene o vi sbraneranno. E questo vale per lo spettacolo come per la politica. Gli imbonitori di voti, intanto, non riescono a formare uno straccio di governo mentre piovono bombe sulla Siria. A pigiare il pulsante, guarda un po’, Donald Trump, l’ex conduttore televisivo di “The Apprentice”: «You’re fired, Siria!». Il popolo siriano, figlio di una civiltà e di una cultura millenaria, quando i Trump sugli alberi stavano ancora cercando di capire come si spacca una noce, è costretto, ancora una volta, a subire. Ormai questo mondo è un brutto show che fa ridere solo chi lo dirige e chi lo produce. Così non dura, “dura minga”, non può durare, come diceva una vecchia pubblicità di Carosello della China Martini.

UNA DONNA, LA MIA PATRIA

Una donna innamorata del suo uomo. Glielo ammazzano per strada, senza motivo. La loro ragazzina non avrà più un padre. La vita diventa nera di dolore.
Ma un giorno a questa donna sola l’amore serve una carta vincente, un nuovo marito che si offre di fare da padre alla bambina, diventata ormai una piccola donna.
I due si amano, l’antico dolore resta (ma fa un passo indietro) e una nuova vita fa un passo avanti: nasce un bambino.
Poi, qualche giorno fa, un italiano uscito di casa per suicidarsi, e che non c’entra niente con loro, ha un ripensamento.
No -si ravvede-, togliersi la vita dev’essere orribile. Vero? Menomale! Però, visto che ha già una Beretta in mano, e l’angoscia dentro e la rabbia addosso, si sfoga.
Fra i passanti, tutti bianchi, ne individua uno che stona, un nero. L’uomo che vende gli ombrelli. Si chiama Idy, è una macchia di colore su ponte Vespucci, a Firenze.
Sì, è proprio lui, il compagno di quella donna, già vedova una volta, il padre di quel bambino, e padre ormai anche della piccola donna, già orfana una volta. E lo ammazza. A freddo.
Forse l’assassino aveva nelle orecchie il requiem ripetuto all’infinito da certi politici alla tv per raccattare qualche voto (neanche pochi, viste le elezioni): «Tornatevene a casa vostra!» E così l’ha rimpatriato nell’al di là per le vie più brevi.
La vedova due volte, di due morti ammazzati, si chiama Kene, è senegalese. Sul Corriere della sera, stamattina, si rivolge «con rispetto e stima» a noi italiani. «Non siamo qui per delinquere» dice «per far del male a qualcuno. Siamo brava gente che lavora per mandare avanti la famiglia».
Due assassini italiani hanno ucciso due padri di famiglia, il suo primo e il suo ultimo amore, fomentati da politici farabutti e dall’odio razziale. Ma Kene, sopraffatta dal dolore e dall’ingiustizia, ci dà con rispetto e stima una lezione di civiltà: «Liberatevi dai demoni del razzismo», sussurra.
Lei è più italiana di molti italiani che conosco. Perché è come l’Italia gentile che amavamo.
Per questo, oggi, Kene è la mia patria.

LE ELEZIONI PER L’ANIMA


Non sempre mente e anima vanno d’accordo. Anche se hai la mente aperta, l’anima vola comunque più in basso, più in alto, e più lontano. Alla mia mente, per esempio, dò spesso dell’ignorante, talvolta dell’imbecille e sono sempre costretto a richiamarla: «Sei troppo egocentrica!» la sgrido «sta attenta agli altri, ascolta, sii meno vanitosa!». L’anima, invece, non mi dà mai di queste rotture di palle, è solare, serena, gioiosa, non si riconosce in questo “ego” né in questo corpo, né nella sua mente, ma in una specie di sfavillante corpo cosmico dove non c’è differenza fra i nostri occhi, i pensieri e le stelle. Un condominio libero, un alveare di anime che poi sono tutte la stessa, dove mi trovo benissimo, e quando abito lì, sempre più a lungo, a Matteo Salvini o a Casa Pound (faccio per dire) io neanche ci penso.
Anche nel caso di queste elezioni, infatti, mente e anima hanno avuto valutazioni diverse. Quelle della mente, oggi, sono corrucciate e sfigatielle. La mia mente è di sinistra, e ha perso. L’anima mia, invece, è molto allegra, e ride come una bambina il primo giorno di vacanze al mare. Le ho chiesto: «Ehi, ma da dove ti viene tutta questa gioia?». Mi ha risposto: «Primo: hanno votato in tanti, e questo è un bene. Secondo: un movimento, formato in gran parte da giovani, è sbucato dal nulla e in pochi anni è diventato il numero uno. Il che vuol dire che la democrazia funziona e che se uno si mette in testa una cosa, e ce la mette tutta, può ottenere qualsiasi risultato. Non è bello? Terzo: Berlusconi ha perso (e qui l’anima ha fatto una piroetta). E tanti altri Ego esorbitanti, da Renzi a D’Alema, hanno preso una sonora legnata. Chissà che non faccia loro del bene? Quarto: male è andata a tutti quelli che hanno fatto governi non voluti dagli elettori. Ben gli sta. Ora ne pagano le conseguenze. Quinto e ultimo: per la Storia non sempre, ma per lo Spirito i grandi scossoni sono sempre salutari. Insegnano, a chi vuole imparare».
Ve l’ho detto, l’anima mia (libera dalla mente) è giocosa, semplice, e guarda sempre al lato puro e bello della vita. Da ragazzino seguivo lei. Poi la mente ha eretto un muro per mezzo secolo. Da qualche anno, l’anima l’ha buttato giù. La mente pensi quel che vuole, oggi piove, eppure l’anima mi suggerisce che per il mio Paese potrebbe anche essere una bellissima giornata. Perfino la mente annuisce: «In qualche modo», dice la rompiballe, «siamo comunque usciti dall’ambiguità. Un consiglio ai vincitori: non avete vinto un derby, non siamo alla partita. Cazzo ridete? C’è un Paese in sofferenza. Per governare ci vuole umiltà, sobrietà, dignità». L’anima sorride: «Tattarattàtatattà».

CHI NON VOTA, ACCONSENTE

Giorni fa ho scritto che è quasi impossibile votare. In ogni “quasi” c’è un mondo. Ma il mondo non ha quasi più sfumature e alcuni miei amici virtuali mi hanno sgridato: mio nonno è morto perché tu potessi votare! Mi è dispiaciuto per i nonni (non tutti, solo quei pochi che si sono ribellati al nazifascismo: ci tengo alle sfumature) e per l’equivoco. Perché voterò, ovviamente, lo farò con i miei due giovani figli, quindi doppiamente con gioia, è un rito a cui non rinuncerei per tutto l’oro del mondo. Anche se, ripeto, è diventato quasi impossibile. Soprattutto in queste elezioni, dovendoci districare in una foresta di iene. Anzi, se ho un sogno è che domenica, a sorpresa, si presentino alle urne i milioni d’italiani che non votano. E i “Sor Tentenna”, come si chiamano a Roma gli indecisi. E ho anche un incubo, che vincano le iene. Sono quelle che stanno manipolando gli elettori sprovveduti pur di arraffare voti, con la menzogna, con le guittate da campagna pubblicitaria (dov’è finita la politica “nobile”?), contando su un rimbecillimento generale in atto. Il guaio, infatti, è che il problema dell’Italia non sono i politici, sono gli italiani. Il popolo. Siamo noi il problema, elettori sempre più ignoranti e meno saggi, che non sappiamo condurre un ragionamento semplice, leggere un testo che superi le cinque righe, ci dimentichiamo perfino della nipote di Mubarak, delle condanne per mafia del puzzone supremo, o (faccio per dire a proposito di puzze) di quando Salvini diceva che i terroni puzzano. Se oggi dei terroni lo votano profumatamente, con chi ce la prendiamo se non con il nostro stesso essere grulli? Quanto coraggio, quanta autoironia, quanta coscienza, anche spirituale, e quanta umiltà ci vorrebbe (e leggere, conoscere, informarsi, saper ascoltare) per poter finalmente raddrizzare la schiena, invece d’incazzarsi a salve illudendosi, colpevolmente, di essere più onesti o più furbi di tutti. Ma il dolore di milioni di poveri per questa lunga crisi, le nostre intelligenze offese da promesse bacate, tutti i miliardi rubati dai corrotti, che altro ci vuole per assumersi le proprie responsabilità di questo scempio, (si fa prima noi, perché i politici non se le assumeranno mai) smetterla di dare la colpa agli altri, farsi pulizia dentro, rimboccarsi le maniche e costruire il futuro?

Votiamo. Perché chi non vota, acconsente.

UN SILENZIO MOLTO FRAGOROSO

Con oscena baldanza un esercito di brutti ceffi si candida alle elezioni. Anime di seconda e di terza mano ingannano i loro elettori e pare che nessuna si salvi. Il disgusto che ci assale è assoluto, non è più tempo né d’indignazione né di speranza. L’unica novità invisibile, l’unica notizia, è che una marea di italiani stanno zitti. Tacciono, e si sente. È un silenzio molto fragoroso. Parlo di quelli che neanche più protestano perché dovrebbero metter mano alla mitragliatrice, ed essendo persone pacifiste e per bene hanno invece messo il silenziatore e riposto in un luogo sicuro non solo le armi, soprattutto le parole. Troppo abusate da questa gente che non sta zitta mai. Lo spettacolo politico non merita parole, infatti, non merita commenti, o sentimenti o emozioni. Non merita attenzione. La vita vera non passa più da qui.
Siamo davvero in tanti a non riconoscerci in nulla. Resistiamo oltre lo sconforto, oltre la rabbia, stiamo altrove. Stranieri in patria. Votare ci è diventato quasi impossibile e Dio sa quanto vorremmo votare. Ma non c’è uno che non sia un Narciso, non un politico capace di pensare per decenni invece che per quarti d’ora. Mi piace immaginare (perché è una bella mattinata di sole) che da questo silenzio collettivo, da questa marea di donne e di uomini che hanno dentro di sé un Paese che non ha nulla a che fare con tutto questo inganno, si scateni una forza tranquilla che dimostri (ciascuno con il proprio esempio) che la Storia è andata avanti comunque, non fuori, no, non fra questi farabutti, ma dentro ciascuno di noi. Che bello sarebbe potersi guardare negli occhi, un domani.

ASSASSINI DI STATO

Sono stato un fumatore così accanito che i miei livelli d’ossigeno, tre anni fa, erano di oltre il trenta per cento inferiori alla media. Praticamente in apnea sott’acqua sarei stato meglio. Dopo una piccola operazione chirurgica, un’appendicite, al risveglio dall’anestesia i medici mi hanno avvisato che, in futuro, avrebbero dovuto operarmi da sveglio. Nonostante la maschera d’ossigeno la mia situazione polmonare, causa tabagismo, sotto anestesia comprometteva i valori vitali. Per riuscire a smettere di fumare sono passato a una dipendenza molto minore. Ho chiuso totalmente con le sigarette e ho cominciato a “svapare” liquidi con nicotina 18, il massimo, ma dopo due settimane senza fumo di sigaretta l’ossigeno è tornato nella norma e la mia bronchite cronica è cessata. Tre anni dopo, oggi, “svapo” con nicotina 3, il minimo. Ma sono furibondo come centinaia di migliaia di ex fumatori incalliti che il Parlamento italiano ha rimesso a rischio assoluto, tassando ulteriormente i liquidi per e-cig, al punto da raddoppiarne il prezzo. Non ci si crede, ma oggi fumare sigarette mortali costa di meno. Un atto criminale, irresponsabile e idiota. Umberto Veronesi, il nostro oncologo di fama internazionale, era contrario alla tassazione sulle sigarette elettroniche, perché le riteneva lo strumento a tutt’oggi più efficace per combattere gli effetti devastanti del fumo: «Le sigarette tradizionali causano il cancro, mentre le elettroniche non hanno alcuna azione cancerogena». Suppongo che le multinazionali del tabacco abbiano corrotto parecchia gente. Me lo auguro per costoro, altrimenti si tratta di analfabetismo politico, di danno grave causato alla salute dei cittadini, da parte di onorevoli Assassini di Stato.

IL PORNO DEL GIUDIZIO

Quarant’anni fa, per un breve periodo, frequentai un celebre cantante gay, diventammo amici, lo confesso, vanità, sognavo di scrivere qualche canzone con lui o per lui. Quando veniva a Roma lo andavo a prendere in moto, montava dietro, me lo scarrozzavo per la città. La gente ai semafori gli chiedeva l’autografo, io mi beccavo la sua fama di striscio, lui era molto intelligente (ma non un genio come si dice oggi di gentarella) era anche parecchio simpatico, ridevamo un sacco. Poi cominciò a stringersi un po’ troppo su quella mia Honda 450, diceva che aveva paura perché andavo veloce, faceva gridolini, si aggrappava, tocchicchiava, sussurrava “che muscoli!”. Gli dissi “E piantala, dai”. Lo riportai al residence dove alloggiava. Mi fa: «Sali, ti preparo una bistecchina». La bistecchina non l’ho mai mangiata, non ho accettato l’invito, lui non l’ho più visto. Mannaggia. L’ho incontrato tantissimi anni dopo, durante uno show in tv, abbiamo chiacchierato con affetto, resta un grandissimo, lo sarà sempre. Non ho mai smesso di ascoltare le sue canzoni. Fine.

A ventiquattro anni ho fatto il negro per un famoso regista. Quasi tutte le mattine, per mesi; lui era sposato, mai pensato fosse gay. In ogni caso chi se ne importa, a me non cambiava una virgola. Lo aiutai a scrivere il soggetto per il suo nuovo film, poi il trattamento. Diceva «Ero depresso, mi era passata la voglia di far cinema, tu me l’hai fatta tornare». Dovevamo scrivere la sceneggiatura insieme, a partire dal lunedì seguente a quel week-end, aveva promesso che mi avrebbe fatto firmare. Io mi sarei accontentato anche di fargli da aiuto sul set. «Vuoi scherzare? Quello è il minimo!». Lo ringraziai, oltretutto lavoravo gratis da mesi. Ma lui era un maestro, l’avrei pagato io.

Prima di salutarmi, quel venerdì, mi disse: «Perché non vieni con me nella mia casa di V?» Lo guardai stranito. Aggiunse: «Dai, ce ne stiamo due giorni da soli come due vecchi froci» rise. Scherzava, o ci stava provando? Nel dubbio e nell’imbarazzo inventai una balla. Mio papà stava male. Non se la bevve. Il lunedì la sua telefonata non arrivò. Lo tempestai di chiamate: zero. Scomparve. Indagay. Era di quelli che si vergognano d’esserlo. Il “nostro” film fu presentato a Venezia. Incontrandomi al Palazzo del Cinema (ero in compagnia della bellissima Monica, un’attrice mia amica dai tempi dell’infanzia) lui si girò da un’altra parte, fingendo di non vedermi. In quel film storico c’erano parecchie ideuzze, battute e trovate mie. E i personaggi si chiamavano come i miei antenati. Pazienza. Lasciai perdere. Ricordo che mio papà voleva aspettarlo sotto casa, diceva che lo voleva menare. Ahah! Trent’anni dopo, quando ero diventato un pochino famoso anch’io, mi fece cercare dalla sua agente. Voleva che gli presentassi il suo ultimo libro a Cortina d’Ampezzo. Francamente…Declinai l’invito.

Più o meno a quell’età, 23, preparavo l’esame per diventare giornalista professionista (il praticantato mi era stato riconosciuto dai sindacati dopo anni da negro) e continuai a lavorare in quei piccoli giornali nei quali avevo fatto, per anni, le notti sane in tipografia. Prendevo cinquantamila lire al mese e la stanza in affitto ne costava 80mila. Un giorno fermai una signora per strada e rosso come un peperone le chiesi 50 lire per un pezzo di pizza al taglio. Fu l’unica volta che ho chiesto l’elemosina, mai più. Negro del cinema e negro della stampa. Sfruttato, certo, embè? Anche Jack London o Knut Hamsun sono stati sfruttati, uno scrisse capolavori come “Martin Eden” l’altro prese il Nobel per la Letteratura con il suo romanzo migliore, appunto, “Fame”.

In uno di questi giornali diventai sincero amico del direttore, un uomo assai colto, non simpatico, con il quale era piacevole parlare di letteratura moderna come di antichi greci. Era un “dotto”, all’antica. Citava Platone a memoria. Non era di Roma e lo accompagnavo spesso a cena fuori per non farlo mangiare in trattoria da solo. Era sposato, con figli, e ci capitava di “donneare”, antico verbo bellissimo che significa “confabulare di donne”. Una volta gli si ruppe la macchina, doveva tornare urgentemente nella sua città di provincia, pioveva, lo accompagnai con la mia. Non so se avesse bevuto o cosa. Mi staccò la mano dal volante e se la mise lì. Rischiammo di cappottare. Ma non aggiunsi una parola, tolsi la mano e basta, lo lasciai sotto casa con la valigia bagnata di pioggia e la mazzetta fradicia dei giornali e me ne tornai a Roma. Nel tempo restammo amici, ma il rapporto, ovviamente, si raffreddò.

Potrei concludere con un famoso politico della prima Repubblica, uno fra i più bersagliati dalle vignette di Forattini, conosciuto a un convegno, che m’invitò nel suo studio al Senato per parlare di Risorgimento, uno dei miei periodi storici preferiti, e che di punto in bianco prese il mio pollice e se lo mise in bocca come fosse un sigaro, ahahah ho troppo riso quella volta che schifo! Mai più visto, ovvio. Nonostante i suoi inviti. Peccato, poteva farmi comodo visto quant’è difficile lavorare in questo cazzo di paese. Ma che volete farci? Così è la vita.

Ero un bel ragazzo, quindi posso immaginarmi che vero inferno capiti alle belle ragazze e capisco che, nel loro caso, frequentare noi maschiacci sia una bella scocciatura. L’aspetto più intollerabile è pretendere favori sessuali in cambio di lavoro. Queste porno-intimidazioni vanno denunciate sempre e all’istante, costi quel che costi. Non si fa i moralisti vent’anni dopo. Perciò, senza malizia, vorrei chiedere alla Trevisan o alla Argento: a parte il produttore perverso americano, Kevin e Dustin o, ultimo della lista, il grande Tornatore, nessun idraulico, nessun caldarrostaro ha mai provato a molestarle? Davvero? Leggo su Vanity Fair (e sottolineo “vanity”) che la Trevisan è scoppiata a piangere perché il regista le avrebbe mordicchiato le orecchie e baciato il collo. Se è vero ha sbagliato, ovvio, come s’è permesso? Ma a tutti noi, o quasi, è capitato almeno una volta (magari per equivoco) di comportarci male con una donna. Poi si chiede perdono, e in futuro ci si controlla, si spera. Si chiama “anticamera della molestia conclamata”. La Trevisan non è stata stuprata, ha aperto la porta e se n’è andata. Se fosse stata giusta per la parte, Tornatore l’avrebbe scelta lo stesso, mica è scemo. O no?

In questi giorni tutti sembrano divi mancati e santi del paradiso. Qui su FB poi non ne parliamo: leggo tanti col ditone puntato a riempirsi la bocca della merda degli altri. A me pare il “redde rationem” dei vigliacconi. Come se adesso io vi avessi rivelato chi erano il mio cantante, il mio regista, il mio direttore di giornale (il politico è morto e pace all’anima sua). Ma non l’ho fatto allora né lo faccio oggi. E poi chi volete che fossero? Poveracci, con la fissa del sesso. Gay o etero è uguale.
I pedofili, invece, vanno denunciati vent’anni prima.

QUELLE RICERCATRICI IN GINOCCHIO COSTRETTE A BACIARE I PIEDI AI BARONI

Leggo le umilianti intercettazioni telefoniche fra Susanna Cannizzaro, neo ricercatrice all’università di Macerata, e il professor Guglielmo Fransoni, oggi agli arresti domiciliari, uno dei baroni universitari accusati di corruzione per aver pilotato le abilitazioni dei docenti. E mi viene da imprecare al cielo dalla rabbia e dallo strazio per quest’Italia mafiosa ormai anche nel cuore della gente (vessati e vessatori) e in cui le giovani eccellenze del pensiero sono costrette a prostrarsi ai capi bastone, ma a quelli perbene, ai “corleonesi” che sul biglietto da visita, invece di Don, hanno scritto solo On., o Prof., o Cav.

Ve le trascrivo, così come le riporta “Il Fatto”, stamattina:

«Devo dirti una cosa», premette il professor Fransoni. «Da che mondo è mondo si chiama per ringraziare, perché tu hai superato l’esame grazie all’appoggio».

Susanna, la ricercatrice che lo ha chiamato per avvisarlo che l’università di Macerata le ha richiesto alcuni documenti, fa il suo primo baciamano (in 5 minuti e 35 secondi di telefonata si prostrerà chiedendo 13 volte scusa e implorando per 4 volte perdono). Persino chi sgarra nella mafia s’inginocchia al Padrino dicendo tre o quattro “Vossia scusasse” di meno.

«Scusami, scusami tanto!»

«Non hai chiam…non ho sentito la parola grazie e non ti scuso, invece!»

LEI Scusami, scusami!

LUI Si chiama per ringraziare.

LEI Scusami, scusami tanto!

LUI E non ti scuso! Si fa così.

LEI Perdonami, perdonami. Io ti…sono molto contenta e ti ringrazio.

LUI Eh vabbe’, ti rendi conto che è tardiva la cosa. Tu chiami perché hai bisogno di un ulteriore aiuto, è tardiva! Vuoi il supporto, tu hai bisogno del nostro supporto per tutto.

LEI Ma io ho sempre bisogno.

LUI E allora cerca di meritartelo per la miseria!

LEI Perdonami, scusami.

LUI Ok, ci siamo capiti. Adesso non voglio più spendere parole su questo.

LEI Perdonami, Guglielmo, io non…

LUI Sei grande, ma quanti anni hai, quindici?

LEI Scusami tanto era solo la…

LUI Non ci sono giustificazioni! Sono chiaro?

LEI Scusami tanto, scusami, non era mia intenzione…

LUI Non è tua intenzione, hai fatto! Che ragionamento è? Stai parlando a vanvera, Susanna!

LEI Ti posso solo chiedere scusa…ti posso solo chiedere scusa e ti posso dire che io sono estremamente grata a te e a tutti gli altri. Mi dispiace solo di non averlo comunicato subito prima…di dare qualunque altra informazione. Ti chiedo scusa.

Allora, sazio di tante suppliche, tronfio di se stesso, ebbro del proprio potere, il maschio Alfa della nostra mafia da tutti i giorni, concede: «Mandami questi documenti, li esaminerò con attenzione».

Lei china per la tredicesima volta il capo: «Va bene, grazie, e scusami ancora».

In Italia dobbiamo ricominciare da zero, dalla prima infanzia. Prima di fargli dire “Mamma” e “Papà”, ai nostri bambini dobbiamo insegnargli una parola sola: “dignità”. E a tutti i capi mafia che infestano la vita pubblica -bambini- non si fa il baciamano, ma il vuoto intorno.

MENZOGNE D’ITALIA, QUELLO SPORCO BUSINESS

Il solo fatto che il caso Emanuela Orlandi torni in prima pagina e negli strilli dei tg in concomitanza all’uscita di un best seller annunciato, mette una tristezza infinita. Il documento prescelto per il lancio editoriale non è né vero né falso, ma puzza di vero pur essendo una patacca.

Nel leggere la formula “Sua Riverita Eccellenza”, in una lettera rivolta a un cardinale, mi è tornata in mente la battuta sprezzante di Luchino Visconti, che mi raccontò un suo amico, dopo aver visto La Dolce Vita di Fellini: «Quella è la nobiltà come se l’immagina il mio cameriere». In questo caso il Vaticano visto da un lavapiatti cinese, che non è tenuto a sapere quanto “Sua Eccellenza Reverendissima” sia più appropriato di un “Riverita” da paese di servi, quale siamo.

Un paese che, da sempre, col dramma ci pasteggia a champagne e si diletta a danzare con la menzogna che, in questo caso, ha il bel viso da sventurata di Emanuela, una specie di Corradino di Svevia dell’Italia moderna. Il piccolo imperatore sedicenne fu decapitato a Castel dell’Ovo di fronte alla folla ammutolita. Lei uccisa mille e una volta, sui giornali alla tv nei libri al cinema, gettata in pasto a questo paese chiacchierone che non conosce né il pudore né la sobrietà, almeno quella, del silenzio.

Il portavoce Vaticano ha definito “falso e ridicolo” l’ennesimo “scoop” sozzo del sangue di una minorenne. Ma falsa e ridicola risuona più alta ancora la menzogna nel cuore della cristianità. Basti pensare alle migliaia e migliaia di altri reati pedofili commessi dai sacerdoti e coperti per secoli dalle autorità vaticane. Tutto per il timore di perdere potere e credibilità, negando ciò che di più sacro c’è in quella religione: la confessione, la misericordia, il perdono.

Dispiace che Francesco domenica prossima non spalancherà la finestra per arieggiare San Pietro e contagiare lo Stato confinante con una parola di verità su Emanuela. Di sicuro troverebbe, appostato a un’altra finestra, un cecchino per assassinarlo, o meglio ancora qualche domenica dopo, tanto per depistare, al termine di un discorso che non c’entrerebbe nulla ma su cui le tv potrebbero sbizzarrirsi ancora e ancora.

Può certamente darsi che, intrecciata alla vicenda della ragazza scomparsa, ci fosse la banda della Magliana, o che il papà di Emanuela dovesse essere “avvertito” di non azzardarsi a testimoniare ciò che sapeva del crack del Banco Ambrosiano e del “suicidio” di Roberto Calvi, il banchiere di Dio, sotto il ponte londinese dei Frati Neri, o che invece bisognasse zittire Alì Agca (tutto questo è  estremamente eccitante per il giornalismo folkloristico di casa nostra). Sta di fatto che la verità credo sia più arida e nuda.

Una ragazza sacrificata come un agnellino in una messa nera a sfondo sessuale celebrata da qualche mammasantissima della chiesa. Forse, chissà, era pure rimasta incinta. E visto che era cittadina vaticana, e non si poteva lasciar tornare a casa da mamma e papà a raccontare l’accaduto, l’avranno ridotta al silenzio in un prezzolato manicomio inglese, svuotandone la memoria fino alla morte.

Vero o no chi può dirlo? Soltanto Francesco, ormai.

Che parli allora, il Papa, invece di far muovere accuse di “falso e ridicolo” al suo “Riverito” portavoce.

La verità ci ha fatto battezzare cristiani ma la menzogna ci sta facendo morire italiani.

ESSE O ESSE ULTIMO AVVISO ALLA TERRA

“Buona domenica, io sono una staffetta con le ali, portavoce di Madre Natura, e quelli grigi e sciocchi nei palazzi sullo sfondo di questa foto siete voi, senza offesa, o magari anche sì. Dice Madre Natura -vi riporto testualmente le Sue parole delle 5:26 ora italiana-: «Sono molto rammaricata, figli miei, di vedermi costretta ad avvisarvi, con turbolenze e terremoti, con lo scioglimento dei ghiacci, con tifoni, tsunami e tornado, che la vita è in agonia per la vostra stessa ingordigia che sta finendo col divorare se stessa, come un padre impazzito che mangi i propri piccoli. Faccio appello a tutti i bambini, ai giovani, alle mamme come me e agli ultimi saggi: ribellatevi con tutta la fragile forza che avete! Impedite alle orde più oscure e malvagie della Terra di portare a compimento il loro nero disegno d’Ignoranza. Contrastatele con la potente luce della Conoscenza e dell’Amore!».

A questo punto, prima di spiccare il suo volo ferito, la staffetta portavoce di Madre Natura (nella foto) ha concluso: “Ho letto ieri sul Wall Street Journal -ormai anche noi volatili abbiamo imparato a leggere per disperazione- che gli Stati Uniti avrebbero deciso di non uscire più dagli accordi di Parigi negoziati nel 2015 dall’amministrazione Obama, facendo dietrofront su quanto invece annunciato dal presidente Trump. Che spettacolo, ragazzi! A questa notizia, tutti gli animali del mondo hanno gioito in un’esplosione di cinguettii e ruggiti, latrati, grugniti, miagolii entusiasti e muggiti dolcissimi. Ma poco fa, purtroppo, quella scema della Casa Bianca ha dichiarato che «Non ci sono stati cambiamenti nella posizione degli Stati Uniti sugli accordi di Parigi. Come il Presidente ha chiarito già abbondantemente gli Stati Uniti si ritireranno. A meno che non riusciranno a rientrare con termini più favorevoli al Paese».

Di “favorevole” c’è solo che te ne vada all’inferno, presidente Trump & Company, dico io. Vi ho augurato buona domenica, ma ora aggiungo maledetta domenica, fratelli umani. Statevene pure ripiegati sui vostri sterili “me stesso” continuando a specchiarvi su quegli smartphone del cacchio, oppure reagite, buon Dio, reagite! Se un ragazzino cinese è riuscito a fermare i carri armati, voi che siete milioni e milioni è mai possibile che non riusciate a impedire la distruzione del pianeta?”.

E con un sospiro e un impercettibile singhiozzo, scrollandosi tutto il dolore del mondo dalle ali, l’uccello della foto è volato via.

I COMANDAMENTI DI NINO

Ci sono persone che non si capacitano, come i bambini, i folli, i poeti, e come il giudice Nino Di Matteo che sopravvive da 20 anni sotto scorta. In un paese in cui ormai quasi tutti si capacitano di tutto (e di questo capacitarsi d’ogni più sozzo fatto gli italiani “che sanno” menano pure vanto, con quel sorriso di cinismo da Titanic sotto i baffetti, sorseggiandosi un drink mentre tutto affonda, oggi tanto di moda), anch’ io non mi capacito, semplicemente perché non ci riesco. E così mi guardo Di Matteo – ieri alla Versiliana – con lo stesso candido trasporto di quando andavo al cinema parrocchiale da piccolo, e ogni cosa che dice mi risuona più o meno come la voce di Dio che scolpiva i dieci comandamenti sulle tavole di Mosè, interpretato da Charlton Heston nel colossal di DeMille. Per esempio (ma è una battuta cinematografica?): «C’è un dato che nel dibattito pubblico viene spesso dimenticato. Ed è quella sentenza passata in giudicato che condanna Marcello Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, è stato ritenuto colpevole della stipula di un accordo fra Silvio Berlusconi e le famiglie mafiose più potenti di Palermo. Un patto siglato nel 1974 e rispettato fino al 1992». Vi sembra cinema? Invece è vero. Assolutamente vero. Sancito da tre gradi di giudizio. Non capacitiamocene, mai. Non è Charlton Heston o Yul Brinner ma sempre Nino che parla sugli schermi della nostra anima italiana schizzati di sangue e fango: «Negli stessi giorni in cui emergevano queste motivazioni della Cassazione, Matteo Renzi, il presidente del consiglio d’allora, discuteva proprio con Silvio Berlusconi, su come riformare la Costituzione».

La Messa di Requiem all’Italia di oggi è finita. Andate in pace. Ma non capacitiamocene più, altrimenti quell’accordo fra Stato e Mafia l’abbiamo firmato pure noi. Amen e buon The End, ops, volevo dire week end.

(Nella foto il PM Nino Di Matteo)

DOLCE ORFANELLA BIANCA NELLE GRINFIE DELL’ISLAM

Stamattina in prima pagina l’autorevolissimo Corriere della sera, copiaincollando l’autorevolissimissimo Times, informa la Nazione che, aperte virgolette: “Da sei mesi una bambina britannica di 5 anni è stata sottratta alla famiglia di origine e affidata in custodia a donne musulmane. Donne che in pubblico girano coperte dal burqua e in casa osservano rigidamente i precetti dell’Islam. E che l’hanno sottoposta a un vero lavaggio del cervello. Prima di tutto le hanno tolto dal collo la catenina con il crocifisso. Poi hanno deciso che imparasse l’arabo e infine le hanno negato la pasta alla carbonara: c’è dentro la pancetta di maiale considerato cibo impuro”. Chiuse virgolette.

Immagino che Matteo Salvini, leggendo queste righe, si metterà a fare la “ola”. A me invece viene da far le pulci al Times, che tace le sue fonti per non violare la “privacy” della creatura, e le pulcissime al Corriere della sera che rilancia, senza prove, questa bomba nucleare nel cervello degli italiani terrorizzati da chiunque non dica “Aoh” come Totti, non mangi la cassoeula lombarda, e la notte abbia l’incubo di assumere come colf una jiadista travestita con la scimitarra affilata sotto al grembiule.

Innanzitutto una bambina inglese di 5 anni, data in affido a una famiglia sconosciuta, che come si siede a tavola pretende un piatto di spaghetti alla carbonara, già mi suona bizzarro o, come minimo, maleducato. Il fatto che le insegnino l’arabo non capisco poi che scandalo sia. Se noi adottassimo una bambina araba insegnarle qualche parola d’italiano sarebbe la prima cosa che faremmo. Infine, se veramente le avessero strappato dal collo la catenina con la croce, regalo di battesimo di nonna, la domanda è un’altra: è mai possibile che nel 2017 i servizi sociali di una città come Londra affidino una creatura a delle integraliste islamiche che girano col burqua anche in cucina, detestano la matriciana e -presumo- anche la coda alla vaccinara e la trippa alla romana e che hanno nei confronti della croce la stessa reazione di Linda Blair ne L’Esorcista? Perché a me di “posseduto” qui mi sembrano più il Times e il Corrierino della sera, che stamattina mi ha ricordato quello dei Piccoli che leggevo nel ’63, col Signor Bonaventura e la favola della Mammadraga.

Tra l’altro non è strana questa famiglia composta di sole donne musulmane? Ma quante sono esattamente? Tipo harem? Non saranno delle “drag queen” islamiche? Corriamo a Londra, fratelli! Mettiamola a ferro e fuoco! Liberiamo la piccola martire cristiana dal feroce Saladino che l’ha posseduta!

MORIRE IN BIANCO E NERO

Ieri è morto Jerry Lewis, il grande comico americano, e i giornali di tutto il mondo gli dedicano la prima pagina. Ma ieri è morto anche Dick Gregory, il primo grande comico di colore. Far ridere,  prima di lui, ai neri era vietato. E i giornali gli dedicano solo un trafiletto. Eppure era il Martin Luther King dell’ironia. Il Malcom X della risata. Come questa sua strepitosa battuta: «Dicono che abbiamo molti astronauti di colore. Ma li teniamo di riserva per la missione sul Sole».

ITALIANI SI DIVENTA

Fa incazzare l’anima dover assistere alla marcia trionfale di quegli italiani, politici e no, coi loro ego tromboni e nauseabondi festanti per il rinvio a chissàmaiquando della legge sullo ius soli. Occorrerebbe invece approvare la legge contraria: la perdita del passaporto per chi non riconosce agli altri il diritto di essere italiano. Noi siamo emigrati in tutto il mondo come rondini. L’Italia è il nido del mondo. Chi lo rompe, paghi. Italiani si diventa.

L’ULTIMA CENA

Quando gli italiani sapevano ancora ridere ferocemente di se stessi, nei mitici anni del boom, precisamente nel 1963, Cesare Zavattini scrisse un soggetto per Vittorio De Sica proprio con questo titolo “Il boom”. Era la storia di un piccolo imprenditore edile, un Paperino indebitato fino al collo (Alberto Sordi) ridotto a vendersi una cornea per ridare la vista al marito di una megera milionaria. Mi è tornato in mente stamattina, sessant’anni dopo, oggi che il boom ha cambiato casa e continente, noi siamo diventati le vacche magre e i paesi poveri di un tempo come l’India, le tigri asiatiche. Ed è proprio di tigri che vi voglio parlare.  Nell’Uttar Pradesh – racconta il Times indiano – c’è un parco naturale, una riserva protetta in cui vivono le ultime 12 tigri. Al di là della recinzione sopravvivono (male) alcune famiglie di contadini che, come l’Albertone nazionale nostro, non sono sopravvissute al boom, cioè sono più povere di prima. E questa è la notizia: stanno aumentando i casi di persone sbranate dalle tigri. Si tratta di uomini e donne tutti in età avanzata che vivevano in famiglie disagiate. Le compagnie di assicurazione, costrette a risarcire per legge i congiunti con 500 mila rupie (circa 7000 euro), si sono insospettite, anche perché tutte le tigri avrebbero consumato il loro pasto fuori dalla riserva. Infatti chi si avventura senza guide di notte nella riserva lo fa a proprio rischio e pericolo e l’assicurazione non paga. E così sta emergendo la verità: poveri vecchi che si immolano per salvare le famiglie con l’accordo dei parenti. Altro che una cornea. Gli Alberto Sordi indiani si fanno sbranare e i congiunti, con un trattore, recuperano i loro resti nel parco e li fanno ritrovare dalla polizia nelle campagne attigue ai villaggi. Ho pensato alla loro ultima cena a casa, con i familiari, prima di addentrarsi da soli fra le tigri. E l’ultima cena di Gesù, con Giuda e gli altri, mi è sembrata, in confronto, una piccola cosa.