BECCO DA SCHIAFFI

Adoro quest’uccellino incantato dal mistero, che osa. Osa entrare in un nido da giganti dove tutto può schiacciarlo, ma lui ha un gran becco da culo, fischia e se ne infischia (di paura ne ha tanta, spasmodica, non credete, ma è più forte il suo spirito d’avventura). Dovremmo avere tutti questa magica incoscienza, anche con facce da schiaffi, bussando o senza bussare, attraversando stati mentali a volo libero, perché solo volando senza rete puoi trasformare spazi di angoscia in estasi di gioia. Quest’uccellino è un mago, cinguetta e osa, ci può essere un assassino nascosto nel garage, un bambino con la fionda, un gatto; chissenefotte, vero uccellino? Entriamo. Per una carezza o un po’ di miglio si fa questo e altro: una rivoluzione. Bisogna fare irruzione in altri mondi, sfidarli con quel beccuccio da impunito, rischiando una fucilata o una porta in faccia. Puoi restarci secco -ovvio- e ti ritrovi ombra. Un po’ triste, ne convengo, ma anche le ombre volano, soltanto quelle, però, che hanno saputo fiduciose osare. Poi viene primavera e riprendono corpo e piumaggio, ritornano come falchi o aquile reali, o bambini ribelli, o forme di pensiero, libertà, rivolte, amori, o come semplice goccia splendente nell’oceano. Grande uccellino col tuo becco da schiaffi, ti guarderei per ore e ore. In questa mattinata di sole e d’ombra ti devo la vita.

LA FORZA CHE NASCE DAL BASSO

La strada, la periferia del mondo, il degrado, l’essere stati bambini miserabili, questo braccio di ferro immortale, la loro rabbiosa felicità, tutto sembra congiurare contro questi due giovanissimi lottatori, tutto -purtroppo – ci lascia superficialmente profetizzare: che razza di vita li attende? Chi li salverà? Il mondo globale sembra fatto apposta per umiliare, schiacciare, emarginare e fottere due piccole anime così. Ma se uno solo di loro riuscirà ad affrancarsi, a mangiare libri e avventure, a benedire il proprio inferno, a farsi sotto nel paradiso mediocre dei benestanti, non vorrei essere nei panni di uno dei nostri viziati bambini. Perché si può essere favoriti dai padri, dai licei in cui hai studiato, dai denari ereditati, dal culo di essere nati in città felici, dalle amicizie facoltose e dalle raccomandazioni, ma se un giorno ti trovi a competere con qualcuno riuscito a emergere da queste giungle suburbane, sei fritto, spacciato e te lo ricorderai per il resto della vita. È nel basso profondo e nel fango che si rispecchia il più puro azzurro del cielo.

IL PARADISO DI TUTTI I GIORNI

Apprezzare il peggio è un buon metodo per essere sereni, anche divertente. Si pensi alle persone che ci osteggiano, ai modi o ai ragionamenti altrui che disprezziamo, a tutto ciò che di solito ci fa schiantare i nervi, a quegli animali indisponenti come i piccioni che ci lordano il terrazzo e ci grugano l’anima, e si rivolti il tutto come una frittata. Ora si pensi agli esseri fantastici, alla grande musica, a tutto ciò che ci risulta bello, carezzevole, familiare, sacro, indice di fortuna e prosperità. E si rivolti la frittata un’altra volta, donando questo a quelli, elargendo a tutti i piccioni del mondo (per primi gli uomini che ci grugano le palle) l’amore di mille mamme, l’effervescenza stellare del bacio più incantevole della nostra vita, dipingiamoli da capo a piedi con la luminosità incantata di una giornata d’infanzia al mare, insomma, svitiamoci e riavvitiamoci il cervello. Miracolo! Adoro i miei piccioni, senza non potrei stare. E invece di bestemmiare a quell’ovetto deposto proprio adesso in un angolino del balcone, lo curerò come se fosse la culla di mia figlia. E tu, caro nemico mio, cosa t’inventerai quest’oggi per guastarmi l’umore? Ti rivestirò di una tale mareggiata d’amore che ti sentirai avvolto da un manto d’ermellino e stelle e mi guarderai sbalordito: «Perché mi doni questo? Io sono cattivo con te!». No, sei sfortunato, è diversa cosa, ti meriti tutto il mio affetto perché non vedi, dietro il polverone di rabbia da te stesso alzato, la sovrumana bellezza della vita.

Non dico che sia facile ma è un metodo, una disciplina, un impegno costante, quasi un dovere – se non vuoi esistere invano – amare per prima cosa tutto ciò che ci risulta odioso, colorare d’azzurro il nostro libro nero. Non c’è nulla di melenso (anime belle è solo una definizione delle anime di merda) al contrario, ci vuole una muscolatura spirituale da asceti di Serie A. Però anch’essa si acquisisce un giorno dopo l’altro come gli addominali frequentando una palestra, e tra gli altri benefici, ti fa molto ridere, perché crea un buffo scompiglio emotivo in chi ci vuole male, fa scricchiolare le stesse istituzioni, trasforma gennaio in ferragosto, gli uomini in albatros, e questo mediocre inferno quotidiano nel paradiso di tutti i giorni.

(Foto Alex Kebotar, premio Pulitzer)

LE VOCI DI DENTRO

Ieri mi sono fatto un’intervista. Anche voi, vero, ce l’avete una voce interiore che vi fa domande a sorpresa? No, perché essere pazzi insieme è bellissimo, da soli così così. Adesso non so se questa voce interiore sia quella della coscienza, o di me bambino, dell’anima, del Sé eterno o di mia nonna, fatto sta che mi fa domande a bruciapelo, a volte storiche come se fosse Indro Montanelli, tipo: «Che avresti fatto l’8 settembre del 1943?»

Premesso che io sarei nato dieci anni dopo, la “voce Indro” pretende una risposta al volo. Cosa avrei fatto quando il generale Badoglio proclamò l’armistizio, il re vigliacco fuggì da Roma, l’esercito si sfaldò, i tedeschi nostri alleati diventarono nostri nemici, un grande gong suonò l’inizio della Resistenza, e altri ragazzi (alcuni con candore, per non sentirsi traditori, tra questi anche Dario Fo) si arruolarono nella Repubblica di Salò? La voce interiore non accetta i “Ma che ne so?”, m’incalza, mi scassa la minchia.

Le rispondo che sarei andato in montagna, partigiano, e quella mi fa «Sì, sì, perché no?, può darsi, ma se fossi stato, metti, un tenente di vascello tu forse saresti andato col re nell’Italia del Sud già liberata, non appresso a quella corte di cortigiani vigliacconi che ti avrebbe fatto vomitare, ma solo per fedeltà alla bandiera. Di certo non eri fascista e non lo sarai mai, e di certo non saresti tornato a casa gettando l’uniforme sotto le macerie. Quindi delle due l’una: o con una banda partigiana o a Brindisi, magari a Bari, speaker di Radio Bari Libera, e chissà che la tua reincarnazione precedente non fosse proprio quella che incitava a ribellarsi ai nazisti da Radio Bari e trasmetteva “Chattanooga Choo Choo” dell’orchestra di Glenn Miller?»

Uffa, che rodimento però, il problema con le voci di dentro è che bisogna essere sinceri a 360 gradi, altrimenti ti si guasta la giornata. Troppo facile credersi il “partigiano Johnny”, bisogna immedesimarsi anche in ruoli scomodi o orrendi, io faccio il romanziere ed è un dovere provare a indossare anche un’anima di merda, come quella di un SS a Sant’Anna di Stazzema, lanciare un neonato per aria e sparargli ridendo, fino a sentirmi colare sulla testa gli sputi degli angeli dal cielo, perché bisogna imparare a immedesimarsi in tutti, anche nei demoni, e poi fare la tua libera scelta, decidere chi vuoi essere davvero e con chi stare. E io sto coi poveri e con gli infelici, con gli uomini fantastici e con i vagabondi delle stelle, mica perché sono bravo e buono ma perché ci sto senza sforzo, è la mia tribù.

Altre volte m’intervista una voce interiore frivola, genere inviata di “Chi” o “Novella 2000”, che mi fa domande da gallina di Banderas, del tipo: «Stai sull’autobus e vedi Carla Bruni con la chitarra in grembo, che piange, ulula e si dispera perché Sarkozy l’ha mollata, vorresti consolarla, come fai?»

Ma di solito la mia voce interiore è meno frivola, come quella di poco fa, che mi ha chiesto a muso duro: «Ti sto puntando una pistola alla tempia. Puoi salvare tre cose della tua vita. Quali salvi? Rispondi immediatamente o sparo».

Ho risposto: «La meditazione, l’amore, gli altri».

Lei, bontà sua, ha abbassato il revolver e mi ha lasciato andare.

E tu che cosa salveresti? Quali tre cose sono, per te, fondamentali?

NOI, PESCI NELLA RETE

Nessuno ne parla ma Facebook è cambiato, prima era un mare aperto ormai è una confortevole pozzanghera con la tua immagine riflessa in altre simili alla tua, al massimo, se hai tanti amici, è un laghetto artificiale per un rito, un bagno poco purificatorio di narcisismo di gruppo che non riproduce quasi più le diversità, i vaffa, le dissonanze fra noi, ma ci lecca il culetto e ci compiace, ci acconsente come mammà un neonato, mentre il mondo adulto, il mare di fuori non è certo così consenziente con noialtri. O sbaglio? Be’, preferivo gli squali, chi mi sputava, le orche marine del web, gli spazi profondi di personalità a me estranee, le tempeste verbali, imbattermi in opinioni che non condividevo, perfino in contenuti che aborrisco (i nazifascisti, quelli che parlano solo di cibo, o i bulimici dell’esoterismo coatto, i bimbiminkia di tutte le età e le latitudini) piuttosto che aggirarmi senza emozioni e turbamenti in questa melassa autoconsolatoria in cui quasi tutti la pensano come la penso io, o nel vedermi riprodotti incessantemente (come nella più soffocante pubblicità televisiva) gli stessi video sui quali cliccai sbadatamente o meno due anni fa: che palle! Ma allora a che mi serve Facebook? Mi tengo la famiglia, il vicinato, la mia vecchia amante che mi manda affanculo come solo lei sa, la cena annuale con gli ex compagni di scuola. Che clicco a fare? La potenza del mezzo, che un tempo era nelle nostre mani, è passata al servizio dei padroni. Gli abbiamo donato i nostri dati sensibili, gusti, consumi, vizi, abitudini (ma davvero vi credevate che la Rete fosse gratis? Non c’è niente di gratis, si paga tutto, ma su Facebook lo paghi in modo fittizio e più insolente di una bolletta della luce). Risultato? Un bell’algoritmo selettivo che sbatte e relega ciascuno nella sua esclusiva riserva indiana. Preferivo essere un figlio di puttana per un qualche anonimo pirata del web piuttosto che un figlio di un algoritmo che ha ordinato, pisciandomi sulla testa: “Ora che so come la pensi, caro gnocco, ti accontento”, ed eccoci tutti qua, serviti, noi “simili”, noi tribù dal profilo di tipo A o B o C, a sciacquettarci in questa cliccante pozzanghera azzurra al sapore di mare come un bagnoschiuma taroccato cinese. Ricordate quando il verbo di Internet era “navigare”? Il Facebook di adesso è sempre “navigare”, ma senza mai uscire dal porto. Dalla rete siamo finiti in padella, fritti nello stesso olio. Se per voi questa si chiama libertà, ridatemi Minzolini direttore del Tg 1, me lo riguardo a puntate come “Gomorra”.

DIARIO DI UNA FOLLE DOMENICA DI PRIMAVERA

È l’alba e sfoglio Repubblica con mezza mente ancora nei sogni e l’altra mezza affacciata sulla veranda della realtà. Leggo il titolo “La fuga del bandito senza pietà/Fermatelo, può fare altri morti!” Penso che ci si riferisca a Donald Trump. Ma la metà di me con la tazzina in mano davanti alla primavera mi avverte che no, stanno parlando di “Igor il Russo”, il killer di Budrio, e non di Donald l’Americano, il gendarme del mondo. Così, di questa domenica all’alba, la prima cosa con cui s’impasta la mente nel rosa nebbioso è la rabbia per il consenso senza dignità dei leader dei paesi europei, compreso Gentiloni nostro (così tanto gentilone con Trump che mi viene da gridare). È orribile questa gentilezza con la vendetta armata del Kim Jong-un di Washington, del coreano-americano con l’anima da hamburger. Perché bisogna avere il  ketchup spalmato sui neuroni cerebrali e la senape sul cuore per non capire quale razza di odio viscerale e di guai collaterali innesca un intervento armato unilaterale USA su uno stato sovrano come la Siria. Non a caso il dittatore coreano (talmente speculare a Trump da sembrare il suo gemello con gli occhi a mandorla) ha dichiarato ieri che “L’attacco Usa giustifica l’atomica”. L’umanità, certo, non può tollerare chi stermina bambini con i gas. Ma neanche lo sterminio degli innocenti quando sono gli Usa e i suoi alleati a sganciare bombe sulle aree più povere e culturalmente emarginate del pianeta. Offrire gentilissimo, incondizionato consenso ai capricci armati del Kim Jong-un della Casa Bianca vuol dire che l’Onu è impotente e l’arte della politica è morta come quei bambini asfissiati da Assad, dai ribelli, o da chiunque sia stato. Che bisognasse averne contezza “prima” d’intervenire dovrebbe essere superfluo ribadirlo. Non sono simpatizzante dell’Isis né, se fossi arabo, sognerei mai di aderire a quelle sanguinarie follie, ma se malauguratamente fossi nato da quelle parti oggi avrei un motivo in più per scaraventarmi con un camion sulla folla, in Europa, e pareggiare un’altra volta i conti. Se si ha avuto la fortuna di nascere in America o nelle nostre ben nutrite città, non bisogna mai abbandonare la ragione per la risposta armata, mai.  A perseguire l’occhio per occhio si diventa ciechi. Non c’è bisogno di un genio per capirlo. Ma Donald non lo sa. E a Merkel, Gentiloni & Co., che invece lo sanno benissimo, non conviene saperlo. Che vergogna, che pena quest’Europa.

Nel frattempo mi sono completamente svegliato e il mattino è di una bellezza oscena, in confronto a queste macabre notizie. Su Repubblica non c’è scritto il titolo più importante “Che fortuna essere vivi in questo fantastico universo”. Non bisogna lasciare la nostra mente indietro, ai leader di un pensiero morto. L’Anima Mundi sta andando avanti, e noi non possiamo permetterci di perdere il nostro appuntamento con l’infinito. Guardiamoci in tasca, invece, perché ci sono nascoste le chiavi del paradiso. (La religione non c’entra). E tutti noi che ancora possiamo, facciamoci un sorriso. Buona domenica!

FRANCESCA LA PASSATRICE INCRIMINATA DAL GIUDICE PER REATO DI FRATERNITÀ

E poi ci sono queste ragazze, anche in Italia, che invece di maledire il buio lo illuminano, e pagano la bolletta sulla loro pelle, la bolletta di energia di un’anima lucente con cui fanno strada ai diseredati, ai vagabondi delle guerre e li scortano attraverso le frontiere, per una nuova vita da improvvisare o per una notte di tregua. Questo fa Francesca, la passatrice, non certo per soldi insanguinati, come quei nocchieri carogne che traghettano migranti sui barconi-bestiame, ma per amore, solo per amore.
Sono fiero di te, ragazza che non conosco, e poco me ne sbatte di quei miserabili di casa nostra che non sanno far altro che cacciare gli altri al grido odioso di “tornatevene a casa”, ma più gridano più emigrano da loro stessi per sempre, e rimangono a casa sì, ma al buio pesto.
Francesca, di Madonna dell’Olmo (Cuneo), una laurea in Economia con tanto di master, invece ci fa luce a tutti, col passaporto o senza, perché «Sono sopravvissuti alla Libia, agli scafisti, al mare. E muoiono come cani a Ventimiglia. Come fai a girarti dall’altra parte?». Francesca è una criminale, il suo reato è la solidarietà, meglio, la fraternità, pertanto è stata arrestata l’8 novembre alla guida di un furgoncino bianco sulla A8, a Mentone. I poliziotti francesi e italiani la stavano braccando da Ventimiglia. Nel furgone, assiepati, c’erano un cittadino del Ciad e sette ragazzi eritrei.
Martedì scorso, è stata giudicata dal Tribunale di Nizza. Si è rifiutata di rispondere alle domande della corte. Il procuratore ha chiesto otto mesi di carcere e due anni d’interdizione dal territorio francese, ma il giudice c’è andato meno pesante. Quando però il suo avvocato l’aveva difesa in nome dell’emergenza umanitaria, e il procuratore aveva alzato le spalle sbuffando d’indifferenza, Francesca ha parlato: «Gli ho detto che io non vedo la frontiera, che la frontiera non esiste, e dunque non c’è alcuna illegalità in quel che faccio. Quand’ero piccola ci passavo sempre d’estate con la mia famiglia. Nessuno ci ha mai fermato. Allora diciamo le cose come stanno: quello è solo un filtro ingiusto e disumano per le persone di colore».
I miei connazionali più vuoti gli scrivono su Facebook: «Grazie per aver portato via dall’Italia otto rompicoglioni» e le augurano: «Spero che ti arrestino e gettino la chiave». La passatrice, invece, è il mio fiore all’occhiello, stamattina. Per 300 euro al mese Francesca lavora nella Nizza vecchia per un’associazione che fa da ponte fra i migranti che sono riusciti a scavalcare il muro della frontiera che c’è solo nella mente e le famiglie francesi disposte ad accoglierli. Poi fa gli “straordinari” gratis, rischiando il carcere per i suoi fratelli invisibili. Eccone un paio, con lei nella foto, che ho preso dal suo profilo Facebook. Hasta siempre, comandante Francesca. Il tuo sorriso e quello dei tuoi piccoli “passeggeri” oggi mi assicura una giornata splendente. Grazie.

ASSASSINI S.p.A

Colpi d’ascia in faccia alle mogli, martellate ai bimbi, sprangate sugli sconosciuti per uno sgarbo da nulla, gli “insospettabili” ormai uccidono a raffica con una ferocia raccapricciante. I cronisti li chiamano raptus, confortati dai vicini di casa che, per chi crede nei raptus, (come se il male lo portasse il vento o gli starnuti), saranno tutti a loro volta terrificanti assassini potenziali. Gente che se si prende il “raptus” di questa influenza, non hai scampo, sei fritto.
“Una famiglia normale, gente tranquilla…” non si può più sentire. Uccidere è difficilissimo, perfino in guerra ci sono cecchini che vanno in pensione coi rimorsi, ammazzare i tuoi cari in questi modi selvaggi poi, devi aver frequentato l’università della ferocia per anni, esserti laureato in disprezzo assoluto del prossimo e aver conseguito un master in sevizie e scotennamenti, roba da jihadisti, altro che “gente tranquilla”, demoni furibondi.
Non c’è niente di tranquillo nella vita che siamo ridotti a vivere in queste città disperate e spente. Come dei impotenti, piccoli Zeus incapaci di darci gioia e di donarla, ci infuriamo con chi capita capita, accusandoli di averci sfasciato il nostro regno giocattolo e gli rompiamo il loro. L’Italia è una repubblica fondata sul risentimento. E quando l’odio è di Stato e il disprezzo sostituisce il “come stai?” non c’è nulla di cui star tranquilli. Ma che diavolo ci è saltato in testa di credere che questo nostro modo di vivere costituisca la normalità? Ecco perché la “brava gente”, le famiglie “tranquille”, i “normali”, mi fanno accapponare la pelle.

LA RIVOLUZIONE PER DIVENTARE FANTASTICI

Come mai siamo così distanti da una pur vaga felicità? Perché, da così troppi anni, ci siamo imbruttiti, ottusi e inferociti? Lo verifichiamo nell’enfasi gridata dei telegiornali e dei dibattiti eccitatissimi -mai dal bello- ma da ogni sorta di infamia, di corruzione, di stragi e, alternativamente, di sciocchezze pettegole, di canzonette senz’anima, di comicità poco intelligente, il tutto sepolto da carrellate di prodotti in vendita, come anche noi siamo, merce umana, anche qui su Facebook dove tutto è gratis solo per i gonzi, perché siamo più schedati che negli archivi della polizia segreta fascista.

Dove siete finiti, miei italiani dagli occhi radiosi? Dove l’avete nascosta la vostra cordialità, il buonumore, la caparbietà di rivoltare il mondo con le vostre mani e le vostre idee? Non ditemi che è colpa dei politici, di Equitalia, della Kasta, della mancanza di lavoro o delle tasse. E non credete a chi ve lo dice. Non credete mai a chi vi indica, in qualunque “altro” o cosa, il vostro nemico e tiranno. Perché vi sta sfruttando. E deviandovi l’anima dalla sua traiettoria perfetta.

Solo la gallina di Banderas nella pubblicità delle fette biscottate non vedrebbe da sé l’Italia com’è malmessa, non si parla d’altro che di orrori, e il male contagia. L’ultimo delinquente che ha sfregiato una donna con l’acido probabilmente ha imparato dai giornali o dalla tv come si fa. Dunque non abbiamo bisogno di sedicenti “onesti” che accusino di ogni nefandezza la parte avversa, né viceversa ci aiuterà esultare con quest’ultima, quando anche nella banda degli onesti salterà fuori, inevitabilmente, una magagna.

Noi abbiamo bisogno di quiete. È la quiete che precede la rivolta e non l’inverso. Noi abbiamo il dovere di comprendere che questo spettacolo orribile non ci sarebbe se non provassimo una frenesia suicida nel contemplarlo: una sporca gioia.

Quell’ortopedico, ebbro di partecipazioni tv, che ieri si è rivelato un orco, capace di irridere i propri ignari pazienti ai quali, per lucro, impiantava protesi inutili, non è “altro” da noi, non è un mostro da incubi, fa parte della nostra comunità; non dovete domandarvi “perché l’ha fatto?”, la domanda più pertinente è “perché non avrebbe dovuto farlo?”.

Abbiamo perso il sacro della vita. E sconfiggere politicamente questo o quello non cambierà la brutta piega che ha preso il nostro tempo. Verranno nuovi idoli, nuovi leader e nuove cocenti delusioni, perché la vera rivoluzione, la prima, si fa da soli. Il nemico è interiore. Vederlo nel prossimo e nella storia è la più grande bufala di tutti i tempi. Senza muscolatura spirituale, senza aprirci al bello di ogni più piccola manifestazione dell’esistenza, senza esercitare ogni giorno la nostra volontà politico-spirituale facendo per gli altri e per il nostro paese precisamente ciò che vorremmo ricevere noi dal mondo e dal prossimo, non ci riprenderemo mai, è impossibile.

Ma ho molta fiducia, ci sono tante persone che hanno capito perfettamente quel che dico e lo stanno già praticando. E questo è meraviglioso come il mare di Capo Caccia ad Alghero, la Sagrada Familia di Gaudì a Barcellona o quell’albatro solitario che (è stato testimoniato) ha circumnavigato il globo in soli 46 giorni. Che dolce invidia mi fa la sua incrollabile forza d’animo. Imitiamolo chiusi da soli nella nostra stanza. Perché ci vuole metodo per diventare fantastici.

 

 

 

PER UNA PRIMAVERA RIBELLE

Antonino Caponnetto, capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo, con i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino negli anni intensi dell’attivita’ del pool antimafia in un’immagine del 1986. ANSA / ARCHIVIO FAMIGLIA BORSELLINO

In questo primo giorno di primavera l’Italia ricomincia a fiorire, nonostante tutto il fango e le sozzure, perché la bellezza rinasce sempre, indomabile e sacra. Colgo la margherita più semplice e bella e la porgo nell’universo a Falcone e Borsellino. Ma non in memoria delle rispettive stragi, di quando la vendetta mafiosa e di personalità dello Stato italiano dilaniò i loro corpi e quelli dei ragazzi e delle ragazze della scorta, no, troppo facile glorificare i morti. Ci fa sentire più buoni e non lo siamo. La mia margherita è per quand’erano vivi, isolati, consapevoli del rischio di essere messi a morte dai Corleonesi e non soltanto, martirizzati in vita da parte “nostra”, dalla Cosa mafiosa nascosta in ciascuno di noi, cittadini-Padrini dei propri piccoli tornaconti, migliaia e migliaia di Matteo Messina Denaro in miniatura, che non hanno mai spiccato un mandato di cattura contro se stessi. Noi, che “a nostra insaputa” andiamo a votare personaggi come quelli che annuirono alle stragi. Credo che Borsellino e Falcone temessero soprattutto questo, la parte “buona” della nostra onorata società. La mafia, quella conclamata, la conoscevano bene, da loro se l’aspettavano grazie anche a Tommaso Buscetta che li aveva avvertiti, il primo boss pentito della storia d’Italia. Credo che il maxiprocesso di Palermo, intentato trent’anni fa dal pool guidato da un magistrato buono e luminoso, Antonino Caponnetto, contro 475 imputati di mafia, sia stata forse l’ultima primavera italiana nella quale siamo stati fieri del nostro paese. Da allora è stato lasciato crescere a dismisura quel sottobosco politico-amministrativo che tradì, dall’interno, Falcone e Borsellino. Sono stati trent’anni senza gloria. Mi chiedo se nell’Italia di oggi sarebbe stato umanamente possibile per loro intentare un maxiprocesso come quello e temo di no, perché la mafia si è istituzionalizzata, e chi se ne sente offeso viene isolato, silenziato, deriso. Se credi ne valori più sacri dell’uomo sei “un’anima bella”, come a dire un disadattato o un cretino. Ma la primavera si ripresenta anche quest’anno, testarda e fedele come i grandi amanti, e la mia piccola margherita vola e vi troverà, Falcone e Borsellino, e con voi i 900 nomi di vittime innocenti che l’Associazione Libera contro tutte le mafie oggi leggerà a Locri. Ribelliamoci alla tirannia della mediocrità complice, gridiamo basta a questi trent’anni di pessimi esempi. E celebriamo con rispetto e amore gli uomini migliori della nostra storia.

DOVE SI PRENDE IL TRAM PER L’INFINITO?

Chissà perché un istante fa mi è tornato in mente un ricordo d’infanzia. Vattelapesca i ricordi, fanno come gli arcobaleni, spuntano dove e quando gli pare. Avevo sette, otto anni, era all’incirca il 1960. A quei tempi i bambini andavano a Messa. Era un dato di fatto, sarebbe stato sorprendente il contrario, come se oggi qualcuno non avesse in tasca il cellulare. Al catechismo ci era stato insegnato come ben comportarci in chiesa e se durante la funzione ce lo dimenticavamo, imitavamo gli altri come burattini, senza pensarci su. Se s’inginocchiavano tutti, ci si genufletteva tutti, se occorreva battersi un pugno sul petto si ripeteva il gesto: bum bum bum. Poi c’era quel campanellino, dlin dlin dlin, ma non ricordo più quando si suona, a che punto della Messa voglio dire, mi ricordo però che invidiavo moltissimo il chierichetto e sognavo di poter suonare anch’io, un giorno, sull’altare, un campanellino d’oro.

Non vado a Messa da tanto tempo e non so dire se oggi ai fedeli si chieda ancora di abbassare il capo al momento della consacrazione dell’eucaristia, sto parlando di quel lungo istante in cui il sacerdote solleva l’ostia al cielo, ma a noi bambini di quella scuola lì era stato insegnato così. L’ostia simboleggia il corpo di Cristo ed era come un peccato mortale guardarlo, tanto che una domenica un sagrestano mi dette uno scappellotto a sorpresa, sopraggiungendo alle spalle: «Giù la testa!». Questa cosa non mi piacque per niente e anche se il cuore mi batteva fortissimo, come se sfidassi Dio all’OK Corral, io rialzavo sempre la testa e lo guardavo tale quale a se fosse stato mio fratello.

Guardare lealmente negli occhi Dio con amore e riconoscenza per essere nato. Perché abbassarli? Di cosa aver paura? Non era forse, quell’ostia, la trasfigurazione del suo corpo e quel vino del suo sangue? Gesù non si era sacrificato, come agnello di Dio, “per togliere i peccati dal mondo”? E dopo di ciò, non era forse risorto in cielo? E allora perché abbassare lo sguardo come di un furto di cui vergognarsi? La sua crocefissione non ci aveva forse già redenti con il suo estremo atto d’amore? Bisognava gioire. Era questo che sentivo intuitivamente da bambino, alzando gli occhi quando tutti li abbassavano, con quella ipocrisia di fissarsi la punta delle scarpe o di battersi il petto tre volte, pentirsi in chiesa per poi ricominciare da capo a casa. Ma pentirsi di che? O si è innocenti per sempre o condannati. Gesù era innocente. E non insegnava la condanna ma il perdono.

Non esiste il peccato, non esiste la colpa, esiste solo l’amore. L’avevo capito a sette otto anni, poi la paura di altri scappellotti, quelli degli amici perduti o degli amori mancati, me l’ha fatto dimenticare.

Ho ballato come tutti la danza dei desideri, senza comprendere che era la danza della morte.

Scusami se me ne sono uscito con questa cosa che non c’entrava niente, ma adesso dimmi, fratello, ricordami: dove si prende il tram per l’infinito?

OMBRE

Tutto questo polverone mediatico intorno al Pd non ha senso. Non c’è nulla di nobile né in chi minaccia la scissione né in chi resta. È una sceneggiata da circo che si autocelebra nel disinteresse assoluto per le sorti del paese. La stampa è corresponsabile di quest’ignominia. Non si danno i microfoni alle ombre, non si accendono i riflettori sui politici che non sono al servizio degli italiani ma di se stessi, del loro ego e delle loro rendite di posizione. Quando il tuo paese sta affondando, quando milioni di poveri ti guardano e un’intera generazione di giovani non sa dove sbattere la testa, ma chi cazzo se ne frega se Emiliano resta nel Pd e Speranza se ne va? La vanagloria, la supponenza, l’insignificanza assoluta delle loro “dichiarazioni” ci lascia senza fiato. Questi non hanno idea del dramma sociale in corso, sono gli Schettino della politica, andrebbero processati per tradimento.

IO SONO

Non ho voglia di scrivere. Il suo becco è la mia lunga penna (ma non lo sporco intingendolo nell’inchiostro). Il suo occhio è il mio stesso sguardo. Sto avvolto nel suo sacro silenzio come in un bianco manto di piume. Non è più tempo di parole (sono troppe, stridono e stanno insozzando il mondo). È ora di volarsi dentro, tempo di essere presenti.
Questo uccello meraviglioso è l’Io Sono.

AVVISO IMPORTANTISSIMO A RISCHIO CENSURA!

Un capo pellerossa ebbe un’intuizione che lo fece diventare una leggenda per la sua tribù e la salvò dalla carestia. Al rientro da una battuta di caccia, osservando la carcassa dell’unico bisonte ucciso che non avrebbe potuto sfamare tutta la sua gente, il grande capo si soffermò su quegli occhi posti lateralmente. Il bisonte -pensò- non guarda avanti, ma si limita a controllare i vicini di mandria. Nessuno alza la testa, mai. Chi vive in branco rinunzia ad avere un’idea propria e si fida ciecamente degli altri.
Lui, invece, alzò la testa perché gli era venuta un’idea, e le idee sono come bandiere, stanno dritte e si esaltano al vento. Montato a cavallo, ritornò da solo sul terreno di caccia. Fiducioso nella sua intuizione così come ogni bisonte è fiducioso nel proprio branco, si gettò all’inseguimento della mandria lanciando altissime grida e indirizzandola verso un burrone poco distante.
A testa bassa, imitandosi l’un l’altro, tutti i bisonti precipitarono nel baratro.
Tutti quelli che adesso stanno leggendo a testa bassa su uno smartphone sono avvisati.

IL FUTURO HA BISOGNO DI TE

Nella foto il 2017 (a sinistra) non si fa intimidire dal 2016 (a destra).
Fallo anche tu. Sogna, concentrati, realizza. Porta a successo la tua missione. Dimostra tutto il tuo valore. Cambia verso alla storia.
È il tempo di osare senza chiedere permesso. Non farti ingannare (si stanno distruggendo da soli) credi in te stesso. Il futuro ha bisogno di te. fdaq38e7wgrdiuckpm6cAuguri di un 2017 straordinario!