LA DOMENICA DEI MIRACOLI

Il bambino della foto ha bevuto il latte che desiderava? Io credo di sì e tu? La realtà è uno squallido manichino ma, in coerenza perfetta con i propri sogni, la fede assoluta del bambino lo trasforma in una mamma. Noi adulti guardiamo dall’alto con un sorriso di disprezzo chi crede ai miracoli, forse per questo ci condanniamo a vivere in una squallida realtà. Quel manichino noi lo chiamiamo vita. Il nostro motto è: se non vedo, non credo. Siamo pragmatici, vaccinati alle favole, siamo “gente sveglia”.

A proposito di adulti svegli, un istante prima d’imbattermi in questa foto stavo leggendo di un tipo che si è risvegliato nella sua camera d’albergo a Nizza, tutto sudato, boccheggiando per l’afa. Era pieno agosto, la luce saltata, i condizionatori bloccati. L’uomo si alza, va a tentoni verso la finestra, posa le mani sul vetro ma non riesce ad aprirla: bloccata anche quella. L’uomo sbuffa, geme, gli viene l’ansia, s’incazza: sferra una violenta gomitata alla finestra, rompe il vetro e finalmente sente un fiotto d’aria fresca spalancargli i polmoni. Domani ripagherà il danno all’hotel ma quella brezza notturna lo ha liberato da una crisi di panico. Nella stanza l’afa cede il passo al vento, così può tornare a letto e riprendere sonno, beato.

L’indomani l’uomo scopre che la finestra è intatta, nel buio aveva rotto la vetrinetta di un arredo: una piccola credenza provenzale. La sua mente è diventata un generatore d’aria condizionata così come il bambino ha bevuto il latte che desiderava facendolo sgorgare da un manichino.

“Tutto il meglio è già qui”, come cantava Paolo Conte. Il miracolo è semplice come un desiderio infantile e pragmatico come uno scienziato. Ma perché si avveri bisogna averne coscienza, vederlo prima che accada, esattamente come ha fatto il bambino un istante prima di baciare un sogno e trasformarlo in realtà.

UN GIOCO AL MASSACRO: LO SCARICABARILE

Sono felice perché Stefano Cucchi ha ottenuto giustizia: i due carabinieri che lo picchiarono a morte sono stati condannati. Ma so che molti commenteranno che la sentenza è stata manipolata dalla magistratura “di sinistra”. Ricordo quei politici che disprezzarono Ilaria Cucchi per la sua battaglia, oggi dovrebbero chiederle scusa, ma so che non lo faranno. L’acqua alta ha sommerso Venezia, se fossimo sommersi dalla verità sarebbe meglio. Ma so che non sarà così. Ho sentito protestare Luca Zaia, presidente della Regione Veneto: «Che fine ha fatto il Mose? Bella domanda, il Mose è un progetto dello Stato centrale. Non sappiamo nemmeno se funziona. Prendiamo atto che ci sono 5 miliardi di euro sottacqua. Non ho capito perché non sia già in funzione». C’è da indignarsi, giusto. Ma qualcosa non quadra. Da quanti anni comanda lui, in Regione? A chi chiederlo se non a se stesso? Non era sempre Zaia il vicepresidente di Giancarlo Galan, arrestato per le tangenti sul Mose? La Lega non era forse determinante in quella Giunta corrotta, presieduta da un uomo di Forza Italia come Galan? Non si sono alternati al potere Lega e Forza Italia nel corso di infinite alte e basse maree senza muovere un dito fino alla mareggiata che ha sconvolto il mondo?

Anche Zaia dovrebbe chiedere scusa, ma non ci pensa nemmeno. Come non ci pensa, sull’altro fronte, Matteo Renzi che, dopo aver fatto carte false per far nascere un governo contro la Lega, attacca tutti i giorni la sua stessa creatura come un bambino isterico prende a calci un giocattolo perché ne vuole uno nuovo. Ma anche Matteo Salvini, ieri, a Bologna, era furioso come un bambino: “Non c’è il pienone, ma i centri sociali hanno bloccato i pullman. Ora dobbiamo liberare la Regione e tornare al governo”. Credo che la sua stizza fosse dovuta ad altro che un pullman: il PalaDozza, dove si erano radunati i seimila leghisti bolognesi che vogliono essere “liberati” dalla sinistra, era stato circondato in piazza Maggiore da quindicimila “sardine” che si rifiutano di abboccare all’amo di Salvini e si ritengono liberati sin dai tempi di Bella Ciao.

Potremmo andare avanti con altri infiniti esempi tratti soltanto dalle cronache di ieri. In realtà si tratta sempre dello stesso gioco irresponsabile. Si chiama “scaricabarile”. Vale per chi dava a Ilaria Cucchi della “schifosa”, per Zaia che incolpa lo Stato centrale esimendosi dalle proprie responsabilità,  per Renzi che prima mette insieme Pd e 5 Stelle, ossia il diavolo con l’acqua santa, poi si scandalizza se il governo non fa miracoli, vale pure per Zingaretti che dà la colpa a Renzi se la maggioranza fa acqua. E vale per chi ha scritto questo pezzo, che tirando una riga e mettendo tutti gli altri al di là, spera di non giudicare se stesso per quel che è: uno scaricabarile. Ecco, l’ho fatto. Voi fate pure come vi pare. Ma sulle avvertenze di questo gioco nazionale dovrebbe esserci scritto l’avviso: “Attenzione, lo scaricabarile produce un sollievo ingannevole perché in breve tempo conduce te e il tuo paese alla rovina”.

Sempre ieri, e concludo, ho letto che Lara Comi, ex esponente di Forza Italia, è stata arrestata per presunte tangenti. Invece della solita rabbia mi è venuta pena, come se avessero arrestato mia sorella. Ho pensato che per poche migliaia di euro la sua immagine a tutti nota, perché ha molto frequentato i talk show, sarebbe stata insozzata a livelli inenarrabili per sempre. Già un mandato di cattura è terribile, ma la gogna mediatica è lapidaria. Siamo sicuri che noi, in un ruolo di potere, saremmo esenti dal commettere qualche grave sciocchezza? Certo, assumere tua madre e portartela al Parlamento europeo come tua assistente, per dire, non denota un alto indice di civiltà. Ma è talmente sciocco e imprudente che mi fa quasi tenerezza. Va detto che la Comi ha rimborsato questi stipendi di mammà. Poi però avrebbe figliato altre stecche, per sé e per il partito. Sia come sia, giocare allo scaricabarile con una creatura di Berlusconi, per uno come me che non lo voterebbe neanche sotto tortura, è il primo barbaro impulso: ben le sta! Non sono certo un santo ma provo misericordia per lei, per noi, per come ci siamo ridotti. Non gioco più allo scaricabarile. Ho smesso. E ho un sogno. Che Piazza Grande si riempia di folla sorridente e battagliera anche se al PalaDozza non c’è Salvini.

MASOCHISTI AL GOVERNO

Ricordate una bellissima parola perduta? Concordia. È naufragata come l’omonima nave della Costa Crociere. L’ “inchino” che provocò il naufragio davanti all’isola del Giglio per colpa del comandante Schettino è come il falso inchino dei nostri comandanti politici rivolto alle telecamere, l’acchiappa-consensi che ogni giorno solleva ondate di reciproci insulti. Il naufragio dell’Italia dipende dalle falle della discordia aperte nello scafo dai suoi stessi marinai: masochisti al governo che pur d’illuminare se stessi lasciano sprofondare il paese nel più profondo nero. Quale valore, quale potere avrebbe, invece, questa bellissima parola finita nel dimenticatoio?

“Concordia”, ci corre in aiuto la Treccani, “è la conformità di sentimenti, di voleri, di opinioni fra due o più persone, per lo più non disgiunta da reciproco affetto. Armonia spirituale”. Per caso avete visto aleggiare armonia spirituale nella vostra ultima riunione di condominio? Su un vagone della metro, al bar, in famiglia? No. Questo pane degli angeli al supermercato non c’è. Nessuno sa più impastare e infornare la concordia. Tantomeno in politica, che è un po’ il banchetto del diavolo, dove la discordia regna sovrana. L’Italia è una Messa Nera che celebra orgiasticamente i propri demoni. Tutto diventa un pretesto, anche una tragedia sociale come l’ex Ilva di Taranto, per consumare quest’ostia sconsacrata, questo pane marcio. Non puoi più assistere a un telegiornale, a un talk show, senza un rigurgito di nausea. Che infinite palle doversi sorbettare gente che si scanna per un po’ di visibilità. Non ne avete anche voi le scatole piene? Siamo un poco concordi, tu e io, almeno su questo? C’è un angelo malconcio, da qualche parte, per cambiare spettacolo? C’è un direttore d’orchestra, anche di una banda di paese, che conosca i fondamenti dell’armonia? Coraggio, cambiamo spartito.

UN’ INCREDIBILE BOTTA DI FORTUNA

Hanno incendiato la libreria “La Pecora Elettrica” il giorno prima della riapertura. Che fortuna! Avevano già dato i libri alle fiamme il 25 aprile, anniversario della Liberazione. Miracolosa coincidenza! I proprietari non staranno nella pelle dalla gioia: non una ma ben due volte sono stati beneficati dalla sorte. C’è chi dice che il colpo gobbo sia dovuto ai giardinetti accanto in cui si spaccia droga, e una Pecora Elettrica accesa la notte oscurerebbe quegli ombrosi traffici. C’è chi invece sostiene che a incenerire la Pecora, perché brucava un po’ troppo a sinistra, siano stati i nazistelli di quartiere (che è Centocelle, ma ne basterebbe una sola di cella, grande, a chiuderli dentro tutti). C’è chi dice un po’ e un po’. Comunque sia, hanno ottenuto l’esatto contrario. Per accaparrarsi un bestseller bruciato c’è una fila che parte da San Pietro, un milione di persone da tutta Italia, l’unico paragone che mi viene in mente è l’alluvione di Firenze. Ieri, -per dire la solidarietà-, una copia di “Se questo è un uomo” quasi carbonizzata, è stata aggiudicata per 14.500 euro a un architetto di Bergamo. I carabinieri saranno nei secoli fedeli alla Pecora Elettrica con ben due volanti di guardia tutta la notte. L’Enel ha fatto costruire gratis un traliccio fiorito, irto di luci e riflettori come sul set di un film, e ora i giardini dello spaccio sono illuminati come Manhattan. La Sony ha offerto nuove telecamere a raggi infrarossi, infrangibili. Che gioia anche per la pizzeria attigua, data alle fiamme tempo fa. Lì ci hanno messo addirittura due carabinieri a cavallo che fanno pure pubblicità. Carabinieri a cavallo-sandwich con due poster, uno davanti per la libreria e uno dietro per la pizzeria. Tutti leggono Calvino e la Ferrante mangiandosi pizza a quattro palmenti. Ma la cosa più nobile l’ha decisa il governo a tarda notte. La Pecora Elettrica non dovrà più pagare le tasse da qui all’eternità. I lavori di ristrutturazione saranno sovvenzionati dallo Stato. E il negoziante accanto ha donato una delle sue tre vetrine alla Pecora. Si riaprirà fra meno di un mese, alla grande. Fioccano le prenotazioni anche dall’estero, sarà un evento. “Ce ne fossero di attentati così” ha dichiarato uno dei proprietari. “La gente ha finalmente capito che una Pecora Elettrica accesa contro la barbarie è una piccola statua della libertà eretta sul fiume Tevere invece che sull’Hudson”. Il venditore di fiaccole della libertà tricolori intermittenti, all’angolo, ha gli occhi che ridono: tutti ne vogliono una. Questo pezzetto periferico e  buio d’Europa è diventato un giardino sfavillante, un avamposto del Rinascimento italiano. Gli spacciatori hanno dovuto levare le tende, bestemmiando. I nazistelli sbaraccano, rischiano di essere riportati all’asilo per le orecchie.

Non ho dato neanche un’occhiata ai giornali stamattina. Sono italiano e il mio è un grande paese democratico. Impossibile che le cose non siano andate così.

INCONTRIAMOCI IN QUEL PUNTO LI’

Da qualche anno sono diventato un vecchio. Non un senior, un giovanotto della terza età, un diversamente giovane, no. A 60 anni mi sono laureato vecchio, un traguardo invidiabile, un’età in cui si può essere forti come querce e folli come bambini. Della giovinezza non ho rimpianti né mancanze; dell’infanzia sì, una sola: la spensieratezza. Non ho soldi, casa, incarichi, assicurazioni, pensione. Campo alla giornata. Sono qui, ora, come te che mi leggi. Del domani mi stufa parlarne come del passato, perché entrambi non esistono, sono braci che la nostra mente attizza, ma invece di scaldarci ci terremotano il cuore. Me ne guardo bene, voglio essere un vecchio spensierato. Riuscirci è la sfida di ogni attimo. Per il nostro mondo la vecchiaia è un’oscenità, invece di essere considerata sacra come per gli antichi. Che follia, per i trenta-quarantenni, liquidare i vecchi con commiserazione, quasi con disprezzo. Si candidano alla stessa tragica sorte perché domani avranno i capelli bianchi. Quel giorno prossimo come potranno rispettarsi, amare o essere amati? Essere, è tutto quello che ho imparato. Non fare, non apparire, non sembrare: essere. Suonare tutti i registri di quest’organo da chiesetta di campagna in un accordo pieno, armonizzato con la Big Band dell’Universo. Fallo anche tu, amica, amico mio: donaci il tuo irripetibile accordo. Entra a far parte della grande orchestra, ci manchi. La coscienza universale ha bisogno della tua chitarra, del tuo flauto, del tuo violino per suonare con la gioia più piena. Tutte le volte che mi sono accapigliato, ho ambito a posti di potere, ho accumulato ricchezza o mi sono distrutto per la disoccupazione, per un amore finito, e tutte le volte che l’ho visto fare a te o ad altri, mi sono chiesto, col cuore, sin da bambino: perché ti scaldi tanto? Non lo sai che potresti morire fra un istante? Fermati, respira piano, profondamente, vigile, cosciente. Guarda la vita che entra ed esce dalle narici, alla tua Presenza, l’energia che ti anima e che ti attraversa. Sei qui per litigare, immusonirti, sfondare nel jet set? O la tua missione è un’altra? Respira. Che sei venuto a fare, qui? Quale dono ci hai portato? C’è solo una cosa ancora più reietta della vecchiaia in questo mondo di sciocchezze adulte. Un bene, un valore prezioso da custodire come la nonna delle favole o la nipotina deliziosa a cui raccontarle. È la nostra più fraterna amica, sorella morte, come la adulava poeticamente San Francesco. Non è la zucca di Halloween. Le zucche siamo noi. Scoprire soltanto in quel momento che di tutto quello che hai, potere, soldi, titoli , a lei non importa un bel nulla, ma conta solo ciò che sei, questo sì sarebbe un “Oibò” da vecchi rincitrulliti.

Io sono. E tutti siamo uno. Se non ci credi, guarda, respirando piano, gli occhi della ragazza nella foto. Incontriamoci in quel punto lì.

CONTRO LA BESTIA CI VUOLE IL BESTIONE

Le elezioni si vincono su Internet, la televisione è secondaria, i giornali non contano quasi nulla. Salvini l’ha capito da un pezzo, foraggia una squadra di esperti, “La Bestia”, professionisti del web che non hanno alcuno scrupolo morale nel diffondere fake news e nel farle rilanciare a falsi profili Facebook o Twitter. Centinaia di migliaia di robottini prezzolati un tanto a like, che come untori diffondono la peste contemporanea: la manipolazione delle notizie e delle coscienze. Su questa allarmante fabbrica del consenso due lucide inchieste di Report avrebbero dovuto aprirci gli occhi, ma la Bestia è più forte della Verità. E alla puntuale domanda retorica che mi farebbe un elettore di Salvini (e Salvini stesso lo ripete come un mantra): “Allora gli italiani sono tutti cretini?” la risposta è no, non sono cretini, peggio: sono inconsapevoli, fragili, facilmente condizionabili.

D’altro canto l’attuale governo, litigioso e infantile, riesce a oscurare anche le poche cose buone che fa. È andato a Palazzo Chigi con un colpo di fortuna sfacciato, ma invece di fare squadra e basta, sta servendo l’assist a Salvini per riprendersi l’Italia “con pieni poteri”. Quando questo (molto presumibilmente) accadrà, quei partiti saranno polverizzati, nessuno o quasi li voterà più e a ragione: si stanno dimostrando incompetenti. Inadeguati ai tempi. Come mai la loro vanagloria (quella dei vari capi e capetti) è così ottusa e perdente?

La Bestia c’è. La battaglia si decide sui social network, dove il centrosinistra è un fantasma. Che cosa si aspetta a creare un “Bestione” che la contrasti? È chiaro che una notizia sincera ha meno penetrazione di una bufala, ma almeno si comincino a smascherare queste menzogne fuorvianti che scippano consenso. Se non lo sapete fare (e non lo sapete) affidatevi a giovani esperti della comunicazione, a piccoli geni del web. Perché se affrontate i panzer tedeschi con le ultime cariche della cavalleria polacca, forse sarete dei romantici, ma perderete l’Italia e l’onore. Quel poco che vi è rimasto.

Salvini fa 50 comizi a settimana? Fatene 100. Tornate umani, siate umili, state in mezzo alla gente, ascoltatela. Amate questa Italia alla deriva. Dimostratelo. Ma non sottraetevi al gioco sporco. Se l’arma degli avversari è la Bestia create il Bestione. Fa ridere ma è drammaticamente serio. E mentre quella spara falsità voi sparate verità ad alzo zero. Con il doppio della potenza di fuoco. Perché con Renzi e il suo partitino, con Di Maio che dice in Umbria abbiamo fatto “un esperimento” ora basta (follia), con i sorrisi ampi e gentili di Zingaretti che non sembrano rendersi conto della gravità della situazione in cui versa la gente, la Bestia farà come i panzer contro gli Ulani: una strage (spiace dirlo) meritata.

PAM

Al di là di una polverosa commozione, che c’importa di Pam Thi Tra My? Già il nome di questa ventiseienne  è astruso per noi, come i suoi occhi a mandorla che lanciano sguardi alieni dalla foto pubblicate sui giornali. Fosse stata di specie italiana, -una ragazzina di Bergamo per dire- un po’ di polvere dal nostro cuore immobile sarebbe volata in cielo con lei. Ma Pam era solo una delle 39 vittime del Tir carico di cadaveri rinvenuti in un porto inglese. Pochi minuti prima di morire aveva scritto un sms ai genitori, come una piccola lapide: “Il mio viaggio verso una terra straniera è fallito. Sto morendo. Non riesco a respirare. Vi amo tanto. Mi dispiace, mamma”.
Suo fratello ha raccontato alla Bbc: “Aveva pagato 30 mila sterline ai trafficanti per farsi portare in Gran Bretagna. Era partita dal Vietnam il 3 ottobre, prima volando in Cina, dove è rimasta un paio di giorni, quindi da lì fino alla Francia. Ci ha chiamati ogni volta che ha raggiunto una nuova destinazione. Ci ha detto di non chiamarla, perché i trafficanti non le permettevano di ricevere telefonate”. Un biglietto da 30 mila sterline pagato per essere traghettata verso un futuro più ricco di opportunità. Sono quasi 35 mila euro. Quanti di noi italiani potrebbero permetterselo? Davvero pochi. Meditate. Spero di trasmettervi questo brivido: siamo cambogiani-italiani. Forse neppure in grado di acquistare il biglietto di quella lotteria sventurata. Abbiamo perduto una persona cara, una di famiglia, una di noi: Pam Thi Tra My. Siamo in lutto, non illudiamoci. Ci hanno recintato il cuore col filo spinato. Vogliono farci credere che gli emigranti sono mostri. Così, rinchiusi nel ghetto del cuore e gridando nelle piazze “Prima gli italiani!”, ci hanno messo la benda sugli occhi. Per non vedere che il liberismo sfrenato, il vero mostro della nostra epoca, ci sta traghettando tutti su quella piazzola inglese, parcheggiati in quel Tir di anime congelate, dove non sono morti “trentanove cinesi” ma tu, io, italiani, siriani, catalani, argentini, indiani, greci. Negli occhi di Pam c’è l’anima del mondo. Liberiamola.

IL CIELO CON LE LENTIGGINI

Sei stata il mio primo amore. In questa foto che ci ritrae mentre scendiamo la scalinata di San Pietro al termine della cerimonia, davanti agli sposi, mi stavi dicendo: «Lo vuoi capire che ci siamo sposati o no?». Ma io non ero convinto per niente e ti sorridevo: «No-oo, io sono solo il paggetto e tu la damigella!» (cronache familiari riportano la mia dizione esatta: “pazzetto” e “damizella”). Ero, tra l’altro, reduce da una caduta sciagurata. Dovevo portare gli anelli agli sposi all’altare, posati su un cuscinetto di raso azzurro, ma ero inciampato nel tappeto e le fedi erano rotolate sotto ai banchi nello scompiglio generale. Tutto rosso mi ero rialzato impietrito dalla vergogna. Ma familiari e sposi mi rincuorarono, gli anelli tornarono sul cuscino e potei assolvere al mio arduo compito.

Avevamo 5 anni, Baba, la stessa età. Eri deliziosa e mi piacevi tanto. Bionda, paffutella, con le lentiggini: un incanto. Tranne un punto che mi faceva imbestialire. Dio com’eri testarda! Continuavi a ribadire che gli sposi eravamo noi, e il pazzetto e la damizella quei due adulti che ci arrancavano dietro sulla scalinata più famosa del mondo.

Giorni dopo i miei t’invitarono a casa per una merenda. Ma tu non avevi cambiato opinione. Mi prendesti per mano, uscimmo in balcone, e al riparo da sguardi indiscreti mi desti un lungo bacetto sulle labbra. Subito dopo, mentre a me tremavano le gambe per l’emozione, mi guardasti come in questa foto e mi dicesti: «Adesso ti sei convinto che siamo marito e moglie, o no?». Iniziarono a venirmi i primi dubbi.

Mio papà, che suonava l’ukulele, ci dedicò una canzone. Il nostro amore era già leggenda familiare. Mi ricordo il primo verso: “O Baba dolce dal sorriso incantator…”. Io mi arrabbiavo, diventavo tutto rosso come per il fattaccio degli anelli e scappavo via. Ma quella canzoncina mi è rimasta eternamente nel cuore.

Ci siamo rivisti casualmente alle lezioni di scuola guida. Il maestro ha pronunciato il tuo nome, Barbara Pignatti Morano, mi sono girato di scatto. Eri una “damizella” di diciott’anni, carina, elegante, rara. Ma fui io, stavolta, a doverti ricordare che ci eravamo sposati. Però “O Baba dolce dal sorriso incantator” te la ricordavi anche tu. Ci siamo frequentati per un breve periodo, mi eri cara, un’amica dolce e intelligente. Ieri l’altro mi sei improvvisamente tornata in mente dopo quasi 50 anni, avevo voglia di rivederti, mi chiedevo perché diavolo ci fossimo persi di vista, consapevole di essere stato disattento con gli altri nella vita, sempre in preda, come scriveva Vittorini, ai miei “astratti furori”. Come si usa oggi, ho pedinato il tuo nome su Internet, ma non ho trovato né una foto né altro. Stamattina all’alba ho aperto il giornale e ho letto che non ci sei più. Ma c’è una radio stellare che mi aveva già avvertito l’altro ieri. Su quella stessa sintonia mi raccomando agli angeli che ti cantino con l’ukulele la canzone di papà. Ricordo ancora gli occhi ridenti con cui l’ascoltavi a 5 anni e le lentiggini sulle tue guance che, con il tuo sorriso, salivano al cielo come tante piccole stelle.

A TU PER TU CON LA PANTERA

Una pantera nera, dai muscoli possenti che si disegnano sotto il manto lucido, vive nelle mie stanze. Non è addomesticata né io intendo tenerla come al circo: è giovane e forte, è viva, e -per quanto è in mio potere-, è e resterà libera per sempre. Fatto sta che questa notte, verso l’alba, mi ha gettato per terra. Nulla c’era di amichevole in lei, solo dominio e voglia di sopraffarmi. Ho la mia età, non era facile capovolgere la situazione in mio favore, e una pantera può sbranarti, si sa. Ma le ho tenuto botta. Un po’ da scavezzacollo, ne convengo, le ho fatto il grattino. Nel panico, mi veniva da sorridere. Lei non si è mossa di un pelo ma non mi ha nemmeno divorato. Io ero una forza fragile e lei la forza irruente della vita.

Bussa alla porta un mio vecchio amico, vecchio davvero ha 86 anni, apre, la vede, resta basito: «Non farà mica scherzi, questa, no?». Ma no, tranquillo, faccio io con la pantera addosso come una statua di pietra o il water d’oro di Cattelan. Tranquillo un par di ciufoli, penso ironicamente (ciufoli, tradotto dal romanesco, sta per pifferi) ma confido nella mia forza fragile, tanto che il vecchio accarezza la pantera. E mi sono svegliato.

Dopo il caffè, come sempre, ho letto i giornali. La prima notizia, guarda un po’, è stata quella (l’avrete saputo) di Deborah Prencipe, la ventottenne di Foggia che voleva affittare un appartamento a Milano ma è stata sommersa dagli insulti della proprietaria, sedicente razzista. Deborah non si è tenuta quella pantera nera sullo stomaco, ha raccontato tutto sui social network e ha fatto bene. Il suo “sfratto preventivo” in quanto meridionale, quindi “negra”, è diventato un caso nazionale. Messa alle strette, la signora poco signora di Milano si è pubblicamente pentita dichiarandosi pronta a offrirle la casa in affitto. Mi ha fatto pensare a quei leoni da tastiera che su Facebook te ne scrivono di ogni, ma se tu scavalchi quella finestra digitale e irrompi faccia a faccia in casa loro, ti chiedono l’autografo e il selfie. Quasi tutti così, poi certo, uno su mille ti spara col bazooka, ma è un dato statistico quasi irrilevante, corrisponde al proverbiale vaso di gerani che ci cade sulla zucca mentre passeggiamo con un gelato alla fragola in mano, succede.

Mi permettete di concludere questo arruffato flusso di coscienza tipico di chi si è appena svegliato? Mi è venuto in mente Di Maio, che si farebbe “accidere” pur di non pronunciare la parola “Pd”. Evidentemente disallineato ai suoi nuovi alleati, deve figurarseli come pantere. E quelli, per contraltare, neanche hanno miracolosamente conquistato il governo che già gli propongono alleanze elettorali con una precipitazione superficiale quanto meno sospetta. Sia la resistenza spocchiosa di Di Maio sia l’irruenza avida di Zingaretti, non sono dettate dal cuore ma dal calcolo. Quando sei sotto schiaffo della pantera o della Storia è l’opzione peggiore. Ci vuole cuore e intuito. Proviamo a guardare la scena dall’alto o dal futuro. Quale sarà politicamente lo scenario che possiamo augurarci? Che alla destra, piuttosto eversiva che ci ritroviamo, si contrapponga una forza di centrosinistra altrettanto consistente. Di Maio si rifiuta di credere all’esistenza della sinistra e della destra? Va bene, chiamale Bibì e Bibò, Ric e Gian, Sussi e Biribissi, sempre quelle restano.

Ricapitolando sogni e realtà: la pantera siamo noi. E fino a quando non lo capiremo, continueremo ad aizzarla contro noi stessi, con masochismo puerile, mantenendo eternamente in vita l’ambiguo e angosciante tempo in cui viviamo e un futuro nero, senza soluzioni. Perché noi siamo l’animale, la signora razzista e la ragazza foggiana, siamo Salvini e siamo i “comunisti”. Se lo riconosci in te stesso, -ma nelle viscere di te stesso intendo, e fa male-, la pantera perderà finalmente il suo aspetto terrifico, cesserà di essere un incubo e tornerà quel che è: una persona come te, una situazione politica nuova con cui confrontarsi, un’occasione di vita.

Per questo bisogna dire grazie alla pantera, sempre.

 

 

 

POLTRONESOFÀ

Nella vita nessuno può voltare pagina se prima non riconosce i propri errori. Altrimenti li rifarà. Quello di Conte è stato il più lungo discorso della storia, ma gli mancavano tre parole: mi sono sbagliato. Più una quarta, inevitabile: scusatemi.  Ecco perché c’è sembrato che a quel discorso gli mancasse il cuore. Scusatemi di aver firmato un decreto disumano come il Sicurezza bis. Scusatemi per aver parteggiato per un’Italia sovranista, populista, anti-europea. Perché ho capito che l’Europa siamo noi e non ci impone un bel niente nessuno, niente che non sia dovuto al gigantesco debito pubblico di cui noi siamo i soli responsabili. E scusatemi per essere stato schiavo di due padroni. E già che ci siamo, scusatemi se sono lezioso con questa cazzo di pochette, a tre punte, a cinque punte, ma vaffanculo.

Ecco, bastano tre parole per ottenere la fiducia. Mi sono sbagliato. Succede a tutti, la vita è fatta di questo, di lezioni da apprendere: ci si evolve. Solo gli imbecilli non evolvono mai. E ripetono sempre le stesse cose come Salvini, la Meloni e la pubblicità di Poltronesofà. Certo che vincono a mani basse, sono lavatrici delle menti. In India, a questo fine, si usano ripetere i mantra, ma i mantra servono a evolvere spiritualmente, a concentrarsi sul Divino non sui desideri materiali. Mentre a gridare “poltrone-poltrone-poltrone”, standosene imbullonati alle poltrone medesime, interrompendo per 666 volte il discorso del presidente del consiglio, non ci si evolve affatto, si regredisce a larve, roba che all’asilo a 4 anni, in confronto, i nostri bambini sono tutti De Gasperi e Berlinguer.

Ma che gazzarra ieri, che vergogna per il popolo italiano, da qualunque parte dell’emiciclo si levassero quelle facce contorte, quelle anime da bordello, quell’odio invidioso infernale. Ci siamo sbagliati. No. I nostri demoni non lo dicono mai. Rifarei tutto, rifarei tutto, ripetono come un disco rotto del Papeete. Credo che sia venuto il tempo improcrastinabile di addomesticarli questi nostri demoni da caserma. A cominciare dai ci siamo sbagliati del PD e dai ci siamo sbagliati reciproci dei 5 Stelle. Quando cominceremo a sentirli? Allora sì, potremo iniziare a nutrire un poco di fiducia in questo governo. Quella di assistere a una fusione calda  fra due forze che hanno l’occasione storica di far crescere insieme il Paese, e di opporsi compatte alla destra irredimibile che ha appestato l’Italia. Se non siete d’accordo, tranquilli. Io mi sbaglio spessissimo. Scusatemi. Ma la pochette no, la pochette non la metterò mai. Non sono “perbene”. Nessun italiano lo è, altrimenti non saremmo ridotti così.

PALAZZO CHIGI DI CARTA

Quest’estate la crisi politica è stata appassionante come Homeland o La casa di carta. La Missione Impossibile del nuovo governo sarà di riportare il Paese dalla fiction alla realtà. Il risveglio (legge di bilancio), inevitabilmente durissimo a causa del nostro debito pubblico,  dovrà essere costellato da provvedimenti che aiutino la gente a barcamenarsi in questa tempesta quotidiana della nostra vita e ci lasci intravedere una concreta speranza per il futuro. Altrimenti  gli  “addormentatori di massa” vinceranno gioco, partita, incontro. Quando le menti e le coscienze sono tenute in letargo e manipolate, c’è poco da scherzare. La “Bestia” digitale impera ancora sull’inconscio del Paese.

Tra i personaggi che mi sono più piaciuti di Palazzo Chigi di Carta c’è Grillo. Il suo invito a essere euforici per l’occasione storica che si era presentata, invece di mostrare musi lunghi e sciorinare 10 o 20 punti come fossero “quelli della Standa”, mi ha ricordato il discorso di Steve Jobs ai ragazzi della Stanford University: «Siate affamati. Siate folli». Ho ritrovato il grande Grillo di una volta (quello, per intenderci, precedente al primo vaffanculo di massa) e ho imparato che un comico può, a un certo punto, dimostrarsi uomo di Stato. E ho molto apprezzato il passo indietro di Andrea Orlando che ha rinunciato a un prestigioso incarico di governo. Mi ha fatto morire dal ridere la mano di Conte sulla spalla di Salvini (quasi a tenerlo fermo) mentre lo redarguiva al Senato con parole sferzanti come scappellotti. Sembrava un professore resuscitato dal primo Novecento da una pagina di “Cuore”. Per la precisione, le faccine dello scolaro seduto scomposto al banco mi hanno ricordato quelle di Franti nel libro di De Amicis: “Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise”.

Il lieto fine è stato da Promessi Sposi: Renzi e Lucia.

Lucia, per me, è Paola Taverna. La Lucia a 5 stelle vicepresidente del Senato. Credo detesti Renzi, affettuosamente ricambiata. Ma il punto è proprio questo: imparare ad amare e rispettare i nostri contrari. Fare un passo indietro come Orlando e tanti altri, in nome dell’interesse collettivo. Questa è la marcia in più del Cuore che può sconfiggere la Bestia. Altrimenti una saracinesca calerà sulle nostre fronti sempre più basse. E buonanotte.

 

 

STATISTI SI DIVENTA

La prima cosa è che si respira. Spero non aria fritta. Salvini si è suicidato. La seconda cosa è che, per suo merito ma a sua insaputa, potrebbe essere nata una forza riformista e progressista capace di tenere testa a una destra illiberale e autoritaria. La terza cosa è che hanno vinto la Costituzione e il Parlamento, perché decidere d’interrompere una legislatura dopo poco più di un anno dall’ultima consultazione elettorale e pretendere “pieni poteri” non lo decide, in un delirio d’onnipotenza sudata, un ministro dell’Interno in mutande dal Papeete Beach (ma neanche uno in smoking). Se esiste un’altra maggioranza, e il popolo italiano ha votato il M5S come primo partito, il PD come secondo, la Lega come terzo, e se queste due prime forze manifestano l’intenzione di accordarsi su un programma condiviso, il presidente della Repubblica ha il dovere di verificare se questo ipotetico governo è possibile. Un presidente che, al contrario, scartasse l’ipotesi e indicesse elezioni anticipate, andrebbe confinato, pure lui, al Papeete Beach con la trombetta e il cappellino a cantare l’Inno di Mameli reggae. Mattarella non è quel genere di uomini e ha applicato la Costituzione. Tutto il resto sono chiacchiere tossiche, propaganda populista, balle.
Ma la cosa decisiva è un’altra, riguarda i novelli sposi. È qui che (conclusa la più esilarante telenovela politica dal dopoguerra a oggi) il gioco smette di essere un passatempo estivo e diventa sacro. C’è un sacco di gente che soffre, senza soldi, malata, emarginata, giovani senza lavoro, senza speranza. Davanti alla disperazione sociale, insistere con baruffe, personalismi, rancori, è un delitto di Stato. Ringraziate Salvini e Renzi di questa irripetibile occasione. A volte le carte migliori le servono i demoni e la politica può essere sacra anche se al tavolo da gioco ci ha trascinato un biscazziere. Ma senza anima e senso dello Stato, senza avere in mente ogni istante quella disperazione sociale, fareste la fine che i demoni si auspicano e stanno già apparecchiando. La riprova? In quest’aria italiana (per quanto più respirabile) non vola per ora nessuna grande idea che trascini e conquisti il Paese. Perché la vanità e il potere sono demoni e trappole infami. E svuotano anime e cervello ingombrandoli solo di loro. Mettete i vostri ego in soffitta, almeno per un poco. Trattateli come avete trattato i migranti, lasciateli in mare sotto il sole bruciante, senza approdo. Senza poltrone, senza quel vomitevole “totoministri”, lasciateli, i vostri ego, a pane e acqua. È un esercizio politico e spirituale; se non vi ci sottoporrete sarete fritti come l’aria che allora respireremo. Tutti noi dovremmo fare lo stesso, non solo pretenderlo da voi. Statisti si diventa, anche per caso, anche a casa.

OMBRA SU OMBRA

Sulle stragi di Stato l’Italia sembra un disco rotto. Come l’orologio della stazione di Bologna che segna da 39 anni l’ora in cui deflagrò la bomba della strage. È difficile fare 39 discorsi di commemorazione diversi. Ne sa qualcosa Sergio Mattarella, l’ultima istituzione che ci resta con un po’ di luce. Ma si è incantato anche lui come un disco rotto e ogni anno si ripete sull’ombra:
“Il bisogno di verità tuttavia non può fermarsi dove sono presenti ancora zone d’ombra”. Mattarella, 2 agosto 2017
“Sulla strage di Bologna ancora restano zone d’ombra da illuminare”. Mattarella, 2 agosto 2018
“L’impegno profuso non è riuscito, tuttavia, a eliminare le zone d’ombra che persistono sugli ideatori dell’attentato”. Mattarella, 2 agosto 2019
Onda su onda cantava Paolo Conte 40 anni fa. Ombra su ombra cantiamo tutti noi caduti dalla nave dei nostri destini deviati dai segreti di Stato.

SALVINI, DI MAIO E IL SARCHIAPONE

Sono come le invasioni delle cavallette pur essendo soltanto in due. Ma sono dappertutto. Salvini & Di Maio (non ne posso più) impestano tutti i telegiornali con le loro facezie politiche, i loro tira e molla inconcludenti, le loro beghe sudaticce. Ogni giorno una crisi, che ridere. 450 telegiornali fa mi facevano incazzare, l’uno, il cinghialone, perché fascio-razzista, l’altro, il questurino dei 5 stelle, per la sua mediocrità saccente. Non era quello che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Da quando si è accomodato in Parlamento non ho mai visto un tonno più comodo e felice di stare nella scatoletta. Oggi quando Enrico Mentana o la Gruber li nominano, scoppio a ridere irrefrenabilmente. Per ora siamo io e pochi altri che leggiamo tutto, guardiamo tutto, e ce ne siamo fatti una overdose ma molto presto anche l’Italia verrà giù dal ridere, come questa coppia politica (ah ah ah) si merita di cuore.  Perché Salvini & Di Maio sono il gran varietà di una volta fatto governo, Franco e Ciccio al potere, i fratelli De Rege quelli di “Vieni avanti, cretino!”, o Fracchia e Gianni Agus il suo sadico capufficio, e più di tutte queste coppie comiche sono Walter Chiari e Carlo Campanini nell’immortale scenetta del Sarchiapone. L’animale immaginario dalle qualità portentose che nessuno dei due ha mai visto. La politica vera, insomma. Quella nobile che si preoccupa di lenire il dolore sociale e di far crescere il paese economicamente, culturalmente, democraticamente. Quella politica misteriosa che Salvini & Di Maio possono solo mimare. A molti di voi mette tristezza. La maggioranza crede ancora al Sarchiapone. A me e qualcun altro fanno ridere come Stanlio e Olio. E mica è un film è l’Italia. Si replica tutte le sere. Verrà giù il teatro. In tutti i sensi.

La messa nera

“Nel 1775 il nostro esercito ha presidiato l’aria, ha speronato i bastioni, ha preso il controllo degli aeroporti” ha detto trionfale Donald Trump nel suo discorso per la festa dell’Indipendenza americana. Ma nel 1775, l’anno in cui in Europa fu inventato il tram, gli aerei non esistevano, tantomeno gli aeroporti. Non è per fare le pulci al potere che lo dico. Ma è che il potere, in questo secolo, se lo sono prese le pulci. Gigantesche, col ciuffo, ma sempre pulci. Niente a che vedere con i grandi demoni del Novecento: gli Stalin, gli Hitler e il nostro più modesto Mussolini che, tuttavia, si mangerebbe le mezze tacche politiche di oggi come bruscolini, e doverlo ammettere non attenua l’ansia ma l’aumenta. Stiamo vivendo un letargo fatale. Ma non è votando personaggi da operetta che ridurremo il male a un circo. Il male ci incanta proprio cambiando i suoi leader, anche i più improbabili,  non lo spettacolo finale. Possiamo votare tutti gli ignoranti che vogliamo, i corrotti, i mediocri, le mezze calze (così ci sentiamo come in vestaglia e ciabatte, a casa) ma la tempesta si alzerà lo stesso, più devastante di quelle del Novecento. Voi vi fareste operare al cuore da un tranviere con l’hobby del bisturi? E come mai allora non vi meravigliate se gli americani affidano la valigetta nucleare a uno come Trump, che crede che all’epoca di Voltaire gli aerei sfrecciassero sulle parrucche? Non c’è bisogno di essere visionari o apocalittici. Anche un bambino si accorge che siamo nel pieno di una messa nera. Aprite gli occhi, armatevi d’amore, non abboccate, non gettatevi nell’abisso. Il male è come il mare. Non sta mai fermo ma non cambia mai.