ITALIANI SI DIVENTA

Fa incazzare l’anima dover assistere alla marcia trionfale di quegli italiani, politici e no, coi loro ego tromboni e nauseabondi festanti per il rinvio a chissàmaiquando della legge sullo ius soli. Occorrerebbe invece approvare la legge contraria: la perdita del passaporto per chi non riconosce agli altri il diritto di essere italiano. Noi siamo emigrati in tutto il mondo come rondini. L’Italia è il nido del mondo. Chi lo rompe, paghi. Italiani si diventa.

L’ULTIMA CENA

Quando gli italiani sapevano ancora ridere ferocemente di se stessi, nei mitici anni del boom, precisamente nel 1963, Cesare Zavattini scrisse un soggetto per Vittorio De Sica proprio con questo titolo “Il boom”. Era la storia di un piccolo imprenditore edile, un Paperino indebitato fino al collo (Alberto Sordi) ridotto a vendersi una cornea per ridare la vista al marito di una megera milionaria. Mi è tornato in mente stamattina, sessant’anni dopo, oggi che il boom ha cambiato casa e continente, noi siamo diventati le vacche magre e i paesi poveri di un tempo come l’India, le tigri asiatiche. Ed è proprio di tigri che vi voglio parlare.  Nell’Uttar Pradesh – racconta il Times indiano – c’è un parco naturale, una riserva protetta in cui vivono le ultime 12 tigri. Al di là della recinzione sopravvivono (male) alcune famiglie di contadini che, come l’Albertone nazionale nostro, non sono sopravvissute al boom, cioè sono più povere di prima. E questa è la notizia: stanno aumentando i casi di persone sbranate dalle tigri. Si tratta di uomini e donne tutti in età avanzata che vivevano in famiglie disagiate. Le compagnie di assicurazione, costrette a risarcire per legge i congiunti con 500 mila rupie (circa 7000 euro), si sono insospettite, anche perché tutte le tigri avrebbero consumato il loro pasto fuori dalla riserva. Infatti chi si avventura senza guide di notte nella riserva lo fa a proprio rischio e pericolo e l’assicurazione non paga. E così sta emergendo la verità: poveri vecchi che si immolano per salvare le famiglie con l’accordo dei parenti. Altro che una cornea. Gli Alberto Sordi indiani si fanno sbranare e i congiunti, con un trattore, recuperano i loro resti nel parco e li fanno ritrovare dalla polizia nelle campagne attigue ai villaggi. Ho pensato alla loro ultima cena a casa, con i familiari, prima di addentrarsi da soli fra le tigri. E l’ultima cena di Gesù, con Giuda e gli altri, mi è sembrata, in confronto, una piccola cosa.

CHE SCHIFO DI TEMPO CHE FA

Ieri sera Enrico Mentana nel suo telegiornale ha smentito che fra La7 e Fabio Fazio ci sia mai stato un contratto preliminare, una bruciante trattativa o un segreto inciucio per soffiare alla Rai il suo gioiellino. C’è gran silenzio sui giornali, stamattina, eppure la notizia di Mentana sarebbe da edizione straordinaria. Perché la presidentessa della Rai, in Commissione di Vigilanza, aveva dichiarato, al contrario, che Fabio Fazio stava per firmare con la concorrenza e trattenerlo con 11 milioni di euro aveva evitato “un impatto sistemico” (bum), che “Non so se la Rai avrebbe retto senza Fazio” (bum bum) e che comunque non è facile lavorare per noi perché “Abbiamo un mirino per piccioni sulla schiena” (bum bum bum). Premesso che i piccioni siamo noi e non lei, e l’unico cacciatore a non sbagliare il colpo, anzi il colpaccio, si chiama Beppe Caschetto, l’agente di Fazio che con questa trovata della firma per La7 si è messo nel carniere, a occhio e croce, una provvigione di un milione e mezzo di euro, ci sorge il sospetto che la delibera con cui il CdA ha autorizzato in fretta e furia la firma del contratto con il popolare conduttore, sia viziata alla fonte. Una fonte non molto autorevole, anzi, a dar retta a Mentana (e perché dovrebbe mentirci?) una bufala.
Infatti alcuni consiglieri imbufaliti della Rai dichiarano di essere stati costretti a firmare “sotto schiaffo”.
A parte la figura beduina di essere stati infilzati tutti in fila come tordi, bum bum bum, adesso chi lo paga il conto? Chi lo ammette “Confesso che ho sbagliato?” Chi alza i tacchi? C’è qualcuno? Consiglieri? Presidente? Mi sentite? Pronto? Pronto?
Signora mia, che schifo di tempo che fa.

DISINTERESSE E RABBIA

Il centrosinistra salva le banche con lo stesso amore che qualsiasi italiano riserva a un fratello morente in ospedale. Con quanta dolce premura, con quanta umanità si prodiga al capezzale delle banche fallite! È come un San Francesco rovesciato che fa l’elemosina ai potenti ma è inflessibile con i bisognosi. Neanche una parola di rimprovero per i manager ingordi e incapaci che hanno fatto fallire quelle banche. È questa smisurata tenerezza per i corrotti, questa love story fra poteri bacati, questo sperpero di denaro pubblico mentre una famiglia su quattro è ridotta in povertà, ad aver disamorato gli italiani dalla politica. Se questi sono i campioni del centrosinistra, allora Papa Francesco è Che Guevara. Quindi nessuna meraviglia per i risultati elettorali di oggi. Solo disinteresse e rabbia.

UN AIUTINO PER IL PARADISO

In Italia anche per morire ci vuole l’aiutino. E la mano di Dio non c’entra. Tutti abbiamo avuto un congiunto in fin di vita. E altrettanto inevitabilmente abbiamo avuto o avremo a che fare, in ospedale, con l’infame e petulante insistenza di qualche rappresentante porta a porta di feretri e corone di fiori che, nella frenesia di vedersi battuto dalla concorrenza, ci tampina in corsia prima del dovuto, cioè con i genitori o i nonni ancora lucidi e svegli. Tanto che, per mancanza di posti letto, i nostri poveri cari (dimessi proprio perché troppo costosi) li dobbiamo riportare a casa senza assistenza, senza pietà, con gli avvoltoi delle onoranze che ci volteggiano fin dentro la guardiola del portiere,  merito di un servizio sanitario che tartassa i contribuenti per poi abbandonarli sul viale del tramonto.

Fortunatamente la Procura di Catania quest’oggi ci rallegra svelandoci un delizioso stratagemma escogitato dalle agenzie funebri per accorciare il dolente percorso dei malati terminali dagli ospedali a casa. Sull’ambulanza, infermieri e barellieri iniettavano con l’agocannula una bella bolla d’aria nelle vene dei pazienti, così schiattavano subito per embolia e con questa spintarella finivano al volo fra le braccia del Creatore. Il tutto per una mazzetta da 300 euro, sborsata in contanti da qualche boss delle pompe funebri di Paternò. Scommettiamo che questa moda avrà già dilagato in altri ospedali e in altre ambulanze a spasso tra case e ospedali nel centro-nord? Perché questo è diventato il nostro popolo, questi siamo noi, inutile girarci intorno, è esattamente questa “Cosa nostra”. I famigerati politici ormai sono soltanto la nostra pallida ombra.

Nella foto: i funerali di Giulio Andreotti

 

SANGUE E MERDA

Se non facciamo qualcosa, siamo tutti collusi. Ormai in Italia sembra di vivere sotto i colonnelli greci al tempo di “Z, l’orgia del potere”. Con chi ce l’ho? Innanzi tutto con noi stessi, come popolo, senza schiena dritta, senza dignità, senza coraggio, vili. Poi con la maggioranza dei giornalisti che non fanno il loro mestiere: spiegarci quel che sanno (e lo sanno, lo sanno) degli osceni accordi intercorsi fra Stato e Mafia. Quelli che ci hanno cambiato il destino a tutti. Quelli grazie ai quali sono morti Falcone e Borsellino, per intenderci. Ma è mai possibile che le intercettazioni in carcere di un boss della mafia non provochino una sollevazione popolare? E la stampa? E il Parlamento? Ma che cazzo di terra desolata è diventata l’Italia? Sangue e merda.

Ricapitoliamo.

Il boss Giuseppe Graviano, che sta scontando l’ergastolo per stragi mafiose, viene intercettato in carcere per un anno. Graviano si sfoga con un detenuto. Con chi ce l’ha? Con quel “crasto” (cornuto) del nostro quattro volte ex presidente del consiglio Berlusconi. Quattro volte, sant’Iddio. «Al Signor Crasto gli faccio fare la mala vecchiaia», minaccia Graviano. Per quale motivo? «25 anni fa mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere» precisa Graviano rivolto al suo ex potente “amico” Berlusconi. «Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta… alle buttane glieli dai i soldi ogni mese! Io ti ho aspettato fino adesso, e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente. Ma pezzo di crasto, vaglielo a dire come sei al governo! Che hai fatto cose vergognose, ingiuste…».

Bene. Tutto quello che ho sentito è la dichiarazione di uno degli avvocati dell’ex premier che accusa la giustizia a orologeria d’interferire con le elezioni amministrative di oggi. E tutti gli altri? E noi? Nulla da dichiarare?

Ma questo paese di sangue e merda non ha memoria storica neanche di quel che è accaduto tre anni fa?

Nel maggio 2014, tre anni fa, la Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del braccio destro di Berlusconi, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Che vuol dire? Vuol dire che la nostra suprema corte ha sentenziato in via definitiva che l’accordo fra l’ex 4 volte presidente del consiglio italiano Berlusconi e Cosa Nostra c’è stato sin dal 1974 (grazie alla mediazione del braccio destro dell’ex cavaliere,  Marcello Dell’Utri, che era il presidente di Publitalia, quella che raccoglieva pubblicità per le reti  del biscione; attualmente in carcere). Ribadisco, è stato confermato dalla Cassazione che “Dell’Utri intrattenne stretti rapporti con le vecchie organizzazioni mafiose di Stefano Bontade, Totò Riina e Bernardo Provenzano sino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino facendo da intermediario fra le organizzazioni malavitose e Silvio Berlusconi”.

E noi? Zitti. Come se la mafia fosse la nostra chiesa.

Buona domenica.

PASSAPORTO PER L’ESTASI (UNA CONFERENZA ALLO YOGAFESTIVAL)

Ieri è cominciato il primo Yoga Festival della Val d’Aosta, una delle manifestazioni italiane più belle, suggestive e spiritualmente utili. Sono stato molto felice di inaugurarlo con una conferenza dal titolo “Passaporto per l’estasi”, in un sito che ha 6000 anni (più o meno l’età dello Yoga): l’Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta.
Non amo chi se la tira (soprattutto quando si parla di anima) come si capisce dalle prime parole del mio discorso:
«Poter portare la mia testimonianza in questo sito archeologico, fra queste piattaforme, queste stele, le tracce delle prime arature dei nostri antenati, degli Adamo ed Eva di questa Valle dell’Eden, mi fa sentire l’ebbrezza di essere un archeologo dell’anima, una sorta di paffuto Indiana Jones dello Yoga.
C’è una cosa che mi fa sempre molto ridere quando vedo buffi esseri come me, autorevolmente improbabili, salire sul palco e sparare sentenze in fatto di spiritualità, di meditazione yoga, o di Dio. Perché la prima cosa che uno nel pubblico pensa (ma loro non lo sanno) è: caro “maestro”, ma se hai quella faccia da “oddio un’altra sera a ingozzarmi di wurstel da solo davanti alla tv” come pensi di convincermi che la tua meditazione possa funzionare?
Il mondo pullula di persone che non hanno la minima idea di cosa sia scalare il Monte Rosa dell’anima, ma fanno come se avessero appena dato una pacca sulle spalle a Dio e conoscessero tutti i trucchi per andare in paradiso in taxi. Be’, io non ce l’ho questa ricetta truccata, quindi rilassiamoci tutti, perché vi sto offrendo un esempio vivente di bilocazione: sono qui al microfono ma contemporaneamente sono seduto lì con voi a sbellicarmi su questo tipo con l’erre moscia, la pancia e i capelli bianchi che non si capisce bene a quale titolo stia presentandoci il Festival dello Yoga in Val d’Aosta. Spero non sia solo perché ho all’incirca l’età di questo insediamento megalitico…»

BECCO DA SCHIAFFI

Adoro quest’uccellino incantato dal mistero, che osa. Osa entrare in un nido da giganti dove tutto può schiacciarlo, ma lui ha un gran becco da culo, fischia e se ne infischia (di paura ne ha tanta, spasmodica, non credete, ma è più forte il suo spirito d’avventura). Dovremmo avere tutti questa magica incoscienza, anche con facce da schiaffi, bussando o senza bussare, attraversando stati mentali a volo libero, perché solo volando senza rete puoi trasformare spazi di angoscia in estasi di gioia. Quest’uccellino è un mago, cinguetta e osa, ci può essere un assassino nascosto nel garage, un bambino con la fionda, un gatto; chissenefotte, vero uccellino? Entriamo. Per una carezza o un po’ di miglio si fa questo e altro: una rivoluzione. Bisogna fare irruzione in altri mondi, sfidarli con quel beccuccio da impunito, rischiando una fucilata o una porta in faccia. Puoi restarci secco -ovvio- e ti ritrovi ombra. Un po’ triste, ne convengo, ma anche le ombre volano, soltanto quelle, però, che hanno saputo fiduciose osare. Poi viene primavera e riprendono corpo e piumaggio, ritornano come falchi o aquile reali, o bambini ribelli, o forme di pensiero, libertà, rivolte, amori, o come semplice goccia splendente nell’oceano. Grande uccellino col tuo becco da schiaffi, ti guarderei per ore e ore. In questa mattinata di sole e d’ombra ti devo la vita.

LA FORZA CHE NASCE DAL BASSO

La strada, la periferia del mondo, il degrado, l’essere stati bambini miserabili, questo braccio di ferro immortale, la loro rabbiosa felicità, tutto sembra congiurare contro questi due giovanissimi lottatori, tutto -purtroppo – ci lascia superficialmente profetizzare: che razza di vita li attende? Chi li salverà? Il mondo globale sembra fatto apposta per umiliare, schiacciare, emarginare e fottere due piccole anime così. Ma se uno solo di loro riuscirà ad affrancarsi, a mangiare libri e avventure, a benedire il proprio inferno, a farsi sotto nel paradiso mediocre dei benestanti, non vorrei essere nei panni di uno dei nostri viziati bambini. Perché si può essere favoriti dai padri, dai licei in cui hai studiato, dai denari ereditati, dal culo di essere nati in città felici, dalle amicizie facoltose e dalle raccomandazioni, ma se un giorno ti trovi a competere con qualcuno riuscito a emergere da queste giungle suburbane, sei fritto, spacciato e te lo ricorderai per il resto della vita. È nel basso profondo e nel fango che si rispecchia il più puro azzurro del cielo.

IL PARADISO DI TUTTI I GIORNI

Apprezzare il peggio è un buon metodo per essere sereni, anche divertente. Si pensi alle persone che ci osteggiano, ai modi o ai ragionamenti altrui che disprezziamo, a tutto ciò che di solito ci fa schiantare i nervi, a quegli animali indisponenti come i piccioni che ci lordano il terrazzo e ci grugano l’anima, e si rivolti il tutto come una frittata. Ora si pensi agli esseri fantastici, alla grande musica, a tutto ciò che ci risulta bello, carezzevole, familiare, sacro, indice di fortuna e prosperità. E si rivolti la frittata un’altra volta, donando questo a quelli, elargendo a tutti i piccioni del mondo (per primi gli uomini che ci grugano le palle) l’amore di mille mamme, l’effervescenza stellare del bacio più incantevole della nostra vita, dipingiamoli da capo a piedi con la luminosità incantata di una giornata d’infanzia al mare, insomma, svitiamoci e riavvitiamoci il cervello. Miracolo! Adoro i miei piccioni, senza non potrei stare. E invece di bestemmiare a quell’ovetto deposto proprio adesso in un angolino del balcone, lo curerò come se fosse la culla di mia figlia. E tu, caro nemico mio, cosa t’inventerai quest’oggi per guastarmi l’umore? Ti rivestirò di una tale mareggiata d’amore che ti sentirai avvolto da un manto d’ermellino e stelle e mi guarderai sbalordito: «Perché mi doni questo? Io sono cattivo con te!». No, sei sfortunato, è diversa cosa, ti meriti tutto il mio affetto perché non vedi, dietro il polverone di rabbia da te stesso alzato, la sovrumana bellezza della vita.

Non dico che sia facile ma è un metodo, una disciplina, un impegno costante, quasi un dovere – se non vuoi esistere invano – amare per prima cosa tutto ciò che ci risulta odioso, colorare d’azzurro il nostro libro nero. Non c’è nulla di melenso (anime belle è solo una definizione delle anime di merda) al contrario, ci vuole una muscolatura spirituale da asceti di Serie A. Però anch’essa si acquisisce un giorno dopo l’altro come gli addominali frequentando una palestra, e tra gli altri benefici, ti fa molto ridere, perché crea un buffo scompiglio emotivo in chi ci vuole male, fa scricchiolare le stesse istituzioni, trasforma gennaio in ferragosto, gli uomini in albatros, e questo mediocre inferno quotidiano nel paradiso di tutti i giorni.

(Foto Alex Kebotar, premio Pulitzer)

LE VOCI DI DENTRO

Ieri mi sono fatto un’intervista. Anche voi, vero, ce l’avete una voce interiore che vi fa domande a sorpresa? No, perché essere pazzi insieme è bellissimo, da soli così così. Adesso non so se questa voce interiore sia quella della coscienza, o di me bambino, dell’anima, del Sé eterno o di mia nonna, fatto sta che mi fa domande a bruciapelo, a volte storiche come se fosse Indro Montanelli, tipo: «Che avresti fatto l’8 settembre del 1943?»

Premesso che io sarei nato dieci anni dopo, la “voce Indro” pretende una risposta al volo. Cosa avrei fatto quando il generale Badoglio proclamò l’armistizio, il re vigliacco fuggì da Roma, l’esercito si sfaldò, i tedeschi nostri alleati diventarono nostri nemici, un grande gong suonò l’inizio della Resistenza, e altri ragazzi (alcuni con candore, per non sentirsi traditori, tra questi anche Dario Fo) si arruolarono nella Repubblica di Salò? La voce interiore non accetta i “Ma che ne so?”, m’incalza, mi scassa la minchia.

Le rispondo che sarei andato in montagna, partigiano, e quella mi fa «Sì, sì, perché no?, può darsi, ma se fossi stato, metti, un tenente di vascello tu forse saresti andato col re nell’Italia del Sud già liberata, non appresso a quella corte di cortigiani vigliacconi che ti avrebbe fatto vomitare, ma solo per fedeltà alla bandiera. Di certo non eri fascista e non lo sarai mai, e di certo non saresti tornato a casa gettando l’uniforme sotto le macerie. Quindi delle due l’una: o con una banda partigiana o a Brindisi, magari a Bari, speaker di Radio Bari Libera, e chissà che la tua reincarnazione precedente non fosse proprio quella che incitava a ribellarsi ai nazisti da Radio Bari e trasmetteva “Chattanooga Choo Choo” dell’orchestra di Glenn Miller?»

Uffa, che rodimento però, il problema con le voci di dentro è che bisogna essere sinceri a 360 gradi, altrimenti ti si guasta la giornata. Troppo facile credersi il “partigiano Johnny”, bisogna immedesimarsi anche in ruoli scomodi o orrendi, io faccio il romanziere ed è un dovere provare a indossare anche un’anima di merda, come quella di un SS a Sant’Anna di Stazzema, lanciare un neonato per aria e sparargli ridendo, fino a sentirmi colare sulla testa gli sputi degli angeli dal cielo, perché bisogna imparare a immedesimarsi in tutti, anche nei demoni, e poi fare la tua libera scelta, decidere chi vuoi essere davvero e con chi stare. E io sto coi poveri e con gli infelici, con gli uomini fantastici e con i vagabondi delle stelle, mica perché sono bravo e buono ma perché ci sto senza sforzo, è la mia tribù.

Altre volte m’intervista una voce interiore frivola, genere inviata di “Chi” o “Novella 2000”, che mi fa domande da gallina di Banderas, del tipo: «Stai sull’autobus e vedi Carla Bruni con la chitarra in grembo, che piange, ulula e si dispera perché Sarkozy l’ha mollata, vorresti consolarla, come fai?»

Ma di solito la mia voce interiore è meno frivola, come quella di poco fa, che mi ha chiesto a muso duro: «Ti sto puntando una pistola alla tempia. Puoi salvare tre cose della tua vita. Quali salvi? Rispondi immediatamente o sparo».

Ho risposto: «La meditazione, l’amore, gli altri».

Lei, bontà sua, ha abbassato il revolver e mi ha lasciato andare.

E tu che cosa salveresti? Quali tre cose sono, per te, fondamentali?

NOI, PESCI NELLA RETE

Nessuno ne parla ma Facebook è cambiato, prima era un mare aperto ormai è una confortevole pozzanghera con la tua immagine riflessa in altre simili alla tua, al massimo, se hai tanti amici, è un laghetto artificiale per un rito, un bagno poco purificatorio di narcisismo di gruppo che non riproduce quasi più le diversità, i vaffa, le dissonanze fra noi, ma ci lecca il culetto e ci compiace, ci acconsente come mammà un neonato, mentre il mondo adulto, il mare di fuori non è certo così consenziente con noialtri. O sbaglio? Be’, preferivo gli squali, chi mi sputava, le orche marine del web, gli spazi profondi di personalità a me estranee, le tempeste verbali, imbattermi in opinioni che non condividevo, perfino in contenuti che aborrisco (i nazifascisti, quelli che parlano solo di cibo, o i bulimici dell’esoterismo coatto, i bimbiminkia di tutte le età e le latitudini) piuttosto che aggirarmi senza emozioni e turbamenti in questa melassa autoconsolatoria in cui quasi tutti la pensano come la penso io, o nel vedermi riprodotti incessantemente (come nella più soffocante pubblicità televisiva) gli stessi video sui quali cliccai sbadatamente o meno due anni fa: che palle! Ma allora a che mi serve Facebook? Mi tengo la famiglia, il vicinato, la mia vecchia amante che mi manda affanculo come solo lei sa, la cena annuale con gli ex compagni di scuola. Che clicco a fare? La potenza del mezzo, che un tempo era nelle nostre mani, è passata al servizio dei padroni. Gli abbiamo donato i nostri dati sensibili, gusti, consumi, vizi, abitudini (ma davvero vi credevate che la Rete fosse gratis? Non c’è niente di gratis, si paga tutto, ma su Facebook lo paghi in modo fittizio e più insolente di una bolletta della luce). Risultato? Un bell’algoritmo selettivo che sbatte e relega ciascuno nella sua esclusiva riserva indiana. Preferivo essere un figlio di puttana per un qualche anonimo pirata del web piuttosto che un figlio di un algoritmo che ha ordinato, pisciandomi sulla testa: “Ora che so come la pensi, caro gnocco, ti accontento”, ed eccoci tutti qua, serviti, noi “simili”, noi tribù dal profilo di tipo A o B o C, a sciacquettarci in questa cliccante pozzanghera azzurra al sapore di mare come un bagnoschiuma taroccato cinese. Ricordate quando il verbo di Internet era “navigare”? Il Facebook di adesso è sempre “navigare”, ma senza mai uscire dal porto. Dalla rete siamo finiti in padella, fritti nello stesso olio. Se per voi questa si chiama libertà, ridatemi Minzolini direttore del Tg 1, me lo riguardo a puntate come “Gomorra”.

DIARIO DI UNA FOLLE DOMENICA DI PRIMAVERA

È l’alba e sfoglio Repubblica con mezza mente ancora nei sogni e l’altra mezza affacciata sulla veranda della realtà. Leggo il titolo “La fuga del bandito senza pietà/Fermatelo, può fare altri morti!” Penso che ci si riferisca a Donald Trump. Ma la metà di me con la tazzina in mano davanti alla primavera mi avverte che no, stanno parlando di “Igor il Russo”, il killer di Budrio, e non di Donald l’Americano, il gendarme del mondo. Così, di questa domenica all’alba, la prima cosa con cui s’impasta la mente nel rosa nebbioso è la rabbia per il consenso senza dignità dei leader dei paesi europei, compreso Gentiloni nostro (così tanto gentilone con Trump che mi viene da gridare). È orribile questa gentilezza con la vendetta armata del Kim Jong-un di Washington, del coreano-americano con l’anima da hamburger. Perché bisogna avere il  ketchup spalmato sui neuroni cerebrali e la senape sul cuore per non capire quale razza di odio viscerale e di guai collaterali innesca un intervento armato unilaterale USA su uno stato sovrano come la Siria. Non a caso il dittatore coreano (talmente speculare a Trump da sembrare il suo gemello con gli occhi a mandorla) ha dichiarato ieri che “L’attacco Usa giustifica l’atomica”. L’umanità, certo, non può tollerare chi stermina bambini con i gas. Ma neanche lo sterminio degli innocenti quando sono gli Usa e i suoi alleati a sganciare bombe sulle aree più povere e culturalmente emarginate del pianeta. Offrire gentilissimo, incondizionato consenso ai capricci armati del Kim Jong-un della Casa Bianca vuol dire che l’Onu è impotente e l’arte della politica è morta come quei bambini asfissiati da Assad, dai ribelli, o da chiunque sia stato. Che bisognasse averne contezza “prima” d’intervenire dovrebbe essere superfluo ribadirlo. Non sono simpatizzante dell’Isis né, se fossi arabo, sognerei mai di aderire a quelle sanguinarie follie, ma se malauguratamente fossi nato da quelle parti oggi avrei un motivo in più per scaraventarmi con un camion sulla folla, in Europa, e pareggiare un’altra volta i conti. Se si ha avuto la fortuna di nascere in America o nelle nostre ben nutrite città, non bisogna mai abbandonare la ragione per la risposta armata, mai.  A perseguire l’occhio per occhio si diventa ciechi. Non c’è bisogno di un genio per capirlo. Ma Donald non lo sa. E a Merkel, Gentiloni & Co., che invece lo sanno benissimo, non conviene saperlo. Che vergogna, che pena quest’Europa.

Nel frattempo mi sono completamente svegliato e il mattino è di una bellezza oscena, in confronto a queste macabre notizie. Su Repubblica non c’è scritto il titolo più importante “Che fortuna essere vivi in questo fantastico universo”. Non bisogna lasciare la nostra mente indietro, ai leader di un pensiero morto. L’Anima Mundi sta andando avanti, e noi non possiamo permetterci di perdere il nostro appuntamento con l’infinito. Guardiamoci in tasca, invece, perché ci sono nascoste le chiavi del paradiso. (La religione non c’entra). E tutti noi che ancora possiamo, facciamoci un sorriso. Buona domenica!

FRANCESCA LA PASSATRICE INCRIMINATA DAL GIUDICE PER REATO DI FRATERNITÀ

E poi ci sono queste ragazze, anche in Italia, che invece di maledire il buio lo illuminano, e pagano la bolletta sulla loro pelle, la bolletta di energia di un’anima lucente con cui fanno strada ai diseredati, ai vagabondi delle guerre e li scortano attraverso le frontiere, per una nuova vita da improvvisare o per una notte di tregua. Questo fa Francesca, la passatrice, non certo per soldi insanguinati, come quei nocchieri carogne che traghettano migranti sui barconi-bestiame, ma per amore, solo per amore.
Sono fiero di te, ragazza che non conosco, e poco me ne sbatte di quei miserabili di casa nostra che non sanno far altro che cacciare gli altri al grido odioso di “tornatevene a casa”, ma più gridano più emigrano da loro stessi per sempre, e rimangono a casa sì, ma al buio pesto.
Francesca, di Madonna dell’Olmo (Cuneo), una laurea in Economia con tanto di master, invece ci fa luce a tutti, col passaporto o senza, perché «Sono sopravvissuti alla Libia, agli scafisti, al mare. E muoiono come cani a Ventimiglia. Come fai a girarti dall’altra parte?». Francesca è una criminale, il suo reato è la solidarietà, meglio, la fraternità, pertanto è stata arrestata l’8 novembre alla guida di un furgoncino bianco sulla A8, a Mentone. I poliziotti francesi e italiani la stavano braccando da Ventimiglia. Nel furgone, assiepati, c’erano un cittadino del Ciad e sette ragazzi eritrei.
Martedì scorso, è stata giudicata dal Tribunale di Nizza. Si è rifiutata di rispondere alle domande della corte. Il procuratore ha chiesto otto mesi di carcere e due anni d’interdizione dal territorio francese, ma il giudice c’è andato meno pesante. Quando però il suo avvocato l’aveva difesa in nome dell’emergenza umanitaria, e il procuratore aveva alzato le spalle sbuffando d’indifferenza, Francesca ha parlato: «Gli ho detto che io non vedo la frontiera, che la frontiera non esiste, e dunque non c’è alcuna illegalità in quel che faccio. Quand’ero piccola ci passavo sempre d’estate con la mia famiglia. Nessuno ci ha mai fermato. Allora diciamo le cose come stanno: quello è solo un filtro ingiusto e disumano per le persone di colore».
I miei connazionali più vuoti gli scrivono su Facebook: «Grazie per aver portato via dall’Italia otto rompicoglioni» e le augurano: «Spero che ti arrestino e gettino la chiave». La passatrice, invece, è il mio fiore all’occhiello, stamattina. Per 300 euro al mese Francesca lavora nella Nizza vecchia per un’associazione che fa da ponte fra i migranti che sono riusciti a scavalcare il muro della frontiera che c’è solo nella mente e le famiglie francesi disposte ad accoglierli. Poi fa gli “straordinari” gratis, rischiando il carcere per i suoi fratelli invisibili. Eccone un paio, con lei nella foto, che ho preso dal suo profilo Facebook. Hasta siempre, comandante Francesca. Il tuo sorriso e quello dei tuoi piccoli “passeggeri” oggi mi assicura una giornata splendente. Grazie.

ASSASSINI S.p.A

Colpi d’ascia in faccia alle mogli, martellate ai bimbi, sprangate sugli sconosciuti per uno sgarbo da nulla, gli “insospettabili” ormai uccidono a raffica con una ferocia raccapricciante. I cronisti li chiamano raptus, confortati dai vicini di casa che, per chi crede nei raptus, (come se il male lo portasse il vento o gli starnuti), saranno tutti a loro volta terrificanti assassini potenziali. Gente che se si prende il “raptus” di questa influenza, non hai scampo, sei fritto.
“Una famiglia normale, gente tranquilla…” non si può più sentire. Uccidere è difficilissimo, perfino in guerra ci sono cecchini che vanno in pensione coi rimorsi, ammazzare i tuoi cari in questi modi selvaggi poi, devi aver frequentato l’università della ferocia per anni, esserti laureato in disprezzo assoluto del prossimo e aver conseguito un master in sevizie e scotennamenti, roba da jihadisti, altro che “gente tranquilla”, demoni furibondi.
Non c’è niente di tranquillo nella vita che siamo ridotti a vivere in queste città disperate e spente. Come dei impotenti, piccoli Zeus incapaci di darci gioia e di donarla, ci infuriamo con chi capita capita, accusandoli di averci sfasciato il nostro regno giocattolo e gli rompiamo il loro. L’Italia è una repubblica fondata sul risentimento. E quando l’odio è di Stato e il disprezzo sostituisce il “come stai?” non c’è nulla di cui star tranquilli. Ma che diavolo ci è saltato in testa di credere che questo nostro modo di vivere costituisca la normalità? Ecco perché la “brava gente”, le famiglie “tranquille”, i “normali”, mi fanno accapponare la pelle.