QUELLE RICERCATRICI IN GINOCCHIO COSTRETTE A BACIARE I PIEDI AI BARONI

Leggo le umilianti intercettazioni telefoniche fra Susanna Cannizzaro, neo ricercatrice all’università di Macerata, e il professor Guglielmo Fransoni, oggi agli arresti domiciliari, uno dei baroni universitari accusati di corruzione per aver pilotato le abilitazioni dei docenti. E mi viene da imprecare al cielo dalla rabbia e dallo strazio per quest’Italia mafiosa ormai anche nel cuore della gente (vessati e vessatori) e in cui le giovani eccellenze del pensiero sono costrette a prostrarsi ai capi bastone, ma a quelli perbene, ai “corleonesi” che sul biglietto da visita, invece di Don, hanno scritto solo On., o Prof., o Cav.

Ve le trascrivo, così come le riporta “Il Fatto”, stamattina:

«Devo dirti una cosa», premette il professor Fransoni. «Da che mondo è mondo si chiama per ringraziare, perché tu hai superato l’esame grazie all’appoggio».

Susanna, la ricercatrice che lo ha chiamato per avvisarlo che l’università di Macerata le ha richiesto alcuni documenti, fa il suo primo baciamano (in 5 minuti e 35 secondi di telefonata si prostrerà chiedendo 13 volte scusa e implorando per 4 volte perdono). Persino chi sgarra nella mafia s’inginocchia al Padrino dicendo tre o quattro “Vossia scusasse” di meno.

«Scusami, scusami tanto!»

«Non hai chiam…non ho sentito la parola grazie e non ti scuso, invece!»

LEI Scusami, scusami!

LUI Si chiama per ringraziare.

LEI Scusami, scusami tanto!

LUI E non ti scuso! Si fa così.

LEI Perdonami, perdonami. Io ti…sono molto contenta e ti ringrazio.

LUI Eh vabbe’, ti rendi conto che è tardiva la cosa. Tu chiami perché hai bisogno di un ulteriore aiuto, è tardiva! Vuoi il supporto, tu hai bisogno del nostro supporto per tutto.

LEI Ma io ho sempre bisogno.

LUI E allora cerca di meritartelo per la miseria!

LEI Perdonami, scusami.

LUI Ok, ci siamo capiti. Adesso non voglio più spendere parole su questo.

LEI Perdonami, Guglielmo, io non…

LUI Sei grande, ma quanti anni hai, quindici?

LEI Scusami tanto era solo la…

LUI Non ci sono giustificazioni! Sono chiaro?

LEI Scusami tanto, scusami, non era mia intenzione…

LUI Non è tua intenzione, hai fatto! Che ragionamento è? Stai parlando a vanvera, Susanna!

LEI Ti posso solo chiedere scusa…ti posso solo chiedere scusa e ti posso dire che io sono estremamente grata a te e a tutti gli altri. Mi dispiace solo di non averlo comunicato subito prima…di dare qualunque altra informazione. Ti chiedo scusa.

Allora, sazio di tante suppliche, tronfio di se stesso, ebbro del proprio potere, il maschio Alfa della nostra mafia da tutti i giorni, concede: «Mandami questi documenti, li esaminerò con attenzione».

Lei china per la tredicesima volta il capo: «Va bene, grazie, e scusami ancora».

In Italia dobbiamo ricominciare da zero, dalla prima infanzia. Prima di fargli dire “Mamma” e “Papà”, ai nostri bambini dobbiamo insegnargli una parola sola: “dignità”. E a tutti i capi mafia che infestano la vita pubblica -bambini- non si fa il baciamano, ma il vuoto intorno.

MENZOGNE D’ITALIA, QUELLO SPORCO BUSINESS

Il solo fatto che il caso Emanuela Orlandi torni in prima pagina e negli strilli dei tg in concomitanza all’uscita di un best seller annunciato, mette una tristezza infinita. Il documento prescelto per il lancio editoriale non è né vero né falso, ma puzza di vero pur essendo una patacca.

Nel leggere la formula “Sua Riverita Eccellenza”, in una lettera rivolta a un cardinale, mi è tornata in mente la battuta sprezzante di Luchino Visconti, che mi raccontò un suo amico, dopo aver visto La Dolce Vita di Fellini: «Quella è la nobiltà come se l’immagina il mio cameriere». In questo caso il Vaticano visto da un lavapiatti cinese, che non è tenuto a sapere quanto “Sua Eccellenza Reverendissima” sia più appropriato di un “Riverita” da paese di servi, quale siamo.

Un paese che, da sempre, col dramma ci pasteggia a champagne e si diletta a danzare con la menzogna che, in questo caso, ha il bel viso da sventurata di Emanuela, una specie di Corradino di Svevia dell’Italia moderna. Il piccolo imperatore sedicenne fu decapitato a Castel dell’Ovo di fronte alla folla ammutolita. Lei uccisa mille e una volta, sui giornali alla tv nei libri al cinema, gettata in pasto a questo paese chiacchierone che non conosce né il pudore né la sobrietà, almeno quella, del silenzio.

Il portavoce Vaticano ha definito “falso e ridicolo” l’ennesimo “scoop” sozzo del sangue di una minorenne. Ma falsa e ridicola risuona più alta ancora la menzogna nel cuore della cristianità. Basti pensare alle migliaia e migliaia di altri reati pedofili commessi dai sacerdoti e coperti per secoli dalle autorità vaticane. Tutto per il timore di perdere potere e credibilità, negando ciò che di più sacro c’è in quella religione: la confessione, la misericordia, il perdono.

Dispiace che Francesco domenica prossima non spalancherà la finestra per arieggiare San Pietro e contagiare lo Stato confinante con una parola di verità su Emanuela. Di sicuro troverebbe, appostato a un’altra finestra, un cecchino per assassinarlo, o meglio ancora qualche domenica dopo, tanto per depistare, al termine di un discorso che non c’entrerebbe nulla ma su cui le tv potrebbero sbizzarrirsi ancora e ancora.

Può certamente darsi che, intrecciata alla vicenda della ragazza scomparsa, ci fosse la banda della Magliana, o che il papà di Emanuela dovesse essere “avvertito” di non azzardarsi a testimoniare ciò che sapeva del crack del Banco Ambrosiano e del “suicidio” di Roberto Calvi, il banchiere di Dio, sotto il ponte londinese dei Frati Neri, o che invece bisognasse zittire Alì Agca (tutto questo è  estremamente eccitante per il giornalismo folkloristico di casa nostra). Sta di fatto che la verità credo sia più arida e nuda.

Una ragazza sacrificata come un agnellino in una messa nera a sfondo sessuale celebrata da qualche mammasantissima della chiesa. Forse, chissà, era pure rimasta incinta. E visto che era cittadina vaticana, e non si poteva lasciar tornare a casa da mamma e papà a raccontare l’accaduto, l’avranno ridotta al silenzio in un prezzolato manicomio inglese, svuotandone la memoria fino alla morte.

Vero o no chi può dirlo? Soltanto Francesco, ormai.

Che parli allora, il Papa, invece di far muovere accuse di “falso e ridicolo” al suo “Riverito” portavoce.

La verità ci ha fatto battezzare cristiani ma la menzogna ci sta facendo morire italiani.

ESSE O ESSE ULTIMO AVVISO ALLA TERRA

“Buona domenica, io sono una staffetta con le ali, portavoce di Madre Natura, e quelli grigi e sciocchi nei palazzi sullo sfondo di questa foto siete voi, senza offesa, o magari anche sì. Dice Madre Natura -vi riporto testualmente le Sue parole delle 5:26 ora italiana-: «Sono molto rammaricata, figli miei, di vedermi costretta ad avvisarvi, con turbolenze e terremoti, con lo scioglimento dei ghiacci, con tifoni, tsunami e tornado, che la vita è in agonia per la vostra stessa ingordigia che sta finendo col divorare se stessa, come un padre impazzito che mangi i propri piccoli. Faccio appello a tutti i bambini, ai giovani, alle mamme come me e agli ultimi saggi: ribellatevi con tutta la fragile forza che avete! Impedite alle orde più oscure e malvagie della Terra di portare a compimento il loro nero disegno d’Ignoranza. Contrastatele con la potente luce della Conoscenza e dell’Amore!».

A questo punto, prima di spiccare il suo volo ferito, la staffetta portavoce di Madre Natura (nella foto) ha concluso: “Ho letto ieri sul Wall Street Journal -ormai anche noi volatili abbiamo imparato a leggere per disperazione- che gli Stati Uniti avrebbero deciso di non uscire più dagli accordi di Parigi negoziati nel 2015 dall’amministrazione Obama, facendo dietrofront su quanto invece annunciato dal presidente Trump. Che spettacolo, ragazzi! A questa notizia, tutti gli animali del mondo hanno gioito in un’esplosione di cinguettii e ruggiti, latrati, grugniti, miagolii entusiasti e muggiti dolcissimi. Ma poco fa, purtroppo, quella scema della Casa Bianca ha dichiarato che «Non ci sono stati cambiamenti nella posizione degli Stati Uniti sugli accordi di Parigi. Come il Presidente ha chiarito già abbondantemente gli Stati Uniti si ritireranno. A meno che non riusciranno a rientrare con termini più favorevoli al Paese».

Di “favorevole” c’è solo che te ne vada all’inferno, presidente Trump & Company, dico io. Vi ho augurato buona domenica, ma ora aggiungo maledetta domenica, fratelli umani. Statevene pure ripiegati sui vostri sterili “me stesso” continuando a specchiarvi su quegli smartphone del cacchio, oppure reagite, buon Dio, reagite! Se un ragazzino cinese è riuscito a fermare i carri armati, voi che siete milioni e milioni è mai possibile che non riusciate a impedire la distruzione del pianeta?”.

E con un sospiro e un impercettibile singhiozzo, scrollandosi tutto il dolore del mondo dalle ali, l’uccello della foto è volato via.

I COMANDAMENTI DI NINO

Ci sono persone che non si capacitano, come i bambini, i folli, i poeti, e come il giudice Nino Di Matteo che sopravvive da 20 anni sotto scorta. In un paese in cui ormai quasi tutti si capacitano di tutto (e di questo capacitarsi d’ogni più sozzo fatto gli italiani “che sanno” menano pure vanto, con quel sorriso di cinismo da Titanic sotto i baffetti, sorseggiandosi un drink mentre tutto affonda, oggi tanto di moda), anch’ io non mi capacito, semplicemente perché non ci riesco. E così mi guardo Di Matteo – ieri alla Versiliana – con lo stesso candido trasporto di quando andavo al cinema parrocchiale da piccolo, e ogni cosa che dice mi risuona più o meno come la voce di Dio che scolpiva i dieci comandamenti sulle tavole di Mosè, interpretato da Charlton Heston nel colossal di DeMille. Per esempio (ma è una battuta cinematografica?): «C’è un dato che nel dibattito pubblico viene spesso dimenticato. Ed è quella sentenza passata in giudicato che condanna Marcello Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, è stato ritenuto colpevole della stipula di un accordo fra Silvio Berlusconi e le famiglie mafiose più potenti di Palermo. Un patto siglato nel 1974 e rispettato fino al 1992». Vi sembra cinema? Invece è vero. Assolutamente vero. Sancito da tre gradi di giudizio. Non capacitiamocene, mai. Non è Charlton Heston o Yul Brinner ma sempre Nino che parla sugli schermi della nostra anima italiana schizzati di sangue e fango: «Negli stessi giorni in cui emergevano queste motivazioni della Cassazione, Matteo Renzi, il presidente del consiglio d’allora, discuteva proprio con Silvio Berlusconi, su come riformare la Costituzione».

La Messa di Requiem all’Italia di oggi è finita. Andate in pace. Ma non capacitiamocene più, altrimenti quell’accordo fra Stato e Mafia l’abbiamo firmato pure noi. Amen e buon The End, ops, volevo dire week end.

(Nella foto il PM Nino Di Matteo)

DOLCE ORFANELLA BIANCA NELLE GRINFIE DELL’ISLAM

Stamattina in prima pagina l’autorevolissimo Corriere della sera, copiaincollando l’autorevolissimissimo Times, informa la Nazione che, aperte virgolette: “Da sei mesi una bambina britannica di 5 anni è stata sottratta alla famiglia di origine e affidata in custodia a donne musulmane. Donne che in pubblico girano coperte dal burqua e in casa osservano rigidamente i precetti dell’Islam. E che l’hanno sottoposta a un vero lavaggio del cervello. Prima di tutto le hanno tolto dal collo la catenina con il crocifisso. Poi hanno deciso che imparasse l’arabo e infine le hanno negato la pasta alla carbonara: c’è dentro la pancetta di maiale considerato cibo impuro”. Chiuse virgolette.

Immagino che Matteo Salvini, leggendo queste righe, si metterà a fare la “ola”. A me invece viene da far le pulci al Times, che tace le sue fonti per non violare la “privacy” della creatura, e le pulcissime al Corriere della sera che rilancia, senza prove, questa bomba nucleare nel cervello degli italiani terrorizzati da chiunque non dica “Aoh” come Totti, non mangi la cassoeula lombarda, e la notte abbia l’incubo di assumere come colf una jiadista travestita con la scimitarra affilata sotto al grembiule.

Innanzitutto una bambina inglese di 5 anni, data in affido a una famiglia sconosciuta, che come si siede a tavola pretende un piatto di spaghetti alla carbonara, già mi suona bizzarro o, come minimo, maleducato. Il fatto che le insegnino l’arabo non capisco poi che scandalo sia. Se noi adottassimo una bambina araba insegnarle qualche parola d’italiano sarebbe la prima cosa che faremmo. Infine, se veramente le avessero strappato dal collo la catenina con la croce, regalo di battesimo di nonna, la domanda è un’altra: è mai possibile che nel 2017 i servizi sociali di una città come Londra affidino una creatura a delle integraliste islamiche che girano col burqua anche in cucina, detestano la matriciana e -presumo- anche la coda alla vaccinara e la trippa alla romana e che hanno nei confronti della croce la stessa reazione di Linda Blair ne L’Esorcista? Perché a me di “posseduto” qui mi sembrano più il Times e il Corrierino della sera, che stamattina mi ha ricordato quello dei Piccoli che leggevo nel ’63, col Signor Bonaventura e la favola della Mammadraga.

Tra l’altro non è strana questa famiglia composta di sole donne musulmane? Ma quante sono esattamente? Tipo harem? Non saranno delle “drag queen” islamiche? Corriamo a Londra, fratelli! Mettiamola a ferro e fuoco! Liberiamo la piccola martire cristiana dal feroce Saladino che l’ha posseduta!

MORIRE IN BIANCO E NERO

Ieri è morto Jerry Lewis, il grande comico americano, e i giornali di tutto il mondo gli dedicano la prima pagina. Ma ieri è morto anche Dick Gregory, il primo grande comico di colore. Far ridere,  prima di lui, ai neri era vietato. E i giornali gli dedicano solo un trafiletto. Eppure era il Martin Luther King dell’ironia. Il Malcom X della risata. Come questa sua strepitosa battuta: «Dicono che abbiamo molti astronauti di colore. Ma li teniamo di riserva per la missione sul Sole».

ITALIANI SI DIVENTA

Fa incazzare l’anima dover assistere alla marcia trionfale di quegli italiani, politici e no, coi loro ego tromboni e nauseabondi festanti per il rinvio a chissàmaiquando della legge sullo ius soli. Occorrerebbe invece approvare la legge contraria: la perdita del passaporto per chi non riconosce agli altri il diritto di essere italiano. Noi siamo emigrati in tutto il mondo come rondini. L’Italia è il nido del mondo. Chi lo rompe, paghi. Italiani si diventa.

L’ULTIMA CENA

Quando gli italiani sapevano ancora ridere ferocemente di se stessi, nei mitici anni del boom, precisamente nel 1963, Cesare Zavattini scrisse un soggetto per Vittorio De Sica proprio con questo titolo “Il boom”. Era la storia di un piccolo imprenditore edile, un Paperino indebitato fino al collo (Alberto Sordi) ridotto a vendersi una cornea per ridare la vista al marito di una megera milionaria. Mi è tornato in mente stamattina, sessant’anni dopo, oggi che il boom ha cambiato casa e continente, noi siamo diventati le vacche magre e i paesi poveri di un tempo come l’India, le tigri asiatiche. Ed è proprio di tigri che vi voglio parlare.  Nell’Uttar Pradesh – racconta il Times indiano – c’è un parco naturale, una riserva protetta in cui vivono le ultime 12 tigri. Al di là della recinzione sopravvivono (male) alcune famiglie di contadini che, come l’Albertone nazionale nostro, non sono sopravvissute al boom, cioè sono più povere di prima. E questa è la notizia: stanno aumentando i casi di persone sbranate dalle tigri. Si tratta di uomini e donne tutti in età avanzata che vivevano in famiglie disagiate. Le compagnie di assicurazione, costrette a risarcire per legge i congiunti con 500 mila rupie (circa 7000 euro), si sono insospettite, anche perché tutte le tigri avrebbero consumato il loro pasto fuori dalla riserva. Infatti chi si avventura senza guide di notte nella riserva lo fa a proprio rischio e pericolo e l’assicurazione non paga. E così sta emergendo la verità: poveri vecchi che si immolano per salvare le famiglie con l’accordo dei parenti. Altro che una cornea. Gli Alberto Sordi indiani si fanno sbranare e i congiunti, con un trattore, recuperano i loro resti nel parco e li fanno ritrovare dalla polizia nelle campagne attigue ai villaggi. Ho pensato alla loro ultima cena a casa, con i familiari, prima di addentrarsi da soli fra le tigri. E l’ultima cena di Gesù, con Giuda e gli altri, mi è sembrata, in confronto, una piccola cosa.

CHE SCHIFO DI TEMPO CHE FA

Ieri sera Enrico Mentana nel suo telegiornale ha smentito che fra La7 e Fabio Fazio ci sia mai stato un contratto preliminare, una bruciante trattativa o un segreto inciucio per soffiare alla Rai il suo gioiellino. C’è gran silenzio sui giornali, stamattina, eppure la notizia di Mentana sarebbe da edizione straordinaria. Perché la presidentessa della Rai, in Commissione di Vigilanza, aveva dichiarato, al contrario, che Fabio Fazio stava per firmare con la concorrenza e trattenerlo con 11 milioni di euro aveva evitato “un impatto sistemico” (bum), che “Non so se la Rai avrebbe retto senza Fazio” (bum bum) e che comunque non è facile lavorare per noi perché “Abbiamo un mirino per piccioni sulla schiena” (bum bum bum). Premesso che i piccioni siamo noi e non lei, e l’unico cacciatore a non sbagliare il colpo, anzi il colpaccio, si chiama Beppe Caschetto, l’agente di Fazio che con questa trovata della firma per La7 si è messo nel carniere, a occhio e croce, una provvigione di un milione e mezzo di euro, ci sorge il sospetto che la delibera con cui il CdA ha autorizzato in fretta e furia la firma del contratto con il popolare conduttore, sia viziata alla fonte. Una fonte non molto autorevole, anzi, a dar retta a Mentana (e perché dovrebbe mentirci?) una bufala.
Infatti alcuni consiglieri imbufaliti della Rai dichiarano di essere stati costretti a firmare “sotto schiaffo”.
A parte la figura beduina di essere stati infilzati tutti in fila come tordi, bum bum bum, adesso chi lo paga il conto? Chi lo ammette “Confesso che ho sbagliato?” Chi alza i tacchi? C’è qualcuno? Consiglieri? Presidente? Mi sentite? Pronto? Pronto?
Signora mia, che schifo di tempo che fa.

DISINTERESSE E RABBIA

Il centrosinistra salva le banche con lo stesso amore che qualsiasi italiano riserva a un fratello morente in ospedale. Con quanta dolce premura, con quanta umanità si prodiga al capezzale delle banche fallite! È come un San Francesco rovesciato che fa l’elemosina ai potenti ma è inflessibile con i bisognosi. Neanche una parola di rimprovero per i manager ingordi e incapaci che hanno fatto fallire quelle banche. È questa smisurata tenerezza per i corrotti, questa love story fra poteri bacati, questo sperpero di denaro pubblico mentre una famiglia su quattro è ridotta in povertà, ad aver disamorato gli italiani dalla politica. Se questi sono i campioni del centrosinistra, allora Papa Francesco è Che Guevara. Quindi nessuna meraviglia per i risultati elettorali di oggi. Solo disinteresse e rabbia.

UN AIUTINO PER IL PARADISO

In Italia anche per morire ci vuole l’aiutino. E la mano di Dio non c’entra. Tutti abbiamo avuto un congiunto in fin di vita. E altrettanto inevitabilmente abbiamo avuto o avremo a che fare, in ospedale, con l’infame e petulante insistenza di qualche rappresentante porta a porta di feretri e corone di fiori che, nella frenesia di vedersi battuto dalla concorrenza, ci tampina in corsia prima del dovuto, cioè con i genitori o i nonni ancora lucidi e svegli. Tanto che, per mancanza di posti letto, i nostri poveri cari (dimessi proprio perché troppo costosi) li dobbiamo riportare a casa senza assistenza, senza pietà, con gli avvoltoi delle onoranze che ci volteggiano fin dentro la guardiola del portiere,  merito di un servizio sanitario che tartassa i contribuenti per poi abbandonarli sul viale del tramonto.

Fortunatamente la Procura di Catania quest’oggi ci rallegra svelandoci un delizioso stratagemma escogitato dalle agenzie funebri per accorciare il dolente percorso dei malati terminali dagli ospedali a casa. Sull’ambulanza, infermieri e barellieri iniettavano con l’agocannula una bella bolla d’aria nelle vene dei pazienti, così schiattavano subito per embolia e con questa spintarella finivano al volo fra le braccia del Creatore. Il tutto per una mazzetta da 300 euro, sborsata in contanti da qualche boss delle pompe funebri di Paternò. Scommettiamo che questa moda avrà già dilagato in altri ospedali e in altre ambulanze a spasso tra case e ospedali nel centro-nord? Perché questo è diventato il nostro popolo, questi siamo noi, inutile girarci intorno, è esattamente questa “Cosa nostra”. I famigerati politici ormai sono soltanto la nostra pallida ombra.

Nella foto: i funerali di Giulio Andreotti

 

SANGUE E MERDA

Se non facciamo qualcosa, siamo tutti collusi. Ormai in Italia sembra di vivere sotto i colonnelli greci al tempo di “Z, l’orgia del potere”. Con chi ce l’ho? Innanzi tutto con noi stessi, come popolo, senza schiena dritta, senza dignità, senza coraggio, vili. Poi con la maggioranza dei giornalisti che non fanno il loro mestiere: spiegarci quel che sanno (e lo sanno, lo sanno) degli osceni accordi intercorsi fra Stato e Mafia. Quelli che ci hanno cambiato il destino a tutti. Quelli grazie ai quali sono morti Falcone e Borsellino, per intenderci. Ma è mai possibile che le intercettazioni in carcere di un boss della mafia non provochino una sollevazione popolare? E la stampa? E il Parlamento? Ma che cazzo di terra desolata è diventata l’Italia? Sangue e merda.

Ricapitoliamo.

Il boss Giuseppe Graviano, che sta scontando l’ergastolo per stragi mafiose, viene intercettato in carcere per un anno. Graviano si sfoga con un detenuto. Con chi ce l’ha? Con quel “crasto” (cornuto) del nostro quattro volte ex presidente del consiglio Berlusconi. Quattro volte, sant’Iddio. «Al Signor Crasto gli faccio fare la mala vecchiaia», minaccia Graviano. Per quale motivo? «25 anni fa mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere» precisa Graviano rivolto al suo ex potente “amico” Berlusconi. «Tu lo sai che mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta… alle buttane glieli dai i soldi ogni mese! Io ti ho aspettato fino adesso, e tu mi stai facendo morire in galera senza che io abbia fatto niente. Ma pezzo di crasto, vaglielo a dire come sei al governo! Che hai fatto cose vergognose, ingiuste…».

Bene. Tutto quello che ho sentito è la dichiarazione di uno degli avvocati dell’ex premier che accusa la giustizia a orologeria d’interferire con le elezioni amministrative di oggi. E tutti gli altri? E noi? Nulla da dichiarare?

Ma questo paese di sangue e merda non ha memoria storica neanche di quel che è accaduto tre anni fa?

Nel maggio 2014, tre anni fa, la Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del braccio destro di Berlusconi, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Che vuol dire? Vuol dire che la nostra suprema corte ha sentenziato in via definitiva che l’accordo fra l’ex 4 volte presidente del consiglio italiano Berlusconi e Cosa Nostra c’è stato sin dal 1974 (grazie alla mediazione del braccio destro dell’ex cavaliere,  Marcello Dell’Utri, che era il presidente di Publitalia, quella che raccoglieva pubblicità per le reti  del biscione; attualmente in carcere). Ribadisco, è stato confermato dalla Cassazione che “Dell’Utri intrattenne stretti rapporti con le vecchie organizzazioni mafiose di Stefano Bontade, Totò Riina e Bernardo Provenzano sino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino facendo da intermediario fra le organizzazioni malavitose e Silvio Berlusconi”.

E noi? Zitti. Come se la mafia fosse la nostra chiesa.

Buona domenica.

PASSAPORTO PER L’ESTASI (UNA CONFERENZA ALLO YOGAFESTIVAL)

Ieri è cominciato il primo Yoga Festival della Val d’Aosta, una delle manifestazioni italiane più belle, suggestive e spiritualmente utili. Sono stato molto felice di inaugurarlo con una conferenza dal titolo “Passaporto per l’estasi”, in un sito che ha 6000 anni (più o meno l’età dello Yoga): l’Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, ad Aosta.
Non amo chi se la tira (soprattutto quando si parla di anima) come si capisce dalle prime parole del mio discorso:
«Poter portare la mia testimonianza in questo sito archeologico, fra queste piattaforme, queste stele, le tracce delle prime arature dei nostri antenati, degli Adamo ed Eva di questa Valle dell’Eden, mi fa sentire l’ebbrezza di essere un archeologo dell’anima, una sorta di paffuto Indiana Jones dello Yoga.
C’è una cosa che mi fa sempre molto ridere quando vedo buffi esseri come me, autorevolmente improbabili, salire sul palco e sparare sentenze in fatto di spiritualità, di meditazione yoga, o di Dio. Perché la prima cosa che uno nel pubblico pensa (ma loro non lo sanno) è: caro “maestro”, ma se hai quella faccia da “oddio un’altra sera a ingozzarmi di wurstel da solo davanti alla tv” come pensi di convincermi che la tua meditazione possa funzionare?
Il mondo pullula di persone che non hanno la minima idea di cosa sia scalare il Monte Rosa dell’anima, ma fanno come se avessero appena dato una pacca sulle spalle a Dio e conoscessero tutti i trucchi per andare in paradiso in taxi. Be’, io non ce l’ho questa ricetta truccata, quindi rilassiamoci tutti, perché vi sto offrendo un esempio vivente di bilocazione: sono qui al microfono ma contemporaneamente sono seduto lì con voi a sbellicarmi su questo tipo con l’erre moscia, la pancia e i capelli bianchi che non si capisce bene a quale titolo stia presentandoci il Festival dello Yoga in Val d’Aosta. Spero non sia solo perché ho all’incirca l’età di questo insediamento megalitico…»

BECCO DA SCHIAFFI

Adoro quest’uccellino incantato dal mistero, che osa. Osa entrare in un nido da giganti dove tutto può schiacciarlo, ma lui ha un gran becco da culo, fischia e se ne infischia (di paura ne ha tanta, spasmodica, non credete, ma è più forte il suo spirito d’avventura). Dovremmo avere tutti questa magica incoscienza, anche con facce da schiaffi, bussando o senza bussare, attraversando stati mentali a volo libero, perché solo volando senza rete puoi trasformare spazi di angoscia in estasi di gioia. Quest’uccellino è un mago, cinguetta e osa, ci può essere un assassino nascosto nel garage, un bambino con la fionda, un gatto; chissenefotte, vero uccellino? Entriamo. Per una carezza o un po’ di miglio si fa questo e altro: una rivoluzione. Bisogna fare irruzione in altri mondi, sfidarli con quel beccuccio da impunito, rischiando una fucilata o una porta in faccia. Puoi restarci secco -ovvio- e ti ritrovi ombra. Un po’ triste, ne convengo, ma anche le ombre volano, soltanto quelle, però, che hanno saputo fiduciose osare. Poi viene primavera e riprendono corpo e piumaggio, ritornano come falchi o aquile reali, o bambini ribelli, o forme di pensiero, libertà, rivolte, amori, o come semplice goccia splendente nell’oceano. Grande uccellino col tuo becco da schiaffi, ti guarderei per ore e ore. In questa mattinata di sole e d’ombra ti devo la vita.

LA FORZA CHE NASCE DAL BASSO

La strada, la periferia del mondo, il degrado, l’essere stati bambini miserabili, questo braccio di ferro immortale, la loro rabbiosa felicità, tutto sembra congiurare contro questi due giovanissimi lottatori, tutto -purtroppo – ci lascia superficialmente profetizzare: che razza di vita li attende? Chi li salverà? Il mondo globale sembra fatto apposta per umiliare, schiacciare, emarginare e fottere due piccole anime così. Ma se uno solo di loro riuscirà ad affrancarsi, a mangiare libri e avventure, a benedire il proprio inferno, a farsi sotto nel paradiso mediocre dei benestanti, non vorrei essere nei panni di uno dei nostri viziati bambini. Perché si può essere favoriti dai padri, dai licei in cui hai studiato, dai denari ereditati, dal culo di essere nati in città felici, dalle amicizie facoltose e dalle raccomandazioni, ma se un giorno ti trovi a competere con qualcuno riuscito a emergere da queste giungle suburbane, sei fritto, spacciato e te lo ricorderai per il resto della vita. È nel basso profondo e nel fango che si rispecchia il più puro azzurro del cielo.