PARLANDO DA SOLO A VOCE ALTA

Ho scoperto dall’ultimo rapporto del Censis che al 54,9% degli italiani capita di parlare da solo. Mi sono sentito in compagnia. Intendiamoci, non è che salga su una sedia e tenga un comizio. Mi limito a brevi incitazioni: “Coraggio!” o “Datti da fare!”; a secchi rimbrotti nei giorni tristi: “Non metterti a fare la tragedia”, o “Piantala!”, se frigno e mi lamento. L’affermazione più luminosa a voce alta è “Andrà tutto bene”, ripetuta se me la sto facendo sotto per qualcosa, di solito bollette spropositate, Equitalia e via pagando. Se il portafogli è vuoto, il classico “Mica ti uccideranno!”. Insomma, parlo da solo come se fossi mio fratello o un compagno di avventure. Anni fa eravamo in parecchi, qua dentro, a pretendere diritto di parola e ogni tanto qualcuna mi sfuggiva dalle labbra. Avevamo opinioni stridenti, spesso malevole nei miei riguardi. C’era, al mio interno, una specie di pedana e il primo frammento di ego incazzato che ci passasse accanto vi saliva sopra e cominciava a blaterare. Erano ammutinamenti continui. Avevo umori incontrollabili. Nel tempo, dopo averli ascoltati uno per uno, li ho tacitati tutti senza mai sopprimerli, altrimenti fan danni. Molti furono i fuoriusciti, tipo quelli del M5S. Confesso di non averne mai sentito la mancanza, erano sobillatori, mercenari al soldo di qualche coscienza nera collettiva, introiettati, magari, perché passeggiavo a bocca aperta. Adesso siamo al massimo in due: incarnano il Pro e il Contro di ogni decisione da assumere, anche minima del tipo: “Devi lavarti i denti”. Risposta del 2: “Fra un po’, adesso non mi va”. Ma questi dialoghi non sono mai tenuti ad alta voce altrimenti il mio mezzo di trasporto preferito sarebbe l’ambulanza. Come accade nei migliori partiti, maggioranza e minoranza fanno una sintesi e agiscono. Essendo ormai prevalente il polo positivo, l’opposizione, anche se recalcitrante, si adegua. Questa la chiamo serenità, che ti sostiene anche nelle burrasche. Ci sarebbe anche un terzo a far capolino: il battutista. Costui appare e scompare, dopo aver detto la sua buffonata a voce alta. Per esempio ieri, quand’era ancora pomeriggio ma avevo già fame, il buffone di corte mi è comparso sulle labbra e ha esclamato: “Sta per arrivare la cena, uno dei quattro scopi dell’essere umano! Ho dimenticato gli altri tre”. Era una battuta di Madame du Deffand, l’amica di Voltaire. Infatti, a voce alta, gli ho risposto: “È vecchia!”. Ma ho sorriso da solo pregustando il cous-cous alle verdure, mio piatto preferito. Pure lui parla da sé, ma in arabo.

DI PADRE IN FIGLIO ROMA NON SI LEGA

Immensa Roma, San Giovanni vestita di gioia, la capitale che canta Bella Ciao, l’Inno di Mameli e si tramanda da una generazione all’altra i begli articoli fondanti la nostra Costituzione. Roma che scandisce ora e sempre Resistenza, un branco di Sardine strette schiacciate l’una all’altra, Roma partigiana, antifascista, antirazzista, piena di giovani di tutte le età che invocano una nuova politica alta, non quella rasoterra che ci sorbettiamo via tweet. Non più piazzisti di voti, ma richiesta di statisti che si decidano a lavorare davvero, con i valori di sempre oggi buttati in cantina, a Montecitorio come a Bruxelles, per un’Italia libera, multietnica, multiculturale. Roma città aperta all’ambiente, ai giovani, al futuro. In questo oceano di gente ho cantato con uno dei miei figli (l’altro è un pesciolino rosso resistente di Milano) la canzone dei partigiani, e dietro le nostre palpebre c’erano i nostri padri e nonni, e i loro padri morti per l’Italia. Non è retorica è amore per la tua famiglia e per il tuo Paese. E non c’è nulla di più bello, per me come per tanti altri stasera, che avere a fianco i figli, emozionati ma severi, indisponibili a diventare futuri schiavi di una politica di bassa lega.

LE MAMME SONO DIO

Quando hai paura, da bambino, ti rifugi fra le braccia della mamma. Poi le mamme muoiono ma quel bambino spaventato non muore mai. Tocca andare a cercarlo nel nostro sottosuolo, laggiù dove l’abbiamo abbandonato, ma attenti, graffia come una tigre. Le sue lacrime sono ruggiti. Ce l’ha con Dio perché Dio è morto. Per un bambino la mamma è Dio. Bisogna spupazzarselo come farebbe un fratello maggiore, consolarlo (mentre ti sputa in faccia come un calciatore) e assicurarlo che d’ora in avanti lo proteggeremo, prenderlo per mano, condurlo fuori da quel malefico bosco notturno, via, via dalle paure demoniache di chi non riesce a capacitarsi di quale terribile crimine si sia macchiato per aver subito una punizione tanto orrenda come l’abbandono.

No, gli diremo, non hanno ucciso tua madre e tantomeno il colpevole sei tu. Ribattezzeremo tutte le cose meravigliose della vita. Ridaremo il nome, quello vero, solo nostro, alle farfalle, agli amici, agli uccelli. Gli insegneremo il sillabario della felicità che passa attraverso l’accettazione di tutti i dolori della terra. Gli faremo da madre, padre, saremo tutta la sua famiglia, noi e lui, soli insieme.

Una volta scrissi che tutte le donne amate da un uomo hanno qualcosa di sua madre. Un’altra volta, incautamente, scrissi: le madri, questi padri del genere umano. Molte amiche di Facebook mi risposero stizzite, scambiandomi per un maschilista da quattro soldi, mentre intendevo l’esatto contrario, che Dio è Madre e senza il dono supremo della femminilità non esisterebbe il mondo. Questo mondo così disturbato perché ha avuto un rapporto disturbato con la propria madre. Quando studio i grandi killer della storia umana, da Hitler a Stalin, la prima cosa che cerco nelle biografie è il paragrafo riguardante le loro madri.

E i padri non contano nulla? Sì, ma mai altrettanto e solo subordinatamente al lasciapassare delle madri. Quando i miei figli erano molto piccoli e commettevano un qualche disastro io dicevo a mia moglie di mandarli a me. Così lei mi mandava i bambini su in studio dove stavo scrivendo Alcatraz. Loro si presentavano con le faccette contrite di chi sta per ricevere una punizione. Ma io intendevo: mandameli interiormente, “affidameli”. Solo le mamme hanno tutto il potere. Sono la dogana dell’amore. Ma se sollevano il passaggio a livello interiore e dicono: va’ da papà perché io lo amo e sono contenta se un giorno sarai come lui, solo così i padri possono entrare in gioco e i bambini crescere sani, al di là delle punizioni, e perfino al di là se avranno ricevuto una educazione buona o cattiva.

Ho avuto cattivi maestri ma è stata una buona scuola. Però, se ho avuto un rapporto disturbato con mia madre e se mia madre non mi ha presentato col cuore a mio padre, di certo avrò una vita irta di complicazioni perché non riuscirò a stabilire rapporti con gli altri e con il mondo. E di quest’ultimo la mamma è il cuore, eternamente battente, anche quando le mamme non ci sono più. Siamo noi allora a dover discendere in quella gelida terra di frontiera. Sciogliere la neve col calore del nostro amore disperato. Liberare gli ingranaggi di quel passaggio a livello arrugginito. Far emigrare il bambino che siamo stati fuori da quella terra desolata e accoglierlo finalmente dentro di noi.

SARDINE FRESCHE E PESCI MARCI

Sono così rare le persone speciali e i moti popolari spontanei, puri, nobili (e la vita così breve) che dovremmo ringraziarli come un dono ricevuto o un miracolo inatteso. Nutrirli con la nostra accoglienza, rinforzarli con la nostra partecipazione, irrobustirli con le nostre idee. Se non siamo capaci di questa riconoscente meraviglia siamo morti dentro un Paese che muore.
Le Sardine non sono un caso né una coincidenza. Quando si commettono assassinii -perché chi lascia morire in mare i suoi fratelli è un assassino, e se questo delitto lo commette lo Stato siamo tutti coinvolti-; Quando dai banchi del Parlamento si aizzano, per un pugno di voti in più, i brutali istinti della gente e si dice che il nazifascismo è acqua passata, concedendo il lasciapassare ai pesci marci di ritornare a galla; Quando lasci i tuoi giovani senza lavoro e non investi nell’istruzione e nella conoscenza, perché un popolo di semianalfabeti è disarmato, ma è assai difficile ridurre in schiavitù un popolo armato di libri e di idee. Ecco che la Storia ci risveglia con un bello schiaffo e una ondata di meraviglia. Tanta gente che in sacro silenzio riempie le piazze in branchi colorati, mai neri (e a Roma, sabato, sarà uno spettacolo indimenticabile) una folla richiamata da un miracoloso comune sentire, che corrisponde al non voler più vedere né sentire l’odio e l’ignoranza al potere.
Quelli che dicono “Tutto qui?”, sui giornali, nei bar o alla tv, sono i pesci marci, i sempre a galla, i pragmatici che sentono puzza dappertutto (perché puzzano loro) e non sanno riconoscere la Bellezza. Se incontrassero oggi Leonardo con la Gioconda sottobraccio gli riderebbero dietro gridandogli “Ma vattene a casa barbone!”. L’Italia è sempre stata così, disprezza i suoi figli migliori. Non è un caso se la nostra civiltà è sprofondata sotto il livello del mare. Ma dagli abissi miracolosamente sono emerse le Sardine, tantissime, curiose, argentate, e i pescecani (travestiti da troll) per non soccombere fanno di tutto per dividerle, spruzzando odio. Qualcuna abbocca. Mi permetto rispettosamente, essendo una sardina di una certa età, d’invitarle a mantenere il più sacro silenzio. Un silenzio più profondo del mare. È la cosa che spaventa di più quest’Italia che si parla sempre addosso, che punta il dito su tutti tranne che su se stessa, onnipotente e infantile, incompetente e corrotta. È il silenzio del popolo contro un potere che non ha più niente da dire. Dipende solo da noi mettergli in bocca un fiore.
(Photo by Romina Ressia)

SE ASSANGE MUORE, LA VERITÀ PURE

«Se la gente viene bombardata di idiozie patriottiche è facile che maturi una visione di sé stessa e del mondo che diventa pericolosa per l’umanità intera» ha detto Noam Chomsky. Non è un caso, purtroppo, se chi ha contro-bombardato la gente con la verità nuda e cruda, come Julian Assange, oggi marcisca in galera.

Julian, fondatore ed editore di WikiLeaks, dopo un calvario di sette anni rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove gli era stato riconosciuto l’asilo politico ma era stato filmato e intercettato 24 ore su 24 dai servizi segreti americani, non ha potuto mai curarsi adeguatamente né difendersi legalmente e gli è stato negato anche il diritto più elementare: quello di esporre la faccia al sole. Oggi è rinchiuso come un criminale nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, in attesa di essere estradato e processato negli Stati Uniti. Per aver scoperto e resi di pubblico dominio migliaia di documenti top secret sulle guerre degli angloamericani in Afghanistan e in Irak, -a testimonianza che in entrambe quelle guerre si trattò quasi di un genocidio-, o per aver pubblicato le mail in entrata e in uscita della Clinton quando era segretaria di Stato,  Julian rischia dai 175 anni di carcere fino alla pena capitale.

Questo quarantottenne che resterà nella storia del giornalismo di tutti i tempi, se verrà giudicato colpevole e ulteriormente condannato, porterà sulla croce anche il nostro diritto a essere informati su tutto, sempre, con trasparenza e con la massima verità possibile. In quanti rischieranno in futuro la galera o il boia per informarci come lui sui crimini di guerra e sui casi di tortura? Non si può più tacere né lasciarsi abbindolare dagli imbonitori degli Stati complici della sua detenzione forzata. Ma che mondo oscuro e orribile stiamo tramandando ai nostri figli? La verità va difesa e pretesa, sempre, perché nessuno ce la regala, tantomeno i servizi segreti di governi in servizio di guerra permanente.

Nils Melzer, l’inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura, dopo avere indagato il caso del reporter pericolo pubblico N.1, ha scritto: «Mi sono reso conto che ero stato accecato dalla propaganda e che Assange è stato sistematicamente denigrato per distogliere l’attenzione dai crimini che ha denunciato. Una volta spogliato della sua umanità tramite l’isolamento, la diffamazione e la derisione, come si faceva con le streghe bruciate sui roghi, è stato facile privarlo dei suoi diritti più fondamentali senza suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale. (…) In vent’anni di attività a contatto con vittime di guerra, violenza e persecuzione politica, non ho mai visto un gruppo di Paesi democratici in combutta per deliberatamente isolare, demonizzare e violare i diritti di un singolo individuo così a lungo e con così poca considerazione per la dignità umana e lo Stato di diritto».

Quando su questa pagina di periferia scrivo per sensibilizzare la nostra fuggevole attenzione sulle prepotenze del potere (quella perpetrata su Julian Assange non è soltanto un abominio nei suoi confronti  ma comporta una ricaduta catastrofica sulla libertà di stampa) in molti mi rispondete: «Sì ma noi che possiamo farci?». È umanamente comprensibile ma denuncia l’inconsapevolezza della forza che la volontà popolare ha sui governi per farli soprassedere dai loro soprusi. La storia ce lo ha dimostrato tante volte. Ma prima ancora di questo, ritengo fondamentale non distogliere mai lo sguardo dagli orrori della Storia, anche se fa male, perché tenere aperta questa finestra interiore sui soprusi, sul martirio degli altri, sulla prepotenza dei singoli o delle istituzioni, contribuisce a dotarci di una muscolatura civile e spirituale.

Senza questa forza interiore restiamo da soli ai margini della Storia e cadiamo in un letargo fatale. In tempi così neri e disperanti come i nostri, dovremmo tutti ispirarci, invece, al modello della “persona esemplare” descritto da Confucio, chiave di ogni rivolta interiore, ossia “Colui che continua a provarci, pur sapendo che non c’è più speranza”. E provare a liberare Julian Assange, prima di tutto dal carcere del nostro cuore indifferente, è il primo passo di una rivolta contro la sua ingiustificata detenzione.

SARDINIPITÀ (Sardinipity)

Che cos’è la serendipità (serendipity)? La capacità di fare inattese e felici scoperte per caso, mentre si stava cercando altro. L’America da parte di Cristoforo Colombo che cercava le Indie. Il viagra scoperto casualmente dalla compagnia farmaceutica Pfizer mentre cercava un farmaco per curare l’angina pectoris. Il ghiacciolo a opera di Epperson, che si dimenticò, in una gelida notte d’inverno, un bicchiere di soda con la paletta dentro. E inventò uno sgargiante gelato col bastoncino per l’estate.

Tutto questo mi suggerisce di coniare una nuova parola colorata, Sardinipità (Sardinipity), per spiegare il sentimento che unisce milioni di persone che non si conoscono a manifestare, silenziose e compatte come sardine, il loro dissenso dalla politica dell’odio e della stupidità istituzionalizzata (stupidity).

A cosa ci ha portato in Italia questa stupidità violenta? A un’indigestione di infamità. Se le ribatti colpo su colpo il rischio è di sprofondare nello stesso baratro: Noi contro Loro. Ma la fratellanza si rifiuta di farsi inscatolare in questo stupido schema. Sa che è un vecchio e sporco gioco. Quello che amo delle sardine è proprio questo, il silenzio compatto, al netto dell’antirazzismo e antifascismo che ci hanno costretto a sventolare come un passaporto. Perché chiedergli ora un progetto politico? Che altro vuoi aggiungere quando scendi in piazza per manifestare il tuo dissenso che non ha più parole? È un silenzio da battaglia civile e non violenta, che se perseguito da un numero sempre crescente di italiani, non è impossibile potrà essere paragonato un giorno alla Marcia del Sale, quando milioni di indiani manifestarono silenziosamente con Gandhi contro le tasse inique imposte dagli inglesi. Dite che è esagerato? Anche Gandhi lo presero per matto. Però gli inglesi furono costretti a sloggiare dall’India.

“Serendipità -Quando l’amore è magia- (Serendipity)” era anche un film che raccontava come un ragazzo e una ragazza, incontratisi casualmente una volta sola e innamorati al primo colpo, si perdessero del tutto di vista, essendo destinati ad altre vite e matrimoni, ma senza aver mai smesso di pensare l’uno all’altra, fino a ricombaciare faccia a faccia nello stesso punto di partenza, sposarsi e ritrovare il senso della vita. Due ragazzi che sembrano dirci: se il fato lo creiamo noi anche quando tutto ci è avverso, possiamo far collassare il destino previsto nelle stelle. Serendipità è questo cosmico infarto d’amore che, invece di provocare la morte, ti conferisce l’eternità.

Sardinipity, in politica, è la determinazione ad affrontare il mare aperto, quando il vento della storia soffia in direzione contraria ai nostri valori, per ritrovarsi sulle rive sconosciute di un altro mondo del tutto diverso da quello che si era solo vagamente sognato. Questo è l’incanto di Sardinipità -quando la politica è anche magia-.

UGUAGLIANZA, QUESTA BELLA SCONOSCIUTA


Da ragazzino, mio nonno che faceva il commissario di bordo sui piroscafi in rotta per l’America, mi raccontava che gli Stati Uniti erano il paese dell’uguaglianza, in cui i poveri ma dalla mente ricca d’inventiva, avevano le stesse opportunità di un figlio di papà di diventare milionari come il Signor Bonaventura, mio idolo del Corriere dei Piccoli. Non solo, il nonno mi narrava che laggiù anche un vagabondo poteva diventare Presidente.
Ci ripensavo leggendo che, per contrastare quel Paperon de’ Paperoni dalle piume d’oro di Trump, è sceso in campo per i democratici Michael Bloomberg, il re delle news finanziarie, che di vagabondo ha men che zero, essendo il nono miliardario al mondo. L’ex sindaco di New York, infatti, è una delle 26 persone più ricche della Terra che possiedono tanto quanto la metà della popolazione globale, pari a quasi 4 miliardi di esseri umani.
Dov’era finita la mitica uguaglianza con cui mio nonno fomentava i miei sogni d’onnipotenza infantile? L’altra era di diventare Papa, ma visti gli spericolati investimenti alla Bloomberg della banca vaticana, compreso l’aver finanziato un film su Elton John, -oltre al fatto che a sessant’anni non sono ancora neanche diventato prete-, anche questa direi che purtroppo è sfumata.

La disuguaglianza, dicevo, è un fenomeno mondiale devastante, paragonabile all’apocalisse climatica: i portafogli si sciolgono come i ghiacci nelle nostre tasche e i soldi evaporano. A una percentuale minima di gente alla Bloomberg, pari all’1% del genere umano, i soldi invece si ibernano nei caveau in monumentali iceberg d’oro, destinati alla loro progenie da qui all’eternità. Mentre noi, imperterriti, continuiamo a sventolare la bandierina della Rivoluzione francese e a scandirne le tre sacre parole: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Ce n’era anche una quarta, veramente: “O Morte”. Ma fu bandita perché richiamava il Terrore.
Due secoli e rotti dopo, i terrorizzati siamo noi. Libertà e fraternità sono parole che mastichiamo almeno un po’. Di uguaglianza, invece, questa bella sconosciuta come la ragazza della foto, conosciamo soltanto il suo contrario: le disuguaglianze che vediamo spuntare in tutti i campi come bacche velenose.

Martín Caparrós, scrittore argentino, ne ha parlato di recente sull’edizione spagnola del New York Times. «La maggior parte dei benpensanti che manifestano contro la disuguaglianza non propone l’uguaglianza», scrive, «ma non è chiaro che cosa proponga. C’è chi parla di “pari opportunità”: l’idea che ognuno abbia le stesse opzioni di partenza. È ovvio che non è possibile: i ricchi hanno infinitamente più opportunità dei poveri. Molti, quindi, si rifugiano in una specie di buonsenso: facciamo in modo che non ci sia così tanta disuguaglianza. Il loro obiettivo non è l’uguaglianza, ma la moderazione. Il problema è: cosa è tollerabile e cosa no? Che tutti abbiano accesso ai servizi sanitari, anche se alcuni hanno le migliori cure immediate e altri devono aspettare tre mesi per fare una visita? Che tutti mangino, anche se alcuni hanno il salmone e gli altri lo stufato grasso? Che tutti abbiano accesso all’istruzione, anche se alcuni sanno quattro lingue e altri fanno fatica a capire il giornale?…».

Personalmente credo che definire un contrario della disuguaglianza che ci mettesse tutti d’accordo sarebbe già un risultato straordinario. Per me, poi, sarebbe come se mio nonno, buonanima, riapparisse uguale-uguale sulla sedia a dondolo, col frac bianco del Salone delle Feste del Rex, il mitico transatlantico dei suoi racconti. Il mio preferito era quello del simpatico, sventurato serpentello verde, una biscia orfana di Palermo (nonno era siciliano) che per errore era finita in una buca delle lettere, il postino distratto gli aveva sferrato una timbrata sulla testa e il serpentello con l’affrancatura era stato spedito via mare in America sul Rex. Il nonno mi assicurava di averlo conosciuto personalmente nella sua cabina, dove si era presentato strisciando a chiedere aiuto per tornare in patria e io, seduto sulle sue ginocchia a bocca aperta con gli occhi spalancati, ci credevo più di quanto oggi riesca a credere a un telegiornale.

A proposito di animali, per i quali provo più fraternità che verso Bloomberg. Giorni fa è naufragato un cargo nel mar Nero, al largo della Romania, provocando la morte di più di 14 mila pecore. Solo 181 sono state salvate.
Sempre recentemente, Donald Trump ha consegnato la medaglia al valore, la più alta onorificenza americana per gli eroi di guerra, al cane Conan, il pastore tedesco che ha partecipato al raid contro il leader dell’Isis, Al-Baghdadi.
Guardando la fotografia che immortala la premiazione del cane-eroe (oltretutto la foto era un fake) ho pensato con tristezza alle 14.000 pecore migranti, povere bestie affogate senza neanche una carezza o un briciolo di notorietà.
Purtroppo, ieri come oggi, la disuguaglianza fra animali non ha mai fatto notizia.

GLOBALIZZAZIONE: CHI VINCE E CHI PERDE LA BATTAGLIA DELLA PAGNOTTA MONDIALE -E perché non voterò mai per un partito populista-

Come mai Salvini e la Meloni, leader carismatici di partiti nazionalisti e populisti, hanno un successo crescente? Perché le loro invettive riescono contemporaneamente a consolare i perdenti della globalizzazione, le classi medie impoverite e a tutelare gli interessi dei vincenti, le classi ricche e i super ricchi, riuscendo a creare un fronte assurdo: un esercito di elettori formato paradossalmente da forze nemiche in sanguinario conflitto fra loro, così come sarebbe un partito composto dall’1% di lupi, minoranza dominante e dal 99% di pecore, maggioranza consenziente a essere divorata.

Salvini e la Meloni riescono nel miracolo strabiliante di convincere le pecore che i lupi siano altri (emigranti, zingari, musulmani, radical chic, comunisti col rolex, e via dicendo) mantenendo il gregge nell’inconsapevolezza del pericolo reale, provocato da chi ha già fatto tosare i loro impieghi, stipendi e portafogli, fra i quali i loro stessi partiti. Per mangiarsele meglio. In questo calcolo ci sono anche lupi sedicenti di sinistra, è chiaro.

Voi giustamente ribatterete che se questa mia favoletta fosse vera, sarebbe gioco facile per i leader del centrosinistra (ma dove si sono cacciati? Perché non ne emergono di nuovi?) suonare l’allarme e riportare le pecorelle smarrite al proprio ovile. No. La risposta sta tutta nel monito di Brecht: «Prima viene la pancia piena, poi la morale». La sinistra parla alla testa della gente, la destra alla sua pancia. E lo sa fare.
In Italia (ma lo stesso accade negli Usa, dove i democratici oggi sono più a destra dei repubblicani di vent’anni fa, eppure Trump ha vinto lo stesso) in Italia, dicevo, il centrosinistra, per sfuggire a questo andazzo, ha tentato goffamente di accarezzare la pancia degli elettori. Renzi, emulo di Berlusconi, ne è solo l’esempio più eclatante. Risultato? Un 5% striminzito del suo Italia Viva. Gli elettori, evidentemente, si fidano più degli originali che delle imitazioni.

Il centrosinistra dovrebbe scendere meno nelle viscere dell’elettorato, basterebbe fermarsi al cuore, con cui scaldare la testa assonnata della gente destandola dal letargo indotto dagli ipnotizzatori del marketing politico di Salvini. La cosiddetta “Bestia”.
I suoi leader, però, non ci riescono quasi mai. Con il cuore non ci sanno fare, forse perché l’hanno perduto. Così come noi, per colpa nostra, ci siamo fatti addomesticare, lasciandoci sedurre con la pancia da bisogni dispendiosi di cui, con la testa, oggi che ci siamo impoveriti scopriamo con certezza che non avevamo alcun vero bisogno.

A chi credere quindi? Da che parte stare? Personalmente (ma a voi che vi importa? Nulla, suppongo) riesco solo a dire da quale parte “non” stare. Non da quella di Trump, della Le Pen, di Viktor Orbán né dei leader sovranisti e populisti italiani. Non tanto perché non sono e non sarò mai di destra, neppure oggi che è politicamente oscuro che cosa ci sia di sinistra in Italia (se votassi negli Usa mi sarebbe più facile parteggiare per Bernie Sanders -per dire- nonostante i suoi 78 anni, un po’ troppi per un presidente). La verità è che prima di tutto mi schiero con la Conoscenza e non con l’imbonimento ipocrita di chi vede sempre nell’altro e mai in se stesso la causa di tutti i mali. Quindi, dandomi schiaffi sulle guance perché in letargo ci siamo finiti tutti, chi più chi meno, mi chiedo: com’è possibile che le pecore votino il lupo? Come mai non eleggono leader un esemplare della loro stessa specie? Una pecora dominante sarà sempre meglio di un lupo assassino, o no?
Per rispondere, torno alla domanda iniziale: perché il populismo ha un successo crescente? E mi rivolgo alla pancia, non alla morale, come sbagliando faccio spesso. La risposta della pancia ce la offrono i dati sugli effetti della globalizzazione. Cioè su chi ha vinto e chi ha perso la battaglia della pagnotta nel mondo.

Per fare la conoscenza di questo fenomeno ho consultato il più quotato economista mondiale in tema di disuguaglianza sociale, Branko Milanovic, che ha misurato scientificamente la nuova ingiustizia globale.
Il risultato (molti già lo conoscono ma milioni di pecore ignoranti come la sottoscritta ne eravamo all’oscuro) è il seguente: i grandi vincitori della globalizzazione sono stati i poveri e le classi medie asiatiche. I grandi perdenti sono stati la classe media e quella media inferiore del mondo ricco occidentale, all’interno della quale si trova la maggioranza del popolo italiano. Quella che votava il lupo Berlusconi, per intenderci, e che oggi affida la sua speranza di riscossa in Salvini e la Meloni, lupi di un branco aggressivamente più a destra ancora. Rispetto ai tempi della “discesa in campo” dell’ex Cavaliere, evidentemente, gli italiani si sono maggiormente impoveriti, la fame aumenta e l’incazzatura è alle stelle. Ma le pecore sono rimaste pecore, i lupi, lupi. Non bisognerebbe mai dimenticarlo.

È un risultato assai singolare perché, trovandosi in affanno, queste classi impoverite dovrebbero semmai richiedere maggior “welfare”, appoggiare le forze sindacali, pretendere una ridistribuzione della ricchezza e combattere per riforme che assicurino più lavoro e una maggiore giustizia sociale. Invece si riparano sotto il mantello dei lupi: l’1% di ricchi, a loro volta protetti dall’ombrello di ferro della destra che storicamente difende gli interessi delle classi più agiate. Quella populista lo fa chiamando a raccolta il “popolo”, per il quale le loro invettive e grida sono come i flauti dei fachiri per i serpenti. In altre parole è come se i serpenti, incantati, sperassero di diventare fachiri.

Per il dovere che dobbiamo alla Conoscenza, privi della quale andremo sempre a cozzare contro le tristi scogliere dell’ignoranza, è opportuno ricordare che se la globalizzazione ha frenato la crescita dei redditi delle classi medie del mondo ricco, ha anche da una parte, in positivo, migliorato le condizioni dei paesi poveri (ma attenzione, soprattutto di quelle classi sociali asiatiche che erano già abbienti prima) e, in negativo, favorito l’esigua minoranza dei ricchi capobranco del mondo, in particolare dei lupissimi, l’1% dell’1% dei ricchi, cioè i 2208 miliardari in dollari, certificati dalla rivista Forbes nel 2018, che si stanno divorando per primi questo pianeta con tutto quello che c’è dentro. Compresa l’atomica che gli scoppierà in pancia e l’oceano che li sommergerà con tutte le loro banche, finanziarie e multinazionali. Magra consolazione, direte. Ma è già qualcosa.

A proposito, visto che ho sfiorato l’argomento clima, sapete come mai gli americani s’infischiano come Trump del riscaldamento globale? Ce lo spiega, dati alla mano, il più grande intellettuale vivente, Noam Chomsky. La ragione principale è la seguente: il 40% degli americani è fortemente convinto che nei prossimi anni Gesù Cristo tornerà sulla terra. Quindi è Lui a scaldare i mari, mica noi. Amen.
Ecco, non so chi voterò alle prossime elezioni, ma posso affermare con certezza assoluta che non mi schiererò mai con chi difende gli interessi dei miliardari e dei loro imbonitori, facendo credere a tutte le vittime che il lupo è buono e non le sbranerà. Perché la favola che oggi in Italia va per la maggiore è questa. Ma come dicevano i saggi pesci antichi, nostri antenati: quando l’esca è troppo luccicante, non abboccate, è veleno.

MAMME IN GUERRA

C’è una guerra in corso, fa più morti della seconda guerra mondiale, uno dei teatri in cui si svolge è l’Italia. Ma i governi non hanno né la voglia né il coraggio di fronteggiarla, rendendosi complici di questa strage. Così non restano che le mamme come Amelia a combatterla da sole, senz’armi, a mani nude. Mamme in guerra contro la droga per salvare la vita dei loro ragazzini.

Lei, Amelia, 41 anni, di Latina, vedova e madre di Stefano, 15, tossicodipendente e spacciatore, è solo una delle decine di migliaia di mamme abbandonate da uno Stato patrigno. Si sa, parecchi onorevoli sono cocainomani, alcuni poi sono stati eletti per difendere gli interessi della ‘ndrangheta, ma tutti gli altri? Un silenzio orribile. Le tragedie come quella di Amelia non contano nulla per il potere. Non è che una donna delle pulizie. Tutte le notti va in giro a cercarlo per la città, il suo piccolo demone disperato, anche perché Stefano adesso gira con un coltello in tasca e lei ha paura «che finisca come Luca Sacchi, ad esempio. Un ragazzino di 15 anni che è entrato nel giro dello spaccio , che vende stupefacenti  ma deve un sacco di soldi a chi gli dà la roba da vendere, che sta in giro tutta la notte frequentando gente e luoghi orribili, rischia grosso. E per finire male non intendo in carcere. Perché questo sarebbe un bene. L’ho anche denunciato dopo avere scoperto che aveva fatto un furto sperando che lo arrestassero, ma me l’hanno lasciato libero».

Alessandra Ziniti, reporter di Repubblica, ha raccolto il grido d’aiuto di questa giovane donna in guerra contro un nemico implacabile: «Stefano ha bisogno di soldi continuamente. Per procurarsi la droga ma anche per pagare chi gli dà le dosi da vendere. Vengono di notte a bussarci a casa, gli chiedono di consegnare il denaro che dovrebbe avere ma che non ha più. Pretende soldi da me, ma io non ne ho. Certi giorni non ne ho neanche per comprare il pane, e anche se ne avessi non gliene darei. E allora ha cominciato a rubare. La scorsa settimana ha rubato cinque biciclette per rivenderle. Le ha nascoste nel garage ma io me ne sono accorta e sono andata dai carabinieri. Sono venuti, hanno trovato la refurtiva, ma me l’hanno lasciato a casa. E adesso è anche peggio di prima».

Stefano non va più a scuola, il suo è un caso conclamato. Ma centinaia di migliaia di ragazzi frequentano le lezioni solo per non suscitare sospetti in famiglia e sono come lui “teleguidati” dalle sostanze che assumono. Piccoli automi dell’ecstasy, del crack o della cocaina. Basterebbe un briciolo d’attenzione per scoprire che sono drogati, pericolosi per loro stessi e per gli altri. Ma questa generazione di padri e madri è spesso, purtroppo, vigliacca e irresponsabile come molti dei suoi governanti. Fingono di non vedere, minimizzano, fino al giorno in cui si ritrovano i figli in cronaca nera. “Com’è possibile? Era un ragazzo normale, come tanti”. Come tanti, appunto. La tossicodipendenza che altera la mente e la coscienza fino a indurci a commettere delitti, siamo riusciti a considerarla “normalità”. Ma Amelia no, lei ama suo figlio fino all’atto estremo, quello di denunciarlo, perché lo Stato almeno contenga fra quattro mura il suo ragazzo, a casa ormai è impossibile. Provate a fermare un cocainomane che si vuole fare, è come arrestare un tornado con un dito.

Amelia ci ha provato poi ha chiesto aiuto a tutti: «ai Servizi sociali, alla scuola, al Sert, alle forze dell’ordine ma alzano le spalle e mi dicono che non si può far niente. Ho chiesto loro di trovare una comunità dove poter mandare mio figlio. Mi dicono che sono esagerata. E comunque che di posti in comunità e case famiglia non ce ne sono. Ho chiesto aiuto agli altri genitori di ragazzi nelle stesse condizioni, ho passato notti e notti da sola in giro per Latina a cercare mio figlio, ma sembra che non gliene freghi niente a nessuno. Ho trovato solo indifferenza. Ma dico: non si accorgono che i loro ragazzi cambiano? Ho chiesto aiuto al Sert, ma se lui non va, loro non possono andare. Ho chiesto aiuto alla scuola, niente. Persino la polizia mi dice che non compete a loro. E io non so più cosa fare, a casa mi spacca tutto, potrebbe succedere anche di peggio. È stato anche fermato in qualche piazza di spaccio ma non è successo nulla. Cosa devo fare? Cercare io le prove e consegnarlo? Meglio in carcere che a casa con me, io ormai non conto più niente per lui. Ma non è quello che serve a ragazzi come Stefano. Io vorrei solo un giudice che mandasse mio figlio in una comunità per provare a recuperarlo. Perché la realtà è l’inferno che tantissimi come me viviamo in casa da soli, tutti i giorni e tutte le notti, con i nostri figli».

Il più recente bollettino di guerra è questo: la Cocaina è stata assunta da 3,5 milioni di individui di cui 2,3 milioni di giovani con meno di 34 anni, l’Ecstasy da 2,7 milioni, per la maggior parte giovani (2,3 milioni); infine, le amfetamine sono state assunte negli ultimi 12 mesi da 1,8 milioni di persone di cui 1,3 milioni di under 34. Il governo italiano, visto che siamo tra i primi in graduatoria in Europa per consumo di stupefacenti, perché non diventa il capofila di una controffensiva europea contro l’abuso di droghe? Una massiccia campagna politica -non certo proibizionista, quella produrrebbe solo l’effetto contrario-, sto parlando di un sostegno massiccio alle comunità terapeutiche, morale e finanziario, ai ragazzi abbandonati a loro stessi, alle mamme in guerra come Amelia che non ce la possono più fare da sole. Non è utopia, sarebbe solo un dovere istituzionale di quella Politica con la P maiuscola, di quel grande sogno molto pragmatico che sta facendo affollare le piazze di Sardine.

Non rassegnarti, Amelia. Non rassegniamoci mai.

 

 

POST DEL BLACK FRIDAY: CONTIENE GIOIA GRATIS

Oggi, Black Friday, vi offro uno sconto pazzesco che non potete rifiutare. È semplice, basta un poco di volontà e potrete applicarvelo da soli, immediatamente. Sto parlando di una delle tasse più pesanti che gravano sugli esseri umani in difficoltà: l’imposta sul dolore aggiunto. Col mio omaggio, totalmente gratuito, il vostro venerdì nero si trasformerà in un venerdì d’oro. Che cos’è il dolore aggiunto? Presto detto: tutto il male possibile che ci creiamo artificialmente come reazione a qualcosa di “brutto”: un licenziamento, la fine di un amore, il rosso in banca, una malattia o un lutto. Milioni di persone come me, dopo un dolore, invece di concentrarsi sulla bellezza assoluta della vita, sprofondano nel venerdì nero più caro che ci sia, s’infliggono, cioè, il corollario inutile del dolore aggiunto. Sembra paradossale ma lo facciamo in massa. Anche alcune nazioni lo fanno: l’Italia è un campione di negatività. Per esempio, se ho una brutta influenza, la fantasia sulle mie deboli difese immunitarie m’induce a convincermi che ho l’AIDS; se il mio amore mi lascia per un altro, mi tasso caricandomi dell’autoprofezia che “nessuno mi vuole”; se mi licenziano, penso di essere guasto io, non il sistema produttivo appestato dall’avidità; se non ho un euro, già mi vedo barcollare tra un cassonetto e l’altro, dormire sotto i ponti, fare la questua ai passanti. Fissate gli occhi del bambino in questa foto, perché uno sguardo azzurro identico resiste dentro di voi da sempre e sta aspettando che ricambiate il suo sorriso. D’ora in poi, tutte le assillanti volte che la vostra mente vi servirà dolore aggiunto in sovrapprezzo, esibite questo ticket in super sconto, controbattete che quella roba lì non siete voi per niente, voi siete quel bambino eterno indistruttibile che ha fiducia assoluta nella bellezza della vita. Questa battaglia si vince con un pizzico di volontà, colpo su colpo. E dopo? Dopo vi resterà solo il dolore contestuale legato al fatto oggettivo, ma vi ritroverete con un’energia immensa (sbloccata in questo venerdì nero fortunato) per accoglierlo fiduciosi,  perché era solo una prova per rendervi più forti, allora vi rialzerete da terra e vivrete giorni d’oro. Questo era il mio post del Black Friday, un venerdì senza la soprattassa del dolore aggiunto. Gratis et amore Dei.

MI SONO ROTTO DEL MALE


Se celebriamo ogni santo giorno la messa alle ingiustizie vivremo eternamente in un paese ingiusto. Ieri mi è capitato di vedere l’ennesima inchiesta disperante delle Iene. Dimostrava come il servizio della nettezza urbana di Roma pullula di disertori che invece di scaricare cassonetti posteggiano il camioncino dei rifiuti, si spaparanzano sul sedile e si scaricano filmini sui cellulari, rifiutandosi di fare il loro dovere. Oppure vanno al supermercato o a mangiarsi una pizza, o vagano in gita sul loro percorso ma da un caffè a un gin tonic, senza ritirare neanche uno dei centomila sacchi della spazzatura che appestano Roma. Cattivi esempi. Alla tv e sui social non si parla d’altro. Eppure sono certo che un angelo dei netturbini esista, almeno un operatore ecologico fra questi demoni sfaccendati faccia il suo dovere, e svolga le sue mansioni di buon animo, per quanto stressante sia operare nella puzza e nel caos capitolino. Sì c’è, ne sono certo, forse sono più di uno quelli con la coscienza smagliante, magari ce ne sta una piccola legione, però possiamo solo immaginarcela. Nessuna Iena, nessun talk show la mostrerà mai: il bene è una notizia che non tira. Mentre ogni cattivo esempio ne tira un altro, ogni ponte caduto per incuria ne fa cadere un altro, ogni stupratore ne contagia un altro, e questo è il rito che celebriamo con malagrazia quotidiana, l’apologia del cattivo esempio. Mi dirai: se i cassonetti dell’immondizia sono cibo per topi e gabbiani, se per fare una Tac devo attendere due anni, perché mai dovrei pagare le tasse? Amico mio, non si può più sentire. Perché è tuo dovere contribuire all’igiene pubblica, all’istruzione scolastica, ai servizi sanitari. Comunque. O la catena degli ingiusti si allungherà di un altro anello, il tuo, e finirai per strozzarti con le tue stesse mani. Non si tratta di buonismo del cazzo. Ma di feroce amore per la vita, per il paese che ami, per gli altri e per te stesso. C’è un compiacimento morboso nell’assistere ipnotizzati dal male a questo stucchevole trionfo dei cattivi e delle notizie di merda. Non vi siete stufati? Scioperiamo tutti dall’ingiustizia e dal malaffare. Amiamo come figli la conoscenza, la bellezza, l’arte, l’amore. Combattiamo per i nostri valori più sacri anche se non abbiamo più un euro o una lacrima da piangere. È in un momento nero come questo che devono svegliarsi le coscienze, entrare in gioco, basta un piccolo buon esempio. Diamolo. Ciascuno sa come.

LE SARDINE, LA RABBIA E IL CIELO

Più attizzi l’odio più like ricevi. Furore e insulti, piacciono. È la danza della rabbia degli sciamani di Facebook che fa piovere followers. Il vangelo capovolto dei social: chi odia mi segua. Fulmina il tuo prossimo, sarai il mio dio. Tutta l’Italia è diventata così, si vive nel rancore. Poi ci si meraviglia se il Paese muore. Ma lo sanno anche i bambini che senza amore i cuori marciscono. Per le nazioni è lo stesso. Se, per esempio, su questa pagina scrivo con amore e rispetto, ricevo due cuoricini e qualche pacca sulla spalla: Jack ti sei rammollito, sei un pensionato, va’ a guarda’ i cantieri. Ma se scrivessi che invece dei cantieri ho guardato sotto i capelli di Salvini e ho visto il suo cervellino verde galleggiare fra le rane, le visualizzazioni della pagina schizzerebbero a mezzo milione (me lo confermano gli insights tutte le volte che prendo una posizione polemica contro i sovranisti). L’odio è il viatico del successo? Di quello a breve termine, ahimè, sì. Se poi l’odio si incista, anno dopo anno genera metastasi di rabbia e violenza popolare, manipolata dai leader politici e dai loro sciamani virtuali, allora tutti a comando si gettano vigliaccamente contro uno, trattato come un appestato, oppure contro tutte le categorie invise al loro leader maximo: magistrati, zingari, giornalisti, gay, migranti, “comunisti”, neri. Quello che accadde a Matteotti si ripete ogni giorno sui social e tracima fatalmente nella realtà. Non è “un fatto di 70 anni fa”. Quello che è accaduto a Stefano Cucchi o nella carneficina al G8 di Genova o nell’escalation di maschi che uccidono le donne è fascismo eterno, che significa possesso della mente e del corpo degli altri. L’esatto opposto dell’amore. E quello che ha dichiarato Salvini: “Non sono nato per scaldare le poltrone. Chiedo agli italiani, se ne hanno voglia, di darmi pieni poteri” non è accaduto 70 anni fa, ma due mesi e mezzo fa: l’8 agosto. Quando ha fatto cadere il suo stesso governo perché voleva la poltrona unica, la sua. Per questo ho appoggiato con tutto il mio cuore le sardine. Perché rappresentano la grammatica della politica andata perduta: il rispetto, la passione civile, la disciplina delle piccole cose quotidiane, la solidarietà, l’impegno nel mutuo soccorso e la resistenza all’imbonimento degli squali mediatici. Un silenzioso cordone umano, un popolo giovane di tutte le età, con i libri in pugno e un simpatico pesciolino di cartone come vessillo, che ci difende dallo sgrammaticato fascismo populista. C’è qualcosa di nuovo sotto il cielo. Anche l’amore, da una settimana, fa tanti like.

VIVA LE SARDINE

Le sardine sono entrate in rivolta contro i predatori, viva le sardine. Perché hanno scelto il linguaggio più potente del mondo, il silenzio. Perché rinsaldano un sentimento che sembrava perduto, la fratellanza. Perché sin dal nome prescelto, quello del pesce più disprezzato delle nostre tavole, si sono profumate di umiltà. Perché sono emerse dal buio primordiale dell’oceano politico per manifestare il loro No agli squali del populismo come solo il popolo poteva farlo, quello vero. Perché sono soprattutto giovani che si rifiutano di farsi chiudere il futuro in gabbia. Non imprecano, non sfasciano vetrine, non lanciano sassi. Sono sardine inermi ma compatte. Al massimo cantano “Bella Ciao” e lo fanno da brividi, contro i brividi che ci mettono i saluti romani, gli slogan razzisti da stadio, gli insulti a Liliana Segre, i brividi di chi pretende pieni poteri per aprire e chiudere i porti come se il mare fosse un barattolo da intrappolarci dentro chiunque non la pensa come lui: una democrazia sottovetro.

Le sardine non vogliono morire in quel barattolo. Così affiorano in banchi, sempre più numerose e solidali, umili e compatte, gentili ma battagliere, prima a Bologna, poi a Modena, adesso sembra che non ci sia quasi più città che le contenga, nessuno squalo tanto grosso da papparsele in un boccone, neanche Salvini con la sua pancia piena di voti. Sì, viva le sardine senza bandiere, senza partiti, senza potere. C’è mezza Italia che sta pensando a come cucinarsele, che apre i suoi forni, accende fuochi, agita padelle. Il mare della politica italiana con i suoi media è tra i più insidiosi della terra. Ti esalta come esca, ti fa diventare di successo solo per issarti in barca. Una volta a bordo ti sferra il colpo di grazia e ti rigetta in mare, in pasto agli squali. Alla larga, ragazzi, restate come siete. E se sparirete nel lampo da cui siete venuti, avrete lo stesso compiuto il miracolo di non farci sentire soli. Ma il miracolo che vi auguro è un altro, uno dei più famosi di Gesù: la moltiplicazione dei pesci.

LA DOMENICA DEI MIRACOLI

Il bambino della foto ha bevuto il latte che desiderava? Io credo di sì e tu? La realtà è uno squallido manichino ma, in coerenza perfetta con i propri sogni, la fede assoluta del bambino lo trasforma in una mamma. Noi adulti guardiamo dall’alto con un sorriso di disprezzo chi crede ai miracoli, forse per questo ci condanniamo a vivere in una squallida realtà. Quel manichino noi lo chiamiamo vita. Il nostro motto è: se non vedo, non credo. Siamo pragmatici, vaccinati alle favole, siamo “gente sveglia”.

A proposito di adulti svegli, un istante prima d’imbattermi in questa foto stavo leggendo di un tipo che si è risvegliato nella sua camera d’albergo a Nizza, tutto sudato, boccheggiando per l’afa. Era pieno agosto, la luce saltata, i condizionatori bloccati. L’uomo si alza, va a tentoni verso la finestra, posa le mani sul vetro ma non riesce ad aprirla: bloccata anche quella. L’uomo sbuffa, geme, gli viene l’ansia, s’incazza: sferra una violenta gomitata alla finestra, rompe il vetro e finalmente sente un fiotto d’aria fresca spalancargli i polmoni. Domani ripagherà il danno all’hotel ma quella brezza notturna lo ha liberato da una crisi di panico. Nella stanza l’afa cede il passo al vento, così può tornare a letto e riprendere sonno, beato.

L’indomani l’uomo scopre che la finestra è intatta, nel buio aveva rotto la vetrinetta di un arredo: una piccola credenza provenzale. La sua mente è diventata un generatore d’aria condizionata così come il bambino ha bevuto il latte che desiderava facendolo sgorgare da un manichino.

“Tutto il meglio è già qui”, come cantava Paolo Conte. Il miracolo è semplice come un desiderio infantile e pragmatico come uno scienziato. Ma perché si avveri bisogna averne coscienza, vederlo prima che accada, esattamente come ha fatto il bambino un istante prima di baciare un sogno e trasformarlo in realtà.

UN GIOCO AL MASSACRO: LO SCARICABARILE

Sono felice perché Stefano Cucchi ha ottenuto giustizia: i due carabinieri che lo picchiarono a morte sono stati condannati. Ma so che molti commenteranno che la sentenza è stata manipolata dalla magistratura “di sinistra”. Ricordo quei politici che disprezzarono Ilaria Cucchi per la sua battaglia, oggi dovrebbero chiederle scusa, ma so che non lo faranno. L’acqua alta ha sommerso Venezia, se fossimo sommersi dalla verità sarebbe meglio. Ma so che non sarà così. Ho sentito protestare Luca Zaia, presidente della Regione Veneto: «Che fine ha fatto il Mose? Bella domanda, il Mose è un progetto dello Stato centrale. Non sappiamo nemmeno se funziona. Prendiamo atto che ci sono 5 miliardi di euro sottacqua. Non ho capito perché non sia già in funzione». C’è da indignarsi, giusto. Ma qualcosa non quadra. Da quanti anni comanda lui, in Regione? A chi chiederlo se non a se stesso? Non era sempre Zaia il vicepresidente di Giancarlo Galan, arrestato per le tangenti sul Mose? La Lega non era forse determinante in quella Giunta corrotta, presieduta da un uomo di Forza Italia come Galan? Non si sono alternati al potere Lega e Forza Italia nel corso di infinite alte e basse maree senza muovere un dito fino alla mareggiata che ha sconvolto il mondo?

Anche Zaia dovrebbe chiedere scusa, ma non ci pensa nemmeno. Come non ci pensa, sull’altro fronte, Matteo Renzi che, dopo aver fatto carte false per far nascere un governo contro la Lega, attacca tutti i giorni la sua stessa creatura come un bambino isterico prende a calci un giocattolo perché ne vuole uno nuovo. Ma anche Matteo Salvini, ieri, a Bologna, era furioso come un bambino: “Non c’è il pienone, ma i centri sociali hanno bloccato i pullman. Ora dobbiamo liberare la Regione e tornare al governo”. Credo che la sua stizza fosse dovuta ad altro che un pullman: il PalaDozza, dove si erano radunati i seimila leghisti bolognesi che vogliono essere “liberati” dalla sinistra, era stato circondato in piazza Maggiore da quindicimila “sardine” che si rifiutano di abboccare all’amo di Salvini e si ritengono liberati sin dai tempi di Bella Ciao.

Potremmo andare avanti con altri infiniti esempi tratti soltanto dalle cronache di ieri. In realtà si tratta sempre dello stesso gioco irresponsabile. Si chiama “scaricabarile”. Vale per chi dava a Ilaria Cucchi della “schifosa”, per Zaia che incolpa lo Stato centrale esimendosi dalle proprie responsabilità,  per Renzi che prima mette insieme Pd e 5 Stelle, ossia il diavolo con l’acqua santa, poi si scandalizza se il governo non fa miracoli, vale pure per Zingaretti che dà la colpa a Renzi se la maggioranza fa acqua. E vale per chi ha scritto questo pezzo, che tirando una riga e mettendo tutti gli altri al di là, spera di non giudicare se stesso per quel che è: uno scaricabarile. Ecco, l’ho fatto. Voi fate pure come vi pare. Ma sulle avvertenze di questo gioco nazionale dovrebbe esserci scritto l’avviso: “Attenzione, lo scaricabarile produce un sollievo ingannevole perché in breve tempo conduce te e il tuo paese alla rovina”.

Sempre ieri, e concludo, ho letto che Lara Comi, ex esponente di Forza Italia, è stata arrestata per presunte tangenti. Invece della solita rabbia mi è venuta pena, come se avessero arrestato mia sorella. Ho pensato che per poche migliaia di euro la sua immagine a tutti nota, perché ha molto frequentato i talk show, sarebbe stata insozzata a livelli inenarrabili per sempre. Già un mandato di cattura è terribile, ma la gogna mediatica è lapidaria. Siamo sicuri che noi, in un ruolo di potere, saremmo esenti dal commettere qualche grave sciocchezza? Certo, assumere tua madre e portartela al Parlamento europeo come tua assistente, per dire, non denota un alto indice di civiltà. Ma è talmente sciocco e imprudente che mi fa quasi tenerezza. Va detto che la Comi ha rimborsato questi stipendi di mammà. Poi però avrebbe figliato altre stecche, per sé e per il partito. Sia come sia, giocare allo scaricabarile con una creatura di Berlusconi, per uno come me che non lo voterebbe neanche sotto tortura, è il primo barbaro impulso: ben le sta! Non sono certo un santo ma provo misericordia per lei, per noi, per come ci siamo ridotti. Non gioco più allo scaricabarile. Ho smesso. E ho un sogno. Che Piazza Grande si riempia di folla sorridente e battagliera anche se al PalaDozza non c’è Salvini.