MAMME IN GUERRA

C’è una guerra in corso, fa più morti della seconda guerra mondiale, uno dei teatri in cui si svolge è l’Italia. Ma i governi non hanno né la voglia né il coraggio di fronteggiarla, rendendosi complici di questa strage. Così non restano che le mamme come Amelia a combatterla da sole, senz’armi, a mani nude. Mamme in guerra contro la droga per salvare la vita dei loro ragazzini.

Lei, Amelia, 41 anni, di Latina, vedova e madre di Stefano, 15, tossicodipendente e spacciatore, è solo una delle decine di migliaia di mamme abbandonate da uno Stato patrigno. Si sa, parecchi onorevoli sono cocainomani, alcuni poi sono stati eletti per difendere gli interessi della ‘ndrangheta, ma tutti gli altri? Un silenzio orribile. Le tragedie come quella di Amelia non contano nulla per il potere. Non è che una donna delle pulizie. Tutte le notti va in giro a cercarlo per la città, il suo piccolo demone disperato, anche perché Stefano adesso gira con un coltello in tasca e lei ha paura «che finisca come Luca Sacchi, ad esempio. Un ragazzino di 15 anni che è entrato nel giro dello spaccio , che vende stupefacenti  ma deve un sacco di soldi a chi gli dà la roba da vendere, che sta in giro tutta la notte frequentando gente e luoghi orribili, rischia grosso. E per finire male non intendo in carcere. Perché questo sarebbe un bene. L’ho anche denunciato dopo avere scoperto che aveva fatto un furto sperando che lo arrestassero, ma me l’hanno lasciato libero».

Alessandra Ziniti, reporter di Repubblica, ha raccolto il grido d’aiuto di questa giovane donna in guerra contro un nemico implacabile: «Stefano ha bisogno di soldi continuamente. Per procurarsi la droga ma anche per pagare chi gli dà le dosi da vendere. Vengono di notte a bussarci a casa, gli chiedono di consegnare il denaro che dovrebbe avere ma che non ha più. Pretende soldi da me, ma io non ne ho. Certi giorni non ne ho neanche per comprare il pane, e anche se ne avessi non gliene darei. E allora ha cominciato a rubare. La scorsa settimana ha rubato cinque biciclette per rivenderle. Le ha nascoste nel garage ma io me ne sono accorta e sono andata dai carabinieri. Sono venuti, hanno trovato la refurtiva, ma me l’hanno lasciato a casa. E adesso è anche peggio di prima».

Stefano non va più a scuola, il suo è un caso conclamato. Ma centinaia di migliaia di ragazzi frequentano le lezioni solo per non suscitare sospetti in famiglia e sono come lui “teleguidati” dalle sostanze che assumono. Piccoli automi dell’ecstasy, del crack o della cocaina. Basterebbe un briciolo d’attenzione per scoprire che sono drogati, pericolosi per loro stessi e per gli altri. Ma questa generazione di padri e madri è spesso, purtroppo, vigliacca e irresponsabile come molti dei suoi governanti. Fingono di non vedere, minimizzano, fino al giorno in cui si ritrovano i figli in cronaca nera. “Com’è possibile? Era un ragazzo normale, come tanti”. Come tanti, appunto. La tossicodipendenza che altera la mente e la coscienza fino a indurci a commettere delitti, siamo riusciti a considerarla “normalità”. Ma Amelia no, lei ama suo figlio fino all’atto estremo, quello di denunciarlo, perché lo Stato almeno contenga fra quattro mura il suo ragazzo, a casa ormai è impossibile. Provate a fermare un cocainomane che si vuole fare, è come arrestare un tornado con un dito.

Amelia ci ha provato poi ha chiesto aiuto a tutti: «ai Servizi sociali, alla scuola, al Sert, alle forze dell’ordine ma alzano le spalle e mi dicono che non si può far niente. Ho chiesto loro di trovare una comunità dove poter mandare mio figlio. Mi dicono che sono esagerata. E comunque che di posti in comunità e case famiglia non ce ne sono. Ho chiesto aiuto agli altri genitori di ragazzi nelle stesse condizioni, ho passato notti e notti da sola in giro per Latina a cercare mio figlio, ma sembra che non gliene freghi niente a nessuno. Ho trovato solo indifferenza. Ma dico: non si accorgono che i loro ragazzi cambiano? Ho chiesto aiuto al Sert, ma se lui non va, loro non possono andare. Ho chiesto aiuto alla scuola, niente. Persino la polizia mi dice che non compete a loro. E io non so più cosa fare, a casa mi spacca tutto, potrebbe succedere anche di peggio. È stato anche fermato in qualche piazza di spaccio ma non è successo nulla. Cosa devo fare? Cercare io le prove e consegnarlo? Meglio in carcere che a casa con me, io ormai non conto più niente per lui. Ma non è quello che serve a ragazzi come Stefano. Io vorrei solo un giudice che mandasse mio figlio in una comunità per provare a recuperarlo. Perché la realtà è l’inferno che tantissimi come me viviamo in casa da soli, tutti i giorni e tutte le notti, con i nostri figli».

Il più recente bollettino di guerra è questo: la Cocaina è stata assunta da 3,5 milioni di individui di cui 2,3 milioni di giovani con meno di 34 anni, l’Ecstasy da 2,7 milioni, per la maggior parte giovani (2,3 milioni); infine, le amfetamine sono state assunte negli ultimi 12 mesi da 1,8 milioni di persone di cui 1,3 milioni di under 34. Il governo italiano, visto che siamo tra i primi in graduatoria in Europa per consumo di stupefacenti, perché non diventa il capofila di una controffensiva europea contro l’abuso di droghe? Una massiccia campagna politica -non certo proibizionista, quella produrrebbe solo l’effetto contrario-, sto parlando di un sostegno massiccio alle comunità terapeutiche, morale e finanziario, ai ragazzi abbandonati a loro stessi, alle mamme in guerra come Amelia che non ce la possono più fare da sole. Non è utopia, sarebbe solo un dovere istituzionale di quella Politica con la P maiuscola, di quel grande sogno molto pragmatico che sta facendo affollare le piazze di Sardine.

Non rassegnarti, Amelia. Non rassegniamoci mai.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.