DAZIBAO (o se preferite) TATZEBAO

Il dazibao, giornale murale cinese, scritto in italiano nei modi più assurdi (non il muro, la parola) è il vostro spazio bianco che lascio qui sotto. Non prendetela per pigrizia, amici miei, ma sto facendo a pugni col mio nuovo romanzo, che mi cambia titolo continuamente sotto gli occhi (e personaggi, eventi, strade e città) ma che adesso sembrerebbe finalmente delinearsi: "Le attrazioni morbose" e che conto di finire entro settembre. Naturalmente scriverò ancora in questo periodo sul blog, ma nel frattempo ci tenevo a farvi sapere che non sono "desaparecido". Vi leggo sempre con attenzione e interesse, a volte leggo anche post memorabili, poetici, intensi; in altre occasioni vi mordete il sedere a vicenda, cosa però che alla mia fedele compagna Sara diverte moltissimo e abbaia scodinzolante allo schermo del Pc. Un fraterno abbraccio e buone vacanze per chi può permettersele. Diego

E allora schedateci tutti

La “trovata” di prendere le impronte digitali ai bambini Rom è una maligna furbata politica, intollerabile e imperdonabile. Il ministro degli interni Maroni, manipolando il panico popolare della piccola criminalità, ha soffiato a pieni polmoni sul fuoco del razzismo, un vulcano in attività permanente nei meandri della bestialità umana. Siamo governati da piccoli uomini, ubriacati dal consenso, che in “buona fede” (è questo il sintomo della loro mediocrità) neanche si accorgono che prendere le impronte digitali ai bambini è l’anticamera di Goebbels, senza se e senza ma. E allora schedateci tutti, a partire dai figli di Maroni, di Bossi, di Berlusconi, e giù giù per li rami, finché non sia completata la schedatura del genoma italico. Solo dopo si potrà procedere, rossi di vergogna, a prelevare le impronte digitali di padri e bambini Rom, alcuni dei quali ladri (noi, oltre a eserciti di borseggiatori e rapinatori abbiamo gli evasori fiscali, i più ladri del mondo). Ricordando, però, che i piccoli zingari sono figli di un popolo che non ha mai storto un capello all’umanità, mai fatto una guerra.

Sì, schedateci tutti, voglio firmare anch’io, con le mie impronte digitali, questo umiliante periodo storico italiano, altrimenti potremmo illuderci che stavamo dormendo. Non è così. Al contrario, sono purtroppo quasi matematicamente certo, che se il tribuno premier arringasse televisivamente gli italiani per domandare loro, con un referendum, se sia giusto o meno prendere le impronte digitali ai bambini degli altri, la maggioranza risponderebbe “Sì” come un sol’uomo. E allora? Forse a Pilato non si rispose “Barabba! Barabba!”? L’audience di allora ha giustificato la crocefissione del Cristo? No Maroni, questa non è democrazia partecipativa, è una parola più semplice: infamia. Lei ha suonato l’ “ouverture” di un antico concerto, che conduce invariabilmente a contrassegnare con una stella gialla gli ebrei di oggi, i rom, e domani chiunque non la pensa come il Capo. Quando ho visto levarsi le fiamme dai campi Rom è stato inevitabile ricordare la notte dei cristalli. Anche allora la maggioranza dei tedeschi rideva plaudente al linciaggio del debole e del diverso. Dopo milioni di morti, la Storia ha poi riso del nazismo. Prima di promulgare questa legge, venga il premier in televisione a reti unificate, a spiegare parola per parola che cosa dovrà dire un Rom a suo figlio, quando dovrà apporre le sue piccole dita inchiostrate in una questura italiana. “Perché mi fanno questo?” La Storia è imprevedibile, signori ministri. Un giorno ai vostri bambini potrebbe accadere lo stesso. E non avreste giustificazione alcuna, perché quel vulcano l’avete riattizzato voi. Ma prima, fateci apporre a tutti la firma digitale contro la vostra legge di merda. Prima, però, schedateci tutti.

Il grande gelo

Nel canale di Sicilia, 56 miglia a sud di Malta, le gabbie dove i tonni vengono allevati per essere uccisi, sono servite da ciambella di salvataggio per ventotto profughi somali naufragati nella loro corsa all’oro. Altri sei, fra i quali dei bambini, sarebbero annegati. Ma anche il forziere Europa fa acqua. Persino il profeta dell’accoglienza, Zapatero, (la Spagna ha oltre due milioni di extracomunitari) si è dovuto inventare un superbonus in cambio della rinuncia eterna al permesso di residenza e di lavoro. Soldi in bocca per chi se ne torna a casa. Ma visto che, come diceva il profeta Geremia, “sia maledetto l’uomo che confidi nell’uomo”, anche Zapatero non si fida: il primo assegno, pari al 40% del superbonus, sarà firmato alla partenza dell’immigrato  dalla Spagna e il 60% alla consegna del pacco umano in patria. Un esodo a rovescio che riguarderà, spera Zapatero, almeno un milione di lavoratori, la metà degli extracomunitari spagnoli. La crisi dell’edilizia sta decimando i posti di lavoro, e Zapatero gioca d’anticipo dando per scontata un’altra profezia: una crisi economica mondiale. Una spirale perversa ingenerata dall’aumento del prezzo del petrolio, a sua volta alimentato dal crollo del dollaro (la valuta con cui si tratta il greggio sui mercati finanziari) che a sua volta fa impennare i costi, quindi i prezzi al consumo, delle derrate alimentari, come il riso o il pane, i cui prezzi inarrivabili per chi guadagna un dollaro al giorno stanno già producendo conseguenze bibliche in più di cento paesi, riassumibili in una parola sola e terribile: carestia. Il summit sull’alimentazione della Fao si è concluso con una promessa da marinai: la fame nel mondo? La risolveremo nel 2050. Milioni di famiglie in bilico sul baratro della povertà si stanno legittimamente chiedendo se avranno la forza di attendere quarantadue anni prima di poter fare, con qualche disinvoltura, la spesa al supermercato. La crisi energetica mondiale c’è, è indubbio, ma tutti fanno orecchie da mercante alla sua perversa gemella, la crisi etica. Al vertice Fao il cuore marcio dell’uomo del terzo millennio era esposto al pubblico ludibrio e ci sarebbe voluto un nuovo Goya per raffigurarne i deformi personaggi in cui quel cuore nero batte moneta. Ogni leader tirava quel che resta della coperta sui piedi del proprio paese, rischiando il grande freddo mondiale.

Un piccolo esempio di mala etica all’italiana? La scoperta che in tutta Roma solo 2100 case di lusso pagheranno l’Ici. Quelle accatastate A1. E gli attici di via Veneto? I loggiati al Pantheon? Le migliaia e migliaia di appartamenti sfarzosi del centro storico e di tutte le zone di pregio della capitale? Al massimo sono accatastati A2, definiti “di tipo signorile”, non sono case da ricchi ma “tarocche”, tipo le borse Fendi o le patacche dei Rolex. Intorno alla scalinata di Trinità dei Monti, e in tutta Piazza Navona? Due sole case A1, il resto fuffa, polvere di stelle, anche se gli inquilini si chiamano Rocco Barocco o Pippo Baudo. Se fossi in loro denuncerei il Comune per lesa maestà. Ma per chi li hanno presi le casse comunali, per baraccati? Dovrebbero offendersi di pagare “tipo signorile”. O sei signore o no, non si scappa, con tutti gli accatastamenti che ne conseguono.

Quel che un poco ci consola, è che se il Terzo Mondo è nel panico, anche i ricchi d’oltreoceano cominciano ad avere fifa. In Gran Bretagna, per esempio,  sempre più "Sir" si rivolgono al vecchio Monte dei Pegni. Sì, anche i redditi dei professionisti fanno acqua. Non proprio una tonnara, ma un po’ di sangue comincia a vedersi. In pieno centro di Londra, si legge sul 24 Ore, i prestiti elargiti dalla casa Milton’s riguardano pegni poco trattati sino a ieri: diamanti, orologi da migliaia di euro, persino un Aston Martin in cambio, pare, di 30mila sterline cash. Il tutto mentre, negli Stati Uniti un modello di Jaguar che in Italia costa ancora, di listino 120 mila euro, in una concessionaria di Los Angeles dove si servono le star di Hollywood, lo puoi acquistare, chiavi in mano, esattamente alla metà. Segnali globali che i conti non tornano, né quelli energetici né quelli etici. Qualche giorno fa, un altro guru degli investimenti di Wall Street, già processato e condannato, invece di presentarsi all’appuntamento con la giustizia carceraria avrebbe finto di suicidarsi per sparire nel nulla con una cifra spropositata di dollari che gli erano stati affidati da migliaia di piccoli risparmiatori. Che fine faranno, adesso, queste famiglie della piccola e media borghesia? La distanza fra queste e le famiglie dei ventotto profughi somali aggrappati alle reti dei tonni a largo di Malta si sta paurosamente assottigliando. La fame avanza e ha uno stomaco da squalo, inghiotte corpi e lavatrici, muratori cingalesi, forni a microonde, yuppies londinesi, casalinghe del Cairo e di Bologna, e persino l’Aston Martin di James Bond. E tutti gli 007 guardiani del mondo dimostrano di avere solo la licenza di uccidere e l’incapacità di offrirci la licenza di sopravvivere.

Giovedì 12 Giugno

Come si può lanciare per aria un bambino di tre anni e rimbalzarselo gli uni con gli altri per farne un bersaglio vivente, urlante, da abbattere a fucilate? A Sant’Anna di Stazzema, i primi di agosto del 1944, a un battaglione SS capitanato dal maggiore Walter Reder e guidato da fascisti collaborazionisti a caccia di partigiani, il “tiro al bambino” parve un passatempo di guerra, un Luna Park umano, un gioco elettrizzante, come impalare le donne, o sterminare in sole tre ore, nelle stalle e nelle cucine, 560 civili inermi, mamme, nonni, bambini. Di quella Fiera del Male, quell’Esposizione Mondiale di orrori che fu l’ultima guerra, Sant’Anna di Stazzema non fu che un periferico stand. Anche noi italiani ci distinguemmo in veste di belve, per esempio in Grecia. Esponemmo i nostri orrori in fiera. Le SS, prima di essere un corpo militare prediletto dal Führer, sono una categoria dello spirito, una divisione militarizzata ed efficiente della metà della nostra coscienza, la mezzaluna buia dell’animo umano. Tra i doveri del servizio pubblico, quello della memoria è il primo. Ieri sera, a “La storia siamo noi”, la lunga ombra degli orrori di Sant’Anna di Stazzema era scandalosamente attuale. Perché tre ore prima (il tempo esatto che impiegarono le SS a compiere quella strage degli innocenti) era andato in onda il telegiornale. Da almeno due notizie esalavano gli stessi miasmi di Sant’Anna, il fumo acre dei corpi bruciati, gli orrori sfavillanti di cui siamo capaci senza neanche la scusa di trovarci in guerra. La nuova strage di morti bianche a Catania, con sei operai uccisi. La clinica Santa Rita, a Milano, dove era prassi asportare un rene o un polmone a chi si era ricoverato per un’operazione assai meno remunerativa, per i primari e la clinica, definita da uno degli anestesisti “una macelleria”. Senza le intercettazioni della magistratura (così come senza i documenti storici sul Luna Park del male del 1944) non sapremmo niente della banalità della ferocia. Lo “slang” utilizzato da quei chirurghi delle SS di Milano nelle loro chiacchierate telefoniche è purtroppo assai simile a quello dei tedeschi e dei fascisti che lanciavano un bimbo per aria per farne tiro al piccione. Oggi, in Italia, la vita altrui è altrettanto indifferente, l’importante è lucrare, tutto il resto è noia come cantava Califano. Anche la sicurezza sul lavoro costa, mentre la vita di un operaio non vale nulla, al massimo il prezzo di una dichiarazione. “Ora basta”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica. Ma in Italia è in corso una straordinaria precipitazione della cattiveria, e un semplice basta, per quanto autorevole e solenne, non basta affatto. Se la ferocia è prassi quotidiana, la corruzione il costume di un popolo, le stragi sul lavoro immancabili sul giornale come il trafiletto degli oroscopi, ogni stupore è ipocrita, inconcludente, banale quanto il male. Credo che l’Italia sia in guerra, né più né meno del 1944, ma nessuno lo sa. Non ne siamo venuti a conoscenza. Conduciamo esistenze da falene a rovescio. Corriamo incontro all’ombra, non alla luce. Ci stiamo bruciando le ali a un sole nero. Tutto ci conduce e seduce verso la zona buia dell’anima: la politica, l’informazione, la vita di ogni giorno. Sul bene abbiamo imposto il coprifuoco. Le cose sacre della vita hanno perso la guerra. Ma finché non avremo profonda coscienza di questo, nessun alleato ci potrà salvare e nessun dopoguerra ci farà rinascere. Abbiamo venduto l’amore per trenta denari. Per questo siamo assediati dalla morte.

Dimissioni di un telespettatore

Ho appena preso una decisione strategica per la mia vita casalinga: stasera non vedrò “Striscia la notizia”. Ce l’hai col programma? No, anzi. Non ti soddisfano i conduttori? Tutt’altro: Ficarra e Picone sono spiritosissimi e il presentatore, principe di Striscia, Ezio Greggio, sta all’Homo Italicus  quanto David Letterman sta all’Homo Americanus. Una spanna sotto, si capisce, ma  forse non siamo una colonia americana? La fattoria televisiva è quella, e se Letterman è Konrad Lorenz, Ezio Greggio è la papera. Voglio dire, il meglio delle nostre papere, la Paperissima. Come lo vedi, ridi. Greggio è l’evoluzione dell’italiano da spiaggia, del vitellone felliniano, del bagnino sciupafemmine nordiche della riviera romagnola, insomma, il massimo grado dell’evoluzione dell’italiano nel mondo dopo Berlusconi. D’altronde l’anello di congiunzione tra gli animali e l’essere umano è il comico. E l’Italia di oggi mi ricorda Paperopoli. “Striscia la notizia” può anche criticare il governo tutte le sere, ma è come sentire Paperino che si sfoga con Qui, Quo e Qua sulle angherie subite dal taccagno, quello che ha il deposito delle televisioni. Non a caso nel Sud l’hanno soprannominato Zio Berlusconi.
Stavo dicendo della mia decisione di dimettermi da spettatore di una delle mie trasmissioni preferite. La ragione è semplice. La prima puntata, condotta da Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo, andò in onda su Italia 1 il 7 Novembre 1988: vent’anni fa. Personalmente avevo trentacinque anni e tutto credevo meno che a un cittadino italiano toccasse la sorte del gioco dell’oca. La sensazione che credo di condividere con milioni di connazionali dopo un ventennio di giri è quella amara di essere tornati indietro e di dover ricominciare da capo, dalla prima casella. “Striscia” giustamente va avanti, lei e il pubblico sono fedeli come marito e moglie nei matrimoni di una volta: finché audience non li separi. Solo che a me comincia a farmi la stessa impressione di Andreotti nei giorni in cui “Striscia” mise il piede sulla prima puntata o casella. I miei figli sono nati sotto l’impero di “Striscia la notizia” e il governo di Berlusconi, io sotto la stella di Andreotti e il governo televisivo di Pippo Baudo, che non è ancora finito. Ora, che il potere logora chi non ce l’ha è evidente solo a chi non ce l’ha, perché se lo vede davanti, rappresentato alla Tv tutte le sere. Andreotti quell’aforisma l’ha coniato dalla parte del potere, mica dalla nostra. Come si sta dalla parte nostra, in realtà, lui non ne ha la minima idea. Per noi, invece, è chiarissimo. A un italiano, per non sentirsi logorato dal tempo che passa, basterebbe un paese efficiente e moderno che si preoccupi davvero di lui, mentre a “Striscia”, per ringiovanire, è sufficiente cambiare ogni anno le veline. Ma se un telegiornale di satira comincia ad avere la gobba ti lascia l’amaro in bocca senza neppure avere l’effetto dei Cynar di una volta. Ricordate quei vecchi “Carosello” con Ernesto Calindri? Contro il logorio della vita moderna bevi Cynar! “Striscia”, ogni sera, perpetua il logorio. Lei denunzia lo sfascio, tu bevi le sue risate registrate, e fai la faccia da carciofo. E ogni mattina ti svegli con una foglia di carciofo in più sugli occhi. Per cui, da stasera, contro il logorio da carciofo dell’Italia moderna, che sta messa peggio di quando guardavamo "Carosello", alle 20:30 in punto mi metterò a leggere le “Foglie d’erba” di Walt Witman. Una striscia di poesie a sera, altro che cocaina, anima in foglie, energia vitale purissima.     Sì, da oggi divento astemio. Mi scarciofizzo. Anche perché non potrò mai dimettermi da italiano. Noi siamo i migliori al mondo nel denunziare le cose che non vanno e gli ultimi nel saperle far funzionare correttamente.

Cattivi esempi

Sarò retorico, moralista, jurassico, ma senza buoni esempi il tramonto dell’Italia è segnato. Perché di cattivi esempi ne abbiamo piene le ceste, ogni giorno. Sono così tanti che ci viene da urlare. Dal finto cieco che, per oltre vent’anni, ha truffato le casse pubbliche incassando la pensione d’invalidità (i carabinieri l’hanno smascherato perché il cieco leggeva il giornale, forse scandalizzati dal fatto che un italiano leggesse) ai notabili che dovevano disciplinare l’immondizia partenopea mentre -secondo l’inchiesta della magistratura- erano le loro anime ad avere bisogno di solerti spazzini.
I cattivi esempi piovuti dall’alto appestano la già storicamente fragile coscienza civile di noialtri. Se i ras della camorra hanno complicità in Parlamento per speculare sui rifiuti, in nome di quale dio interiore un napoletano dovrebbe alambiccarsi nella raccolta differenziata o nutrire fiducia nelle discariche progettate da questo stesso Stato? Il potere nero del cattivo esempio venuto dall’alto ha un effetto a cascata talmente devastante che si finisce quasi col rimpiangere l’Italia in cui i delitti eccellenti venivano insabbiati. Occhio non vede cuore non duole. È un’immensa tristezza per chi ha sempre detestato la parola “segreto” ritrovarsi quasi ad avere nostalgia degli anni in cui la domanda di verità sugli scandali e le stragi rimbalzava su un muro di gomma. Nell’arcipelago democristiano degli intoccabili si sapeva che c’era qualche isoletta d’integrità. Oggi siamo tutti naufraghi diffidenti. Se lo Stato, per esempio, ci lancia la ciambella dei "mutui scontati" ci viene il dubbio se non sia meglio andare a fondo così come stiamo. Lo sconto che mi offri oggi allungherà il mio debito domani. La nostra coscienza civile è informata che lo Stato è guasto. Siamo passati da un eccesso all’altro: da un’anoressia di verità imbarazzanti per lo Stato a una bulimia. Scandali a chili che tuttavia nessuno smaltisce, come i rifiuti. Guardi “Report”, per esempio, che ti mostra centinaia di capannoni industriali finti, pachidermi di cemento che sgualciscono i paesaggi della memoria nelle nostre terre miracolate dalla natura, e sono serviti solo ad arricchire filibustieri di ogni risma, tuttora a piede libero, addirittura eletti nei Comuni, nelle Provincie, se non seduti a Montecitorio. Con quale sconquasso interiore si può andare a dormire, la sera, se all’indomani di un’inchiesta così meritoria (per la trasmissione) non segue un castigo altrettanto esemplare? Con questo genere di scandali, tutte le mattine, all’ora del cappuccino e cornetto, il povero Presidente della Repubblica dovrebbe parlarci a reti unificate. Dirci: "Ho visto anch’io, come tutti voi, quegli scempi edilizi, quegli scandali impuniti. E oggi stesso…" Invece, silenzio. Uno scandalo s’inanella nell’altro fino a costituire un rosario nero interiore. Disappunto, mortificazione, rabbia. Ma un cittadino dove attinge le risorse interiori per affrontare la crisi? Per produrre di più? E’ difficile combattere sotto questo sole nero. Eppure, anche di buoni esempi ce ne potrebbe essere un florilegio. Prendi i 60, tra ministri e sottosegretari, che costituiscono l’attuale governo. Perché non si dimettono da deputati? Perché continuano ad incassare un duplice stipendio? Con quale faccia di gesso puoi chiedere al tuo Paese di stringere la cinghia se tu mantieni una natica su una poltrona e una su un’altra? Sì, credo che i cattivi esempi siano stati la molla che ha scatenato la follia. Quella che respiri per le strade, quella che induce una madre a dimenticarsi di aver assassinato suo figlio, o un automobilista a scordarsi di aver assunto stupefacenti e a travolgere un passante, senza neppure soccorrerlo, anzi, ripassandoci sopra. Cattivi esempi. A partire da quel conturbante teatrino casalingo che è la Tv da cui trasudano potere, arroganza, vanità, e gli unici esempi positivi sono gli sceneggiati di preti e di martiri. Settantamila morti nel terremoto cinese e la nostra parrocchietta dei mediocri s’infiamma se sia giusto o no intitolare una via ad Almirante. Si impallidisce perché nessuno impallidisce. Mentre già provare vergogna sarebbe l’inizio di un buon esempio.

Italiani clandestini

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è una scritta comparsa su un muro di Genova, un crocifisso di satira che andrebbe appeso nelle scuole accanto a quello tradizionale.

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è un’esortazione curativa, uno di quei rimedi popolari di una volta, particolarmente indicato per lenire le nostre coscienze infiammate. 

L’immigrazione regolare e clandestina sembra avere davvero trasfigurato le nostre città. In certi quartieri non si parla neanche italiano e i negozi espongono insegne misteriose. Le moltitudini di cingalesi e filippini, africani e rumeni, implodono con una bomba atomica di diversità nella percezione del nostro “piccolo mondo antico”. Persino i monumenti, in questo scenario multietnico e nella babele di lingue e di riti, sembrano schizzati fuori dalla nostra geografia dell’anima. Siamo come mariti o mogli all’antica, carabinieri del matrimonio nei secoli fedeli, costretti da un divorzio a una famiglia allargata. Noi italiani assomigliamo alle vittime psichiatriche di una rara sindrome di smemoratezza: un giorno ti risvegli in una città straniera e non sai come e perché sei finito lì. Il fatto che questa città sia la “nostra” esaspera lo spaesamento e l’invito rabbioso ai “visitors”: tornatevene a casa “vostra”.

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è una scritta medica che ci aiuta a mettere il dito sulla piaga, quella profonda, la vera. Chi sono gli alieni? Perché lo straniamento più destabilizzante, non è essere costretti a convivere con un cingalese o un arabo, ma con quel “noi” irriconoscibile che in pochi anni siamo diventati. Che uno slavo faccia pipì su un monumento, un rumeno controlli il racket della prostituzione o una zingara ci scippi il portafoglio, è un comportamento assolutamente deprecabile che va punito a norma di legge. Ma se questa sensazione di “spaesamento” scaturisce, invece, da una verità più scomposta? Dalla scoperta di un clandestino nelle stive della nostra stessa coscienza? Di un italiano zingaro, nero, una specie di terrorista arabo casalingo, un “noi” comunque diverso da come ci eravamo sempre rappresentati?

Con un ossidato luogo comune si ripete, che “la televisione è lo specchio del Paese”. Può darsi, ma quale devastante crisi d’identità ci coglie e polverizza se le figure che vediamo agitarsi in quello scatolone colorato, se i loro atteggiamenti, gusti e manie, i loro varietà e persino i telegiornali, non corrispondono quasi in nulla al “noi” che avevamo dentro? A quel grado d’istruzione, educazione, civiltà, a quei canoni condivisi con cui, un tempo, era selezionata la nostra specie? Al nostro modo di sentirci italiani fino a ieri? Se questi, i modelli, sono gli italiani, allora io chi sono? Dove mi spiaggerò? Perché se aderisco ad essi mi sento un mostro, se non vi aderisco mi sento un mostro lo stesso, isolato, smarrito, “spaesato”: extracomunitario nella mia stessa comunità, quartiere, ufficio, casa, famiglia.

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è una scritta che può aiutarci ad allargare la coscienza, a comprendere come, pur di evitare ogni contatto con l’italiano spaesato che è in noi, ci scateniamo in una caccia al diverso e ci illudiamo che rispedire gli altri nei loro recinti potrà tornare a far fiorire il nostro giardino. Nient’altro che un’illusione, appunto. Perché è soprattutto con quell’italiano che siamo diventati xenofobi senza saperlo. Abbiamo bisogno di una nuova geografia dell’anima, di integrare quel noi clandestino, quell’io senza biglietto e passaporto, quel Bin Laden nella stiva che rischia di far esplodere la nave, non in nome di qualche dio, ma perché li ha smarriti tutti.

Oggi un amico mi raccontava di aver preso un autobus per andare alla stazione. A bordo vi erano solo stranieri, di tutte le lingue e religioni. "Sai bene quanto non sia razzista, ma ti confesso che ho vissuto un imbarazzante straniamento, ero a Roma e mi sembrava Bengasi o New York." Poi qualcosa l’ha colpito molto. Era una famigliola cingalese. Lui, il padre, in giacca, un bell’uomo dai baffi curati, la camicia lisa ma ben stirata, un’aria serena e dignitosa. Con la moglie, lievemente sformata dalla maternità, si lanciavano brune e complici occhiate. "Non sai quanto avrei pagato per capire una parola di quello che si dicevano, per decifrare il lessico così familiare del loro amore". Ciascuno teneva per la mano un bambino e nell’altra un libro. Leggevano in piedi, mantenendosi in armonico equilibrio e non tradendo mai mancanza d’attenzione verso i figli o il mondo circostante. E il mio amico ha concluso: "La verità è che loro sono il nuovo". Credo sia proprio così, anche se (o forse proprio a causa di questo) a me avevano fatto tornare in mente un certo tipo di famigliola italiana degli Anni Sessanta, oggi estinta, una specie che forse aveva trovato modo di riprodursi in cattività, clandestinamente.

Sabato 24 Maggio

Dovetti scegliere tra morte e stupidità.
(Sopravvissi).

Gesualdo Bufalino

 È imbarazzante scoprire quanto una dolente sciocchezza accadutaci in tenera età possa aver deviato le nostre scelte che chiamiamo destino. Stamattina, dall’imprevedibile scatola magica che è la memoria, un ricordo è schizzato in piedi con lo sberleffo di un clown a molla. Una sera d’agosto del 1960, a Sassari, restammo a dormire con mia madre a casa di una lontana zia, progenitrice a sua volta di svariati cuginetti. Pur di toglierci di torno e spedirci a letto, mia madre istituì un premio notturno. Quando sarebbe giunta l’ora di coricarsi anche per gli adulti, si sarebbe accaparrato un regalo “il bambino più bambino di tutti”.

Nella scala anagrafica io ero il penultimo, sette anni, e sebbene avessi più chance di mia sorella di undici e mezzo o di una cugina di dodici, sulla carta ero già battuto da Gian Luigi detto Giangi che ne contava cinque, ed era un bimbo specializzato nell’imitazione di Topo Gigio, infatti ripeteva incessantemente, con squittii da topo e roteando gli occhi, “Cosa mi dici mai?”. Mia madre puntualizzò che per essere premiati “più bambino di tutti” l’età non contava, altrimenti non ci sarebbe stata partita, ma si sarebbe dimostrata vincente la nostra postura notturna. A suo insindacabile parere il “bambino dei bambini” era colui che dorme con le braccia levate in segno di resa sul cuscino, a pugni chiusi, e non chi giace su un fianco o a pancia in giù, come i grandi.

Mentre tutti dormivano, io ero sveglio. Tenni testa agli assalti del sonno, per ore. Dal salotto filtrava una lama di luce eterna, un chiacchiericcio confuso di genitori e zii, faceva un caldo africano e Topo Gigio dormiva nella posizione vincente. Anch’io, e non cedevo di un millimetro. Era una postura scomodissima, le braccia mi formicolavano, per non cedere al sonno mi conficcavo le unghie nelle palme serrate delle mani, ma non c’erano santi, il bambino di mia madre dovevo essere io, cascasse il mondo. Finalmente in salone le luci si spensero e con gli occhi strizzati intravidi la sagoma di mamma che si chinava con la zia sui lettini di quella improvvisata camerata. Io giacevo in postura impeccabile, gli occhi chiusi, i pugnetti sul guanciale, la statua di un dio bambino dormiente. Ma mia madre disse: “Tu è inutile che fai finta, eccolo qui il dolcissimo bambino dei bambini, è Giangi.” E gli scoccò un bacio sulla fronte. Ricordo che mi sentii sommerso da un’ondata di vergogna e ridicolo, tradito da mia madre e denunziato al mondo come impostore. Che aveva fatto quella caricatura di Topo Gigio per meritarsi la targa di bambino D.O.C.? Nulla, dormito e basta, mentre io avevo piantonato per ore, come una rigida sentinella, le frontiere dell’infanzia. Avevo retto ad orde di gnomi ed elfi che pretendevano di abbassarmi le ciglia come serrande di negozi chiusi per ferie, avevo tenuto testa alle sirene tentatrici che mi spingevano come un tappeto rotolante nella mia postura abituale, rovesciato su un fianco. Potevo ritenermi davvero vittima di un’ingiustizia? No, neppure questo sollievo, perché avevo mentito. Fatto sta che la coscienza infantile, in casi come questo, ripara il danno come può. Alle volte esagerandone drasticamente le conseguenze, con drammaturgia implacabile. Di colpo il mio teatrino interiore si fece deserto. L’ultima scena non era forse mia madre teneramente ricurva sul letto di un altro? Ne trassi una fatale conseguenza: ero orfano, mia madre era morta, e in qualche modo l’avevo uccisa io.

È trascorso quasi mezzo secolo, e stamattina mi risveglio con questo ricordo che mi strizza come se avessi indosso il pigiama di allora. Si sa che i ricordi vanno via come patatine e la memoria te ne fa subito sgranocchiare un altro. Avevo vent’anni e per mantenermi da solo facevo lavori umilianti per uno nato nei quartieri alti. Ma ero ebbro di eternità perché scrivevo poesie e un giorno, chissà, sarei diventato come Dylan Thomas o Borges, i miei preferiti, e anche Jack London, guarda caso, aveva fatto lo scaricatore di porto e il cercatore d’oro prima di maneggiare la penna, così mi addormentavo con quella postura immortale con la quale immaginavo si coricassero i poeti,  le braccia distese lungo i fianchi, da giovani tronchi dai nervi fragili e le radici strappate che fluiscono solenni nei fiumi notturni. Inoltre amavo una ragazza bionda, ma le parlavo come San Francesco con i lupi, più che amore era un mito incarnato, dovevo esorcizzarne la feroce maternità perché tutte le donne che amiamo hanno qualcosa di tua madre, soprattutto per coloro i quali hanno commesso matricidio come fantastica rappresaglia contro un’infanzia che si suppone tradita. Insomma, le urtavo i nervi, e che l’amassi alla follia lo sapevo solo io e quel bambino notturno di Sassari la cui madre ne aveva baciato un altro, inoltre le mettevo paura dicendole che se un giorno avessimo avuto un figlio io me lo sarei mangiato, perché dicevo queste cose bislacche che a me risuonavano di sublime ironia essendomi dovuto amaramente rimangiare il bambino che ero, ma agli altri giustamente echeggiavano come litanie di pazzo incosciente, tantevvero che un brutto giorno la mia adorata bionda non ne volle più sapere di me, ed io ebbi un comportamento autistico per tredici anni esatti, che perfino le maledizioni di solito non travalicano i sette, mentre io per tredici anni passai e ripassai sotto al suo portone chiuso, almeno sei volte al giorno, che in totale fanno 28.470 passaggi, il più bestiale e funereo dei record.

Per un’altra di quelle delibere o scorciatoie della coscienza, che quando il teatro interiore degli affetti si vuota lo compensa d’incanto con un pieno improvvisato, sia pure da una fatale idiozia, giurai a me stesso la seguente sciocchezza: “Amor mio, hai voluto cancellare il mio nome dalla tua memoria del cuore? Un giorno aprirai il giornale e lo leggerai a caratteri cubitali!”. Credo di essere diventato giornalista e poi autore di programmi esclusivamente per questo, e di averle escogitate tutte perché un giorno lei leggesse il mio nome sul giornale, con la stessa tenacia con cui una notte resistetti al sonno per essere premiato più bambino di tutti da mia madre, senza pensare che lei, la bionda, avrebbe certo potuto leggere il mio nome, ma altrettanto certamente avrebbe poi girato la pagina in silenzio o con un semplice “Ah!” a suo marito che magari di nome fa Giangi, non per questo venire a cercarmi dagli Appennini alle Ande, così come a mia madre quella notte sembrò giusto darmi una lezione, e mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente che quello sarebbe stato il primo “Ah!” di una tragedia ridicola, che mi avrebbe fatto passare come un corteo funebre 28.470 volte sotto casa di una bionda, che a sua volta mi avrebbe fatto scrivere 28.470 articoli o copioni di programmi, costretto a sottopormi a 28.470 ore di psicanalisi, il tutto per un bacino dato non a me ma a Topo Gigio. E questa è la vita, bella o brutta che sia, dite la vostra che ho detto la mia.

 

I Re bambini con le barbe bianche

Nel profondo di noi ci sono stragisti che ordiscono trame e complotti, convivono collaborazionisti e delatori, si ergono a tratti PM inflessibili che invocano la nostra condanna mentre giudici corrotti, coi quali patteggiamo ridicole pene ogni volta che tradiamo noi stessi, ci offrono il miserevole beneficio del dubbio. Dentro di noi c’è il fulcro della società, i democratici ma anche gli anarchici, c’è il popolo plaudente, osannante, e l’attentatore del Re. Nella storia convulsa delle nostre vite interiori, ogni notte ci si scanna per una goccia di latte della felicità, ma anche per mantenere inalterato un regime del terrore, perché una tenebra ben conosciuta può essere meno allarmante di un’alba straniera, e ogni seduta di sogni si apre e si chiude a capriccio di un bambino con la barba bianca seduto sul trono. È lui il duce del nostro tempo eterno, il sovrano dell’impalpabilità, il corruttore della coscienza ma anche l’ardito partigiano di tutte le nostre liberazioni. A lui si devono le nostre sciocchezze e le nostre grandezze. Il Re bambino con la barba bianca non va né assolto né condannato, ma è indispensabile che lo si rintracci e lo si comprenda. Perché quel che lui legifera di notte, noi, inconsapevoli sudditi, di giorno agiamo. E questo è il danno. Prima di ubbidirgli ciecamente, invece, occorrerebbe rammentarsi non solo la corona e lo scettro, ma la sua imberbe età. Per parlar chiaro, se i nostri attuali ministri non fossero tiranneggiati da codesto despota pauroso, se -come ciascun governante avrebbe il dovere di fare prima di occuparsi della "crescita" pubblica- avessero usato con lui la paterna educazione con cui il piccolo Re andrebbe contenuto, nel “pacchetto sicurezza” varato dal governo la clandestinità non sarebbe mai stata considerata un reato e l’accattonaggio un delitto. Per i bambini, infatti, i potenti sono i buoni, più denari hanno più son buoni, mentre tutte le immonde paure provengono dalla miseria e “dal fuori”; è dei poveri e dei diseredati, secondo loro, l’antiregno degli orchi e delle streghe. Chi, invece, ben governa il proprio Re bambino con la barba bianca, e non si lascia sedurre dai suoi infantili terrori, sa bene che è semmai vero il contrario, che è nella propria infantile onnipotenza il feroce orso da ammaestrare, e non sono gli altri il Circo da sbaraccare, lo zingaro da ammanettare, il carrozzone da ardere. Non esiste reato più grave, infatti, di quello di promulgare leggi infantili e ingiuste, scaturite da infanzie implacabili, perché sottaciute e rimosse.  Più si è stati troppo assolutorii con se stessi, più si diventa implacabili con il prossimo debole. Ma vaglielo a spiegare ai Re bambini con le barbe bianche. Ti sbranerebbero.

Bertold Brecht oggi (o il pastore Martin?)

Ricevo e pubblico dal comitatopermanenteondinapeteani@yahoo.it il seguente testo:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè
rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi
erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè
non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Bertolt Brecht
Un testo popolare e cliccatissimo in tutto il web,  non di Brecht, come mi aveva scritto il comitato per la staffetta partigiana ondina peteani, ma del pastore Martin Niemöller (1892-1984)

Provate ad immaginare.
Una persona del vostro quartiere è sorpresa dentro un appartamento:
forse voleva rubare, forse voleva portar via una neonata. Viene
arrestata.

 

Provate ad immaginare.
Il giorno dopo e poi quelli successivi, ragazzi in motorino
lanciano una molotov contro la casa di un vostro vicino. L’incendio
brucia in parte l’appartamento ma, per fortuna, l’uomo, la donna e
i due bambini che ci vivono se la cavano. Spaventati, ma incolumi.
Poi è la volta di un intero quartiere: arrivano a centinaia con i
bastoni e le bottiglie incendiarie. La gente scappa si rifugia da
parenti.

Provate ad immaginare.
Un bambino che vive ad un paio di isolati da casa vostra viene
circondato da gente ostile che, sapendo che è del vostro paese, lo
insulta, lo schiaffeggia, lo spinge a forza dentro una fontana. Il
bambino è piccolo, forse piange, forse stringe i denti perché la
violenza degli altri è un pane duro che ha imparato a masticare sin
da quando è nato.

Provate ad immaginare.
La furia non si placa: anche i quartieri vicini sono sotto assedio.
Raccolte in fretta poche povere cose intere famiglie si
allontanano. La polizia non ferma nessuno degli incendiari ma
"scorta" voi e i vostri compaesani. Andate via. Non sapete dove.
Lontano dalle molotov, lontano dalla rabbia, lontano dalla ferocia
di quelli che sino al giorno prima vivevano a poche centinaia di
metri da voi. Andate in cerca di un buco nascosto dove, forse,
potrete resistere per un po’. Fino alla prossima molotov.

Provate ad immaginare.
Vostri compaesani e parenti che vivono lontano, in altre città,
vengono assaliti, le loro case bruciate. Anche loro sono in strada.

Provate ad immaginare.
Il governo del vostro paese vara misure straordinarie per far
fronte all’emergenza. Leggi per fermare la violenza e l’illegalità.
Leggi contro di voi ed i vostri parenti, contro i vostri vicini di
casa, contro quelli del vostro quartiere e contro tutti quelli del
vostro stesso paese.

Provate ad immaginare di essere in Italia, in questo maggio del 2008.
Non vi pare possibile?
Eppure è cronaca di tutti i giorni. La cronaca di un pogrom.

Un pogrom che sta incendiando l’Italia. Brucia le baracche dei rom
e corrode la coscienza civile di tanti di noi. Qualcuno agisce, i
più plaudono silenti e rancorosi, convinti che da oggi saranno più
sicuri. Al riparo dalla povertà degli ultimi, di quelli che non si
lavano perché non hanno acqua neppure per bere, di quelli che di
rado lavorano, perché nessuno li vuole, di quelli che vanno a
scuola pochi mesi, tra uno sgombero di polizia ed un rogo razzista.

Forse pensate che questo non vi riguarda. Forse pensate che questo
a voi non capiterà mai. Siete cittadini d’Europa, voi. Siete gente
che lavora, che paga il mutuo, che manda i figli a scuola. Forse
avete ragione. Forse no. Nella roulette russa della guerra sociale
c’è chi affonda e chi resta a galla. Il lavoro non c’è, e se c’è è
precario, pericoloso, malpagato. Il mutuo vi strangola, non ce la
fate ad arrivare alla fine del mese, a pagare tutte le spese, ma
forse, tirando a campare, con la paura che vi stringe la gola, ce
la farete. Gli altri, quelli che restano fuori, che crepino pure.
Nemici, anche i bambini. O li caccia il governo o ci penserete voi
stessi, di notte con i bastoni e le molotov. A fare pulizia. Etnica.
Intanto, giorno dopo giorno, i nemici, quelli veri, vi portano via
la vita, rendono nero il vostro futuro. Il nemico marcia sempre
alla nostra testa: è il padrone che sfrutta, è il politico che
pretende di decidere per noi, che vuole che i penultimi combattano
gli ultimi, perché la guerra tra poveri cancella la guerra sociale.

Provate ad immaginare che un giorno il padrone vi licenzi, che la
banca si prenda la casa, che la strada inghiotta voi e i vostri
figli.
Sarà il vostro turno. Ma allora non ci sarà più nessuno capace di
indignazione, capace di rivolta.

Provate ad immaginare un futuro come questo presente, da incubo.
Un’offensiva razzista senza precedenti che trova pericolosi
consensi anche in quegli strati popolari che avrebbero mille motivi
per rivoltarsi contro ben altri soggetti e, cioè, contro i poteri
forti e i suoi costanti soprusi sulle classi subalterne.
Morti sul lavoro, salari da fame, precarietà diffusa e
disoccupazione, problema casa, distruzione dei servizi sociali,
problematiche sociali diffuse il cui responsabile ha un nome e
cognome ben chiaro: il sistema capitalista, che continua a produrre
super-profitti da una parte, guerre, sfruttamento e miseria
dall’altra.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: strada libera per la
crescita di un nuovo fascismo, istituzionale, squadrista e
addirittura popolare.

Provate ad immaginare.
Un giorno qualcuno potrebbe chiedervi "dove eravate mentre
bruciavano le case, deportavano la gente, ammazzavano i bambini?"
Non dite che non sapevate, non dite che non avevate capito, non
dite che voi non c’entrate.

Chi non ferma la barbarie ne è complice.

 

“Repressione è civiltà”

La reazione del potere politico e giornalistico italiano alle considerazioni di Travaglio sulle passate frequentazioni “mafiose” del nuovo presidente del Senato, Schifani, credo sia stata obiettivamente impressionante. Un potere furibondo, pressoché unanime, che si rivolta all’unisono contro un singolo individuo, quasi fosse un mostro, uno stragista, un piromane, un pedofilo seriale, per il solo fatto che egli ha espresso un’opinione in televisione, qualunque essa sia, la più abnorme o disgustosa, dovrebbe destare allarme, perché è un sintomo grave di qualcosa che non va. Una campanella d’allarme che suona ancora più squillante, per una democrazia, quando il dissenso furente del potere contro il singolo “reo”, prescinde da quanto di vero o di falso egli abbia dichiarato, vuoi perché si tratterebbe di “fatti inconsistenti o manipolati che non hanno nemmeno la dignità per generare sospetti” (dichiarazione dello stesso Schifani) vuoi perché il comportamento del giornalista Travaglio sarebbe stato “deprecabile” e “inescusabile” (dichiarazione del direttore generale della Rai). In sostanza colpiscono tre fenomeni: la fulmineità e l’unanimità della reazione (il cittadino denunziante viene a sua volta denunziato e, di fatto, reietto dalla comunità “democratica”). Secondo: i fatti oggetto della denunzia originaria vengono rimossi, ossia parlarne è un tabù. Terzo: il massiccio ricorso all’enfasi che, come inchiostro di piovra, viene gettata contro l’aggressore e gli eventuali “simpatizzanti” per dissuaderli, un’ondata nera di enfasi controscandalistica repressiva, in luogo di una secca smentita, una precisazione, una semplice querela, scevra da tutto questo conturbante chiasso mediatico.
Per caso, ieri sera una rete satellitare trasmetteva “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, il film di Elio Petri che nel 1970 vinse l’Oscar come migliore film straniero. Nonostante l’avessi visto una mezza dozzina di volte, la faccia di Gian Maria Volonté mi ha impedito di cambiare canale. Quanto ci mancano le facce intelligenti. Eppure non esistono film più datati di quelli girati negli Anni Settanta, in confronto ai quali i documentari sul Ventennio dell’Istituto Luce sembrano contemporanei di Guerre Stellari. Polverosi gli atteggiamenti, per l’epoca “spregiudicati”, di Florinda Bolkan, come il suo trucco “pop”, polverosi i contestatori capelloni, polverosi i  libricini rossi maoisti, come tutti gli interni del Commissariato e le pantere della polizia scattanti quanto nonnette sprint. Ma nel capo della squadra omicidi che assassina Augusta Terzi, la propria amante, la quale si prendeva gioco del suo potere statalista e gli dava del “bambino incompetente” a letto,  si annidava un’attualità dirompente che andava oltre la strepitosa interpretazione di Gian Maria Volonté. C’era la rappresentazione, direi liturgica, del “potere all’italiana”, quello di quasi quarant’anni fa, sopravvissuto a se stesso. La maschera di Volonté, il suo commissario che nonostante sia reo confesso nessuno può accusare, nemmeno lui, l’assassino, era la più diabolicamente italiana di tutte quelle di un Alberto Sordi, non più maschera democristiana era però immutabile nella sostanza, in quei ghigni intercalati a inchini, in quella sua autorevole untuosità, mentre i contestatori del ’68 si erano dimostrate comparse della Storia lei era rimasta indenne, la maschera principe del carnevale del potere all’italiana. Quanto ha a che fare il caso Schifani-Travaglio con “Un indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”? Niente altro che la verità. La bestia nera della nostra democrazia di provincia. La verità, pura e semplice, che da noi fa infinitamente più scandalo della menzogna. A meno che non sia quella del Capo, una verità che diventa addirittura indiscutibile quando è sposata anche dall’opposizione. In tutti gli altri casi non è che una verità senza consenso, senza “audience”, verità impotente, irrisa, e il suo portatore una specie di untore della peste.
Nel film di Petri, l’ispettore assassino pronunzia una sentenza che sembra di un’altra epoca, una battuta che nel duemilaotto dovrebbe farci sorridere, un po’ è così, si capisce, ma poi ti guardi allo specchio e ti accorgi di aver indosso una smorfia amara:

 Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!”

 

La coscienza e l’odio

Quando questo sito tace, qualcuno affettuosamente si allarma, si alambicca su dove mi sia cacciato, suppone che sia sbigottito -in questo caso- dalla straripante vittoria della Destra o che, nei miei incubi notturni, mi appaia il signor Alemanno nelle sbuffanti sembianze di un drago nero a tre teste. A tutti questi invisibili amici che mi scrivono anche privatamente sono molto grato, e non immaginate quanto. Sento di dover loro una spiegazione, che proverò a formulare con schietta semplicità.

A me non piace essere malinconico, sia perché di natura sono un combattente, sia perché non ritengo giusto contaminare il prossimo coi miei malumori; al contrario, penso che chi faccia questo mestiere abbia il dovere di indagarsi, con tutta la spietatezza necessaria, non per lavare i propri “panni sporchi” in pubblico, ma per aiutare chi lo legge a elaborare il proprio indistinto, a volte confuso malessere, in nuova forza vitale. Contraddirmi, in genere, non mi turba, perché continuo a ritenere il dubbio un ottimo maestro. Ma tendo a frenarmi e a tacere quando sento prevalere in me lo sfogo, sin troppo intimo, sul ragionamento, e mi taccio. Inoltre ho la netta sensazione che nel nostro Paese stia serpeggiando un maledetto vizio, quello di parlar male di tutti e di chiunque, e che la televisione e i giornali siano diventati volani dell’odio.

Non c’è giorno che dai telegiornali o da “Striscia la notizia”, dalle “Iene” a “Porta a porta”, dalle colonne di “Repubblica” o dalla “Padania” si denunzino delitti e misfatti, amministrativi e penali, e ci si eserciti, a volte, in linciaggi, in cui Bande di Noi accusano Bande di Loro, a seconda dell’opportunità o della convenienza del momento. Sere fa, per esempio, seguivo il programma di Santoro che rendeva partecipe la platea televisiva di quel che Beppe Grillo va gridando ultimamente nelle piazze. Apro, come si dice con un luogo comune, “una parentesi”. Ho ricevuto molte e-mail di lettori che si chiedono, con giusta perplessità, perché mai un Jack Folla dovrebbe criticare Grillo. La colpa è mia, spesso dò per acquisito e scontato quel che non lo è affatto. Condivido quasi tutte le denunce di Grillo; come non potrei? Molte di esse sono scritte nei tre libri di “Alcatraz”. Inoltre trovo del tutto irrilevante che Grillo dichiari 4 milioni di euro. Non pagasse le tasse capirei, ma fa il suo dovere, e questo andazzo di tacciare d’incongruenza un uomo ricco, perché si schiera con la povera gente, a me sembra una colpevole scemenza, frutto d’invidia e stop. Le mie perplessità su Grillo non concernono quasi per nulla le sue sacrosante denunce. Posso personalmente non condividere quelle su Veronesi o sul presidente della Repubblica, ma invece di scaldarsi e tromboneggiare su queste ultime, come fa il presidente della Rai, mi scandalizza assai che su tutte le altre denunce, sacrosante, si taccia e la Rai non dia loro la risonanza che meritano. Per quanto riguarda Grillo, dicevo, sono semmai perplesso sui toni da demiurgo, su quello “sfanculeggiare” ritmato con cui la piazza, abilmente orchestrata, liquida in un calderone maleodorante politica e giornalismo tutto,  che non mi sembra troppo dissimile dai “Viva il Duce” che scandivano le adunate di Piazza Venezia. Grillo è un uomo molto intelligente e non può non sapere quel che sta facendo; suppongo ritenga che la manipolazione del malcontento generale, e i vaffanculi a comando, siano il prezzo da pagare per creare ascolto mediatico su argomenti decisivi, sui suoi cavalli di battaglia, che sono anche i nostri, primo fra tutti il servilismo e la commistione fra stampa e potere in Italia.

Chiusa parentesi, e tornando all’odio, di cui la TV trasuda, trovo che questa stia rendendo un pessimo servizio agli italiani, nel senso che persino trasmissioni come “Report”, nobili quanto ignobili sono i disservizi e le camorrie che le sue inchieste scoperchiano, rischiano di alimentare lo smarrimento e la rabbia. Voglio dire che, spenta la televisione, e presa coscienza del disastro morale in cui versiamo, te ne vai a letto con la nefasta certezza che poco o nulla cambierà. Una sensazione quasi pari a quella che ti resta appiccicata dai varietà, dai grandi fratelli, da tutta o quasi la televisione generalista: un pericoloso “nulla”.

Tornando a questo minuscolo sito e alle ragioni di certi silenzi, lo riassumo in tre parole: un caso di coscienza. C’è un chiasso mediatico fortissimo e un altrettanto fortissimo odio, quel che mi sembra manchi quasi del tutto è proprio lei: la coscienza. E se invece di Alemanno fosse ritornato sindaco Rutelli, se invece del Calderoli o del Berlusca avesse vinto Veltroni, in quanto a coscienza -temo- saremmo rimasti a secco comunque. Perché in Italia si vince sempre “contro” qualcuno o qualcosa, mai “per”. E così stiamo perdendo tutti. Perderà chi ha votato Forza Italia o Lega che agitavano lo spauracchio dell’insicurezza, così come ha perso chi ha votato una Sinistra che si liscia un po’ troppo i suoi parterre cinematografici e trascura con pari snobismo gli impauriti umori della povera gente. Di più: Destra o Sinistra sono parole vuote che non parlano più al cuore e non soddisfano un bel niente. È fuor di dubbio drammatico che quasi un quarto dei nostri parlamentari abbia problemi con la giustizia, anche di mafia. Non so come spiegare ai miei figli che per il futuro presidente del consiglio, Mangano sia un eroe. Ma più atroce di ogni altra considerazione, più o meno di parte (e sappiamo bene quanto siano trasversali queste “parti”) è che il nostro Paese abbia del tutto smarrito la coscienza, e noi con lui. Ecco, questo è un delitto di Stato, in confronto al quale Ustica o il sequestro Moro, Tangentopoli o la strage dell’Italicus, la santificazione di un mafioso come Mangano e la parallela scomparsa della Sinistra dal Parlamento, sono solo momenti bui della Storia. In Italia ormai siamo nella non-Storia e viviamo in uno stato d’incoscienza perenne, intervallato da grida di odio abilmente alimentate per spingerci a parteggiare o di qua o di là. Ecco perché si ha bisogno di un poco di silenzio, a volte. Credo sia ormai un’emergenza collettiva chiedersi chi siamo e dove stiamo andando.  Perché non ci sentiamo più parte di un bel nulla, ma mere comparse di un confuso pasticcio in cui prevalgono le ragioni della prepotenza, del potere, del denaro. Abbiamo bisogno di coscienza e conoscenza, e la radio, la televisione, i giornali, invece di accelerare lo smarrimento generale,  dovrebbero ospitare questa diffusa coscienza smarrita, -tacitandosi di tante stupidaggini e scempiezze che servono solo ad alimentare il fuoco dell’acredine-, perché deresponsabilizzarsi in questo modo non solo è colpevolmente sciocco ma anche suicida. E l’Italia ormai è un continuo di “muoia Sansone e tutti i filistei”. Questa precipitazione non può durare all’infinito. A me, com’è successo l’altra sera, mi ha ferito inutilmente e di più Vittorio Sgarbi che dava del “pezzo di merda” a Travaglio, di Beppe Grillo che accusava il presidente Napolitano di essere un sonnacchioso Morfeo. Non mi è piaciuto granché neanche questo, ma si trattava di una critica politica, e abbiamo il diritto di conoscere anche questa opinione, condivisa fra l’altro da decine di migliaia di persone, mentre l’altro era un insulto e basta, e non offendeva soltanto Travaglio, ma tutti. Di esempi mediocri come questo ne abbiamo piene le ceste. È la totale carenza di altri esempi che disorienta e sgomenta.

In questo Paese siamo diventati tutti mostri? Non credo. Credo che esistano ancora italiani che abbiano a cuore gli altri e il destino comune, non solo le proprie tasche e la propria ineffabile vanità. Ma non potranno emergere mai (se non come isolati demiurghi, con tutti i pericoli, anche di mitizzazione, che ciò comporta) senza un esame di coscienza che ci faccia rendere conto, innanzitutto, di quanto l’abbiamo smarrita. Tutto quel poco che so, l’ho appreso dal mettermi in dubbio e nel silenzio. Ecco perché ogni tanto taccio. Sto cercando di fare un po’ di pulizia, tutto qui. Non mi basta sapere che ci troviamo in un bel guaio, questa ormai non è più una notizia. Mi sembra sia giunta l’ora di capire come uscirne, con responsabile coscienza e insieme.

Liberazione

Liberazione è una parola viva e bellissima che, come tutti gli esseri, gli oggetti e i valori più preziosi della vita, è di natura delicata, fragile, e ha bisogno di un’attenzione costante, vigile, autocritica, altrimenti impallidisce, molto spesso di vergogna, e muore. Liberazione è una parola che impegna, liberazione è come un figlio: il tuo diritto di metterlo al mondo è legato al dovere di nutrirlo ed educarlo. La libertà è pertanto un impegno, individuale e collettivo. Non si può pretendere di essere liberati dall’esterno, da un amico, da un alleato, da un nuovo governo, dagli altri, se non si è manifestata di pari passo la propria resistenza a una coercizione evidente o subdola tesa a limitare il nostro diritto-dovere di libertà. Sotto questo profilo, nella seconda guerra mondiale, la resistenza europea non ha fatto da semplice sponda alle truppe alleate, ma ha svolto un compito essenziale dall’interno dei paesi occupati, un processo catartico di liberazione spontanea, anche se organizzata, dal nazifascismo.
Il nemico evidente di allora è assai più sofisticato e subdolo oggi, in particolare per le nostre generazioni che, dal dopoguerra, hanno vissuto un ininterrotto periodo di pace di oltre sessant’anni, pur se contrappuntato da fortissime tensioni internazionali e da centinaia di risvolti bellici che tuttavia non ci hanno riguardato da vicino. Le stragi, le oppressioni, la fame, le tirannie, erano “altrove”, e non intaccando i nostri beni, le nostre famiglie, le nostre case, non coinvolgendoci in prima persona, ci hanno indotto a una colpevole nonché ingenua distrazione che pagheremo, presto o tardi, con gli interessi. Se nel fascismo, come si dice, “i treni arrivavano in orario”, ma la libertà in ritardo, nelle pieghe della democrazia, altrettanto puntualmente, mentre arrivano i treni delle libertà si rigenerano i batteri delle dittature, e, come tutti i germi non snidati e tempestivamente curati, si fanno contro-resistenti, formano svariati focolai, si camuffano, sono cangianti, alle volte assumono addirittura l’aspetto e la forma della libertà, quella stessa contro la quale sono insorti, per debellarla. Oggi non c’è la prepotente e dissuasiva visione dei lager, sulle nostre autostrade non circolano i carri armati, nessuno sgancia bombe sulle nostre teste, e dai pennoni, seppur malconcio, sventola il tricolore e non la svastica. Ciò nonostante si avverte uno smarrimento, un gelido e cupo senso di oppressione, si vive alla giornata, in una preoccupazione sorda, insonne, per noi e i nostri figli, è come se fosse scomparso l’orizzonte e la capacità di proiettarsi nel futuro, sia pure a bordo di qualche tenue speranza. Ci sentiamo “occupati” ma non vediamo le forze di occupazione. Il nemico. Nonostante i politici, su un fronte o sull’altro, facciano a gara ad indicarcelo, manipolando le nostre menti con ineffabile irresponsabilità. Il nemico è il governo Prodi; la concentrazione di poteri nelle mani di Berlusconi; i nemici sono gli extracomunitari; chi non crede ai valori della famiglia; le coppie gay; il prezzo del petrolio; il narcotraffico e le mafie; il Sud zavorra del Nord; il Nord sfruttatore del Sud; i comunisti; le multinazionali; la manodopera cinese; il deprezzamento del dollaro; gli evasori fiscali; la microcriminalità; le banche e i tassi sui mutui; la burocrazia statale; i politici; la stampa; il fondamentalismo islamico; Bush. Ciascuna fazione utilizza uno o più di questi nemici, veri o presunti, lasciando intendere che, una volta sbarazzati da loro, noi ritorneremo in possesso della nostra piena libertà e di un orizzonte tinto di rosa. Da qualche tempo, tuttavia, si ha la netta sensazione che queste figure retoriche di “nemici della democrazia” non abbiano l’adesione che suscitavano fino a ieri, come se la gente, pur individuando in uno o in molte di queste forze “il nemico da battere” presagisse un inganno, un suono fasullo, un depistamento,  una sorta di trappola. Insomma, come se un medico pretendesse di curare l’Aids con l’aspirina. C’è un immenso dolore non rappresentato, un dolore che non trova nella vita di ogni giorno, individualmente e socialmente, una valvola di sfogo. Un dolore di cui subiamo i contraccolpi ma che non riconosciamo in quanto tale, ne subiamo i sintomi ma addossiamo le colpe del malessere esclusivamente al di fuori di noi, in una proiezione cieca e infinita. Questo “nazifascismo interiore” è il cancro della democrazia di cui siamo inconsapevoli portatori, più o meno sani. Ed è qui che la bellissima parola Liberazione sta impallidendo di vergogna, perché non può sopravvivere nel lager di un egoismo sbarrato. C’è una parola, altrettanto bella, che, soltanto lo volessimo, potrebbe assumere il ruolo che ebbero gli alleati nella Liberazione. Conoscenza. Il diritto-dovere di “riconoscere” in noi stessi il nostro nemico e di resistergli, incalzandolo e debellandolo con una visione della vita e della Storia non così prepotentemente egocentrata. Il dovere di esistere per e con gli altri, non il presunto diritto di vivere a scapito degli altri e contro gli altri. L’esercizio di questa muscolatura interiore oggi è pressoché dimenticato. Dalla televisione e dal mondo degli affari, dalle contrapposizioni politiche e religiose, nella vita sociale e nel lavoro, echeggia sinistro il “mors tua vita mea”, la tirannia dell’edonismo, il trionfo della furbizia, della mistificazione, della deresponsabilizzazione, la mancanza di senso del dovere individuale e di senso dello Stato. Tutti intimamente sappiamo che questa non è retorica ma vita vissuta, anche se è più conveniente liquidarla come si trattasse di un moralismo dozzinale e fuori epoca. Forse occorrerebbe più umilmente riconoscere che l’affannosa, spasmodica ricerca del principio del piacere genera mostri, e quei mostri siamo noi. Trovo assai risibile che un sindaco abbia espressamente vietato che oggi, 25 Aprile, si canti “Bella ciao”, e che altri sindaci e politici abbiano espressamente dichiarato di disertare le piazze. Certamente la Liberazione non è patrocinio di una parte, ma di tutti, eppure sottraendosi per qualunque motivo alla sua celebrazione, o limitandola, ci si macchia di un torto civile, ci si sottrae a un rito di riconoscenza di un valore fondamentale al quale tutti ci stiamo sottraendo ogni giorno, disertandolo e disertandoci. Il 25 Aprile è una messa laica. Non ci emenderà di certo, ma terrà viva, almeno per qualche ora, la parola Liberazione, che è costata e tutt’oggi costa immensi sacrifici a chi è partigiano della libertà, e si assume il dovere di una visione della storia e del futuro dell’umanità assai meno imperdonabilmente vittimistica e narcisista della nostra.

Noi topi

A Roma si gela, c’è un sole clamoroso ma non scalda, oppure son spifferi interiori, mentre il TG 2 annunzia il nuovo record del petrolio, l’euro che straccia il dollaro paralizzando le esportazioni delle nostre aziende, il crollo dei consumi alimentari e delle spese per l’abbigliamento a Roma, caput crisi. Veltroni, intanto, ha dichiarato che il PD farà un governo-ombra, che a prima vista, sbaglierò e ci mancherebbe, ma sembra quasi una ripicca infantile, ha un che di ridicolo, ultraprecipitoso, infatti il premier del governo al sole ha prontamente replicato che gli sembra una scelta saggia, furbo lui, così mentre l’opposizione gioca con le formine a plasmare l’Italia sotto l’ombrellone, lui se la può fare e disfare sotto gli occhi di tutti, per davvero, e in santa pace, amen. A proposito, Papa Ratzinger è in America, c’era Bush ad attenderlo sotto la scaletta (pare sia la prima volta coi Papi: è una notizia? Sembra di sì, sta nei titoli) mi torna in mente il buon predecessore, che caracollando dalle scalette dei Jumbo vaticani, ovunque andasse, si buttava a terra alla muezzin baciando le scarpe alle Nazioni. Ratzinger no, con Bush si sono stretti la mano come ruvidi manager di sconfinate parrocchie, una invasata dal demone della guerra, l’altra da quello della pedofilia. I giornali informano che il Papa sia andato a scusarsi e a promettere che i preti non lo faranno più. Mi domando come faccia a garantirlo. Chissà, forse con la Texas Instruments o Bill Gates hanno segretamente inventato un cilicio elettronico, una castrazione chimica telematica, vai a sapere. Nel frattempo, sono alla mia ennesima proposta televisiva. Sto scrivendo “El topo”-Manuale televisivo di resistenza umana-
Stilato notturnamente sull’onda degli ultimi eventi.
"El Topo è la Tv per chi non guarda la Tv e per chi si è stufato della ripetitività dell’offerta televisiva. Telespettatori di tutte le età che non si riconoscono nei modelli dell’Italia di oggi e nei programmi che li rispecchiano. È uno spettacolo di musica, cultura, satira e attualità indirizzato a quella fascia di pubblico che la Rai non riesce a intercettare. Italiani che mai come oggi si sentono politicamente orfani e culturalmente abbandonati; che non trovano casa in Tv, a parte in “Blob”, “Report” e poco altro. El Topo è ambientato in una sfavillante fogna di Roma, una catacomba carbonara, perché quella di El Topo è una setta i cui adepti sono tutti i “rifiuti umani” dei modelli vincenti dell’Italia di Sopra. Per usare una terminologia da Settimana Enigmistica “forse non tutti sapevate che” un terzo della popolazione italiana si è rifugiata ormai da anni nel sottosuolo, dove vive e resiste aspettando la liberazione dell’Italia di Sopra dal predominio dei gatti. Stiamo parlando del nuovo paese dei topi.
La scenografia, dicevamo, rappresenta una fantastica catacomba, con torce che illuminano tubi e cunicoli, gallerie acquose dalle quali fuoriesce un’umanità nuova, che a causa della globalizzazione, della flessibilità, della crisi economica, sta subendo una metamorfosi bestiale, fisica e psichica, da uomini in roditori. Fra queste creature del sottosuolo e figli della notte politica e culturale del Paese di Sopra, c’è davvero di tutto:
Ex colletti bianchi divorati da un mutuo immobiliare; Incalliti romantici traditi selvaggiamente da mogli e mariti; Signori di una volta le cui buone maniere sono rifiutate di sopra e se ne stanno lì, fra i topi, con abiti blu e cravatte lise; Artisti da strada, cantanti spompati, comici messi al bando, soubrettes che intrattenevano una relazione carnale con Clemente Mastella o Cirino Pomicino e si sono ritrovate nell’Italia di Sotto da un minuto all’altro; Giovani plurilaureati senza lavoro in fuga dai lager dei call-center; topi d’auto e di industrie a loro volta bidonati, poeti irriducibili, negozianti che hanno denunziato i loro taglieggiatori e per questo hanno perso bottega; pensionati che diventano topi pur di ottenere una razione di formaggio; e naturalmente spie del Gatto Mammone travestite da topi.
Per tutti costoro, El Topo c’è.
Per tutti noi, El Topo è una speranza, l’ultimo rifugio, l’unica possibilità di resistenza umana.
Zombies della realtà italiana, i topi si tramandano, di bocca in bocca, citazioni di libri e musiche a loro care e destinate al falò dell’oblio, come in Fahrenheit 451 di Bradbury, o escogitano stratagemmi topeschi per sfuggire alle trappole, ai formaggi ingannevoli e ai mille veleni dell’ “Italia di sopra”.
            Una Topo Big Band, fa da solare colonna sonora alle riunioni della setta che sogna di liberare l’Italia dalla dittatura dei gatti. La carica erotica è assicurata da decine di sorchette con baffetti e codine che danzano sfrenatamente sui “Jingles” dei topi. (Vabbé, questa poi…)
Ogni puntata si aprirà con una nuova iniziazione, in cui il misterioso e carismatico Subcomandante El Topo, detto familiarmente Ratto Papone, l’audace nemico del Gatto Mammone al potere di sopra, farà giurare fedeltà all’adepto su un libro di Montaigne o di Camus: “Prometto che mai nella vita pronunzierò la parola Vip, né comprerò o indosserò un capo griffato. Giuro di non diventare mai di “successo” e non per questo di sentirmi “perdente”…”. Il Ratto Papone a sua volta reciterà la formula di rito accogliendo l’eletto nella setta di “El Topo”: « Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. I gatti vogliono convincerti che ormai sei uno di loro. Giura di non credergli mai e di resistere fino alla fine dei tuoi giorni, sia di sopra che di sotto, amen.».
“Lo giuro.” "(Eccetera…)
 
Venerdì ho preso appuntamento con il direttore di Rai 3, Ruffini e gliela porto, scrivo qui la proposta, così se uno del suo entourage per caso la leggesse nel mio blog ha tutto il tempo di avvertirlo del delirio, la segretaria disdice l’appuntamento con una scusa e ci evitiamo l’imbarazzo e la fatica.
Ogni giorno ricevo mail minacciosamente affettuose di ex ascoltatori che mi considerano una specie di disertore della radio e della TV e mi sollecitano a tornare ai microfoni come se fosse merito mio questo lungo silenzio e i network italiani non aspettassero altro che trasmettermi. Ieri notte, una mail, in particolare, mi ha commosso ed era davvero triste e gentile. Spero che la misteriosa C. che l’ha scritta non me ne vorrà se la riporto qui di seguito…
 
Ti prego torna. Io sono un albatros della notte di Roma. Tanto tempo 
fa. Ti ricordi?
Non riesco ad ascoltare questa musica che vola dal tuo sito. E’ una 
vera botta al cuore. Ma la sto mandando a ripetizione mentre ti scrivo 
in questo inizio di notte.
Oggi, dopo i risultati elettorali ho sentito fortissimo il bisogno di 
Jack.  E la sua mancanza.
Mi ricordo quando mi mettevo le cuffie sul motorino per ascoltarti, 
Jack.
Era qualche anno fa e la sensazione era la stessa di oggi.  Il male da 
combattere, il bene che voleva venir fuori. Ed usciva da ogni parola 
che il mio Jack pronunciava. Ogni trasmissione dai suoi rifugi era una 
boccata di aria fresca per noi albatros che sognavamo di volare con lui.
Mi sentivo di essere parte di qualcosa. Jack mi dava forza. Forza per 
credere che cambiare fosse possibile. Che volare fosse possibile.
Oggi mi sento sola.
 
Anch’io. E lo siamo tutti veramente. Bisogna trovare un canale di comunicazione più grande e intenso di un blog.