“Repressione è civiltà”

La reazione del potere politico e giornalistico italiano alle considerazioni di Travaglio sulle passate frequentazioni “mafiose” del nuovo presidente del Senato, Schifani, credo sia stata obiettivamente impressionante. Un potere furibondo, pressoché unanime, che si rivolta all’unisono contro un singolo individuo, quasi fosse un mostro, uno stragista, un piromane, un pedofilo seriale, per il solo fatto che egli ha espresso un’opinione in televisione, qualunque essa sia, la più abnorme o disgustosa, dovrebbe destare allarme, perché è un sintomo grave di qualcosa che non va. Una campanella d’allarme che suona ancora più squillante, per una democrazia, quando il dissenso furente del potere contro il singolo “reo”, prescinde da quanto di vero o di falso egli abbia dichiarato, vuoi perché si tratterebbe di “fatti inconsistenti o manipolati che non hanno nemmeno la dignità per generare sospetti” (dichiarazione dello stesso Schifani) vuoi perché il comportamento del giornalista Travaglio sarebbe stato “deprecabile” e “inescusabile” (dichiarazione del direttore generale della Rai). In sostanza colpiscono tre fenomeni: la fulmineità e l’unanimità della reazione (il cittadino denunziante viene a sua volta denunziato e, di fatto, reietto dalla comunità “democratica”). Secondo: i fatti oggetto della denunzia originaria vengono rimossi, ossia parlarne è un tabù. Terzo: il massiccio ricorso all’enfasi che, come inchiostro di piovra, viene gettata contro l’aggressore e gli eventuali “simpatizzanti” per dissuaderli, un’ondata nera di enfasi controscandalistica repressiva, in luogo di una secca smentita, una precisazione, una semplice querela, scevra da tutto questo conturbante chiasso mediatico.
Per caso, ieri sera una rete satellitare trasmetteva “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, il film di Elio Petri che nel 1970 vinse l’Oscar come migliore film straniero. Nonostante l’avessi visto una mezza dozzina di volte, la faccia di Gian Maria Volonté mi ha impedito di cambiare canale. Quanto ci mancano le facce intelligenti. Eppure non esistono film più datati di quelli girati negli Anni Settanta, in confronto ai quali i documentari sul Ventennio dell’Istituto Luce sembrano contemporanei di Guerre Stellari. Polverosi gli atteggiamenti, per l’epoca “spregiudicati”, di Florinda Bolkan, come il suo trucco “pop”, polverosi i contestatori capelloni, polverosi i  libricini rossi maoisti, come tutti gli interni del Commissariato e le pantere della polizia scattanti quanto nonnette sprint. Ma nel capo della squadra omicidi che assassina Augusta Terzi, la propria amante, la quale si prendeva gioco del suo potere statalista e gli dava del “bambino incompetente” a letto,  si annidava un’attualità dirompente che andava oltre la strepitosa interpretazione di Gian Maria Volonté. C’era la rappresentazione, direi liturgica, del “potere all’italiana”, quello di quasi quarant’anni fa, sopravvissuto a se stesso. La maschera di Volonté, il suo commissario che nonostante sia reo confesso nessuno può accusare, nemmeno lui, l’assassino, era la più diabolicamente italiana di tutte quelle di un Alberto Sordi, non più maschera democristiana era però immutabile nella sostanza, in quei ghigni intercalati a inchini, in quella sua autorevole untuosità, mentre i contestatori del ’68 si erano dimostrate comparse della Storia lei era rimasta indenne, la maschera principe del carnevale del potere all’italiana. Quanto ha a che fare il caso Schifani-Travaglio con “Un indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”? Niente altro che la verità. La bestia nera della nostra democrazia di provincia. La verità, pura e semplice, che da noi fa infinitamente più scandalo della menzogna. A meno che non sia quella del Capo, una verità che diventa addirittura indiscutibile quando è sposata anche dall’opposizione. In tutti gli altri casi non è che una verità senza consenso, senza “audience”, verità impotente, irrisa, e il suo portatore una specie di untore della peste.
Nel film di Petri, l’ispettore assassino pronunzia una sentenza che sembra di un’altra epoca, una battuta che nel duemilaotto dovrebbe farci sorridere, un po’ è così, si capisce, ma poi ti guardi allo specchio e ti accorgi di aver indosso una smorfia amara:

 Il popolo è minorenne, la città è malata, ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!”

 

La coscienza e l’odio

Quando questo sito tace, qualcuno affettuosamente si allarma, si alambicca su dove mi sia cacciato, suppone che sia sbigottito -in questo caso- dalla straripante vittoria della Destra o che, nei miei incubi notturni, mi appaia il signor Alemanno nelle sbuffanti sembianze di un drago nero a tre teste. A tutti questi invisibili amici che mi scrivono anche privatamente sono molto grato, e non immaginate quanto. Sento di dover loro una spiegazione, che proverò a formulare con schietta semplicità.

A me non piace essere malinconico, sia perché di natura sono un combattente, sia perché non ritengo giusto contaminare il prossimo coi miei malumori; al contrario, penso che chi faccia questo mestiere abbia il dovere di indagarsi, con tutta la spietatezza necessaria, non per lavare i propri “panni sporchi” in pubblico, ma per aiutare chi lo legge a elaborare il proprio indistinto, a volte confuso malessere, in nuova forza vitale. Contraddirmi, in genere, non mi turba, perché continuo a ritenere il dubbio un ottimo maestro. Ma tendo a frenarmi e a tacere quando sento prevalere in me lo sfogo, sin troppo intimo, sul ragionamento, e mi taccio. Inoltre ho la netta sensazione che nel nostro Paese stia serpeggiando un maledetto vizio, quello di parlar male di tutti e di chiunque, e che la televisione e i giornali siano diventati volani dell’odio.

Non c’è giorno che dai telegiornali o da “Striscia la notizia”, dalle “Iene” a “Porta a porta”, dalle colonne di “Repubblica” o dalla “Padania” si denunzino delitti e misfatti, amministrativi e penali, e ci si eserciti, a volte, in linciaggi, in cui Bande di Noi accusano Bande di Loro, a seconda dell’opportunità o della convenienza del momento. Sere fa, per esempio, seguivo il programma di Santoro che rendeva partecipe la platea televisiva di quel che Beppe Grillo va gridando ultimamente nelle piazze. Apro, come si dice con un luogo comune, “una parentesi”. Ho ricevuto molte e-mail di lettori che si chiedono, con giusta perplessità, perché mai un Jack Folla dovrebbe criticare Grillo. La colpa è mia, spesso dò per acquisito e scontato quel che non lo è affatto. Condivido quasi tutte le denunce di Grillo; come non potrei? Molte di esse sono scritte nei tre libri di “Alcatraz”. Inoltre trovo del tutto irrilevante che Grillo dichiari 4 milioni di euro. Non pagasse le tasse capirei, ma fa il suo dovere, e questo andazzo di tacciare d’incongruenza un uomo ricco, perché si schiera con la povera gente, a me sembra una colpevole scemenza, frutto d’invidia e stop. Le mie perplessità su Grillo non concernono quasi per nulla le sue sacrosante denunce. Posso personalmente non condividere quelle su Veronesi o sul presidente della Repubblica, ma invece di scaldarsi e tromboneggiare su queste ultime, come fa il presidente della Rai, mi scandalizza assai che su tutte le altre denunce, sacrosante, si taccia e la Rai non dia loro la risonanza che meritano. Per quanto riguarda Grillo, dicevo, sono semmai perplesso sui toni da demiurgo, su quello “sfanculeggiare” ritmato con cui la piazza, abilmente orchestrata, liquida in un calderone maleodorante politica e giornalismo tutto,  che non mi sembra troppo dissimile dai “Viva il Duce” che scandivano le adunate di Piazza Venezia. Grillo è un uomo molto intelligente e non può non sapere quel che sta facendo; suppongo ritenga che la manipolazione del malcontento generale, e i vaffanculi a comando, siano il prezzo da pagare per creare ascolto mediatico su argomenti decisivi, sui suoi cavalli di battaglia, che sono anche i nostri, primo fra tutti il servilismo e la commistione fra stampa e potere in Italia.

Chiusa parentesi, e tornando all’odio, di cui la TV trasuda, trovo che questa stia rendendo un pessimo servizio agli italiani, nel senso che persino trasmissioni come “Report”, nobili quanto ignobili sono i disservizi e le camorrie che le sue inchieste scoperchiano, rischiano di alimentare lo smarrimento e la rabbia. Voglio dire che, spenta la televisione, e presa coscienza del disastro morale in cui versiamo, te ne vai a letto con la nefasta certezza che poco o nulla cambierà. Una sensazione quasi pari a quella che ti resta appiccicata dai varietà, dai grandi fratelli, da tutta o quasi la televisione generalista: un pericoloso “nulla”.

Tornando a questo minuscolo sito e alle ragioni di certi silenzi, lo riassumo in tre parole: un caso di coscienza. C’è un chiasso mediatico fortissimo e un altrettanto fortissimo odio, quel che mi sembra manchi quasi del tutto è proprio lei: la coscienza. E se invece di Alemanno fosse ritornato sindaco Rutelli, se invece del Calderoli o del Berlusca avesse vinto Veltroni, in quanto a coscienza -temo- saremmo rimasti a secco comunque. Perché in Italia si vince sempre “contro” qualcuno o qualcosa, mai “per”. E così stiamo perdendo tutti. Perderà chi ha votato Forza Italia o Lega che agitavano lo spauracchio dell’insicurezza, così come ha perso chi ha votato una Sinistra che si liscia un po’ troppo i suoi parterre cinematografici e trascura con pari snobismo gli impauriti umori della povera gente. Di più: Destra o Sinistra sono parole vuote che non parlano più al cuore e non soddisfano un bel niente. È fuor di dubbio drammatico che quasi un quarto dei nostri parlamentari abbia problemi con la giustizia, anche di mafia. Non so come spiegare ai miei figli che per il futuro presidente del consiglio, Mangano sia un eroe. Ma più atroce di ogni altra considerazione, più o meno di parte (e sappiamo bene quanto siano trasversali queste “parti”) è che il nostro Paese abbia del tutto smarrito la coscienza, e noi con lui. Ecco, questo è un delitto di Stato, in confronto al quale Ustica o il sequestro Moro, Tangentopoli o la strage dell’Italicus, la santificazione di un mafioso come Mangano e la parallela scomparsa della Sinistra dal Parlamento, sono solo momenti bui della Storia. In Italia ormai siamo nella non-Storia e viviamo in uno stato d’incoscienza perenne, intervallato da grida di odio abilmente alimentate per spingerci a parteggiare o di qua o di là. Ecco perché si ha bisogno di un poco di silenzio, a volte. Credo sia ormai un’emergenza collettiva chiedersi chi siamo e dove stiamo andando.  Perché non ci sentiamo più parte di un bel nulla, ma mere comparse di un confuso pasticcio in cui prevalgono le ragioni della prepotenza, del potere, del denaro. Abbiamo bisogno di coscienza e conoscenza, e la radio, la televisione, i giornali, invece di accelerare lo smarrimento generale,  dovrebbero ospitare questa diffusa coscienza smarrita, -tacitandosi di tante stupidaggini e scempiezze che servono solo ad alimentare il fuoco dell’acredine-, perché deresponsabilizzarsi in questo modo non solo è colpevolmente sciocco ma anche suicida. E l’Italia ormai è un continuo di “muoia Sansone e tutti i filistei”. Questa precipitazione non può durare all’infinito. A me, com’è successo l’altra sera, mi ha ferito inutilmente e di più Vittorio Sgarbi che dava del “pezzo di merda” a Travaglio, di Beppe Grillo che accusava il presidente Napolitano di essere un sonnacchioso Morfeo. Non mi è piaciuto granché neanche questo, ma si trattava di una critica politica, e abbiamo il diritto di conoscere anche questa opinione, condivisa fra l’altro da decine di migliaia di persone, mentre l’altro era un insulto e basta, e non offendeva soltanto Travaglio, ma tutti. Di esempi mediocri come questo ne abbiamo piene le ceste. È la totale carenza di altri esempi che disorienta e sgomenta.

In questo Paese siamo diventati tutti mostri? Non credo. Credo che esistano ancora italiani che abbiano a cuore gli altri e il destino comune, non solo le proprie tasche e la propria ineffabile vanità. Ma non potranno emergere mai (se non come isolati demiurghi, con tutti i pericoli, anche di mitizzazione, che ciò comporta) senza un esame di coscienza che ci faccia rendere conto, innanzitutto, di quanto l’abbiamo smarrita. Tutto quel poco che so, l’ho appreso dal mettermi in dubbio e nel silenzio. Ecco perché ogni tanto taccio. Sto cercando di fare un po’ di pulizia, tutto qui. Non mi basta sapere che ci troviamo in un bel guaio, questa ormai non è più una notizia. Mi sembra sia giunta l’ora di capire come uscirne, con responsabile coscienza e insieme.

Liberazione

Liberazione è una parola viva e bellissima che, come tutti gli esseri, gli oggetti e i valori più preziosi della vita, è di natura delicata, fragile, e ha bisogno di un’attenzione costante, vigile, autocritica, altrimenti impallidisce, molto spesso di vergogna, e muore. Liberazione è una parola che impegna, liberazione è come un figlio: il tuo diritto di metterlo al mondo è legato al dovere di nutrirlo ed educarlo. La libertà è pertanto un impegno, individuale e collettivo. Non si può pretendere di essere liberati dall’esterno, da un amico, da un alleato, da un nuovo governo, dagli altri, se non si è manifestata di pari passo la propria resistenza a una coercizione evidente o subdola tesa a limitare il nostro diritto-dovere di libertà. Sotto questo profilo, nella seconda guerra mondiale, la resistenza europea non ha fatto da semplice sponda alle truppe alleate, ma ha svolto un compito essenziale dall’interno dei paesi occupati, un processo catartico di liberazione spontanea, anche se organizzata, dal nazifascismo.
Il nemico evidente di allora è assai più sofisticato e subdolo oggi, in particolare per le nostre generazioni che, dal dopoguerra, hanno vissuto un ininterrotto periodo di pace di oltre sessant’anni, pur se contrappuntato da fortissime tensioni internazionali e da centinaia di risvolti bellici che tuttavia non ci hanno riguardato da vicino. Le stragi, le oppressioni, la fame, le tirannie, erano “altrove”, e non intaccando i nostri beni, le nostre famiglie, le nostre case, non coinvolgendoci in prima persona, ci hanno indotto a una colpevole nonché ingenua distrazione che pagheremo, presto o tardi, con gli interessi. Se nel fascismo, come si dice, “i treni arrivavano in orario”, ma la libertà in ritardo, nelle pieghe della democrazia, altrettanto puntualmente, mentre arrivano i treni delle libertà si rigenerano i batteri delle dittature, e, come tutti i germi non snidati e tempestivamente curati, si fanno contro-resistenti, formano svariati focolai, si camuffano, sono cangianti, alle volte assumono addirittura l’aspetto e la forma della libertà, quella stessa contro la quale sono insorti, per debellarla. Oggi non c’è la prepotente e dissuasiva visione dei lager, sulle nostre autostrade non circolano i carri armati, nessuno sgancia bombe sulle nostre teste, e dai pennoni, seppur malconcio, sventola il tricolore e non la svastica. Ciò nonostante si avverte uno smarrimento, un gelido e cupo senso di oppressione, si vive alla giornata, in una preoccupazione sorda, insonne, per noi e i nostri figli, è come se fosse scomparso l’orizzonte e la capacità di proiettarsi nel futuro, sia pure a bordo di qualche tenue speranza. Ci sentiamo “occupati” ma non vediamo le forze di occupazione. Il nemico. Nonostante i politici, su un fronte o sull’altro, facciano a gara ad indicarcelo, manipolando le nostre menti con ineffabile irresponsabilità. Il nemico è il governo Prodi; la concentrazione di poteri nelle mani di Berlusconi; i nemici sono gli extracomunitari; chi non crede ai valori della famiglia; le coppie gay; il prezzo del petrolio; il narcotraffico e le mafie; il Sud zavorra del Nord; il Nord sfruttatore del Sud; i comunisti; le multinazionali; la manodopera cinese; il deprezzamento del dollaro; gli evasori fiscali; la microcriminalità; le banche e i tassi sui mutui; la burocrazia statale; i politici; la stampa; il fondamentalismo islamico; Bush. Ciascuna fazione utilizza uno o più di questi nemici, veri o presunti, lasciando intendere che, una volta sbarazzati da loro, noi ritorneremo in possesso della nostra piena libertà e di un orizzonte tinto di rosa. Da qualche tempo, tuttavia, si ha la netta sensazione che queste figure retoriche di “nemici della democrazia” non abbiano l’adesione che suscitavano fino a ieri, come se la gente, pur individuando in uno o in molte di queste forze “il nemico da battere” presagisse un inganno, un suono fasullo, un depistamento,  una sorta di trappola. Insomma, come se un medico pretendesse di curare l’Aids con l’aspirina. C’è un immenso dolore non rappresentato, un dolore che non trova nella vita di ogni giorno, individualmente e socialmente, una valvola di sfogo. Un dolore di cui subiamo i contraccolpi ma che non riconosciamo in quanto tale, ne subiamo i sintomi ma addossiamo le colpe del malessere esclusivamente al di fuori di noi, in una proiezione cieca e infinita. Questo “nazifascismo interiore” è il cancro della democrazia di cui siamo inconsapevoli portatori, più o meno sani. Ed è qui che la bellissima parola Liberazione sta impallidendo di vergogna, perché non può sopravvivere nel lager di un egoismo sbarrato. C’è una parola, altrettanto bella, che, soltanto lo volessimo, potrebbe assumere il ruolo che ebbero gli alleati nella Liberazione. Conoscenza. Il diritto-dovere di “riconoscere” in noi stessi il nostro nemico e di resistergli, incalzandolo e debellandolo con una visione della vita e della Storia non così prepotentemente egocentrata. Il dovere di esistere per e con gli altri, non il presunto diritto di vivere a scapito degli altri e contro gli altri. L’esercizio di questa muscolatura interiore oggi è pressoché dimenticato. Dalla televisione e dal mondo degli affari, dalle contrapposizioni politiche e religiose, nella vita sociale e nel lavoro, echeggia sinistro il “mors tua vita mea”, la tirannia dell’edonismo, il trionfo della furbizia, della mistificazione, della deresponsabilizzazione, la mancanza di senso del dovere individuale e di senso dello Stato. Tutti intimamente sappiamo che questa non è retorica ma vita vissuta, anche se è più conveniente liquidarla come si trattasse di un moralismo dozzinale e fuori epoca. Forse occorrerebbe più umilmente riconoscere che l’affannosa, spasmodica ricerca del principio del piacere genera mostri, e quei mostri siamo noi. Trovo assai risibile che un sindaco abbia espressamente vietato che oggi, 25 Aprile, si canti “Bella ciao”, e che altri sindaci e politici abbiano espressamente dichiarato di disertare le piazze. Certamente la Liberazione non è patrocinio di una parte, ma di tutti, eppure sottraendosi per qualunque motivo alla sua celebrazione, o limitandola, ci si macchia di un torto civile, ci si sottrae a un rito di riconoscenza di un valore fondamentale al quale tutti ci stiamo sottraendo ogni giorno, disertandolo e disertandoci. Il 25 Aprile è una messa laica. Non ci emenderà di certo, ma terrà viva, almeno per qualche ora, la parola Liberazione, che è costata e tutt’oggi costa immensi sacrifici a chi è partigiano della libertà, e si assume il dovere di una visione della storia e del futuro dell’umanità assai meno imperdonabilmente vittimistica e narcisista della nostra.

Noi topi

A Roma si gela, c’è un sole clamoroso ma non scalda, oppure son spifferi interiori, mentre il TG 2 annunzia il nuovo record del petrolio, l’euro che straccia il dollaro paralizzando le esportazioni delle nostre aziende, il crollo dei consumi alimentari e delle spese per l’abbigliamento a Roma, caput crisi. Veltroni, intanto, ha dichiarato che il PD farà un governo-ombra, che a prima vista, sbaglierò e ci mancherebbe, ma sembra quasi una ripicca infantile, ha un che di ridicolo, ultraprecipitoso, infatti il premier del governo al sole ha prontamente replicato che gli sembra una scelta saggia, furbo lui, così mentre l’opposizione gioca con le formine a plasmare l’Italia sotto l’ombrellone, lui se la può fare e disfare sotto gli occhi di tutti, per davvero, e in santa pace, amen. A proposito, Papa Ratzinger è in America, c’era Bush ad attenderlo sotto la scaletta (pare sia la prima volta coi Papi: è una notizia? Sembra di sì, sta nei titoli) mi torna in mente il buon predecessore, che caracollando dalle scalette dei Jumbo vaticani, ovunque andasse, si buttava a terra alla muezzin baciando le scarpe alle Nazioni. Ratzinger no, con Bush si sono stretti la mano come ruvidi manager di sconfinate parrocchie, una invasata dal demone della guerra, l’altra da quello della pedofilia. I giornali informano che il Papa sia andato a scusarsi e a promettere che i preti non lo faranno più. Mi domando come faccia a garantirlo. Chissà, forse con la Texas Instruments o Bill Gates hanno segretamente inventato un cilicio elettronico, una castrazione chimica telematica, vai a sapere. Nel frattempo, sono alla mia ennesima proposta televisiva. Sto scrivendo “El topo”-Manuale televisivo di resistenza umana-
Stilato notturnamente sull’onda degli ultimi eventi.
"El Topo è la Tv per chi non guarda la Tv e per chi si è stufato della ripetitività dell’offerta televisiva. Telespettatori di tutte le età che non si riconoscono nei modelli dell’Italia di oggi e nei programmi che li rispecchiano. È uno spettacolo di musica, cultura, satira e attualità indirizzato a quella fascia di pubblico che la Rai non riesce a intercettare. Italiani che mai come oggi si sentono politicamente orfani e culturalmente abbandonati; che non trovano casa in Tv, a parte in “Blob”, “Report” e poco altro. El Topo è ambientato in una sfavillante fogna di Roma, una catacomba carbonara, perché quella di El Topo è una setta i cui adepti sono tutti i “rifiuti umani” dei modelli vincenti dell’Italia di Sopra. Per usare una terminologia da Settimana Enigmistica “forse non tutti sapevate che” un terzo della popolazione italiana si è rifugiata ormai da anni nel sottosuolo, dove vive e resiste aspettando la liberazione dell’Italia di Sopra dal predominio dei gatti. Stiamo parlando del nuovo paese dei topi.
La scenografia, dicevamo, rappresenta una fantastica catacomba, con torce che illuminano tubi e cunicoli, gallerie acquose dalle quali fuoriesce un’umanità nuova, che a causa della globalizzazione, della flessibilità, della crisi economica, sta subendo una metamorfosi bestiale, fisica e psichica, da uomini in roditori. Fra queste creature del sottosuolo e figli della notte politica e culturale del Paese di Sopra, c’è davvero di tutto:
Ex colletti bianchi divorati da un mutuo immobiliare; Incalliti romantici traditi selvaggiamente da mogli e mariti; Signori di una volta le cui buone maniere sono rifiutate di sopra e se ne stanno lì, fra i topi, con abiti blu e cravatte lise; Artisti da strada, cantanti spompati, comici messi al bando, soubrettes che intrattenevano una relazione carnale con Clemente Mastella o Cirino Pomicino e si sono ritrovate nell’Italia di Sotto da un minuto all’altro; Giovani plurilaureati senza lavoro in fuga dai lager dei call-center; topi d’auto e di industrie a loro volta bidonati, poeti irriducibili, negozianti che hanno denunziato i loro taglieggiatori e per questo hanno perso bottega; pensionati che diventano topi pur di ottenere una razione di formaggio; e naturalmente spie del Gatto Mammone travestite da topi.
Per tutti costoro, El Topo c’è.
Per tutti noi, El Topo è una speranza, l’ultimo rifugio, l’unica possibilità di resistenza umana.
Zombies della realtà italiana, i topi si tramandano, di bocca in bocca, citazioni di libri e musiche a loro care e destinate al falò dell’oblio, come in Fahrenheit 451 di Bradbury, o escogitano stratagemmi topeschi per sfuggire alle trappole, ai formaggi ingannevoli e ai mille veleni dell’ “Italia di sopra”.
            Una Topo Big Band, fa da solare colonna sonora alle riunioni della setta che sogna di liberare l’Italia dalla dittatura dei gatti. La carica erotica è assicurata da decine di sorchette con baffetti e codine che danzano sfrenatamente sui “Jingles” dei topi. (Vabbé, questa poi…)
Ogni puntata si aprirà con una nuova iniziazione, in cui il misterioso e carismatico Subcomandante El Topo, detto familiarmente Ratto Papone, l’audace nemico del Gatto Mammone al potere di sopra, farà giurare fedeltà all’adepto su un libro di Montaigne o di Camus: “Prometto che mai nella vita pronunzierò la parola Vip, né comprerò o indosserò un capo griffato. Giuro di non diventare mai di “successo” e non per questo di sentirmi “perdente”…”. Il Ratto Papone a sua volta reciterà la formula di rito accogliendo l’eletto nella setta di “El Topo”: « Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. I gatti vogliono convincerti che ormai sei uno di loro. Giura di non credergli mai e di resistere fino alla fine dei tuoi giorni, sia di sopra che di sotto, amen.».
“Lo giuro.” "(Eccetera…)
 
Venerdì ho preso appuntamento con il direttore di Rai 3, Ruffini e gliela porto, scrivo qui la proposta, così se uno del suo entourage per caso la leggesse nel mio blog ha tutto il tempo di avvertirlo del delirio, la segretaria disdice l’appuntamento con una scusa e ci evitiamo l’imbarazzo e la fatica.
Ogni giorno ricevo mail minacciosamente affettuose di ex ascoltatori che mi considerano una specie di disertore della radio e della TV e mi sollecitano a tornare ai microfoni come se fosse merito mio questo lungo silenzio e i network italiani non aspettassero altro che trasmettermi. Ieri notte, una mail, in particolare, mi ha commosso ed era davvero triste e gentile. Spero che la misteriosa C. che l’ha scritta non me ne vorrà se la riporto qui di seguito…
 
Ti prego torna. Io sono un albatros della notte di Roma. Tanto tempo 
fa. Ti ricordi?
Non riesco ad ascoltare questa musica che vola dal tuo sito. E’ una 
vera botta al cuore. Ma la sto mandando a ripetizione mentre ti scrivo 
in questo inizio di notte.
Oggi, dopo i risultati elettorali ho sentito fortissimo il bisogno di 
Jack.  E la sua mancanza.
Mi ricordo quando mi mettevo le cuffie sul motorino per ascoltarti, 
Jack.
Era qualche anno fa e la sensazione era la stessa di oggi.  Il male da 
combattere, il bene che voleva venir fuori. Ed usciva da ogni parola 
che il mio Jack pronunciava. Ogni trasmissione dai suoi rifugi era una 
boccata di aria fresca per noi albatros che sognavamo di volare con lui.
Mi sentivo di essere parte di qualcosa. Jack mi dava forza. Forza per 
credere che cambiare fosse possibile. Che volare fosse possibile.
Oggi mi sento sola.
 
Anch’io. E lo siamo tutti veramente. Bisogna trovare un canale di comunicazione più grande e intenso di un blog.