QUANDO IL NO ERA NO

Sono passati circa quarant’anni da quando cercai lavoro per la prima volta. E non era affatto facile, come credono i giovani d’oggi. Se non eri raccomandato, era quasi impossibile, almeno nel mio campo: giornalismo, programmi radiotelevisivi, collaborazioni editoriali. La prima volta che mi pubblicarono una novella, fu su un settimanale erotico. Il redattore, la sorella di un mio compagno di scuola, dovette però sostituire molti periodi “letterari” con brani porno. “Dei tramonti, ai nostri lettori, non gliene frega niente” disse. Aveva ragione, così mi sforzai di scrivere porcherie, ma risultavano sempre “troppo belle”. Non mi pubblicarono più nulla. Chi sceglie di fare un lavoro creativo sa che dipende da un editore, da un produttore, da un “mecenate”. Deve mediare fra quello che piace a lui e quello che i produttori credono che piaccia al mercato. Un produttore deve sperare di guadagnare sulla tua fantasia, altrimenti le tue opere non le conoscerà nessuno e non potrai farti valere né mantenerti. Per i giovani creativi d’oggi, la tecnologia offre un’occasione in più di visibilità. Devi essere poco meno di un genio, ma in tal caso qualcuno che ti noti su Facebook può darsi ci sia, e ti valorizzi. Di nuovi Giacomo Leopardi inediti non credo ce ne siano, ma forse mi sbaglio.
In questi quarant’anni italiani, la vera cosa che è cambiata è l’educazione. Quand’ero giovane, e proponevo un programma alla Rai o a Mediaset, che allora si chiamava Fininvest, le risposte possibili erano solo due: o no o sì. Talvolta c’era un “vedremo”, ma capivi subito che era una forma di cortesia, di diluizione del “no” che non ti lasciava illusioni e non ti faceva perdere tempo. Dire seccamente “No, non m’interessa” la considero una forma di educazione. Quello che trovo di una maleducazione insopportabile è dirti di sì. Un sì peggiore di ogni genere di no. Un sì di merda. Mi spiego. Oggi (ed è questa la novità che riscontro in questi ultimi anni) è raro che qualcuno si prenda la briga di dirti di no. Che è un atto di civiltà seppure di rifiuto. Ma potrebbe costare cinque minuti di spiegazione e lasciare uno strascico di sgradevolezza. Come non pagare questo minimo prezzo? Anzi, come sentirsi dei benefattori, dei semidei? Semplice e assurdo: dicendoti di sì. Non solo, assicurandoti che raramente ci si ritrova fra le mani pagine così belle, proposte tanto efficaci, prodotti di grande professionalità. Tu abbocchi: “Quindi andiamo avanti?”. La risposta è: “Ma stai scherzando? Certo che sì”. Se si tratta di un programma, per esempio, il dirigente in questione ipotizza anche il giorno di trasmissione, l’ora, il costo a puntata. Può assicurarti che sarai chiamato a giorni, se non a ore, dall’ufficio contratti. E, nel salutarti, può usare espressioni come “Fammi essere fiero di te”. Tu torni a casa, dai la buona notizia ai figli, telefoni a un amico in ansia per te, gli dici che quel dirigente è stato straordinario, ha capito al volo la tua idea, il momento difficile è superato. Ma non succede assolutamente niente. Era un sì di merda, una presa per il culo assoluta e senza scampo. E, alla decima volta, ti accorgi che è un sistema, un nuovo sistema di maleducazione generalizzato, il sistema di dirti di si per toglierti dai coglioni. Dopodiché, assicuratoti il lavoro, farsi negare per l’eternità.
Viviamo in un libero mercato e nessuno è tenuto a dirti sì se non crede a te o a un tuo progetto, ci mancherebbe altro. Per questo io rispetto chi mi dice no, e gli sono grato se me lo motiva, magari così posso capire se e dove ho sbagliato, e imparare qualcosa. Ma chi dice sì per dire no non ha rispetto di te. Se ne fotte e basta. Forse lo fanno perché, in questo paese di bande, temono che tu possa, a caldo, protestare con qualche “boss” che dia loro qualche fastidio. Forse dicono sì per prendere tempo. Non lo so perché cazzo lo fanno. Dico solo che è infame. E che sono stato fortunato, rispetto ai giovani d’oggi. Io ho conosciuto persone per cui no era no. E nei casi migliori, nei rifiuti più gentili, mi hanno spiegato perché. Quei no mi hanno aiutato a crescere e mi hanno infuso la rabbia necessaria a farmi rispondere quei sì che mi hanno fatto vivere fino a oggi. Questi nuovi sì che significano no, invece, ti disorientano e aumentano l’isolamento, la peggiore delle carceri. Ai giovani d’oggi quest’onta è risparmiata. Non li si riceve neppure, a meno che non siano “protetti”, e la cosa finisce lì. Nessuno manipola la loro speranza, non ne vale la pena. A parte la caduta dell’educazione, in questi quarant’anni italiani c’è una costante: se non conosci nessuno, sei fottuto. Torneremo ad essere un paese civile, una “civiltà”, quando conoscere qualcuno sarà considerato un demerito, se hai usato questo capobastone per avvantaggiarti, e il favore o la raccomandazione verranno trattati da mascalzonate e da barbarie, quali sono.

LA VENDETTA DEI SOLDI

Oggi facevo un giro nel quartiere. Per me è come fare il giro del mondo. Di solito mi limito alla tratta studio-cucina. Scrivo, mangio e dormo. Quando esco è una rivoluzione. Di buono c’è che noto i cambiamenti. Oggi ho notato che abbiamo facce dell’Est. Quello di una volta, quando c’era il Muro. Che noi si andava a Sofia a fare i ricchi. Come il personaggio di Verdone che andava a Praga con le calze di seta per rimorchiare…
… Ma certe facce da poveri! Musi tirati, vestiti stretti, cappotti rivoltati, pure i cellulari sembravano dimessi. Con le suonerie che facevano degli squittii da topo mesto. Dice che chi ha ancora qualcosa in banca l’ha messo sotto al materasso. Ma l’hanno ritirato in fogli da 500. Ora pare che il nuovo governo eliminerà i grossi tagli. E questi si cagano sotto.
Un mio amico mi ha restituito un prestito di 375 euro. Ho aspettato una settimana per buona educazione e oggi mi sono presentato in banca a depositarlo. C’era una fila di dodici metri. I cassieri avevano i capelli sporchi. Le funzionarie parlavano con i clienti di carte di debito, si sentivano parole sconce come “revolving” e davano a tutti i tassi dei debiti. “Se io vado in rosso quanto pago?” Tutti parlavano di “rosso” ma era vita in bianco e nero. Neorealismo. C’era in un angolo un vecchio col cagnolino. Umberto D.
Gli americani sono certi. Il NY Times oggi dice che le banche americane sono state invitate a ritirare precipitosamente i loro impieghi in Europa. Che l’euro crolli, a Wall Street, è quasi una certezza. Ho chiesto in banca, per divertirmi. Il cassiere mi fa “Ma no, noi siamo solidi e liquidi”. Anche la cacca se per questo, ma non l’ho detto per buona creanza. Però anche Giuliano Amato, che non era un cassiere ma il presidente del consiglio, giurò in Tv a reti unificate che la lira non avrebbe svalutato. Detto, fatto. Tre giorni dopo i marchi tedeschi valevano in lire il 30 per cento di più.
Ho chiesto a uno della fila: “Ma se l’euro chiude, in banca a noi italiani che ci daranno il giorno dopo?” Banane, ha risposto.
Ma dai! Io dico che esagerano. O no?
Oggi, su “Il Fatto”, Massimo Fini che è un polemista intelligente, diceva addirittura “Aridatece il Cainano”. Il masochismo dilaga.
Pare che il governo Monti, per contrastare l’evasione, ridurrà al minimo il prelievo di contante. Oggi, se non vado errato, puoi ritirare un massimo di 2400 euro. Si dice che questo tetto scenderà fino a 500 e anche meno. Massimo Fini dice che è ingiusto, per un cittadino onesto, andare in giro con una cartuccera di carte di credito e assegni, per colpa dei corrotti e dei mafiosi. Sarà pure ingiusto, ma se serve a togliercene qualcuno dalle palle, benvenga! Lui dice che “una buona bottiglia di vino e un pacchetto di sigarette fan già 15 euro al giorno”. Io fumo di più e magari mi mangio pure due supplì in rosticceria, a parte la ciccia non vedo il dramma. Con 500 euro contanti al giorno mi compro dieci bottiglie di Pinot, due stecche di Marlboro e un camion di supplì. Il problema è un altro, sono i soldi. I soldi come valore, non come metodo di pagamento spiccio. Da quando sono nato non si parla d’altro, non ci si preoccupa ad altro, non si pensa ad altro, non si spera che avere soldi.
Neanche un bambino avrebbe fatto l’Europa Unita solo con le banche. Fu una cazzata assoluta. Bisognava prima diventare europei, sentirlo dentro come io mi sento sardo e tu napoletano. Dovevamo berci la birra con i crucchi all’Oktoberfest. Ma voi ci andreste a cena con l’austriaco che sparò a vostro nonno sul Piave? E viceversa? Se c’erano le dogane fra uno Stato e l’altro un motivo ci sarà. Questi, invece, hanno fatto l’Europa come se l’unica difficoltà fosse cambiare le lire in marchi, pesetas o fiorini. A parte i discorsi europeisti di Ciampi o di Napolitano, in questo mediocre inferno di padanie, lobby, guerre di bande e e localismi, davvero la gente si sentiva europea? Non è come firmare un assegno, sentirsi europei, è un progetto del cuore e della mente. Un salto alato. Una aspirazione.
Il risultato è questo: Germania e Francia ci dettano legge, come dopo una guerra perduta.

Insomma, sono tornato a casa gettando occhiate distratte agli alberi, alle nuvole, alle donne, al mondo. Una vocina ha detto “Te lo meriti, ve lo meritate tutti”.
Chi sei? – ho chiesto. Intorno non c’era nessuno.
“Noi” ha risposto la vocina. “La voce del vostro dio denaro”.
Mi sono guardato nelle tasche. Era un foglio da cinque euro.
Noi piangiamo. Questi ormai hanno il dono della parola.
La vendetta dei soldi.

UNA COSA CHE NON SI VEDEVA DA ANNI

Dicono che con il governo di tecnici guidato da Monti la democrazia in Italia sia stata sospesa. A me sembrava sospesa prima. Dicono che Monti sia il pupazzo dei poteri forti. Ma era da vent’anni che in Parlamento non si udivano parole così forti riguardose dei deboli. Dite quel che volete, ieri ho sentito parlare un vero uomo di Stato, non un burattinaio, e mi sono quasi commosso. Prima di tutto perché non mi sono più vergognato di essere italiano. In secondo luogo perché non ho sentito una sola parola fuoriposto, sboccata, o sterile. Ascoltare un discorso politico nella nostra bella lingua mi ha emozionato. Il consenso pressocché unanime di questa classe politica mediocre (e feroce) mi lascia indifferente. Sembravano poeti in erba al cospetto di Dante. Monti li ha blanditi e quasi vezzeggiati, mai piegando la schiena, al contrario, avvertendoli (con ferrea ironia) che “staccare la spina” è linguaggio da elettrodomestici, oltretutto non era chiaro se il suo governo fosse un rasoio o un polmone artificiale. Molti deputati non avranno neppure capito, meglio così. Dopo un ventennio d’ignoranza esibita, di italiano da “Isola dei famosi”, ho risentito in Parlamento il soffio dell’intelligenza, dello stile, della sobrietà. Al di là di tutte le possibili obiezioni di parte, dovremmo chiederci tutti come mai non esistano più uomini come Mario Monti sui banchi di Montecitorio. Rari sono sempre stati, mai assenti quasi del tutto come in questi anni. L’ultimo che io ricordi era Berlinguer. Il discorso di Monti, ieri, sembrava quello del presidente del consiglio di un altro pianeta o, più semplicemente, di una grande democrazia europea. Milito da sempre nell’area dei dissidenti, non amo il branco e il pensiero “maggioritario”. Staremo a vedere se il professor Monti chiederà maggiori sacrifici (com’è doveroso) agli evasori e ai “grandi patrimoni”. Se lo farà, probabilmente lo cacceranno. In tal caso, spero di potergli dare il mio voto. Perché, fino a qui, una cosa è certa: in Italia è accaduta una cosa mai vista. Normale, quindi “soprannaturale”. E’ riapparso un uomo con il senso dello Stato.

Coerenza

Gran folla alla presentazione dell’ultimo romanzo: “Ero un egocentrico”. Ma lui, l’autore, non si presenta. L’editore manda avanti una coppia di attori per leggerne almeno qualche pagina. Restano muti davanti ai microfoni. La gente alza le spalle e comincia a defluire dalla sala. Uno solo compra una copia di “Ero un egocentrico”. La apre.
250 pagine bianche.

DARE E AVERE

L’Italia è un paese maleducato. Non mi riferisco al galateo o alla volgarità, che sono mali minori, ma alla maleducazione per eccellenza: l’infantile incapacità di stare al mondo. Per stare al mondo intendo la coscienza di saper distinguere fra dare e avere e fra diritti e doveri.
Nel 1961, in occasione del discorso inaugurale della sua presidenza, John F. Kennedy disse: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese». In quei giorni l’Italia festeggiava il suo primo secolo. Sono trascorsi cinquant’anni esatti ed è rimasta una bambina viziata. Il vizio nazionale più diffuso, secondo me, è l’assoluta intolleranza, individuale e collettiva, nel distinguere quel che è di tutti da ciò che è solo nostro, e nel sapere donare quel che è solo nostro per il bene di tutti.
Non abbiamo rispetto nemmeno dei nostri figli, basti pensare al mostruoso debito pubblico che lasciamo loro in eredità, all’ambiente degradato, alla nostra Storia che stravolgiamo per interessi di bottega. Non abbiamo rispetto, cioè, neppure dei nostri poveri morti. Anche quelli morti per la “Padania”.
Come tutti i bambini, compresi i più furbetti, l’Italia è una grande ingenua. Crede nelle scorciatoie, nei favori, nella spintarella. Non pensa che, alla fine dei giochi, il conto salatissimo dovrà pagarlo sempre lei, quindi noi. Soffre di onnipotenza infantile. Mentre il mondo è attraversato da rivoluzioni popolari, come quella egiziana, che potrebbero cambiare gli equilibri del pianeta, i nostri telegiornali sono dediti, con la nostra pettegola complicità, a una sorta di onanismo infantile. La matrioska berlusconiana e tutte le bamboline in essa contenute attraggono la nostra voyeristica attenzione e il nostro sdegno con potenza magica infinitamente superiore alle leggi “ad personam” o al grottesco -per una democrazia occidentale- conflitto d’interessi del nostro premier. Perché? Perché è più semplice e più morboso così. Mentre “conflitto d’interessi” è un concetto severo che per capirlo bisogna impegnarsi un pochino. Siamo indolenti. Teniamo famiglia. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Come diceva un vecchio amico mio “Siamo bestie da terza elementare”.
È proprio sulla capacità di “dare” che si misura la maturità di una persona e di un paese. Ma è già un primo passo la consapevolezza di non aver ancora dato abbastanza. Invece, sia che prendiamo come esempio l’attuale governo, sia un italiano a caso, è molto probabile che saremmo tacitati da elenchi di presunte cose fatte per gli altri o per il bene della nazione, e mai da un’ammissione di egoismo, di inadeguatezza, di colpa. Pecchiamo, cioè, di impunità.
Ma c’è di più. Se vediamo qualcuno, disinteressatamente, compiere davvero qualcosa di utile per il prossimo, in cuor nostro lo detestiamo e prima o poi lo lapidiamo. Il grave è che ciò accade, per quanto possa sembrare pazzesco, “in buona fede”. Animati da quella stessa onnipotenza infantile che ci fa ritenere sempre migliori del prossimo, più bravi e generosi.
Anche per questo è sempre più raro che ai vertici della nostra classe politica risieda un vero “migliore”. Qualcuno in grado di fare una sintesi dei diritti e dei doveri di tutti e di riformare lo Stato. Io non credo che la classe politica sia lo specchio del paese, semmai ne è quello deformante. Lo specchio che riflette il peggio di noi stessi, l’unico che siamo capaci di tollerare. Il fatto di essere stati schiavi per secoli di signori e potenze straniere si dev’essere purtroppo sedimentato nel nostro Dna. Non essendo capaci di essere signore e signori di noi stessi, deleghiamo a un Signore la gestione del nostro destino. Non a una democrazia, a un leader.
Se tutti noi, da donne e uomini veri, ci rieducassimo, se imparassimo quotidianamente a fare un bilancio, in famiglia, in ufficio, in un’associazione o in un partito, fra quello che obiettivamente diamo e ciò che prendiamo e pretendiamo, dai figli, dai colleghi, dai compagni di strada, questo nostro paese farebbe un immenso passo avanti. Non è la capacità di sdegnarsi che ci manca, né, purtroppo, ci manca il fango o il marcio per lamentarci dell’Italia, ma in concreto, noi, tu e io, che stiamo facendo per raddrizzare la schiena nostra e del paese? Domandarselo è un dovere civile.
Credo infine che lo schema che il nostro popolo ripete da decenni, come topolini sulla ruota, potrebbe essere spezzato anche con un’ultima consapevolezza. Riguarda il capro espiatorio. Questa è l’ultima risorsa della nostra vigliaccheria. Bruciare il pupazzone in piazza dopo aver strisciato al suo cospetto. Pronti a osannarne un altro destinato alla stessa fine. Forti coi deboli e deboli coi forti. Milioni di uomini sono stati immolati da altri, ne sono stati il capro espiatorio: l’olocausto degli ebrei è il più tragico di questi esempi. Ma anche piazzale Loreto lo è. Chi prese a calci il cadavere della Petacci era di certo qualcuno che aveva osannato il duce a piazza Venezia. Il capro espiatorio, lo dice la parola stessa, è l’ultimo grande inganno di un popolo infantile. Far espiare a un altro anche le proprie colpe. Ma così non si estirpa il male, lo si copre. E la Storia, puntualmente, si ripresenta proponendoci l’identico schema.
La nostra “maleducazione”, in sostanza, è una refrattarietà a diventare adulti. È come se all’Italia non fosse ancora spuntato il dente del giudizio. Che non è giudicare gli altri, ma giudicare se stessi, sapersi assumere limiti, colpe, responsabilità oggettive. Dare, almeno, quanto si è ricevuto. Mettersi in dubbio.
La nostra maleducazione è un egocentrismo indomito, un’incapacità a trasformarci in coscienza collettiva. Sappiamo solo dividerci e combatterci, in bande, in lobby, in famiglie. Noi italiani siamo primordiali, abbiamo una psiche da età della pietra, e non ce ne rendiamo neppure conto. E questo è il danno più grave.
Perciò, cinquant’anni dopo, dobbiamo rimboccarci le maniche e ricominciare dalla pagina uno del sillabario della civiltà. Quella preceduta dal distico di Kennedy: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese». Tutti noi, umilmente, dobbiamo cominciare a chiedercelo. Non sarà certo la caduta di Berlusconi, prima o poi, a risolvere la nostra atavica refrattarietà a trarre un bilancio individuale e politico fra il nostro dovere di dare e il susseguente diritto di avere.

Il nuovo Muro

Fracassare bancomat, incendiare automobili, lanciare petardi, sampietrini, bombe carta, accerchiare in trenta un autoblindo con due sventurati poliziotti all’interno e rischiare che diventino tizzoni ardenti, sono azioni infami e mai niente le giustificherà. Ma è altrettanto infame occuparsi dei giovani solo quando vanno a fuoco le città. È come se si invitassero i più scalmanati a ripetere le loro gesta per ottenere udienza e uno straccio di notorietà. Sono due anni che sfilano pacificamente per le strade e non frega niente a nessuno. Li hanno trattati da minoranze imbecilli e indolenti, è stato detto loro che i veri giovani sarebbero quelli che stanno a casa a studiare, invece di ringraziarli per essere ancora vivi e reattivi, magnificamente capaci di scendere in piazza in questo cimitero virtuale per ricordarci che esistono e sono disperati.
Ne hanno mille e uno motivi. Ma un potere tutta pancia e niente testa o anima, un parlamento in cui dettano legge gli scilipoti e una maestrina dalla testa a martello come il prof di The Wall, sono la banda della Magliana della cultura, della politica, dell’arte dell’ascolto. È un Muro di omertà, di connivenze oscene, di mediocrità criminale. A molti di noi –che leggevamo Camus, Sartre, Pasolini e “Todo Modo” di Sciascia- questo parlamento ci ha fatto rimpiangere persino la democrazia cristiana, perché qualche fessura, qualche crepa, una breccia per la quale passare, la lasciava. E Aldo Moro (che all’epoca trovavo noiosissimo) oggi lo venererei come un santino e penderei dalle sue labbra. Perché osteggiare un Moro o un Berlinguer per ritrovarsi uno Scilipoti o un Calearo è la cosa più conturbante che possa capitare a una generazione.
Questo Muro di oggi è intonso come la fronte degli idioti, non sente ragioni né prova di sé pena o vergogna, al contrario, è compiaciuto della propria ineffabile tenuta, delle proprie prebende e immunità, dei posti pubblici elargiti ad amanti e parenti, si pavoneggia delle proprie schifezze, se ne vanta in barzellette da commendatore ai Caraibi. Le “zone rosse” che il Muro di oggi protegge sono ben altre che lo spazio antistante Montecitorio. Il Muro di oggi protegge le zone rosse interiori di chi era al potere in questi vent’anni e non ha mosso un dito perché era scomodo farlo. Perché non gli conveniva. Perché era ricattato dai propri scheletri custoditi negli armadi di qualcun altro, e viceversa. Detesto fare di tutta l’erba un fascio, ma chi oggi comanda, in Italia, non può non essersi già venduto a tutto. E chi ha ancora dei valori, chi è trasparente, chi ascolta, chi si dona, non può che fare la fame. Ci saranno solo rare e fortuite eccezioni.
Se io fossi un giovane nato negli anni Ottanta e Novanta, se l’unica forma di democrazia da me conosciuta fosse il berlusconismo e –da qualche giorno- il suo inevitabile epigono, lo scilipotismo, se avessi giocato coi mostri e con la play, avessi ciucciato latte Mediaset e Bruni Vespa Horror Show, se ogni santo giorno della mia giovinezza avessi sentito al Tg che la mafia e la camorra vincono, che la più cialtrona furbizia in questo paese ha la meglio, e i soldi, l’arroganza e la prepotenza sono l’unico valore che rende un uomo “nobile” e la vita degna di essere vissuta (il resto è utopia adolescenziale -dicono i furbi-cioè polvere e merda) e se oggi mio padre cassintegrato non potesse comprarmi il cellulare che pubblicizzano alla tele o mia madre insegnante precaria non potesse più allungarmi cinquanta euro per sfondarmi di birra con gli amici, be’, lo confesso, sarei più incazzato di loro, anche perché sarei privo di quegli strumenti di conoscenza che a noi aiutavano a temperare la rabbia e a reggere la complessità dell’esistenza: noi leggevamo, ma se avessimo avuto la tv e la play avremmo certamente letto ancora meno di questi ragazzi che andrebbero ascoltati per ore e giorni interi, in silenzio religioso, perché questi ragazzi sono l’unico futuro che ci fa un po’ sperare, l’ultimo meraviglioso sussulto di una civiltà spenta.
Non si debbono assaltare i palazzi della democrazia, ma non si può pretendere che in un regime scilipotico non accada una rivolta. È ipocrita e soprattutto idiota. Chiunque veda quegli omini lì si sente giustificato a lanciare il proprio stuzzicadenti. Come si fa a non capirlo? Come puoi pretendere che la gente crepi di fame in un cantuccio vedendosi governata da gente di questo livello? Auguriamoci che qualche testa pensante sospenda la riforma universitaria e si apra al dialogo col movimento studentesco, o si moltiplicheranno le zone rosse e quel che resta del confronto democratico finirà come le immondizie napoletane, per le strade e solo per le strade.
Per vent’anni avete insegnato ai giovani che non esiste altro valore che il denaro. Una crisi economica violentissima ha reso povera la maggioranza degli italiani. Non essendoci più altri valori di riferimento sta montando una rabbia devastante. Se i politici non lo capiscono, poveri noi. Ieri, ad Annozero, avrei voluto sentire i giovani studenti invitati. Ma non è stato possibile capire le loro ragioni. Gli “adulti” li interrompevano in mille modi, minacciosi o bonari, pretendendo da loro che si smarcassero dalla violenza, senza capire la portata incendiaria e violenta delle loro personali “zone rosse”. C’era bisogno di silenzio e di ascolto, invece di questa esibizione d’immaturità decrepita davanti ai nostri figli. Un’altra occasione mancata. Un’altra esibizione del nuovo inossidabile Muro.

Notizie dell’uomo?

La Corea del Nord (sponsor la Cina) e la Corea del Sud (allenatore Obama) rischiano di farsi guerra. Mi ricordano vecchi giorni infantili (Kennedy e Cuba) poi la prima giovinezza (Vietnam) infine la lunga guerra fredda Usa-Urss. Il tramonto dell’Occidente si vede anche da questo, oggi anche la guerra l’inventano in Asia. In Italia, intanto, Gianni Letta, il cardinale Mazzarino del Berlusconiglio, è costretto ad annunciare lui, a noi italiani, con un anno e rotti di ritardo, che la crisi c’è eccome se c’è, e rischiamo di far la fine della Grecia. Il Berlusconiglio non ha avuto nemmeno il coraggio di confessare che il suo ottimismo da venditore di spazzole era tutta fuffa, e lascia al suo cardinale l’ingrato compito di comunicarci uno straccio di verità. Che le nostre tasche (quelle dove loro non ficcherebbero mai le mani, e come no?) avevano appreso già da un paio d’anni.
La notizia più buia di questi giorni è però questa: lo scandalo delle case a sbafo di Scajola e della cricca non ha provocato che qualche muggito dal popolo bue. Questo bue che siamo diventati, tutt’altro che “pio”, e che perfino quel trombone del Carducci farebbe fatica ad amare, non si rivolta neppure a calci. Si rumina perfino l’ortica degli attici a due lire e delle ville-mazzetta della cricca, continuando a lasciarsi macellare. Solo dieci anni fa ci sarebbero state le piazze gremite perché è intollerabile sentirli cianciare in Tv da due anni di “povera gente che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese”, mentre si scambiano palazzi, appalti e marchette. Lo scandalo è che la maggioranza di questo paese è più Berlusconiglia di lui: ne invidia miliardi, potere, ragazze scosciate. Ma sono Berlusfigati. Non t’amo pio bove, carne da mattatoio.
Mentre i tonni rossi sono in via di estinzione come le tartarughe marine e i grandi albatros, (per non parlare delle aquile) i buoi sono in crescita e spalmano i loro chiapponi sui divani davanti alla Tv che li forgia tutti uguali, marron come i tinelli delle cucine Foppa Pedretti.
A quando la notizia che in Italia è tornata a vivere l’antica specie estinta? A quando l’annuncio che nel nostro Paese è ritornato l’uomo?

Aumma-aumma

Sto insegnando “Scrittura radiofonica” a cinquanta neolaureati per un master all’Università Luiss. Un’esperienza affascinante, loro sono molto attenti e sensibili e mi rivolgono domande intelligenti. L’unico problema è che se gli insegno a essere autori veri, professionalmente e spiritualmente, in Italia ci troveremo cinquanta disoccupati in più. Per lavorare e portare a casa la pagnotta gli suggerirò, al termine del mio corso, un master in mezzecalze e un corso integrativo in “aumma-aumma”. E la Rai gli spalancherà le braccia.job-wanted

I NOSTRI EROI (Discorso dal palco di Emergency)

Discorso per Emergency, Roma, piazza San Giovanni, sabato 17 Aprile

«I NOSTRI EROI«

Mi chiamo Diego Cugia, detto Jack Folla, facevo l’autore, lo facevo alla radio e alla Tv, fondai un movimento, “Gli invisibili”, talmente invisibili che se ne vedono pochissimi, parlo di me al passato, sono estinto come le foche monache o le betulle nane, da più di tre anni non posso mettere piede in una radio o in una televisione di questo Reame, sono estinto perché qualcuno ha usato l’estintore, infatti certe parole bruciano, lasciano ustioni sulla coscienza e le ustioni son brutte da vedere, e allora bisogna spegnerle le parole, come si fa per estinguere le fiamme.

Estintore e silenziatore sono gli strumenti della dittatura mediatica, di questo fascismo sottile, i nuovi pompieri del potere hanno sostituito manganello e olio di ricino, oggi non serve spedire i dissidenti al confino, da noi basta e avanza un clic, una lucetta rossa che si spegne, uno studio radiofonico vuoto, buio, un microfono col cappuccio, non sei più in onda, così sei isolato, sei zombie. E “Zombie” è stato il titolo del mio ultimo programma alla radio, Radio24, perché a Radiorai mi avevano già estinto, adesso sono definitivamente scomparso, amen. Io non sono un eroe, né un martire, ero solo un italiano che parlava con sincerità.

Da bambino mio nonno alla domenica mi portava lassù, sulla terrazza del Pincio. Mi portava a vedere il teatrino di Pulcinella. Pulcinella veniva preso a manganellate in testa dal carabiniere e moriva. E da morto strillava: “A carabiniè!” Dio mio quanto mi piaceva questa battuta. Allora il carabiniere gli diceva: “Zitto, sei morto, e i morti non parlano.” E Pulcinella rispondeva: “E io voglio parlà!” Ecco, oggi Gino Strada mi ha risorto e io voglio parlà. Ma non di me, chi se ne fotte di me, l’io fa schifo, io-io-io il raglio dell’asino, no, voglio parlare delle parole, che in Italia non sono più quelle di una volta, come mio nonno diceva delle stagioni. Per esempio proprio queste: le parole martire o eroe.

Un mercenario armato fino ai denti, con un elevato ingaggio economico, che veniva ucciso in zona di guerra, un tempo era un soldato professionista morto nell’espletamento del suo dovere. Che nel caso di un soldato è il dovere di uccidere. Un mestiere (per questo li pagano tanto) che mette in conto l’eventualità contraria, quella di essere ucciso. Da noi, invece, oggi un mercenario morto in guerra armato fino ai denti è un eroe.

Ai tempi in cui nonno mi portava a vedere Pulcinella, -mio nonno era siciliano- mi educava al concetto che i mafiosi erano gentaccia, mala pianta, delinquenti. Oggi il genitore politico di tutti noi italiani, il presidente del consiglio, ci educa al concetto che un mafioso di nome Mangano è un eroe.

Ma da qualche giorno, in Italia, è accaduto qualcosa di clamoroso, qualcosa che ha scombinato definitivamente il mio sistema di valori, tanto che mi sto rivoltando nella tomba. (Tra parentesi sono sepolto qui a Roma, se volete portarmi un fiore sto in via Salaria, a Villa Ada, la prima panchina a destra). Che vi stavo dicendo? Ah si. Il fatto clamoroso. Prima però devo fare una doverosa premessa. Come tutti gli scrittori io ero un narcisista di merda. E’ brutto, è puzzolente essere narcisisti, e ci sono cascato anche stavolta, da resuscitato, porca pupazza l’ho rifatto, vi ho parlato di me, di mio nonno, di Pulcinella e di quella cosa perduta che amo più di una donna perduta: la radio. Ma proprio perché ho questo difetto…proprio perché sono un narcisista, un egoista… io amo chi ama gli altri. Io amo chi si dona. Chi rischia la propria vita per salvare quella degli altri, ecco, quello per me è un eroe. Un faro, un esempio, un modello da imitare.
E per tutta la vita mi sono schiaffeggiato dicendo “Impara da questi, scordati del tuo stupido te stesso, donati, datti agli altri e poi dimenticalo.”

C’è un bellissimo verso di un poeta francese, René Char, dedicato agli scrittori, che dice “Affrettati a trasmettere la tua parte di meraviglioso, di ribellione, di amore, e poi disperditi con la polvere. Nessuno saprà la vostra unione.”

Fine della premessa. Allora cos’è successo di nuovo, di clamoroso in Italia? Quale altra parola ha mutato radicalmente senso? Una delle nostre più belle parole, una di quelle che gli italiani dovrebbero lucidare come l’argenteria di casa: volontario. Volontario: il contrario del narcisista.

Fra i miei ricordi di zombie ce n’è uno che mi è particolarmente caro. Quand’ero Jack Folla una ragazza chiese d’incontrarmi prima di partire da volontaria per un Paese africano. Venne a trovarmi qui a Roma. Aveva appena 19 anni, dei sandali da frate, una gonnellina a fiori, e degli occhi così azzurri che il cielo stesso, a guardarli, si sarebbe dovuto vergognare. Stava partendo per andare a dare una mano in un ospedale dei padri comboniani. “Ma vai così, a Fiumicino, adesso, da sola?” Questa piccola infermiera fece la faccia di chi scende un momento da casa per prendere il latte. “Certo. Perché?” E’ morta di Ebola pochi mesi dopo. E in Italia lo sappiamo in tre: il suo ragazzo, sua mamma e io.

Anche per questo, da allora, sono amico di Emergency. Perché stimo queste persone nate per donarsi che poi si sperdono con la polvere, in un’unione di fuoco. E non c’è estintore che tenga. Le loro vite sono grandi notizie accese eternamente che la televisione non ci dà, ma che ci colmano di senso la vita. Perché sono le loro vite che ci danno forza. A me per esempio, da’ forza che esista Gino Strada, e migliaia e migliaia di volontari di Emergency e che ci siate tutti voi, per loro, in questa piazza. Ho dunque appreso dalla televisione italiana che anche questa parola, volontario, nel loro nuovo vocabolario, è cambiata. Ho sentito un ministro, appena saputa la notizia dei tre operatori di Emergency portati via dai servizi segreti afghani (perché, secondo loro, stavano ordendo un attentato), un ministro che ha detto, qualora la notizia si fosse rivelata vera, che si sarebbe vergognato di essere italiano, laddove non si era affatto vergognato di proclamare eroe un mercenario armato fino ai denti. La novità di oggi, quindi, il nuovo sinonimo italiano, è che i volontari sono “terroristi”. I mafiosi eroi di cui vantarsi, i mercenari martiri di cui andare orgogliosi, e i volontari di Emergency terroristi di cui vergognarsi. Neanche Pulcinella l’avrebbe sparata così grossa. Ma in Tv l’hanno confermata: “I tre volontari hanno confessato! HANNO CONFESSATO!”. Chirurghi bombaroli. Non ci si crede. Anche le cazzate non sono più quelle di una volta.

L’altra sera, ad Annozero c’era coso, non mi ricordo mai il nome, quello che si chiama come il burro danese che ho in frigorifero: Lutpak. Ah, no, Luttwak. Ecco Luttwak- faccia- da- burro ha dichiarato che tutte le Ong, le organizzazioni non governative che sfamano le popolazioni in fuga dalle zone di guerra, sono colpevoli di prolungare la guerra. In sostanza il concetto era il seguente: se tu li sfami, invece di lasciarli morire, (che la guerra finirebbe per mancanza di gente da ammazzare), tu, si proprio tu, buona e brava organizzazione umanitaria, sei una guerrafondaia! Se noi paesi occidentali siamo costretti a prolungare la guerra, che adesso si chiama missione di pace, la colpa è tua che ci sfami le nostre vittime e ce le rinvigorisci! Erano mezzi zombie, e tu che mi combini? tu me li fai risorgere davanti così io sono costretto a sparargli di nuovo per colpa tua. Cristo!

E’ proprio vero, caro nonno: le parole non sono più quelle di una volta. Noi sì. Invecchiati, ingrassati, mezzivivi e mezzi morti, noi continuiamo a pensarla con la spietata, celeste franchezza di quando eravamo bambini.

Da adulto, i miei Tremal-Naik, Nembo Kid e Flash Gordon, i miei eroi, sono diventati quelli di Emergency, gli uomini che si danno nell’anonimato, i non narcisisti, quelli che si donano agli altri, salvano la loro vita e si disperdono con la polvere. E io sto con loro. Sono loro i miei eroi, i miei monumenti di polvere che nessuno vede. Non hanno medaglie, né funerali di Stato. I politici li detestano perché questi medici custodiscono la più atroce delle verità: in guerra muoiono più bambini che soldati. E questa è una di quelle notizie che non deve mai arrivare alla pancia degli italiani che si informano in Tv. La loro pancia dev’essere piena di burro Luttwak. Di eroi a rovescio. Di parole tradite. Di guerre chiamate pace per cui nessuno deve vederne il sangue. Perciò fuori dalle palle i giornalisti, le telecamere, i fotoreporter, i volontari e adesso anche i chirurghi che ricuciono quel che noi, missionari di pace, abbiamo fatto a brandelli. Se lo dici, se parli, sei isolato, sei morto. Statevi tutti zitti e buoni davanti alla Tv. Vi diremo noi, a cose fatte, chi era il buono e chi era il cattivo.
Io non sto zitto, voglio parlare da morto come Pulcinella, non sto buono, non mangio il burro cattivo, e non guardo la Tv. Io sto con Emergency.
emergency-logo

CONFESSO, L’HO RIFATTO

«Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?» All’uscita hanno protestato molti dei miei condomini. Casa buffa, la nostra. Ci chiamiamo tutti con identico nome e cognome. Perché non siamo una persona normale, noialtri. Io non ho un “io” ma un condomin-Io. E il giorno delle elezioni c’è sempre una gazzarra, un braccio di ferro fra gli “ii” astensionisti e gli “ii” che pretendono di esercitare comunque il loro diritto-dovere civile di voto. Avevo smesso di votare da un paio d’anni, mi ha ripreso il vizio, è peggio del fumo. Stamattina avrei barrato una scheda dopo l’altra. Malauguratamente me ne hanno concesso una sola. Poca roba per un compulsivo, ma era comunque un lenzuolone, me lo sono fatto durare, sarò rimasto in cabina sei o sette minuti buoni.
«Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?» Semplice, mi hanno convinto. Chi, gli “ii” responsabili? No, gli irresponsabili. Anzi, uno solo, lui. Mi ha gettato dal letto ordinandomi di andare a votare il grande io addormentato di questo paese.
Al seggio ero il primo (non avevo aggiornato l’ora legale). Ho atteso tre quarti d’ora. Si è scatenata un’altra gazzarra condominiale, ma più docile, più arresa. La scelta dei miei io era fra Pd e Idv. Veramente possiedo (sono posseduto) anche da un io rivoluzionario. Ma quello stamattina era incazzato rosso perché i giornali di tutto il mondo hanno pubblicato la foto del subcomandante Marcos senza passamontagna. Risultato? Tragico, Marcos ha una faccia da scemo. Ma no, dai, scherzo.

Dunque: Bersani o Di Pietro? Il primo non è uno statista, potrebbe essere un medico di famiglia o l’avvocato di fiducia degli zii, però è onesto, potrei uscirci a cena. Con Di Pietro non ci andrei a cena, però gli va riconosciuto un “antiberlusconismo perfetto”, come la tempesta. Ma sull’onestà di molti dei suoi deputati nutro qualche ragionevole dubbio. In entrambi i casi, roba da turarsi il naso. Ma io sono un italiano di sinistra che non ha più naso a forza di turarselo, me lo sono stritolato, ormai sotto gli occhi ho un buco, come i teschi. E allora «Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?». Uffa, statevi zitti, basta. Ho votato Pd innanzitutto per la Bonino (ma non dimentico quando i radicali erano alleati con Berlusconi). È una donna che stimo e l’intervento stonato della Chiesa contro l’aborto, a una settimana dalle elezioni, è stata la prima molla che mi ha fatto scendere dal letto. È stata una mossa sleale, se non schifosa, questa dei preti, non potevo astenermi dal ribattere con il mio voto a chi, abusando della propria autorità spirituale sui fedeli, attacca una donna “colpevole” di aver ridotto gli aborti clandestini. Alla faccia delle mammane e di una folla di ginecologi che si facevano pagare migliaia di euro in nero praticando l’aborto la domenica nei loro studi privati.
E poi «Perché l’ho fatto?» Le ragioni sono tante e tutte hanno un nome. Si chiamano Minzolini, Masi, Fede, e il re delle loro protesi, Gianpaolo Tarantini, spacciatore di festini a Palazzo Grazioli più mezzo elenco telefonico nazionale di lustrascarpe. Nel nostro condominio non siamo santarellini e ne abbiamo viste di tutte e di più. Ma le telefonatine di questa gentarella al potere per far fuori Santoro e ossequiare i desiderata del Capo fanno davvero schifo. I “comunisti” non si comporterebbero ugualmente? Può darsi, fatto sta che non sono un qualunquista e non credo affatto che siano tutti uguali. Centrodestra e centrosinistra hanno molti vizi trasversali ma non sono identici. Se fosse vero, questi anni terribili sarebbero uguali a quelli trascorsi. Purtroppo non è andata così. Purtroppo stiamo molto peggio. Anche nel mio condominio la vita è cambiata, non posso più lavorare alla radio della Rai che era la mia passione professionale, oserei dire il mio amore. E sia pure un tempo non era facile ottenere un microfono, adesso è impossibile. E credi che i “tuoi” ti farebbero lavorare? No, e l’hanno già dimostrato, ignorandomi, ma come questi, mai. Chiusa la parentesi personale. Si vota per il paese e non per se stessi.
Ma lo gnomo delle televisioni ha incantato la povera gente e il paese si è addormentato. Non so chi ha visto l’ultima intervista a Mario Monicelli. Non la penso da buonista come Santoro. Credo che quando l’antico regista ha dichiarato che in Italia non c’è mai stata una rivoluzione, e cioè che il nostro popolo, invaso da sempre, non ha mai avuto il coraggio di farla, bene, io credo che Monicelli intendesse proprio rivoluzione. Questa parola è bellissima e da noi si ha vergogna di pronunciarla. Nella nostra famiglia (il mio condominio storico) ci sono stati tredici ragazzi morti per il Risorgimento e l’indipendenza d’Italia. A suo modo fu una rivoluzione. E non ci fa vergogna il sangue versato anzi ci onora. Quindi anch’io la penso così, come Monicelli, senza nasconderlo. Sono andato a votare, ma credo fermamente che questo paese avrebbe bisogno di una rivoluzione, come è stata necessaria quella francese o la guerra civile americana. Quella delle coscienze non basta più.
Vizio

LA LETTERA DI REZAR

Pochi istanti fa ho ricevuto una mail. Avevo appena visto al TG 3 l’imbarazzo dipinto sul faccino del ministro svizzero della giustizia, per il referendum anti-minareti. Alla Tv svizzera la pubblicità al referendum aveva vinto con immagini come questa: una valle verde con mucche, con dei missili a testata nucleare che sbucano da sottoterra deturpando il paesaggio, no, quasi missili: minareti “atomici”.
Con infinita compassione -una dose da mucca svizzera per tacitare la rabbia- ho poi visto il faccione di un leghista nostrano che gongolava per la vittoria dei razzisti svizzeri, e annunciava a sua volta di voler indire un referendum miserabile come l’altro, e di voler apporre una croce bianca sulla nostra bandiera. Una dichiarazione che ti faceva venire voglia di chiamare la croce rossa. Per ricoverarlo.
Sono tornato di qua, al Pc, e come dicevo ho trovato questa mail di un lavoratore straniero da anni e anni in Italia, un italiano insomma, un fiorentino per l’esattezza. Dato che mi ha consolato, la condivido con i miei amici, sicuro che a lui non dispiacerà. Se così fosse, mi perdoni.
In calce alla sua lettera, ho pubblicato il pezzo di cui parla, e che Jack Folla riscriverebbe più o meno tale e quale. Ma ecco la lettera di Rezar.
Salve!
A casa mia a Firenze mi trovo una piccola biblioteca con solo un centinaia di libri,qualcuno regalato e qualcuno comprato.Fortunatamente tra questi libri ce anche il suo “Jack l’umo della Folla” che io ho appena letto in pochissimo tempo.Le dico la verità,oggi mi vergono un pò,ma non so come, io non avevo letto ancora un libro che da qualche tempo mi trovavo in casa.La cosa bella è che oggi ho finito di leggere un libro che mi e piaciuto molto e che Le posso garantire che rimarra tra i miei preferiti.Continuo a pensare dovo potro trovare di nuovo e leggere i pensieri di Jack che sono cosi attuali oggi.
Le devo confessare una prima cosa.La parte del libro che mi e piaciuto di piu è “Scomparsi gli extracomunitari.Il nord trema”.Sarebbe quasi un bel film da fare e da mandare nelle sale dei cinema di tutta l’Italia e non solo.Per favore ci pensi bene alla possibilità di costruire un film del genere.Con questo non dico che il resto dei pensieri di Jack non siano di vitale importanza solo che queste righe per me hanno un particolare valore.Si,e vero la seconda confessione è quella che io sarei uno di quelli extracomunitari scomparsi nel suo sogno.Per pochi secondi mi sono divertito a immaginare il mio datore del lavoro a cercarmi al telefono perche non mi ero presentato al ristorante dove lavoro,insieme al pizzaiolo e al lavapiatti e ai due ragazzi che lavorano in cucina.Che risata!
Ho cominciato questa mail scrivendo “Casa Mia A Firenze”.Le spiego il perche , oggi dopo 11 anni a Firenze posso dire che io amo questa città.Penso sia una delle più belle città del mondo!Non sono in grado di dirle ancora con certezza se questa citta ama me,l’extracomunitario.Forse ricevere amore dalla città sarebbe troppo ma almeno un pò di ….. (usiamo quella parola famosa negli ultimi anni) …integrazione.Qualche volta mi e capitato di discutere delle decisioni prese dal mio primo citadino (anche se non posso votare) con tante persone che nel momento che hanno saputo che non sono fiorentino mi hanno guardato male quasi dicendomi che non ho nessun diritto di discutere,ma io sicuramente avro capito male gli sguardi dei miei interlocutori.Che risata! Comunque grazie per la sua atenzione e mi deve fare un altro favore se può,quello di non smettere mai di scrivere, parlare, urlare, gridare. Grazie
Ps.chiedo scusa per il mio italiano,lo so,non so scriverlo.

Rezar

Stanotte ho sognato che tutti, ma proprio tutti gli extracomunitari residenti in Italia, regolari e clandestini, erano spariti. Volatilizzati. Mi ero svegliato per via del gran silenzio. Il cantiere sotto casa mia era fermo. Nessun martello pneumatico, nessun sibilo di flessibile. Mi sono vestito, sono sceso a vedere. C’ era il geometra, un ragazzetto napoletano in lacrime: <<Nun’è venuto nisciuno, dottò. Qua perdiamo ‘na marea di soldi>>. E’ uscita la signora del piano di sopra, proprietaria di mezza palazzina. L’ avvocatessa cubana e i sue studenti serbi, scomparsi, ripartiti senza aver pagato l’ affitto. Meno male che si era fatta anticipare tre mesi di caparra.
M’ infilo dentro al bar. Niente caffè: il pony express congolese non l’ aveva portato. <<Vi faccio un’ acqua tonica, dottò?>> No, grazie, preferisco quattro passi; per strada quasi tutti vecchi. I filippini che li accudivano erano partiti e quelli avevano fatto come nel film Qualcuno volò sul nido del cuculo : evasi in massa ciondolavano per le strade senza guida, senza ragione. Qualcuno si è ricordato di andare a prendere la pensione. Ma allo sportello delle poste c’ era la ressa più totale: l’ Inps non pagava. Erano improvvisamente venuti a mancare tremila miliardi di contributi. Così avevano deciso di trattenere le pensioni fino a data da destinarsi.
A quel punto ho comprato i giornali. “La Repubblica” titolava: Scomparsi gli stranieri, il Nord trema.”Libero” invece:Strade pulite.”La Gazzetta del mezzogiorno” diceva che la pesca a Mazara del Vallo era finita. Tutta la città vecchia disabitata e la scuola araba aveva chiuso. Nel salernitano fallite tutte le fabbriche di pomodori pelati e salsa. Il raccolto perduto. Le pizzerie, chiuse. I pizzaioli egiziani avevano fatto fagotto.
Sono andato in trattoria, cominciavo ad aver fame. Ho chiesto un’ amatriciana, ma il cameriere mi ha fatto:<<Solo roba in bianco, la salsa è diventata merce pregiata. La serviamo sì ma quella raccolta dagli italiani. Costa il triplo e nessuno la vuole.>> Dopo un’ ora e un quarto, mi porta due bucatini in bianco: <<Vuole il parmigiano?>> <<Eccerto>> gli faccio,<<almeno quello>>.<<Guardi che anche il prezzo del parmigiano è quadruplicato, come del resto quello dei prosciutti e di tutti i prodotti di quella zona. Gli indiani sikh sono scomparsi, e nessuno, mi creda, si prendeva cura delle vacche come facevano loro. Sa, per loro sono sacre…>>.
Ho pagato e sono tornato a casa. Alla tv hanno detto che il campionato italiano di calcio era sospeso. Ze Maria,Zebina e decine di giocatori fortissimi si erano dileguati. Sensi era perfino dimagrito. Le partite scadute di qualità , gli sponsor tutti ritirati. I diritti televisivi non erano stati pagati e la federazione aveva deciso di sospendere il campionato di serie A. Tifosi inferociti. Su “Il Tempo” troneggiava un titolo:”Però adesso avremo una grande nazionale di calcio”. Scarico la posta e trovo decine di e-mail di insegnanti di ruolo messi in mobilità: ottantamila alunni delle elementari erano svaniti nel nulla, mettendo in pericolo migliaia di insegnanti…Impiegati d’ ufficio immersi in doppi e tripli lavori, cantieri edili chiusi per il 90%, cinquecentoquarantamila posti di lavoro perduti, la quasi totalità delle fabbriche metalmeccaniche costretta alla chiusura…Ma le strade….Le strade ragazzi che spettacolo. Niente capannelli pericolosi, niente copertoni bruciati, niente prostitute, spacciatori, criminali, scippatori. C’erano solo gli skinhead con le camicie verdi di ronda. Tutto regolare. Ogni tanto qualche anziano gli gridava contro, gli mostrava il braccio sinistro marchiato, ma finiva lì. Si ho intravisto anche qualche tossico e qualche barbone, qualche scippatore e qualche criminale, ma erano italiani Doc.
La ronda puliva le strade molto velocemente. Così sono entrato in chiesa, una delle duecento chiese senza più parroco. Ho chiesto a Dio di farmi svegliare. Per la prima volta nella mia vita i ha esaudito. Mi sono svegliato nel mio letto, con il rumore e le grida degli operai, la vita per le strade, l’ incredibile miracolo di nove milioni di pensionati, nel paese più straordinariamente multiculturale del mondo.
Il paese dove la pizza la fanno gli egiziani, coi pomodori raccolti dai marocchini, la mozzarella gli albanesi, il prosciutto e il parmigiano gli indiani e le acciughe le pescano i libici.
Grazie fratello di un altro paese.
Non andartene mai per carità.
Jack Folla.

RICCHI MA BRUTTI

Credo che gli italiani di oggi siano più infelici di quelli sopravvissuti all’ultima guerra e che la causa di questa bruttezza nazionale dipenda dai soldi che si sono insediati al primo posto nella scala dei valori della vita. Intendo dire che i poveri di oggi sono, a parità di condizioni economiche, molto più poveri di quelli di cinquant’anni fa. Un film del neorealismo rosa del 1957, “Poveri ma belli”, oggi dovrebbe intitolarsi “Ricchi ma brutti”. A quei tempi, infatti, ci si identificava con i poveri. Nel caso del film di Risi (scritto da Pasquale Festa Campanile, ingiustamente dimenticato) due poveri cristi bulli, amici d’infanzia, s’innamorano della stessa commessa di sartoria, che poi s’invaghirà di un terzo. Uno dei due fa il bagnino. L’altro lavora in un negozio di dischi. Nel neorealismo, compreso quello rosa, il tema è spesso il denaro, come nei film di oggi, ma ai ricchi spettano ruoli da comparse. Perché gli italiani s’identificavano con i poveri, magari ingenui, talvolta ladruncoli, comunque “belli”. I poveri erano, allora, eroi romantici. Sarà pure una magra consolazione, ma può fare la differenza. Essere poveri non era vergognoso come oggi in cui il denaro è il re della politica, della cultura e del tempo libero.
“Ricchi ma brutti” è il film dell’Italia di oggi. Il titolo e il cast sono rovesciati. I poveri non fanno neppure le comparse, sono letteralmente invisibili. I protagonisti indiscussi sono i ricchi, i sedicenti tali, e tutti quelli che, pur di avere uno scampolo di ricchezza, di potere, e “un attimino” di visibilità alla tv, venderebbero al demonio quel briciolo d’anima rimasta. Essere poveri non è più nobile o bohemienne, non è ribelle né poetico, non tenero né spaccone, non è da giovani né da vecchi, non ti concede, neppure al cinema, l’illusione della speranza. In Italia, mezzo secolo dopo, essere poveri fa schifo.
Credo che il vero cancro di questo Paese sia tutto qui. Non è un caso se i poveri votano in massa il più ricco d’Italia. La sinistra, talvolta, parla in nome dei poveri. La sinistra, talvolta, dice “qualcosa di sinistra”. Ma non è mai, mai una volta, capace di fare un “gesto” di sinistra. Neanche loro sono più poveri ma belli.
Non rimpiango le miserie dell’Italia contadina né le macerie del dopoguerra. Diffido delle ideologie politiche e religiose che hanno insanguinato il Novecento. Ma continuo a preferire un uomo senza soldi ai soldi senza un uomo. Apprezzare la ricchezza è naturale, ma ignorare il malessere interiore che cinquant’anni di benessere esteriore hanno provocato, in particolare in noi italiani, è suicida. Che il consumismo sfrenato ci abbia reso ricchi ma brutti, basta guardare la televisione per rendercene conto. E che la povertà, peraltro dilagante, non abbia più dignità, diritto di parola, rappresentanti in Parlamento, mi sembra altrettanto evidente. Ridurre tutto questo -come va di moda oggi- a un plebiscito pro o contro Berlusconi non ci porterà lontano. Può darsi, e non me lo auguro, che rimpiangeremo i nostri guai attuali. Questo cancro sta già producendo metastasi nei nostri figli. I vizi dei padri, che una volta si trasmettevano nel sangue dopo qualche salto di generazione, oggi si contagiano in tempo reale con un clic, e fanno già parte del loro Dna.
Ultimamente uno dei miei sogni ricorrenti è quello di sognare per filo e per segno quel che sta realmente accadendo nel nostro Paese. Questi “sogni realistici” mutano con le prime pagine dei giornali, ma il finale è sempre lo stesso. Una vocina consolatoria (l’unico elemento di sogno autentico) al mattino mi fa: «Hai visto? Era tutto uno scherzo!» Così mi sveglio sorridente ma giusto il tempo di realizzare che invece è tutto vero e il burlone era il sogno.
Dovrei farmi curare? Può darsi. Giuro che se avessi la ricetta la distribuirei gratuitamente. Purtroppo la medicina non ce l’ho, ma in compenso ho la ragionevole certezza di non essere il solo a vivere quest’incubo e patirne le conseguenze. Possiamo accontentarci del “mal comune mezzo gaudio”? No, e non possiamo nemmeno ridurci, come ora, ad attendere che il premier si dimetta o che vinciamo al Superenalotto. Sarei ipocrita se negassi che l’uno o addirittura entrambi i colpi di fortuna non lenirebbero il mio dolore. Passata l’euforia, temo però che il malessere di ridursi a fare le comparse di “Ricchi ma brutti”, riaffiorerebbe tale e quale.
L’Italia ha bisogno di un nuovo film, nuovi attori, nuovi autori, e soprattutto di nuovi sentimenti, nuove passioni e nuove emozioni. Avere la chiara e lucida consapevolezza di questo (e della trama scadente alla quale sono soggette le nostre vite) già sarebbe un successo, perché, comunque vada, sarebbe finalmente il nostro film e non questa rimasticatura di una storia che non ci appartiene e non ci appassiona.
Diciamocelo, comunque lo si rigiri, “Ricchi ma brutti” fa cagare.

IL VERO GOLPE

Capita a tutti di raccontare una piccola balla. Per far colpo su una conquista, per impreziosire un aneddoto, per impressionare il principale. Certe menzognette arrotondano la verità come un tubino nero snellisce una figura appesantita. Le bugie grasse, pesanti, che inducono in errore gli altri, le fandonie che possono deviare i destini e la Storia, sono equiparabili, invece, ad atti di terrorismo. Sono parole-kamikaze, camuffate di verità come un terrorista islamico vestito da prete solo per far saltare in aria una chiesa. Sono mine disseminate sul sentiero dell’inconscio collettivo.
Noi italiani viviamo immersi in un brodo mediatico minato. Quando le menzogne mediatiche esplodono, non sono i nostri brandelli di corpi a saltare per aria, ma valori, memoria storica, identità, patrimonio civile condiviso. Non c’è, purtroppo, un’associazione come Emergency che possa intervenire su queste amputazioni spirituali di massa, su questi devastanti cortocircuiti mentali. I terroristi della parola lo sanno.
In questi ultimi quindici anni la spregiudicatezza ha preso loro la mano. Ogni giorno fanno esplodere mine interiori che ci provocano disorientamento, perdita d’equilibrio, disgusto per la politica, sfiducia nelle istituzioni, oppure adesione assoluta alla campagna minatoria. Credere ai kamikaze della balla è, infatti, la scelta meno dolente, quindi la più popolare. Il dubbio nel Capo richiede uno sforzo, una resistenza, un lavoro intellettuale di conoscenza, di approfondimento, di verifica, e una capacità di reggere il dolore di vivere in un Paese ridotto in questo greve stato, che è inevitabilmente di pochi. E anche in quei pochi, ogni mattina, si agita sinuosa come una danzatrice del ventre la speranza di darsela a gambe e di espatriare.
Ieri, una sentenza ha stabilito che il nostro presidente del consiglio ha corrotto dei giudici per poter conquistare l’impero mediatico Mondadori in danno di un’azienda concorrente. Il giudice, naturalmente, potrebbe essersi sbagliato, e la legge prevede, non a caso, la possibilità di ricorrere in appello. Fatto sta che, allo stato giuridico attuale, il nostro Paese, la nostra democrazia, è guidata da un premier corruttore. È inevitabile che un uomo pubblico che ha la responsabilità di una nazione, e di questa agli occhi del mondo, debba dimettersi per salvare il salvabile del Paese che egli rappresenta, quindi di tutti noi. Al contrario, irrompono sulla scena mediatica i kamikaze istituzionali. Le mine che fanno esplodere nella coscienza civile collettiva si chiamano “progetto eversivo” e “giustizia a orologeria”. Le più alte cariche del nostro governo, cioè, ci stanno avvertendo che il vero corrotto è il giudice e che la sentenza da lui emessa rientra in un progetto eversivo per far saltare il governo. Dichiarazioni come queste, propagate attraverso i telegiornali controllati dall’imputato stesso, deflagrano nell’inconscio dei cittadini. Sono Twin Towers di valori costituzionali condivisi per più di mezzo secolo che, crollando, provocano lutti “spirituali” insanabili.
Sono “golpe” interiori che producono danni su di noi e sulle generazioni future, perché alterano il Dna di una civiltà costruita sull’osservanza delle leggi.
Il male commesso nei confronti dell’Italia e degli italiani è immenso e qualcuno dovrà pagarlo. Perché il vero danno prodotto da queste mine è profondo e, il più delle volte, inconsapevole nelle vittime che lo subiscono. Equivale a respirare per anni un invisibile gas tossico e ci sta condannando all’inciviltà.
Può darsi che il premier e i suoi kamikaze abbiano ragione, che il giudice Mesiano sia la mano militar-giuridica di un complotto “eversivo”, di uno squadrone della morte golpista, di un plotone d’esecuzione di Berlusconi e del suo governo. Se è così, lo provino nelle aule competenti. Devono provarlo però, non si sfugge. E se invece sono menzogne dovranno pagare i kamikaze della bugia di Stato e questi onorevoli terroristi verbali dovranno essere accompagnati all’uscita del Parlamento. Questo polverone mediatico sta diventando criminale. Inquina la nostra vita, le nostre famiglie, i nostri cuori. È letale. Ma una rivolta interiore è già in atto. Non ha destra o sinistra da abbattere, ed è una rivolta solo interiore perché è condivisa da gente perbene. Usare le parole come mine è un terrorismo mediatico. Che ciascuno si assuma le sue responsabilità giuridiche e penali senza farle scontare a un popolo intero.

Il Paese col sorcio in bocca

Se un uomo commette una fesseria non può dare la colpa agli altri, al destino, alle stelle o agli ebrei. Chiamatelo stile o semplicemente educazione. Non si fa. Capisco che non sono più i tempi di “Cuore”, quando i Garrone con la mano sul petto si alzavano dal banco alla fatidica domanda “Chi è stato?”, assumendosi le colpe di un altro: “Son stato io”. Ma chi viene sorpreso col sorcio in bocca (esattamente con 20 sorcine, per dirla alla Renato Zero) non dovrebbe dare la colpa alla stampa o alla Tv. Perché non si fa. E chi lo dice? La mamma, il buonsenso, la buona creanza, la coscienza, l’ovvio. In fondo basterebbe ammettere: “Ho sbagliato”. E assumersene le conseguenze.
Ieri in sette milioni -qualcuno non senza sconsolatezza- abbiamo assistito all’intervista a una escort. La sconsolatezza era dovuta alla sensazione (la certezza) che se Gesù Cristo fosse sceso una seconda volta sulla terra, ossia in televisione, perché noi viviamo nella proiezione del pianeta e non più sulla terra, Gesù risorto non avrebbe avuto la stessa audience della D’Addario.
La seconda sconsolatezza o disperanza è stato il rispettivo “lancio del sorcio”. Come ti permetti di darmi del ladro se hai rubato pure tu? Ciò è molto infantile. Perché una cosa non esclude l’altra. Si direbbe che questi uomini, oggi al potere, non abbiano avuto padri.
Il torto mio non si cancella col torto altrui. Ieri, invece, il direttore di ”Libero” e il vice del “Giornale” si dilettavano nel lancio del sorcio. I traffici di protesi (gambe e altri “pezzi umani” artificiali venduti ungendo di tette e coca i dirigenti ospedalieri pugliesi) servivano per bilanciare le notti di Palazzo Grazioli. Perché i presunti ladri sarebbero di sinistra. Che a sua volta, è ovvio, utilizza il cosiddetto “harem” del presidente del consiglio sperando nelle sue dimissioni. La sensazione (la disperanza) era questa: sembrava di essersi affacciati a una finestra sul cortile dove stanno chiassosamente giocando bambini maleducati. Noi non parteggiamo per un misfatto o per l’altro. Noi desideriamo la verità, ossìa essere informati al meglio. Lo stile del Presidente (la sua mancanza) è un fatto pubblico. Gli illeciti atroci riguardo alle protesi sono un fatto penale, oltreché pubblico. Entrambi sono legati, tuttavia, dall’identico nome: Tarantini o Tarantino? Il presidente stenta a ricordarlo. Eppure vi sarebbero molteplici intercettazioni che testimonierebbero lo scambio di telefonate (fino a venti al giorno) fra Berlusconi e Tarantini. Erano amici. Il fatto che D’Alema abbia partecipato a una cena elettorale pagata dallo stesso industriale indagato per spaccio e corruzione, non cambia nulla. Personalmente non credo affatto che D’Alema e Tarantini fossero “amici”, ma se anche l’uno fosse stato il padrino della figlia dell’altro, ciò non potrebbe né escludere né attenuare le responsabilità in capo al premier. Queste responsabilità le ha assunte con tutti noi giurando fedeltà alla Repubblica e giurando di “esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.
Interesse è la parola chiave. Qualsiasi uomo pubblico (figuriamoci il più potente) deve sapere come sia altamente probabile che egli venga avvicinato per “interesse”. Nonostante abbia 73 anni (“Ma me ne sento 35”) è inverosimile che delle ragazzine di venti se lo sognino la notte. Lo capisco, è triste, ma il mondo va’ così, e se te ne salgono venti a ballare in casa tua, o lo fanno per soldi o per interessi privati (non della Nazione). Come, per esempio, avere un “aiutino” per sbloccare una pratica edilizia.
Secondo: non dico che tu debba cenare esclusivamente con la Rita Levi Montalcini o un cardinale (al limite “la” Cardinale), ma l’altezza della carica presuppone un decoro. E prima di invitare sgallettate e sgallettati di qualsiasi risma bisognerebbe accertarsi accuratamente della loro identità. “Non sapevo che fosse una escort” (ammesso che la risposta sia onesta) dimostrerebbe una verità terribile: che il Paese è nelle mani di un ingenuo. Terzo e ultimo: (il più grave). Tarantino o Tarantini è quel che è e che ci racconteranno le inchieste della magistratura. Si può non sapere che la D’Addario sia una escort, ma è inimmaginabile che tu non sappia chi sia Tarantini. Hai i tuoi consiglieri, i segretari, la polizia, i servizi segreti, e un ministro di nome Fitto. Non puoi mica rispondere sono un brianzolo non un pugliese. Anche non volendolo sei inevitabilmente implicato in un giro di coca, di donnine facili, e di “piazzamento protesi”. Se accetti i favori di un Tarantini, dovrai restituire i favori. (Nell’interesse della Nazione?). Se accetti i favori di una escort dovrai ricompensarla. Le veline e le miss inserite nelle liste elettorali sono francamente la cosa più disperante che questo Paese abbia mai visto negli ultimi 150 anni.

Conclusione. Nella più colomba delle ipotesi siamo governati da un farlocco che si comporta né più né meno di un animatore della Valtur o un pianista di bar. (Che non hanno giurato fedeltà alla Repubblica né di osservare la Costituzione). Siamo, cioè, in presenza di un’ “animatore” (mestiere che tanti anni fa, in crociera, svolgeva con successo). Il massimo esponente della categoria non è lui, ma Fiorello. Duole dirlo, credo che Fiorello avrebbe un più alto senso dello Stato. Persino gli intrattenitori, infatti, hanno un codice deontologico. Il più celebre di tutti si chiama David Letterman. E’ un uomo sposato, ha un figlio piccolo. Ieri ha ammesso di fronte al pubblico americano (e alla sua famiglia) di aver avuto rapporti sessuali con una del suo staff. E di essere stato ricattato per questo da un impiegato di una Tv concorrente. Non è uno scherzo, è vero. Letterman non ha fatto di tutto per tentare di mettere a tacere la cosa. Si è rivolto alla polizia che gli ha fornito un assegno falso da due milioni di dollari (la richiesta del ricattatore). Si è presentato all’appuntamento con lui, gliel’ha rifilato,e così la polizia ha colto sul fatto il delinquente. Qualcuno pensa che a Letterman abbia fatto piacere rivelare al mondo di aver tradito sua moglie? Ovvio che no, eppure ha sentito il dovere, lo “stile” di farlo. Non è un presidente del consiglio ma solo un presentatore. Però è un uomo pubblico. Fa battute sui potenti. Se avesse accettato il ricatto (o semplicemente l’avesse taciuto) non sarebbe più stato “degno” (ricordate questa parola?) di svolgere il proprio mestiere. Si vede che David Letterman ha avuto un papà e una mamma. Gli hanno insegnato il rispetto che si deve agli altri prima che a se stessi. Le basi della democrazia si imparano in famiglia. Poi si cresce. A meno che a 73 anni non te ne senta 35. Allora qualcosa purtroppo è andato storto. Sei stato beccato con il dito nella marmellata (o il sorcio in bocca) da vecchio.
Non c’è un solo sorcio nella bocca di un altro che ti possa salvare.

Telegramma di servizio

Sto partendo per Los Angeles, dove ancora le domande si possono fare senza essere denunciati. Ma torno subito, (per ora), perché una delle rarissime persone che meritano stima e affetto in Italia, Gino Strada, mi ha chiesto di presentare insieme il quindicesimo compleanno di Emergency. La sera dell’11 Settembre al PalaMandela di Firenze sarò lì per un grande uomo e la sua associazione che è un motivo d’orgoglio per l’Italia. Spero di vedervi.
Sabato 19 Settembre e Domenica 20, invece, ci vedremo all’Hotel Clodio di Roma fra associati e simpatizzanti del Movimento degli Invisibili, in vista del nostro primo Congresso di Ottobre. La riunione avrà inizio alle 10:00. E’ inutile che cliccate virtualmente “mi piace”. Oppure “ci sarò”, e poi -come è già accaduto- fate sega come scolaretti. Qui si tratta di noi, faccia e cuore. Metteteceli entrambi. Non è più il momento di tapparsi in casa, tanto l’aria irrespirabile filtra dentro lo stesso, è un gas, e ci sta massacrando. Se in Tv passano la foto di un pazzo incatenato alla Statua della Libertà, nessun dubbio: o sono io o Jack. Vogliatevi bene come ve ne voglio io. Che non è poco.
H.S.