DARE E AVERE

L’Italia è un paese maleducato. Non mi riferisco al galateo o alla volgarità, che sono mali minori, ma alla maleducazione per eccellenza: l’infantile incapacità di stare al mondo. Per stare al mondo intendo la coscienza di saper distinguere fra dare e avere e fra diritti e doveri.
Nel 1961, in occasione del discorso inaugurale della sua presidenza, John F. Kennedy disse: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese». In quei giorni l’Italia festeggiava il suo primo secolo. Sono trascorsi cinquant’anni esatti ed è rimasta una bambina viziata. Il vizio nazionale più diffuso, secondo me, è l’assoluta intolleranza, individuale e collettiva, nel distinguere quel che è di tutti da ciò che è solo nostro, e nel sapere donare quel che è solo nostro per il bene di tutti.
Non abbiamo rispetto nemmeno dei nostri figli, basti pensare al mostruoso debito pubblico che lasciamo loro in eredità, all’ambiente degradato, alla nostra Storia che stravolgiamo per interessi di bottega. Non abbiamo rispetto, cioè, neppure dei nostri poveri morti. Anche quelli morti per la “Padania”.
Come tutti i bambini, compresi i più furbetti, l’Italia è una grande ingenua. Crede nelle scorciatoie, nei favori, nella spintarella. Non pensa che, alla fine dei giochi, il conto salatissimo dovrà pagarlo sempre lei, quindi noi. Soffre di onnipotenza infantile. Mentre il mondo è attraversato da rivoluzioni popolari, come quella egiziana, che potrebbero cambiare gli equilibri del pianeta, i nostri telegiornali sono dediti, con la nostra pettegola complicità, a una sorta di onanismo infantile. La matrioska berlusconiana e tutte le bamboline in essa contenute attraggono la nostra voyeristica attenzione e il nostro sdegno con potenza magica infinitamente superiore alle leggi “ad personam” o al grottesco -per una democrazia occidentale- conflitto d’interessi del nostro premier. Perché? Perché è più semplice e più morboso così. Mentre “conflitto d’interessi” è un concetto severo che per capirlo bisogna impegnarsi un pochino. Siamo indolenti. Teniamo famiglia. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Come diceva un vecchio amico mio “Siamo bestie da terza elementare”.
È proprio sulla capacità di “dare” che si misura la maturità di una persona e di un paese. Ma è già un primo passo la consapevolezza di non aver ancora dato abbastanza. Invece, sia che prendiamo come esempio l’attuale governo, sia un italiano a caso, è molto probabile che saremmo tacitati da elenchi di presunte cose fatte per gli altri o per il bene della nazione, e mai da un’ammissione di egoismo, di inadeguatezza, di colpa. Pecchiamo, cioè, di impunità.
Ma c’è di più. Se vediamo qualcuno, disinteressatamente, compiere davvero qualcosa di utile per il prossimo, in cuor nostro lo detestiamo e prima o poi lo lapidiamo. Il grave è che ciò accade, per quanto possa sembrare pazzesco, “in buona fede”. Animati da quella stessa onnipotenza infantile che ci fa ritenere sempre migliori del prossimo, più bravi e generosi.
Anche per questo è sempre più raro che ai vertici della nostra classe politica risieda un vero “migliore”. Qualcuno in grado di fare una sintesi dei diritti e dei doveri di tutti e di riformare lo Stato. Io non credo che la classe politica sia lo specchio del paese, semmai ne è quello deformante. Lo specchio che riflette il peggio di noi stessi, l’unico che siamo capaci di tollerare. Il fatto di essere stati schiavi per secoli di signori e potenze straniere si dev’essere purtroppo sedimentato nel nostro Dna. Non essendo capaci di essere signore e signori di noi stessi, deleghiamo a un Signore la gestione del nostro destino. Non a una democrazia, a un leader.
Se tutti noi, da donne e uomini veri, ci rieducassimo, se imparassimo quotidianamente a fare un bilancio, in famiglia, in ufficio, in un’associazione o in un partito, fra quello che obiettivamente diamo e ciò che prendiamo e pretendiamo, dai figli, dai colleghi, dai compagni di strada, questo nostro paese farebbe un immenso passo avanti. Non è la capacità di sdegnarsi che ci manca, né, purtroppo, ci manca il fango o il marcio per lamentarci dell’Italia, ma in concreto, noi, tu e io, che stiamo facendo per raddrizzare la schiena nostra e del paese? Domandarselo è un dovere civile.
Credo infine che lo schema che il nostro popolo ripete da decenni, come topolini sulla ruota, potrebbe essere spezzato anche con un’ultima consapevolezza. Riguarda il capro espiatorio. Questa è l’ultima risorsa della nostra vigliaccheria. Bruciare il pupazzone in piazza dopo aver strisciato al suo cospetto. Pronti a osannarne un altro destinato alla stessa fine. Forti coi deboli e deboli coi forti. Milioni di uomini sono stati immolati da altri, ne sono stati il capro espiatorio: l’olocausto degli ebrei è il più tragico di questi esempi. Ma anche piazzale Loreto lo è. Chi prese a calci il cadavere della Petacci era di certo qualcuno che aveva osannato il duce a piazza Venezia. Il capro espiatorio, lo dice la parola stessa, è l’ultimo grande inganno di un popolo infantile. Far espiare a un altro anche le proprie colpe. Ma così non si estirpa il male, lo si copre. E la Storia, puntualmente, si ripresenta proponendoci l’identico schema.
La nostra “maleducazione”, in sostanza, è una refrattarietà a diventare adulti. È come se all’Italia non fosse ancora spuntato il dente del giudizio. Che non è giudicare gli altri, ma giudicare se stessi, sapersi assumere limiti, colpe, responsabilità oggettive. Dare, almeno, quanto si è ricevuto. Mettersi in dubbio.
La nostra maleducazione è un egocentrismo indomito, un’incapacità a trasformarci in coscienza collettiva. Sappiamo solo dividerci e combatterci, in bande, in lobby, in famiglie. Noi italiani siamo primordiali, abbiamo una psiche da età della pietra, e non ce ne rendiamo neppure conto. E questo è il danno più grave.
Perciò, cinquant’anni dopo, dobbiamo rimboccarci le maniche e ricominciare dalla pagina uno del sillabario della civiltà. Quella preceduta dal distico di Kennedy: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese». Tutti noi, umilmente, dobbiamo cominciare a chiedercelo. Non sarà certo la caduta di Berlusconi, prima o poi, a risolvere la nostra atavica refrattarietà a trarre un bilancio individuale e politico fra il nostro dovere di dare e il susseguente diritto di avere.

Il nuovo Muro

Fracassare bancomat, incendiare automobili, lanciare petardi, sampietrini, bombe carta, accerchiare in trenta un autoblindo con due sventurati poliziotti all’interno e rischiare che diventino tizzoni ardenti, sono azioni infami e mai niente le giustificherà. Ma è altrettanto infame occuparsi dei giovani solo quando vanno a fuoco le città. È come se si invitassero i più scalmanati a ripetere le loro gesta per ottenere udienza e uno straccio di notorietà. Sono due anni che sfilano pacificamente per le strade e non frega niente a nessuno. Li hanno trattati da minoranze imbecilli e indolenti, è stato detto loro che i veri giovani sarebbero quelli che stanno a casa a studiare, invece di ringraziarli per essere ancora vivi e reattivi, magnificamente capaci di scendere in piazza in questo cimitero virtuale per ricordarci che esistono e sono disperati.
Ne hanno mille e uno motivi. Ma un potere tutta pancia e niente testa o anima, un parlamento in cui dettano legge gli scilipoti e una maestrina dalla testa a martello come il prof di The Wall, sono la banda della Magliana della cultura, della politica, dell’arte dell’ascolto. È un Muro di omertà, di connivenze oscene, di mediocrità criminale. A molti di noi –che leggevamo Camus, Sartre, Pasolini e “Todo Modo” di Sciascia- questo parlamento ci ha fatto rimpiangere persino la democrazia cristiana, perché qualche fessura, qualche crepa, una breccia per la quale passare, la lasciava. E Aldo Moro (che all’epoca trovavo noiosissimo) oggi lo venererei come un santino e penderei dalle sue labbra. Perché osteggiare un Moro o un Berlinguer per ritrovarsi uno Scilipoti o un Calearo è la cosa più conturbante che possa capitare a una generazione.
Questo Muro di oggi è intonso come la fronte degli idioti, non sente ragioni né prova di sé pena o vergogna, al contrario, è compiaciuto della propria ineffabile tenuta, delle proprie prebende e immunità, dei posti pubblici elargiti ad amanti e parenti, si pavoneggia delle proprie schifezze, se ne vanta in barzellette da commendatore ai Caraibi. Le “zone rosse” che il Muro di oggi protegge sono ben altre che lo spazio antistante Montecitorio. Il Muro di oggi protegge le zone rosse interiori di chi era al potere in questi vent’anni e non ha mosso un dito perché era scomodo farlo. Perché non gli conveniva. Perché era ricattato dai propri scheletri custoditi negli armadi di qualcun altro, e viceversa. Detesto fare di tutta l’erba un fascio, ma chi oggi comanda, in Italia, non può non essersi già venduto a tutto. E chi ha ancora dei valori, chi è trasparente, chi ascolta, chi si dona, non può che fare la fame. Ci saranno solo rare e fortuite eccezioni.
Se io fossi un giovane nato negli anni Ottanta e Novanta, se l’unica forma di democrazia da me conosciuta fosse il berlusconismo e –da qualche giorno- il suo inevitabile epigono, lo scilipotismo, se avessi giocato coi mostri e con la play, avessi ciucciato latte Mediaset e Bruni Vespa Horror Show, se ogni santo giorno della mia giovinezza avessi sentito al Tg che la mafia e la camorra vincono, che la più cialtrona furbizia in questo paese ha la meglio, e i soldi, l’arroganza e la prepotenza sono l’unico valore che rende un uomo “nobile” e la vita degna di essere vissuta (il resto è utopia adolescenziale -dicono i furbi-cioè polvere e merda) e se oggi mio padre cassintegrato non potesse comprarmi il cellulare che pubblicizzano alla tele o mia madre insegnante precaria non potesse più allungarmi cinquanta euro per sfondarmi di birra con gli amici, be’, lo confesso, sarei più incazzato di loro, anche perché sarei privo di quegli strumenti di conoscenza che a noi aiutavano a temperare la rabbia e a reggere la complessità dell’esistenza: noi leggevamo, ma se avessimo avuto la tv e la play avremmo certamente letto ancora meno di questi ragazzi che andrebbero ascoltati per ore e giorni interi, in silenzio religioso, perché questi ragazzi sono l’unico futuro che ci fa un po’ sperare, l’ultimo meraviglioso sussulto di una civiltà spenta.
Non si debbono assaltare i palazzi della democrazia, ma non si può pretendere che in un regime scilipotico non accada una rivolta. È ipocrita e soprattutto idiota. Chiunque veda quegli omini lì si sente giustificato a lanciare il proprio stuzzicadenti. Come si fa a non capirlo? Come puoi pretendere che la gente crepi di fame in un cantuccio vedendosi governata da gente di questo livello? Auguriamoci che qualche testa pensante sospenda la riforma universitaria e si apra al dialogo col movimento studentesco, o si moltiplicheranno le zone rosse e quel che resta del confronto democratico finirà come le immondizie napoletane, per le strade e solo per le strade.
Per vent’anni avete insegnato ai giovani che non esiste altro valore che il denaro. Una crisi economica violentissima ha reso povera la maggioranza degli italiani. Non essendoci più altri valori di riferimento sta montando una rabbia devastante. Se i politici non lo capiscono, poveri noi. Ieri, ad Annozero, avrei voluto sentire i giovani studenti invitati. Ma non è stato possibile capire le loro ragioni. Gli “adulti” li interrompevano in mille modi, minacciosi o bonari, pretendendo da loro che si smarcassero dalla violenza, senza capire la portata incendiaria e violenta delle loro personali “zone rosse”. C’era bisogno di silenzio e di ascolto, invece di questa esibizione d’immaturità decrepita davanti ai nostri figli. Un’altra occasione mancata. Un’altra esibizione del nuovo inossidabile Muro.

Notizie dell’uomo?

La Corea del Nord (sponsor la Cina) e la Corea del Sud (allenatore Obama) rischiano di farsi guerra. Mi ricordano vecchi giorni infantili (Kennedy e Cuba) poi la prima giovinezza (Vietnam) infine la lunga guerra fredda Usa-Urss. Il tramonto dell’Occidente si vede anche da questo, oggi anche la guerra l’inventano in Asia. In Italia, intanto, Gianni Letta, il cardinale Mazzarino del Berlusconiglio, è costretto ad annunciare lui, a noi italiani, con un anno e rotti di ritardo, che la crisi c’è eccome se c’è, e rischiamo di far la fine della Grecia. Il Berlusconiglio non ha avuto nemmeno il coraggio di confessare che il suo ottimismo da venditore di spazzole era tutta fuffa, e lascia al suo cardinale l’ingrato compito di comunicarci uno straccio di verità. Che le nostre tasche (quelle dove loro non ficcherebbero mai le mani, e come no?) avevano appreso già da un paio d’anni.
La notizia più buia di questi giorni è però questa: lo scandalo delle case a sbafo di Scajola e della cricca non ha provocato che qualche muggito dal popolo bue. Questo bue che siamo diventati, tutt’altro che “pio”, e che perfino quel trombone del Carducci farebbe fatica ad amare, non si rivolta neppure a calci. Si rumina perfino l’ortica degli attici a due lire e delle ville-mazzetta della cricca, continuando a lasciarsi macellare. Solo dieci anni fa ci sarebbero state le piazze gremite perché è intollerabile sentirli cianciare in Tv da due anni di “povera gente che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese”, mentre si scambiano palazzi, appalti e marchette. Lo scandalo è che la maggioranza di questo paese è più Berlusconiglia di lui: ne invidia miliardi, potere, ragazze scosciate. Ma sono Berlusfigati. Non t’amo pio bove, carne da mattatoio.
Mentre i tonni rossi sono in via di estinzione come le tartarughe marine e i grandi albatros, (per non parlare delle aquile) i buoi sono in crescita e spalmano i loro chiapponi sui divani davanti alla Tv che li forgia tutti uguali, marron come i tinelli delle cucine Foppa Pedretti.
A quando la notizia che in Italia è tornata a vivere l’antica specie estinta? A quando l’annuncio che nel nostro Paese è ritornato l’uomo?

Aumma-aumma

Sto insegnando “Scrittura radiofonica” a cinquanta neolaureati per un master all’Università Luiss. Un’esperienza affascinante, loro sono molto attenti e sensibili e mi rivolgono domande intelligenti. L’unico problema è che se gli insegno a essere autori veri, professionalmente e spiritualmente, in Italia ci troveremo cinquanta disoccupati in più. Per lavorare e portare a casa la pagnotta gli suggerirò, al termine del mio corso, un master in mezzecalze e un corso integrativo in “aumma-aumma”. E la Rai gli spalancherà le braccia.job-wanted

I NOSTRI EROI (Discorso dal palco di Emergency)

Discorso per Emergency, Roma, piazza San Giovanni, sabato 17 Aprile

«I NOSTRI EROI«

Mi chiamo Diego Cugia, detto Jack Folla, facevo l’autore, lo facevo alla radio e alla Tv, fondai un movimento, “Gli invisibili”, talmente invisibili che se ne vedono pochissimi, parlo di me al passato, sono estinto come le foche monache o le betulle nane, da più di tre anni non posso mettere piede in una radio o in una televisione di questo Reame, sono estinto perché qualcuno ha usato l’estintore, infatti certe parole bruciano, lasciano ustioni sulla coscienza e le ustioni son brutte da vedere, e allora bisogna spegnerle le parole, come si fa per estinguere le fiamme.

Estintore e silenziatore sono gli strumenti della dittatura mediatica, di questo fascismo sottile, i nuovi pompieri del potere hanno sostituito manganello e olio di ricino, oggi non serve spedire i dissidenti al confino, da noi basta e avanza un clic, una lucetta rossa che si spegne, uno studio radiofonico vuoto, buio, un microfono col cappuccio, non sei più in onda, così sei isolato, sei zombie. E “Zombie” è stato il titolo del mio ultimo programma alla radio, Radio24, perché a Radiorai mi avevano già estinto, adesso sono definitivamente scomparso, amen. Io non sono un eroe, né un martire, ero solo un italiano che parlava con sincerità.

Da bambino mio nonno alla domenica mi portava lassù, sulla terrazza del Pincio. Mi portava a vedere il teatrino di Pulcinella. Pulcinella veniva preso a manganellate in testa dal carabiniere e moriva. E da morto strillava: “A carabiniè!” Dio mio quanto mi piaceva questa battuta. Allora il carabiniere gli diceva: “Zitto, sei morto, e i morti non parlano.” E Pulcinella rispondeva: “E io voglio parlà!” Ecco, oggi Gino Strada mi ha risorto e io voglio parlà. Ma non di me, chi se ne fotte di me, l’io fa schifo, io-io-io il raglio dell’asino, no, voglio parlare delle parole, che in Italia non sono più quelle di una volta, come mio nonno diceva delle stagioni. Per esempio proprio queste: le parole martire o eroe.

Un mercenario armato fino ai denti, con un elevato ingaggio economico, che veniva ucciso in zona di guerra, un tempo era un soldato professionista morto nell’espletamento del suo dovere. Che nel caso di un soldato è il dovere di uccidere. Un mestiere (per questo li pagano tanto) che mette in conto l’eventualità contraria, quella di essere ucciso. Da noi, invece, oggi un mercenario morto in guerra armato fino ai denti è un eroe.

Ai tempi in cui nonno mi portava a vedere Pulcinella, -mio nonno era siciliano- mi educava al concetto che i mafiosi erano gentaccia, mala pianta, delinquenti. Oggi il genitore politico di tutti noi italiani, il presidente del consiglio, ci educa al concetto che un mafioso di nome Mangano è un eroe.

Ma da qualche giorno, in Italia, è accaduto qualcosa di clamoroso, qualcosa che ha scombinato definitivamente il mio sistema di valori, tanto che mi sto rivoltando nella tomba. (Tra parentesi sono sepolto qui a Roma, se volete portarmi un fiore sto in via Salaria, a Villa Ada, la prima panchina a destra). Che vi stavo dicendo? Ah si. Il fatto clamoroso. Prima però devo fare una doverosa premessa. Come tutti gli scrittori io ero un narcisista di merda. E’ brutto, è puzzolente essere narcisisti, e ci sono cascato anche stavolta, da resuscitato, porca pupazza l’ho rifatto, vi ho parlato di me, di mio nonno, di Pulcinella e di quella cosa perduta che amo più di una donna perduta: la radio. Ma proprio perché ho questo difetto…proprio perché sono un narcisista, un egoista… io amo chi ama gli altri. Io amo chi si dona. Chi rischia la propria vita per salvare quella degli altri, ecco, quello per me è un eroe. Un faro, un esempio, un modello da imitare.
E per tutta la vita mi sono schiaffeggiato dicendo “Impara da questi, scordati del tuo stupido te stesso, donati, datti agli altri e poi dimenticalo.”

C’è un bellissimo verso di un poeta francese, René Char, dedicato agli scrittori, che dice “Affrettati a trasmettere la tua parte di meraviglioso, di ribellione, di amore, e poi disperditi con la polvere. Nessuno saprà la vostra unione.”

Fine della premessa. Allora cos’è successo di nuovo, di clamoroso in Italia? Quale altra parola ha mutato radicalmente senso? Una delle nostre più belle parole, una di quelle che gli italiani dovrebbero lucidare come l’argenteria di casa: volontario. Volontario: il contrario del narcisista.

Fra i miei ricordi di zombie ce n’è uno che mi è particolarmente caro. Quand’ero Jack Folla una ragazza chiese d’incontrarmi prima di partire da volontaria per un Paese africano. Venne a trovarmi qui a Roma. Aveva appena 19 anni, dei sandali da frate, una gonnellina a fiori, e degli occhi così azzurri che il cielo stesso, a guardarli, si sarebbe dovuto vergognare. Stava partendo per andare a dare una mano in un ospedale dei padri comboniani. “Ma vai così, a Fiumicino, adesso, da sola?” Questa piccola infermiera fece la faccia di chi scende un momento da casa per prendere il latte. “Certo. Perché?” E’ morta di Ebola pochi mesi dopo. E in Italia lo sappiamo in tre: il suo ragazzo, sua mamma e io.

Anche per questo, da allora, sono amico di Emergency. Perché stimo queste persone nate per donarsi che poi si sperdono con la polvere, in un’unione di fuoco. E non c’è estintore che tenga. Le loro vite sono grandi notizie accese eternamente che la televisione non ci dà, ma che ci colmano di senso la vita. Perché sono le loro vite che ci danno forza. A me per esempio, da’ forza che esista Gino Strada, e migliaia e migliaia di volontari di Emergency e che ci siate tutti voi, per loro, in questa piazza. Ho dunque appreso dalla televisione italiana che anche questa parola, volontario, nel loro nuovo vocabolario, è cambiata. Ho sentito un ministro, appena saputa la notizia dei tre operatori di Emergency portati via dai servizi segreti afghani (perché, secondo loro, stavano ordendo un attentato), un ministro che ha detto, qualora la notizia si fosse rivelata vera, che si sarebbe vergognato di essere italiano, laddove non si era affatto vergognato di proclamare eroe un mercenario armato fino ai denti. La novità di oggi, quindi, il nuovo sinonimo italiano, è che i volontari sono “terroristi”. I mafiosi eroi di cui vantarsi, i mercenari martiri di cui andare orgogliosi, e i volontari di Emergency terroristi di cui vergognarsi. Neanche Pulcinella l’avrebbe sparata così grossa. Ma in Tv l’hanno confermata: “I tre volontari hanno confessato! HANNO CONFESSATO!”. Chirurghi bombaroli. Non ci si crede. Anche le cazzate non sono più quelle di una volta.

L’altra sera, ad Annozero c’era coso, non mi ricordo mai il nome, quello che si chiama come il burro danese che ho in frigorifero: Lutpak. Ah, no, Luttwak. Ecco Luttwak- faccia- da- burro ha dichiarato che tutte le Ong, le organizzazioni non governative che sfamano le popolazioni in fuga dalle zone di guerra, sono colpevoli di prolungare la guerra. In sostanza il concetto era il seguente: se tu li sfami, invece di lasciarli morire, (che la guerra finirebbe per mancanza di gente da ammazzare), tu, si proprio tu, buona e brava organizzazione umanitaria, sei una guerrafondaia! Se noi paesi occidentali siamo costretti a prolungare la guerra, che adesso si chiama missione di pace, la colpa è tua che ci sfami le nostre vittime e ce le rinvigorisci! Erano mezzi zombie, e tu che mi combini? tu me li fai risorgere davanti così io sono costretto a sparargli di nuovo per colpa tua. Cristo!

E’ proprio vero, caro nonno: le parole non sono più quelle di una volta. Noi sì. Invecchiati, ingrassati, mezzivivi e mezzi morti, noi continuiamo a pensarla con la spietata, celeste franchezza di quando eravamo bambini.

Da adulto, i miei Tremal-Naik, Nembo Kid e Flash Gordon, i miei eroi, sono diventati quelli di Emergency, gli uomini che si danno nell’anonimato, i non narcisisti, quelli che si donano agli altri, salvano la loro vita e si disperdono con la polvere. E io sto con loro. Sono loro i miei eroi, i miei monumenti di polvere che nessuno vede. Non hanno medaglie, né funerali di Stato. I politici li detestano perché questi medici custodiscono la più atroce delle verità: in guerra muoiono più bambini che soldati. E questa è una di quelle notizie che non deve mai arrivare alla pancia degli italiani che si informano in Tv. La loro pancia dev’essere piena di burro Luttwak. Di eroi a rovescio. Di parole tradite. Di guerre chiamate pace per cui nessuno deve vederne il sangue. Perciò fuori dalle palle i giornalisti, le telecamere, i fotoreporter, i volontari e adesso anche i chirurghi che ricuciono quel che noi, missionari di pace, abbiamo fatto a brandelli. Se lo dici, se parli, sei isolato, sei morto. Statevi tutti zitti e buoni davanti alla Tv. Vi diremo noi, a cose fatte, chi era il buono e chi era il cattivo.
Io non sto zitto, voglio parlare da morto come Pulcinella, non sto buono, non mangio il burro cattivo, e non guardo la Tv. Io sto con Emergency.
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CONFESSO, L’HO RIFATTO

«Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?» All’uscita hanno protestato molti dei miei condomini. Casa buffa, la nostra. Ci chiamiamo tutti con identico nome e cognome. Perché non siamo una persona normale, noialtri. Io non ho un “io” ma un condomin-Io. E il giorno delle elezioni c’è sempre una gazzarra, un braccio di ferro fra gli “ii” astensionisti e gli “ii” che pretendono di esercitare comunque il loro diritto-dovere civile di voto. Avevo smesso di votare da un paio d’anni, mi ha ripreso il vizio, è peggio del fumo. Stamattina avrei barrato una scheda dopo l’altra. Malauguratamente me ne hanno concesso una sola. Poca roba per un compulsivo, ma era comunque un lenzuolone, me lo sono fatto durare, sarò rimasto in cabina sei o sette minuti buoni.
«Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?» Semplice, mi hanno convinto. Chi, gli “ii” responsabili? No, gli irresponsabili. Anzi, uno solo, lui. Mi ha gettato dal letto ordinandomi di andare a votare il grande io addormentato di questo paese.
Al seggio ero il primo (non avevo aggiornato l’ora legale). Ho atteso tre quarti d’ora. Si è scatenata un’altra gazzarra condominiale, ma più docile, più arresa. La scelta dei miei io era fra Pd e Idv. Veramente possiedo (sono posseduto) anche da un io rivoluzionario. Ma quello stamattina era incazzato rosso perché i giornali di tutto il mondo hanno pubblicato la foto del subcomandante Marcos senza passamontagna. Risultato? Tragico, Marcos ha una faccia da scemo. Ma no, dai, scherzo.

Dunque: Bersani o Di Pietro? Il primo non è uno statista, potrebbe essere un medico di famiglia o l’avvocato di fiducia degli zii, però è onesto, potrei uscirci a cena. Con Di Pietro non ci andrei a cena, però gli va riconosciuto un “antiberlusconismo perfetto”, come la tempesta. Ma sull’onestà di molti dei suoi deputati nutro qualche ragionevole dubbio. In entrambi i casi, roba da turarsi il naso. Ma io sono un italiano di sinistra che non ha più naso a forza di turarselo, me lo sono stritolato, ormai sotto gli occhi ho un buco, come i teschi. E allora «Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?». Uffa, statevi zitti, basta. Ho votato Pd innanzitutto per la Bonino (ma non dimentico quando i radicali erano alleati con Berlusconi). È una donna che stimo e l’intervento stonato della Chiesa contro l’aborto, a una settimana dalle elezioni, è stata la prima molla che mi ha fatto scendere dal letto. È stata una mossa sleale, se non schifosa, questa dei preti, non potevo astenermi dal ribattere con il mio voto a chi, abusando della propria autorità spirituale sui fedeli, attacca una donna “colpevole” di aver ridotto gli aborti clandestini. Alla faccia delle mammane e di una folla di ginecologi che si facevano pagare migliaia di euro in nero praticando l’aborto la domenica nei loro studi privati.
E poi «Perché l’ho fatto?» Le ragioni sono tante e tutte hanno un nome. Si chiamano Minzolini, Masi, Fede, e il re delle loro protesi, Gianpaolo Tarantini, spacciatore di festini a Palazzo Grazioli più mezzo elenco telefonico nazionale di lustrascarpe. Nel nostro condominio non siamo santarellini e ne abbiamo viste di tutte e di più. Ma le telefonatine di questa gentarella al potere per far fuori Santoro e ossequiare i desiderata del Capo fanno davvero schifo. I “comunisti” non si comporterebbero ugualmente? Può darsi, fatto sta che non sono un qualunquista e non credo affatto che siano tutti uguali. Centrodestra e centrosinistra hanno molti vizi trasversali ma non sono identici. Se fosse vero, questi anni terribili sarebbero uguali a quelli trascorsi. Purtroppo non è andata così. Purtroppo stiamo molto peggio. Anche nel mio condominio la vita è cambiata, non posso più lavorare alla radio della Rai che era la mia passione professionale, oserei dire il mio amore. E sia pure un tempo non era facile ottenere un microfono, adesso è impossibile. E credi che i “tuoi” ti farebbero lavorare? No, e l’hanno già dimostrato, ignorandomi, ma come questi, mai. Chiusa la parentesi personale. Si vota per il paese e non per se stessi.
Ma lo gnomo delle televisioni ha incantato la povera gente e il paese si è addormentato. Non so chi ha visto l’ultima intervista a Mario Monicelli. Non la penso da buonista come Santoro. Credo che quando l’antico regista ha dichiarato che in Italia non c’è mai stata una rivoluzione, e cioè che il nostro popolo, invaso da sempre, non ha mai avuto il coraggio di farla, bene, io credo che Monicelli intendesse proprio rivoluzione. Questa parola è bellissima e da noi si ha vergogna di pronunciarla. Nella nostra famiglia (il mio condominio storico) ci sono stati tredici ragazzi morti per il Risorgimento e l’indipendenza d’Italia. A suo modo fu una rivoluzione. E non ci fa vergogna il sangue versato anzi ci onora. Quindi anch’io la penso così, come Monicelli, senza nasconderlo. Sono andato a votare, ma credo fermamente che questo paese avrebbe bisogno di una rivoluzione, come è stata necessaria quella francese o la guerra civile americana. Quella delle coscienze non basta più.
Vizio

LA LETTERA DI REZAR

Pochi istanti fa ho ricevuto una mail. Avevo appena visto al TG 3 l’imbarazzo dipinto sul faccino del ministro svizzero della giustizia, per il referendum anti-minareti. Alla Tv svizzera la pubblicità al referendum aveva vinto con immagini come questa: una valle verde con mucche, con dei missili a testata nucleare che sbucano da sottoterra deturpando il paesaggio, no, quasi missili: minareti “atomici”.
Con infinita compassione -una dose da mucca svizzera per tacitare la rabbia- ho poi visto il faccione di un leghista nostrano che gongolava per la vittoria dei razzisti svizzeri, e annunciava a sua volta di voler indire un referendum miserabile come l’altro, e di voler apporre una croce bianca sulla nostra bandiera. Una dichiarazione che ti faceva venire voglia di chiamare la croce rossa. Per ricoverarlo.
Sono tornato di qua, al Pc, e come dicevo ho trovato questa mail di un lavoratore straniero da anni e anni in Italia, un italiano insomma, un fiorentino per l’esattezza. Dato che mi ha consolato, la condivido con i miei amici, sicuro che a lui non dispiacerà. Se così fosse, mi perdoni.
In calce alla sua lettera, ho pubblicato il pezzo di cui parla, e che Jack Folla riscriverebbe più o meno tale e quale. Ma ecco la lettera di Rezar.
Salve!
A casa mia a Firenze mi trovo una piccola biblioteca con solo un centinaia di libri,qualcuno regalato e qualcuno comprato.Fortunatamente tra questi libri ce anche il suo “Jack l’umo della Folla” che io ho appena letto in pochissimo tempo.Le dico la verità,oggi mi vergono un pò,ma non so come, io non avevo letto ancora un libro che da qualche tempo mi trovavo in casa.La cosa bella è che oggi ho finito di leggere un libro che mi e piaciuto molto e che Le posso garantire che rimarra tra i miei preferiti.Continuo a pensare dovo potro trovare di nuovo e leggere i pensieri di Jack che sono cosi attuali oggi.
Le devo confessare una prima cosa.La parte del libro che mi e piaciuto di piu è “Scomparsi gli extracomunitari.Il nord trema”.Sarebbe quasi un bel film da fare e da mandare nelle sale dei cinema di tutta l’Italia e non solo.Per favore ci pensi bene alla possibilità di costruire un film del genere.Con questo non dico che il resto dei pensieri di Jack non siano di vitale importanza solo che queste righe per me hanno un particolare valore.Si,e vero la seconda confessione è quella che io sarei uno di quelli extracomunitari scomparsi nel suo sogno.Per pochi secondi mi sono divertito a immaginare il mio datore del lavoro a cercarmi al telefono perche non mi ero presentato al ristorante dove lavoro,insieme al pizzaiolo e al lavapiatti e ai due ragazzi che lavorano in cucina.Che risata!
Ho cominciato questa mail scrivendo “Casa Mia A Firenze”.Le spiego il perche , oggi dopo 11 anni a Firenze posso dire che io amo questa città.Penso sia una delle più belle città del mondo!Non sono in grado di dirle ancora con certezza se questa citta ama me,l’extracomunitario.Forse ricevere amore dalla città sarebbe troppo ma almeno un pò di ….. (usiamo quella parola famosa negli ultimi anni) …integrazione.Qualche volta mi e capitato di discutere delle decisioni prese dal mio primo citadino (anche se non posso votare) con tante persone che nel momento che hanno saputo che non sono fiorentino mi hanno guardato male quasi dicendomi che non ho nessun diritto di discutere,ma io sicuramente avro capito male gli sguardi dei miei interlocutori.Che risata! Comunque grazie per la sua atenzione e mi deve fare un altro favore se può,quello di non smettere mai di scrivere, parlare, urlare, gridare. Grazie
Ps.chiedo scusa per il mio italiano,lo so,non so scriverlo.

Rezar

Stanotte ho sognato che tutti, ma proprio tutti gli extracomunitari residenti in Italia, regolari e clandestini, erano spariti. Volatilizzati. Mi ero svegliato per via del gran silenzio. Il cantiere sotto casa mia era fermo. Nessun martello pneumatico, nessun sibilo di flessibile. Mi sono vestito, sono sceso a vedere. C’ era il geometra, un ragazzetto napoletano in lacrime: <<Nun’è venuto nisciuno, dottò. Qua perdiamo ‘na marea di soldi>>. E’ uscita la signora del piano di sopra, proprietaria di mezza palazzina. L’ avvocatessa cubana e i sue studenti serbi, scomparsi, ripartiti senza aver pagato l’ affitto. Meno male che si era fatta anticipare tre mesi di caparra.
M’ infilo dentro al bar. Niente caffè: il pony express congolese non l’ aveva portato. <<Vi faccio un’ acqua tonica, dottò?>> No, grazie, preferisco quattro passi; per strada quasi tutti vecchi. I filippini che li accudivano erano partiti e quelli avevano fatto come nel film Qualcuno volò sul nido del cuculo : evasi in massa ciondolavano per le strade senza guida, senza ragione. Qualcuno si è ricordato di andare a prendere la pensione. Ma allo sportello delle poste c’ era la ressa più totale: l’ Inps non pagava. Erano improvvisamente venuti a mancare tremila miliardi di contributi. Così avevano deciso di trattenere le pensioni fino a data da destinarsi.
A quel punto ho comprato i giornali. “La Repubblica” titolava: Scomparsi gli stranieri, il Nord trema.”Libero” invece:Strade pulite.”La Gazzetta del mezzogiorno” diceva che la pesca a Mazara del Vallo era finita. Tutta la città vecchia disabitata e la scuola araba aveva chiuso. Nel salernitano fallite tutte le fabbriche di pomodori pelati e salsa. Il raccolto perduto. Le pizzerie, chiuse. I pizzaioli egiziani avevano fatto fagotto.
Sono andato in trattoria, cominciavo ad aver fame. Ho chiesto un’ amatriciana, ma il cameriere mi ha fatto:<<Solo roba in bianco, la salsa è diventata merce pregiata. La serviamo sì ma quella raccolta dagli italiani. Costa il triplo e nessuno la vuole.>> Dopo un’ ora e un quarto, mi porta due bucatini in bianco: <<Vuole il parmigiano?>> <<Eccerto>> gli faccio,<<almeno quello>>.<<Guardi che anche il prezzo del parmigiano è quadruplicato, come del resto quello dei prosciutti e di tutti i prodotti di quella zona. Gli indiani sikh sono scomparsi, e nessuno, mi creda, si prendeva cura delle vacche come facevano loro. Sa, per loro sono sacre…>>.
Ho pagato e sono tornato a casa. Alla tv hanno detto che il campionato italiano di calcio era sospeso. Ze Maria,Zebina e decine di giocatori fortissimi si erano dileguati. Sensi era perfino dimagrito. Le partite scadute di qualità , gli sponsor tutti ritirati. I diritti televisivi non erano stati pagati e la federazione aveva deciso di sospendere il campionato di serie A. Tifosi inferociti. Su “Il Tempo” troneggiava un titolo:”Però adesso avremo una grande nazionale di calcio”. Scarico la posta e trovo decine di e-mail di insegnanti di ruolo messi in mobilità: ottantamila alunni delle elementari erano svaniti nel nulla, mettendo in pericolo migliaia di insegnanti…Impiegati d’ ufficio immersi in doppi e tripli lavori, cantieri edili chiusi per il 90%, cinquecentoquarantamila posti di lavoro perduti, la quasi totalità delle fabbriche metalmeccaniche costretta alla chiusura…Ma le strade….Le strade ragazzi che spettacolo. Niente capannelli pericolosi, niente copertoni bruciati, niente prostitute, spacciatori, criminali, scippatori. C’erano solo gli skinhead con le camicie verdi di ronda. Tutto regolare. Ogni tanto qualche anziano gli gridava contro, gli mostrava il braccio sinistro marchiato, ma finiva lì. Si ho intravisto anche qualche tossico e qualche barbone, qualche scippatore e qualche criminale, ma erano italiani Doc.
La ronda puliva le strade molto velocemente. Così sono entrato in chiesa, una delle duecento chiese senza più parroco. Ho chiesto a Dio di farmi svegliare. Per la prima volta nella mia vita i ha esaudito. Mi sono svegliato nel mio letto, con il rumore e le grida degli operai, la vita per le strade, l’ incredibile miracolo di nove milioni di pensionati, nel paese più straordinariamente multiculturale del mondo.
Il paese dove la pizza la fanno gli egiziani, coi pomodori raccolti dai marocchini, la mozzarella gli albanesi, il prosciutto e il parmigiano gli indiani e le acciughe le pescano i libici.
Grazie fratello di un altro paese.
Non andartene mai per carità.
Jack Folla.

RICCHI MA BRUTTI

Credo che gli italiani di oggi siano più infelici di quelli sopravvissuti all’ultima guerra e che la causa di questa bruttezza nazionale dipenda dai soldi che si sono insediati al primo posto nella scala dei valori della vita. Intendo dire che i poveri di oggi sono, a parità di condizioni economiche, molto più poveri di quelli di cinquant’anni fa. Un film del neorealismo rosa del 1957, “Poveri ma belli”, oggi dovrebbe intitolarsi “Ricchi ma brutti”. A quei tempi, infatti, ci si identificava con i poveri. Nel caso del film di Risi (scritto da Pasquale Festa Campanile, ingiustamente dimenticato) due poveri cristi bulli, amici d’infanzia, s’innamorano della stessa commessa di sartoria, che poi s’invaghirà di un terzo. Uno dei due fa il bagnino. L’altro lavora in un negozio di dischi. Nel neorealismo, compreso quello rosa, il tema è spesso il denaro, come nei film di oggi, ma ai ricchi spettano ruoli da comparse. Perché gli italiani s’identificavano con i poveri, magari ingenui, talvolta ladruncoli, comunque “belli”. I poveri erano, allora, eroi romantici. Sarà pure una magra consolazione, ma può fare la differenza. Essere poveri non era vergognoso come oggi in cui il denaro è il re della politica, della cultura e del tempo libero.
“Ricchi ma brutti” è il film dell’Italia di oggi. Il titolo e il cast sono rovesciati. I poveri non fanno neppure le comparse, sono letteralmente invisibili. I protagonisti indiscussi sono i ricchi, i sedicenti tali, e tutti quelli che, pur di avere uno scampolo di ricchezza, di potere, e “un attimino” di visibilità alla tv, venderebbero al demonio quel briciolo d’anima rimasta. Essere poveri non è più nobile o bohemienne, non è ribelle né poetico, non tenero né spaccone, non è da giovani né da vecchi, non ti concede, neppure al cinema, l’illusione della speranza. In Italia, mezzo secolo dopo, essere poveri fa schifo.
Credo che il vero cancro di questo Paese sia tutto qui. Non è un caso se i poveri votano in massa il più ricco d’Italia. La sinistra, talvolta, parla in nome dei poveri. La sinistra, talvolta, dice “qualcosa di sinistra”. Ma non è mai, mai una volta, capace di fare un “gesto” di sinistra. Neanche loro sono più poveri ma belli.
Non rimpiango le miserie dell’Italia contadina né le macerie del dopoguerra. Diffido delle ideologie politiche e religiose che hanno insanguinato il Novecento. Ma continuo a preferire un uomo senza soldi ai soldi senza un uomo. Apprezzare la ricchezza è naturale, ma ignorare il malessere interiore che cinquant’anni di benessere esteriore hanno provocato, in particolare in noi italiani, è suicida. Che il consumismo sfrenato ci abbia reso ricchi ma brutti, basta guardare la televisione per rendercene conto. E che la povertà, peraltro dilagante, non abbia più dignità, diritto di parola, rappresentanti in Parlamento, mi sembra altrettanto evidente. Ridurre tutto questo -come va di moda oggi- a un plebiscito pro o contro Berlusconi non ci porterà lontano. Può darsi, e non me lo auguro, che rimpiangeremo i nostri guai attuali. Questo cancro sta già producendo metastasi nei nostri figli. I vizi dei padri, che una volta si trasmettevano nel sangue dopo qualche salto di generazione, oggi si contagiano in tempo reale con un clic, e fanno già parte del loro Dna.
Ultimamente uno dei miei sogni ricorrenti è quello di sognare per filo e per segno quel che sta realmente accadendo nel nostro Paese. Questi “sogni realistici” mutano con le prime pagine dei giornali, ma il finale è sempre lo stesso. Una vocina consolatoria (l’unico elemento di sogno autentico) al mattino mi fa: «Hai visto? Era tutto uno scherzo!» Così mi sveglio sorridente ma giusto il tempo di realizzare che invece è tutto vero e il burlone era il sogno.
Dovrei farmi curare? Può darsi. Giuro che se avessi la ricetta la distribuirei gratuitamente. Purtroppo la medicina non ce l’ho, ma in compenso ho la ragionevole certezza di non essere il solo a vivere quest’incubo e patirne le conseguenze. Possiamo accontentarci del “mal comune mezzo gaudio”? No, e non possiamo nemmeno ridurci, come ora, ad attendere che il premier si dimetta o che vinciamo al Superenalotto. Sarei ipocrita se negassi che l’uno o addirittura entrambi i colpi di fortuna non lenirebbero il mio dolore. Passata l’euforia, temo però che il malessere di ridursi a fare le comparse di “Ricchi ma brutti”, riaffiorerebbe tale e quale.
L’Italia ha bisogno di un nuovo film, nuovi attori, nuovi autori, e soprattutto di nuovi sentimenti, nuove passioni e nuove emozioni. Avere la chiara e lucida consapevolezza di questo (e della trama scadente alla quale sono soggette le nostre vite) già sarebbe un successo, perché, comunque vada, sarebbe finalmente il nostro film e non questa rimasticatura di una storia che non ci appartiene e non ci appassiona.
Diciamocelo, comunque lo si rigiri, “Ricchi ma brutti” fa cagare.

IL VERO GOLPE

Capita a tutti di raccontare una piccola balla. Per far colpo su una conquista, per impreziosire un aneddoto, per impressionare il principale. Certe menzognette arrotondano la verità come un tubino nero snellisce una figura appesantita. Le bugie grasse, pesanti, che inducono in errore gli altri, le fandonie che possono deviare i destini e la Storia, sono equiparabili, invece, ad atti di terrorismo. Sono parole-kamikaze, camuffate di verità come un terrorista islamico vestito da prete solo per far saltare in aria una chiesa. Sono mine disseminate sul sentiero dell’inconscio collettivo.
Noi italiani viviamo immersi in un brodo mediatico minato. Quando le menzogne mediatiche esplodono, non sono i nostri brandelli di corpi a saltare per aria, ma valori, memoria storica, identità, patrimonio civile condiviso. Non c’è, purtroppo, un’associazione come Emergency che possa intervenire su queste amputazioni spirituali di massa, su questi devastanti cortocircuiti mentali. I terroristi della parola lo sanno.
In questi ultimi quindici anni la spregiudicatezza ha preso loro la mano. Ogni giorno fanno esplodere mine interiori che ci provocano disorientamento, perdita d’equilibrio, disgusto per la politica, sfiducia nelle istituzioni, oppure adesione assoluta alla campagna minatoria. Credere ai kamikaze della balla è, infatti, la scelta meno dolente, quindi la più popolare. Il dubbio nel Capo richiede uno sforzo, una resistenza, un lavoro intellettuale di conoscenza, di approfondimento, di verifica, e una capacità di reggere il dolore di vivere in un Paese ridotto in questo greve stato, che è inevitabilmente di pochi. E anche in quei pochi, ogni mattina, si agita sinuosa come una danzatrice del ventre la speranza di darsela a gambe e di espatriare.
Ieri, una sentenza ha stabilito che il nostro presidente del consiglio ha corrotto dei giudici per poter conquistare l’impero mediatico Mondadori in danno di un’azienda concorrente. Il giudice, naturalmente, potrebbe essersi sbagliato, e la legge prevede, non a caso, la possibilità di ricorrere in appello. Fatto sta che, allo stato giuridico attuale, il nostro Paese, la nostra democrazia, è guidata da un premier corruttore. È inevitabile che un uomo pubblico che ha la responsabilità di una nazione, e di questa agli occhi del mondo, debba dimettersi per salvare il salvabile del Paese che egli rappresenta, quindi di tutti noi. Al contrario, irrompono sulla scena mediatica i kamikaze istituzionali. Le mine che fanno esplodere nella coscienza civile collettiva si chiamano “progetto eversivo” e “giustizia a orologeria”. Le più alte cariche del nostro governo, cioè, ci stanno avvertendo che il vero corrotto è il giudice e che la sentenza da lui emessa rientra in un progetto eversivo per far saltare il governo. Dichiarazioni come queste, propagate attraverso i telegiornali controllati dall’imputato stesso, deflagrano nell’inconscio dei cittadini. Sono Twin Towers di valori costituzionali condivisi per più di mezzo secolo che, crollando, provocano lutti “spirituali” insanabili.
Sono “golpe” interiori che producono danni su di noi e sulle generazioni future, perché alterano il Dna di una civiltà costruita sull’osservanza delle leggi.
Il male commesso nei confronti dell’Italia e degli italiani è immenso e qualcuno dovrà pagarlo. Perché il vero danno prodotto da queste mine è profondo e, il più delle volte, inconsapevole nelle vittime che lo subiscono. Equivale a respirare per anni un invisibile gas tossico e ci sta condannando all’inciviltà.
Può darsi che il premier e i suoi kamikaze abbiano ragione, che il giudice Mesiano sia la mano militar-giuridica di un complotto “eversivo”, di uno squadrone della morte golpista, di un plotone d’esecuzione di Berlusconi e del suo governo. Se è così, lo provino nelle aule competenti. Devono provarlo però, non si sfugge. E se invece sono menzogne dovranno pagare i kamikaze della bugia di Stato e questi onorevoli terroristi verbali dovranno essere accompagnati all’uscita del Parlamento. Questo polverone mediatico sta diventando criminale. Inquina la nostra vita, le nostre famiglie, i nostri cuori. È letale. Ma una rivolta interiore è già in atto. Non ha destra o sinistra da abbattere, ed è una rivolta solo interiore perché è condivisa da gente perbene. Usare le parole come mine è un terrorismo mediatico. Che ciascuno si assuma le sue responsabilità giuridiche e penali senza farle scontare a un popolo intero.

Il Paese col sorcio in bocca

Se un uomo commette una fesseria non può dare la colpa agli altri, al destino, alle stelle o agli ebrei. Chiamatelo stile o semplicemente educazione. Non si fa. Capisco che non sono più i tempi di “Cuore”, quando i Garrone con la mano sul petto si alzavano dal banco alla fatidica domanda “Chi è stato?”, assumendosi le colpe di un altro: “Son stato io”. Ma chi viene sorpreso col sorcio in bocca (esattamente con 20 sorcine, per dirla alla Renato Zero) non dovrebbe dare la colpa alla stampa o alla Tv. Perché non si fa. E chi lo dice? La mamma, il buonsenso, la buona creanza, la coscienza, l’ovvio. In fondo basterebbe ammettere: “Ho sbagliato”. E assumersene le conseguenze.
Ieri in sette milioni -qualcuno non senza sconsolatezza- abbiamo assistito all’intervista a una escort. La sconsolatezza era dovuta alla sensazione (la certezza) che se Gesù Cristo fosse sceso una seconda volta sulla terra, ossia in televisione, perché noi viviamo nella proiezione del pianeta e non più sulla terra, Gesù risorto non avrebbe avuto la stessa audience della D’Addario.
La seconda sconsolatezza o disperanza è stato il rispettivo “lancio del sorcio”. Come ti permetti di darmi del ladro se hai rubato pure tu? Ciò è molto infantile. Perché una cosa non esclude l’altra. Si direbbe che questi uomini, oggi al potere, non abbiano avuto padri.
Il torto mio non si cancella col torto altrui. Ieri, invece, il direttore di ”Libero” e il vice del “Giornale” si dilettavano nel lancio del sorcio. I traffici di protesi (gambe e altri “pezzi umani” artificiali venduti ungendo di tette e coca i dirigenti ospedalieri pugliesi) servivano per bilanciare le notti di Palazzo Grazioli. Perché i presunti ladri sarebbero di sinistra. Che a sua volta, è ovvio, utilizza il cosiddetto “harem” del presidente del consiglio sperando nelle sue dimissioni. La sensazione (la disperanza) era questa: sembrava di essersi affacciati a una finestra sul cortile dove stanno chiassosamente giocando bambini maleducati. Noi non parteggiamo per un misfatto o per l’altro. Noi desideriamo la verità, ossìa essere informati al meglio. Lo stile del Presidente (la sua mancanza) è un fatto pubblico. Gli illeciti atroci riguardo alle protesi sono un fatto penale, oltreché pubblico. Entrambi sono legati, tuttavia, dall’identico nome: Tarantini o Tarantino? Il presidente stenta a ricordarlo. Eppure vi sarebbero molteplici intercettazioni che testimonierebbero lo scambio di telefonate (fino a venti al giorno) fra Berlusconi e Tarantini. Erano amici. Il fatto che D’Alema abbia partecipato a una cena elettorale pagata dallo stesso industriale indagato per spaccio e corruzione, non cambia nulla. Personalmente non credo affatto che D’Alema e Tarantini fossero “amici”, ma se anche l’uno fosse stato il padrino della figlia dell’altro, ciò non potrebbe né escludere né attenuare le responsabilità in capo al premier. Queste responsabilità le ha assunte con tutti noi giurando fedeltà alla Repubblica e giurando di “esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.
Interesse è la parola chiave. Qualsiasi uomo pubblico (figuriamoci il più potente) deve sapere come sia altamente probabile che egli venga avvicinato per “interesse”. Nonostante abbia 73 anni (“Ma me ne sento 35”) è inverosimile che delle ragazzine di venti se lo sognino la notte. Lo capisco, è triste, ma il mondo va’ così, e se te ne salgono venti a ballare in casa tua, o lo fanno per soldi o per interessi privati (non della Nazione). Come, per esempio, avere un “aiutino” per sbloccare una pratica edilizia.
Secondo: non dico che tu debba cenare esclusivamente con la Rita Levi Montalcini o un cardinale (al limite “la” Cardinale), ma l’altezza della carica presuppone un decoro. E prima di invitare sgallettate e sgallettati di qualsiasi risma bisognerebbe accertarsi accuratamente della loro identità. “Non sapevo che fosse una escort” (ammesso che la risposta sia onesta) dimostrerebbe una verità terribile: che il Paese è nelle mani di un ingenuo. Terzo e ultimo: (il più grave). Tarantino o Tarantini è quel che è e che ci racconteranno le inchieste della magistratura. Si può non sapere che la D’Addario sia una escort, ma è inimmaginabile che tu non sappia chi sia Tarantini. Hai i tuoi consiglieri, i segretari, la polizia, i servizi segreti, e un ministro di nome Fitto. Non puoi mica rispondere sono un brianzolo non un pugliese. Anche non volendolo sei inevitabilmente implicato in un giro di coca, di donnine facili, e di “piazzamento protesi”. Se accetti i favori di un Tarantini, dovrai restituire i favori. (Nell’interesse della Nazione?). Se accetti i favori di una escort dovrai ricompensarla. Le veline e le miss inserite nelle liste elettorali sono francamente la cosa più disperante che questo Paese abbia mai visto negli ultimi 150 anni.

Conclusione. Nella più colomba delle ipotesi siamo governati da un farlocco che si comporta né più né meno di un animatore della Valtur o un pianista di bar. (Che non hanno giurato fedeltà alla Repubblica né di osservare la Costituzione). Siamo, cioè, in presenza di un’ “animatore” (mestiere che tanti anni fa, in crociera, svolgeva con successo). Il massimo esponente della categoria non è lui, ma Fiorello. Duole dirlo, credo che Fiorello avrebbe un più alto senso dello Stato. Persino gli intrattenitori, infatti, hanno un codice deontologico. Il più celebre di tutti si chiama David Letterman. E’ un uomo sposato, ha un figlio piccolo. Ieri ha ammesso di fronte al pubblico americano (e alla sua famiglia) di aver avuto rapporti sessuali con una del suo staff. E di essere stato ricattato per questo da un impiegato di una Tv concorrente. Non è uno scherzo, è vero. Letterman non ha fatto di tutto per tentare di mettere a tacere la cosa. Si è rivolto alla polizia che gli ha fornito un assegno falso da due milioni di dollari (la richiesta del ricattatore). Si è presentato all’appuntamento con lui, gliel’ha rifilato,e così la polizia ha colto sul fatto il delinquente. Qualcuno pensa che a Letterman abbia fatto piacere rivelare al mondo di aver tradito sua moglie? Ovvio che no, eppure ha sentito il dovere, lo “stile” di farlo. Non è un presidente del consiglio ma solo un presentatore. Però è un uomo pubblico. Fa battute sui potenti. Se avesse accettato il ricatto (o semplicemente l’avesse taciuto) non sarebbe più stato “degno” (ricordate questa parola?) di svolgere il proprio mestiere. Si vede che David Letterman ha avuto un papà e una mamma. Gli hanno insegnato il rispetto che si deve agli altri prima che a se stessi. Le basi della democrazia si imparano in famiglia. Poi si cresce. A meno che a 73 anni non te ne senta 35. Allora qualcosa purtroppo è andato storto. Sei stato beccato con il dito nella marmellata (o il sorcio in bocca) da vecchio.
Non c’è un solo sorcio nella bocca di un altro che ti possa salvare.

Telegramma di servizio

Sto partendo per Los Angeles, dove ancora le domande si possono fare senza essere denunciati. Ma torno subito, (per ora), perché una delle rarissime persone che meritano stima e affetto in Italia, Gino Strada, mi ha chiesto di presentare insieme il quindicesimo compleanno di Emergency. La sera dell’11 Settembre al PalaMandela di Firenze sarò lì per un grande uomo e la sua associazione che è un motivo d’orgoglio per l’Italia. Spero di vedervi.
Sabato 19 Settembre e Domenica 20, invece, ci vedremo all’Hotel Clodio di Roma fra associati e simpatizzanti del Movimento degli Invisibili, in vista del nostro primo Congresso di Ottobre. La riunione avrà inizio alle 10:00. E’ inutile che cliccate virtualmente “mi piace”. Oppure “ci sarò”, e poi -come è già accaduto- fate sega come scolaretti. Qui si tratta di noi, faccia e cuore. Metteteceli entrambi. Non è più il momento di tapparsi in casa, tanto l’aria irrespirabile filtra dentro lo stesso, è un gas, e ci sta massacrando. Se in Tv passano la foto di un pazzo incatenato alla Statua della Libertà, nessun dubbio: o sono io o Jack. Vogliatevi bene come ve ne voglio io. Che non è poco.
H.S.

LADRI DI CONSENSO

Ma in Italia c’è un regime oppure no? Chi dice di sì è un pirla, chi nega, uno gnocco allineato. La verità è che certe parole non ci raccontano più, non ce la fanno, arrancano. Sono fuorvianti. Il nostro premier è un dittatore? Tu pensi a Hitler, a Stalin, al generalissimo Franco. Sorridi arguto e storicamente compassionevole: ma che cacchio vai dicendo? Pensi agli orrori, ai gulag, ai lager, alle deportazioni. Storia dolente ma bacucca, da bisnonni. In Italia siamo liberi di votare e di sceglierci il premier che più ci aggrada. E il Nostro è graditissimo. Il dissenso? Quattro gatti (ed è paurosamente vero).
La democrazia si fabbrica col consenso? Allora questo governo ha un livello di consenso paragonabile alla quantità di spaghetti consumata dai suoi elettori.
Ma se una sana democrazia dovesse misurarsi anche con la capacità di consentire il dissenso, la nostra è paragonabile a quella dei consumatori di formiche fritte o in umido.
C’è poi una domanda che ormai non si pone più quasi nessuno. Può esserci piena democrazia se quel consenso è stato manipolato, con la menzogna, il raggiro, e la concentrazione dei poteri in poche mani? No, “la democrazia trapassa in dispotismo”. Non l’ha detto Marco Travaglio ma Platone. Quindi viviamo sotto schiaffo di un governo dispotico? Neppure questo è esatto.
Le parole della nostra politica sono sfinite. Logorate, vuote, appartengono a una civiltà estinta. Non reggono alla spregiudicatezza dei tempi. Alla tecnologica sofisticazione del potere. Il consenso non si raccoglie nei comizi elettorali o nei talk show, quello è marginale, poiché riguarda una minoranza intellettuale. Il consenso si fabbrica (ma sarebbe più esatto dire si ruba) imponendo modelli di comportamento, gusti, bisogni, costumi e consumi di massa; semplificando le complessità; omettendo le verità sgradevoli; blandendo o aizzando gli animi a seconda del risultato politico che s’intenda conseguire, attraverso slogan seduttivi e di facile presa popolare. Ladri di consenso. Per rubarlo a mani basse è necessario il controllo dei sistemi di comunicazione di massa, pubblici e privati, e il logorio dei cosiddetti poteri di controllo e di vigilanza, primi fra tutti la magistratura e la stampa.
Quello che è accaduto in Italia non ha una parola che lo esprima. La troveranno, forse, gli storici contemporanei dei nostri nipoti. Ma il danno che è stato dolosamente provocato nel cervello e nell’inconscio collettivo degli italiani è stato incommensurabile. Se le dittature del Novecento avevano bisogno di deportare i dissidenti, questa “cosa senza nome” che stiamo subendo in Italia, per lo più ignari, non ne ha avuto neppure il bisogno. Ci ha “lagerizzato” il cervello. Idee e pensieri sono circondati da matasse d’invisibile filo spinato. Come dirlo e a chi dirlo? E con quali parole politiche esprimerlo senza essere presi per paranoici o apocalittici?
Se soltanto dieci anni fa, per esempio, la televisione ci avesse informato (oramai l’ignavia lo vieta) dell’esistenza di un presunto “papiello”, scritto di proprio pugno da Vito Ciancimino, riguardante la complicità di pezzi dello Stato e di uomini ancora oggi al potere, con Bernardo Provenzano e Totò Riina, che culminò con le stragi di Capaci e di via d’Amelio, saremmo scesi in piazza in decine di migliaia, pretendendo di far luce sui fatti. In nome di Falcone e Borsellino. Gli editorialisti del Corriere o de La Stampa avrebbero forse ancora posto dieci domande al premier sul suo sodale Dell’Utri (fondatore di Forza Italia) prima delle quali, questa: lei e Mr Silvio, avete mai ricevuto lettere da Bernardo Provenzano? Perché il figlio di Vito Ciancimino sostiene di sì. Ed è vero che il governo di allora intavolò una trattativa con la mafia? Silenzio. I cadaveri digrignano i denti negli armadi trasversali del potere. L’unica rimasta all’opposizione si chiama D’Addario e fa la escort.
E’ noto che l’ottanta per cento degli italiani s’informa esclusivamente attraverso la Tv. Ma il fatto che i telegiornali colpevolmente tacciano su questo genere di notizie (comprese sulle sciocchezzuole erotizzanti come Noemi Letizia) non ci assolve. Se siamo diventati un popolo di conigli la colpa è anche nostra. Se ci hanno scimunito, è altresì vero che noi non abbiamo opposto resistenza (un’altra gloriosa parola che sembra aver perduto forza e significato).
Chi ci salverà? La stella nascente del Pd, Debora Serracchiani, che in un’intervista pubblicata oggi sul Magazine del Corriere dichiara: “Durante la campagna per le europee ho incontrato un entusiasmo pazzesco nei miei confronti. E’ un fenomeno da studiare socio-politicamente”? Personalmente, invece, approfondirei la sua cultura da Santanché, un berlusconismo introiettato, “la consensite” (chiamatela come vi pare) accoppiata con un egocentrismo mica da ridere. A proposito di ridere, poche pagine prima Pietro Calabrese, nella sua rubrica, parlava di un’altra magnifica parola che in Italia ormai non pratica più nessuno: la sobrietà. Ce l’insegnavano i nostri padri (i nonni della Debora). La sobrietà: il perfetto contrario del berlusconismo. No, anche a sinistra non siamo sobri. Si tenta di fabbricare consenso tale e quale agli altri: ma è una fabbrica in procedura fallimentare, da “vorrei ma non posso”, e gli italiani hanno il primato mondiale di salto sul carro dei vincitori. Potrà “l’entusiasmo pazzesco” riscosso da Debora far loro cambiare opinione?
L’ultima chicca della censura (ma anche questa parola non contiene più l’infamità solerte dei più realisti del re) è il rifiuto, da parte della Rai (nonché –ovvio- di Mediaset) del trailer di un film. Il film s’intitola “Videocracy” (ecco una parola che si avvicina alla “cosa senza nome” che ci sta scimunendo). La pellicola racconta l’ascesa delle TV Mediaset, fra veline, letteronze, Emilii Fede scodinzolanti, e tutta la compagnia di giro, da Lele Mora a Fabrizio Corona, Simona Ventura e via sculettando. Lo spot del film è stato rifiutato dalla Rai. Una volta la censura si limitava a sforbiciare alcune scene di un film. Ora fa di più: oscura addirittura il trailer.
Con una lettera inviata al distributore della pellicola, Procacci della Fandango, la Rai giustifica la censura perché il trailer veicola “un inequivocabile messaggio politico di critica al governo”. E con questo? Non ci sono parole. Infatti la notizia, a parte Repubblica, non la troverete mai, né, ovviamente, l’apprenderete dai telegiornali. Che praticano una forma di “sobrietà” assoluta: tacere. Chi tace, acconsente. E chi non acconsente tace per forza, perché la radio e la Tv gli sono interdetti. Chiamatela come vi pare, è una gran porcheria.

Morte a (piazza) Venezia

Vediamo di analizzare la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che dovrebbe infondere saggezza nei giudizi più meditati. Immaginiamo di avere un amico, un grande amico comune, che si chiami Gustavo. Un giorno veniamo a sapere che Gustavo invita a cena in casa sua, venti belle ragazze alla volta, da solo. Gustavo non le conosce, gliele presenterebbe o procaccerebbe un certo Mario, che in cambio della partecipazione alla cena offre alle invitate mille o duemila euro, a seconda della disponibilità o, se preferite, dell’arrendevolezza. Le ragazze giungono da ogni parte d’Italia su voli di linea offerti dalla Casa o sui suoi jet privati. Soggiornano in hotel di lusso in attesa della “chiamata”. Devono indossare un abitino nero, quasi una divisa, e truccarsi impercettibilmente. Gustavo è ultrasettantenne. Si trucca e imbelletta, al contrario, come il barone Gustav von Aschenbach in “Morte a Venezia” di Thomas Mann. Un muro di cerone che salta subito agli occhi delle ragazze quando ride, lasciando trapelare la ragnatela di rughe. Lui se le siede sulle ginocchia a grappoli, mostra loro tediosi album di fotografie personali, oppure assistono insieme a una proiezione di filmati che lo ritraggono indaffarato, dominatore e vincente nei suoi cantieri “Italia srl” (Gustavo è imprenditore); più tardi si cimenta in barzellette civettuole. Le fanciulle (che il procacciatore Mario ha preventivamente indottrinato) devono cantargli in coro “Menomale che Gustav c’è”, ancheggiando da bayadere con le braccia al cielo. Si cena serviti da uno stuolo di camerieri in livrea. Di fuori, per le vie della capitale, furoreggia la crisi economica, ma fra le antiche mura di Palazzo Von Aschenbach questo grido di desolazione e rabbia è soffocato dalle tappezzerie e dai tappeti, dalle luci soffuse, dal sommesso borbottio dei cristalli e dei servi.
Le “miracolate” trasecolano per il colpo gobbo della sorte. Gustavo è uomo potentissimo, si dimostra gentile e disponibile con tutte, con qualcuna di più. Fra di esse c’è quella che vorrebbe emergere in televisione, l’altra che ha un terreno che desidererebbe diventasse edificabile, una terza alla quale piacerebbe tanto la nuova Mini Minor, quella rossa. Gustavo le compiace un po’ tutte, le vezzeggia, si lascia coccolare, alcune le accontenta per davvero. Si diverte come un dodicenne a realizzare i sogni più spregiudicati e inconfessabili degli sventurati, se solo volesse -spara- potrebbe far diventare allenatore della nazionale uno del bar Sport, o ministro una soubrette, e a lui aggrada trasformare in realtà il sogno onnipotente di un’asina da terza elementare, perché si compiace di rivelarsi più potente dell’immaginabile. Dopo averle saggiate e intervistate, il nostro comune amico, dunque, fa servire la cena dai suoi impeccabili camerieri in livrea. A chi non piacerebbe gustare piatti prelibati, mentre venti giovani creature ci fanno il grattino, vestite e truccate come piace a noi? Sarebbe bello se fosse vero, vero? ma come può essere vero? Infatti non lo è, si tratta di un malinconico “come se”. Come se Gustavo avesse ancora quarant’anni. E come se fosse l’uomo più alto e bello del mondo. Come se le giovani non fossero prezzolate per ogni miao-miao. Dopocena, quelle da mille vanno via, chi prende il doppio, resta. Ma a tutte il generoso Gustavo regala un ciondolo, una collana, un anello con farfalla, emblema della Casa. Qualcuna, per voluttuosa piaggeria, si farà tatuare sulla caviglia la farfalla del potere, per dimostrare a tutti di essere stata marcata da lui, il capobranco dell’Italia s.r.l..
A un cenno, il fido Mario toglie il disturbo con le giovani miss scartate, e il nostro amico Gustav si apparta con la favorita della sera, che, dall’indomani, vedremo ritratta all’improvviso su qualche copertina, o a presentare una serata-evento alla Tv, o neo assessore alla Sanità o alla Cultura.
Ho premesso che avremmo analizzato la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che infonde saggezza nei giudizi più meditati. Mi e vi domando “pacatamente” (come usa dire il presidente della Camera): se avessimo un amico del genere, un ultrasettantenne tanto ricco, potente e ingenuo (perché altamente ricattabile da stuoli di giovincelle e dai loro interessati talent-scout) e venissimo a conoscenza di queste festicciole, per testimonianza diretta di tre ragazze, alzeremmo le spalle o ci dimostreremmo legittimamente impensieriti? Lasciamo fuori le ipotesi di reato (ammesso che sussistano) e restiamo nell’ambito dell’amicizia. Per prima cosa ci chiederemmo, suppongo, se questi “festini” siano veri o, quantomeno, verosimili. Abbiamo una testimonianza fotografica che prova, in maniera abbastanza schiacciante, che questo resoconto non sia del tutto falso, anche se non sappiamo ancora quanto sia del tutto vero. Inoltre conosciamo da lunghi anni il nostro amico e riteniamo possibile una goffa protervia della sua longevità (a nessuno piace invecchiare, ma a lui meno di tutti). Quindi? A costo di mettere a repentaglio la nostra amicizia, affronteremmo il problema con lui, anche per metterlo al riparo da chi non gli vuol bene, e gli rivolgeremmo una nutrita serie di domande, tra le quali una, fondamentale: è vero o no che hai offerto a qualcuna di queste signorine ruoli a evidenza pubblica, nel campo dello spettacolo o, peggio, della politica nazionale? In caso di risposta affermativa -o reticente- l’esorteremmo, io credo, a dimettersi immediatamente da tutti i suoi incarichi per non aggravare ulteriormente la sua situazione e salvaguardare il suo buon nome. Giusto? Poi, da un punto di vista amicale, tenteremmo, penso, di presentargli un valido psicologo che l’aiuti a reggere il dolore di non avere l’età per amare, come cantava Gigliola Cinquetti, alla rovescia.
Veniamo adesso a un’ipotesi folle, bislacca, praticamente impossibile nel mondo d’oggi. Ammettiamo, solo per un attimo, che l’amico Gustavo sia il presidente del Consiglio della Repubblica italiana. Cioè che un premier europeo sia uso ricevere a casa propria venti ragazzine alla volta procacciategli da imprenditori di dubbia fama e con un interessato spirito caritatevole nei suoi riguardi. E che il suo legale di fiducia abbia difeso il Gustavo con il termine di “utilizzatore finale”. Scommetto che la prima cosa che pensereste, dopo una malinconica risata, sarebbe “Ma che è, pazzo?” E il momento dopo, scrollando la testa alle parole dell’avvocato, riferite a giovani creature di sesso femminile, quell’ “utilizzatore finale” vi farebbe esclamare “E l’avvocato è più pazzo di lui!”
Non lo direste né perché il nostro amico è moralmente discutibile, né perché i fatti di cui sopra costituiscano o meno un’ipotesi di reato. Lo direste per quel “non detto” che si sottende in Civiltà nell’accettazione di una carica pubblica di tale caratura. Altrimenti non solo si dovrebbe giurare sulla Costituzione Italiana, ma anche sul non grattarsi il pacco in pubblico, non fare le smorfie nella parate militari, né le corna nelle foto coi grandi del G8, né, appunto, farsi recapitare come pacchi venti ragazze venti, a pagamento, in una residenza privata, Palazzo Grazioli-Von Aschenbach, o Villa Certosa (visti i buchi nella sorveglianza, sarebbe più consono Villa Gruviera) alternativamente usata per ricevere nelle stesse stanze, soubrettine e capi di Stato, o procedere a nomine pubbliche, per esempio alla Rai.
A questo proposito, il neo direttore del Tg1 (che fu nominato poco tempo fa nelle sunnominate stanze del piacere e del potere) ha illustrato agli italiani il motivo per cui il telegiornale del servizio pubblico nega che i festini a casa Berluscach siano una notizia. E ha taciuto per settimane. Si tenga presente che, con la stessa onnipotenza infantile di colui che l’ha nominato, Minzolini ritiene che tutti i giornali e telegiornali del mondo, in questi giorni, abbiano commesso un petulante errore, tranne uno, il “suo”: il Tg dell’ammiraglia Rai. Dare la notizia, com’è ovvio. Quale sarebbe il motivo del silenzio, invece? “Il motivo è semplice: dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa e tantomeno un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori”. Il signor Minzolini (ottimo giornalista incappato, temo, nella più infausta nomina della sua carriera) ha citato come esempio di “par condicio” informativa, una circostanza del tutto improvvida, marginale e fuorviante. La “notizia”, diramata dai giornali del Von Berluscach, del portavoce di Prodi fotografato sulla sua auto privata, per strada, mentre guardava un transessuale, come abbiamo fatto tutti perché abbiamo gli occhi. Ribadisco “lo guardava”, ribadisco “portavoce”, ribadisco “auto privata”. Come si possa lontanamente paragonare quest’esempio balengo, anche per disparità di poteri, con quello del sultanatico presidente del consiglio, senza arrossire, lo sa Iddio e la divina misericordia (non fu proprio per questo tacita e accondiscendente omertà, che il signor Minzolini venne nominato? Dispiace, ma mai nomina fu meglio e istantaneamente ripagata dal prescelto.)
Questo è quanto, grosso modo. L’epoca e il governo che ci toccano. Non siamo a Sardanapalo (l’ultimo re dopo il quale si estinsero gli Assiri) che viveva nel suo palazzo di Ninive, dedito a riti orgiastici e rinserrato all’interno di un nutrito gineceo con un numero ragguardevole di ospiti. Ma neppure al povero Bill Clinton, costretto a pubblica umiliazione per una banale storiella di sesso con una stagista. Siamo sulla bocca del mondo, siamo la pornofavoletta d’Occidente, le Mille e una Notte degli “spaghetti”. Siamo stati storicamente sputtanati da un premier che confonde da sempre il proprio smisurato ego con quello degli italiani, e purtroppo, viceversa.
Il senso dello Stato esige che egli se ne vada.
La considerazione che il Von Berluscach ha di se stesso non gli consentirà questo estremo punto d’onore.
Cerchiamo di essere, come premesso e promesso, lungimiranti. Tre sono le ipotesi probabili. L’insabbiamento, in cui il nostro è maestro. E il Tg1 l’ha appena dimostrato. Il ricorso a elezioni anticipate, per ribadire all’Universo che Gustav è l’Uomo invocato dal Popolo. La terza, la più infausta per chi ha a cuore il nostro Paese: l’ennesimo colpo di teatro. Una pubblica, divertita richiesta di scuse per essersi dimostrato un “monellaccio”. Condita da occhiolini, ammiccamenti da avanspettacolo e battutazze da caporale. L’Italia scatterebbe in piedi, in platea e nei loggioni, scorticandosi le mani.
Chiusura del sipario. Fine.

ANIME E FUFFA

Il virtuale sta all’Italia come l’uovo alla gallina. Siamo diventati un paese di fuffa. Alleviamo pulcini nell’aia di Facebook. Apatici, anaffettivi, quasi analfabeti. Tecnologicamente abili. Esistenzialmente disabilitati. E tanto quaqquaraquà. Noi, che abbiamo avuto come ambasciatori di opere e di idee, di carne e pensieri, Giotto e Leonardo da Vinci, Cristoforo Colombo e zio Geppino Garibaldi, Benedetto Croce e Guglielmo Marconi, Paganini e Matteotti, De André e Pasolini, ci siamo adagiati sul sofà virtuale come il malato immaginario di Moliere. Con indolenza mediterranea. Pigrizia impunita. Con tutta la fuffa di cui siamo storicamente capaci. Da Pulcinella senza drammaticità. Né coraggio, né storia. Fingiamo concretezza, ma pratichiamo scorciatoie, non paghiamo il prezzo dell’impegno. Internet ci aiuta in quest’opera imbelle. Ma non è Internet il colpevole. Non illudiamoci, Internet ci sta tramandando nei nostri blog di fuffa, nel nostro fondare gruppi fuffettosi, nel nostro “aggiungere” scemo. No, non stiamo vivendo, stiamo recitando particine infime, come l’attricetta alle prime armi che entra in commedia per dire «Il pranzo è servito» Internet è un volano. Un moltiplicatore. Una galleria infinita di specchi. Di suo produce poco o nulla. Se nutri Facebook o Youtube di pezzi d’esperienza, di opere realizzate nella realtà, di notizie di pubblica utilità che ti sei catturato per le strade del mondo, e vuoi condividerle, allora sì, non c’è mezzo di comunicazione più duttile, quasi a costo zero. Ma se carichi a palle di fuffa il tuo ventilatore Internet, quello la sparge, la “spamma”, e ci appesantisce con piume immerdate. Che ci tornano in faccia. Perché abbiamo tradito la nostra “mission”, che è vivere, per un’”omission” contraria e ipocrita: moltiplicare un’abulia esistenziale fondando mille gruppi, partecipando a cento dibattiti, clic dopo clic, e con nickname sempre diversi. Più nickname ti affibbi, meno hai un nome. Il tuo. Finché diventi fuffa, carne da cannone di Internet.
Cazzo vuol dire “amico”? Stando a FB ho 5000 amici. Altri 3000 nella pagina pubblica Diego-Jack. Quasi 7000 hanno aderito al movimento di Resistenza Culturale “Gli invisibili”. Quindicimila “amici”. Io? Nella stragrande maggioranza è fuffa, cliccatori incalliti, presenzialisti di polvere, statue di sabbia. L’ho sempre saputo, e non mi stupisco affatto. Utilizzo il meraviglioso mezzo nel tentativo di traghettare amici veri, di ossa e sogni, di carne e sguardi, dal virtuale al reale. E viceversa, per un viaggio di cultura e fantasia. Altrimenti questo è un giocherello bacato, un “pacco” come i Rolex all’Autogrill di Caserta.
Il mio mestiere è scrivere, ed FB un ponte per far conoscere il mio lavoro. Lo dono gratis, qui, e con piacere. Attraverso il ponte verso di te, mano tesa. Ti porto realtà nel magma virtuale. Ma se tu non attraversi il ponte a tua volta, e dal virtuale mi cerchi nel reale, rischi tu come rischio io, siamo solo i protagonisti di un appuntamento mancato. Un esempio? Ne ho a pacchi. L’ultimo è un sito che si chiama www.24nero.com. L’ho fatto con amore e lo rifarei. Sono cocciuto e credo in ciò che faccio. Ci sono dentro le opere inedite di un pittore straniero ispirate al mio nuovo romanzo, la storia di un’amicizia, tutte le musiche citate nel libro, le copertine realizzate e bruciate fino ad arrivare alla definitiva, il primo capitolo di 24 nero, un mese di fatica,di soldi spesi per realizzarlo, tre quarti del ponte per giungere a te. Ho avvisato, cliccandovi uno per uno, 15.000 “amici”. Non si trattava di una “vendita”, ma di una visita, se non altro per curiosità. Naturalmente sono stato accusato di fare pubblicità al libro. E allora? Spaccio romanzi mica coca. E’ il mio mestiere e ne sono fiero. Che scrivo a fare se nessuno mi legge? Bene. Sapete quanti amici veri ho? 40 su 15.000. Quaranta. In cinque giorni www.24nero.com è stato visitato da quaranta persone. Attenzione: non stiamo parlando di diecimila ingressi, di amici che bussano, entrano in casa 24 Nero, si mettono le mani nei capelli, fuggono via dallo schifo e non sanno come dirmelo, poveracci. Le critiche fanno male ma ben vengano. No, qui si tratta di disinteresse osceno. E mi sta bene anche questo. Ma allora perché vi dite “amici”? Ma amici di che? 3300 “fan”! Ma fan cosa? Fuffa Fan Club.
Anche per questo il Movimento degli Invisibili, lo battezzeremo su un’isola che bisogna raggiungere a fatica. La Sardegna. Costa sacrificio e risparmi. Ma tutto tornerà. Il dare torna sempre per le più inmprevedibili strade. Il 30-31 Maggio, a Olbia, le persone alle quali stringerò la mano saranno vere come sono vero io. Le persone, oggi, in Italia, sono rare. Hanno un volto e una storia le persone, un nome solo e molte ferite aperte. Hanno attraversato il buio. Attraverseranno il mare. Costruiscono la loro piccola parte di ponte perché hanno a cuore il Noi. Non hanno l’anima di fuffa. Miei cari amici di peluche.

Un corso di laurea in desideri

L’arte di desiderare (la più ardua e sfavillante materia della conoscenza) andrebbe insegnata nelle scuole dell’obbligo e approfondita in corsi di laurea e Master in desideri, possibilmente all’estero, per apprendere la stupefacente cosmografia dei desideri umani. Non riesco a comprendere le ragioni per le quali la Desiderologia non sia riconosciuta ancora come scienza, stante la sua importanza decisiva sui destini che -il Caso è un caso- ci fabbrichiamo, più inconsapevolmente che mai, con le nostre mani.
Ho trascorso più di metà della mia esistenza agitandomi a vuoto, poiché ignorante di desiderologia, alternando speranze fuori bersaglio o incongrue a disperanze struggenti ma altrettanto esagitate. Saper riconoscere i propri desideri e assecondare la loro realizzazione dovrebbe, invece, essere il primo e più ragionevole obiettivo dell’esistenza umana. Perché tutto si complica? Qual è l’insano principio in nome del quale ci lasciamo beffare dalla vita, o mastichiamo amaramente desideri precotti, svenandoci -con sforzi spirituali ed economici indicibili- per soddisfare bisogni di cui non sentivamo alcuna mancanza?
Personalmente non ho mai desiderato diventare ricco (nella mia vera combustione interiore i soldi si bruciano troppo in fretta rispetto a valori immateriali che mi soddisfano enormemente di più) ma allora, per un tratto di vita, chi me l’ha fatto sognare? Qualora invece (e non c’è niente di male) il mio desiderio più bambino, primitivo e calzante, fosse stato quello di diventare Rockfeller, chi e che cosa avrebbero mai osato intralciare questo desiderio d’oro?
L’arte o scienza del desiderare dovrebbe muovere i suoi primi passi esattamente da qui: una scrematura, una semplificazione efficace, del nostro Dna emotivo: l’ABC dell’arciere che, dentro di noi, scocca le frecce dei desideri, spesso a casaccio, proprio perché è un “arciere bendato”. La Desiderologia ci aiuterebbe, con franca immediatezza, a svelare i tre o quattro bersagli che davvero intendevamo colpire e centrare sin dal primo vagito, e allenarci nel tenere la schiena dritta, la mano e lo sguardo tesi, concentrati, e fermi.
Oggi so che cosa desidero ed è il mio segreto. Lo custodisco come il tesoro di Montezuma. Esso è semplice, sia pure articolato in un bersaglio di desideri compositi, molti dei quali si appagano continuamente donandomi l’irripetibile gioia di essere al mondo.
Nonostante ciò, molte realizzazioni stentano ad arrivare, e questo è colpa d’ignoranza, di ambiguità che mi sono state infuse e indottrinate in famiglia, sui banchi di scuola, o dalle quali io stesso mi sono fatto abbindolare perché una via storta e dolente -checché se ne dica- è quasi sempre molto meno dolorosa della felicità. La felicità è un dramma. Sei un piccolo Re dell’Universo e sei solo. Puoi cogliere tutti i frutti del creato, è sufficiente che allunghi la mano, ma ci hanno talmente soffocato con le dottrine del dolore, che la serenità ci sembra un furto, a danno non si sa bene di chi. Così le nostre gambe sono malferme e, inconsapevolmente, ci tiriamo dietro qualche insulso malanno per poter lamentarci in coro con gli altri e sentirci solidali e, illusoriamente, un po’meno soli. Anche questo andrebbe insegnato nel mio corso di laurea in Desiderologia. Non è che compatirsi in migliaia sottragga qualcuno alla propria disperanza, al contrario. Soltanto il tuo sguardo risolto e felice può aiutare, con il suo fermo esempio, un naufrago del dolore ad aggrapparsi alle tue ciglia e comprendere che non ha molto senso logico lasciarsi trascinare nel gorgo come un tronco sul fiume nei pressi di una cascata.
Desiderare salva. Saper riconoscere i propri ancestrali desideri e perseguirli con immobile costanza, non solo dà un senso compiuto alla propria esperienza umana, ma la rende estremamente piacevole, al di là, oserei dire, se il proprio desiderio sia compiutamente appagato. La felicità è nel volo della freccia. Nel sapersi arciere. Nel duro allenamento e nell’arte dello scocco. Tutto il resto è pianto e vanità. Teatro. Fumo e illusioni. In gran parte, sciocchezze.
Naturalmente ogni desiderio, profondamente avvertito come proprio, ha un prezzo. Nello sposare un desiderio, nell’aderirvi plasticamente, noi scontiamo le luci e le ombre che irradiano dal desiderio stesso. Se il mio autentico desiderio è di ucciderti, bene! (Non sto qui a tirare le orecchie ai desideri, non sono un giudice né Dio) ma è altrettanto bene che io sappia che sto sposandomi alla morte e mi sto tirando addosso la sua ombra come una coperta prima di addormentarmi. Personalmente preferisco desiderare l’amore, o il benessere sociale, o il colpo di reni di un intero Paese perché si riscatti dai propri giorni grigi e torni a farsi culla di grandi artisti, scienziati, uomini politici. Di tutto questo rifiorire non potrò che giovarmi anch’io, perché una cosa è avere la fortuna di fare quattro chiacchiere con Pasolini, altra cosa sorbettarsi un caffè -faccio per dire e senza offesa- con il secondo classificato del Grande Fratello, il quale -sia chiaro- non ha alcun desiderio di bersi un caffè col sottoscritto. L’altruismo è anche un egoismo di ritorno. Mai frecce volano più veloci e sicure di quelle scoccate per gli altri in oblio a noi stessi. L’amore è un boomerang e trova sempre un milione di sorprese per tornarci indietro (purché noi non abbiamo speso la nostra freccia ipocritamente per questo tornaconto, sia chiaro) e di questo ne ho mille prove come un giardino fiorito.
La capacità di desiderare è inesauribile, tutti vogliamo tutto, il risultato è che in questo nugolo di frecce, spesso lanciate a casaccio, rischiamo di rimanerci infilzati, anche casualmente, tra invidie e costernazioni assurde, sogni incongrui e sfortune inesistenti, perché autogenerate, in un caos di desideri convulsi nel quale non è facile districarsi né comprendere i veri traguardi della nostra vita.
Sì, desiderare dovrebbe essere una materia come la matematica o la geografia. Non andrebbe mai confusa con il “pensiero magico” che è figlio dell’onnipotenza infantile più sfrenata e ingenua e in cui noi italiani siamo maestri. “Se fossi stato io l’allenatore della nazionale!”… “Se fossi io il presidente del Consiglio!”…L’unica risposta possibile a questi vaneggiamenti ebbri è quella del marchese del Grillo: “La verità è che io sono io e voi non siete un cazzo!”.
Desiderare è osare ed essere costantemente all’altezza della propria determinazione, contro ogni intemperie della vita, che è “normale” (si tratti di malattia incurabile o di rovescio passeggero). Il dolore è “normale”, la sofferenza è abitudinaria, sono prezzi dell’esistenza che vanno pagati cercando di non ampliarli, di non fare eco al dolore, di non dar loro la mancia. Il dolore va attraversato puntando sempre oltre, al bene del prossimo quindi al nostro. Credo di essermi personalmente laureato in Dolorogia. In questo senso sono stato un bambino prodigio. La capacità di soffrire di certi esseri umani è encomiabile ma sciocca. Se utilizzassero tutta l’energia dispiegata in ogni varietà della sofferenza, per donarsi un desiderio felice, sarebbero quasi degli dei. Ho imparato molto tardi che il dolore è una materia plastica e informe dalla quale puoi ricavare la base per costruire la felicità. Ma devi compiere un atto, per così dire, alchemico. Nel senso della pietra filosofale. Lo intuivo, ma ero un mezzo mago. Ora credo di essere un mago, ossia un arciere, ossia un uomo. Accolgo il dolore e lo trasformo, con la naturalezza con cui un’onda colpisce una scogliera e torna indietro mutandosi in mille gocce diverse. Ma nulla di questa “magia” è per sempre. Devi applicarla ogni giorno e non è detto che ti riesca. Nulla in natura è dato per scontato. Mi meraviglia quando non mi meraviglio che il sole, anche oggi, sia tramontato. Non bisognerebbe mai dare per scontato un tramonto. Altrimenti se ne perde la struggente esperienza e si vive a sbafo e allo sbando.
Questo so e questo ho imparato fino ad ora. Adesso insegnatemi voi, perché con questa vostra insistenza petulante sulla necessità d’imbastire un corso di desiderologia comparata, mi avete veramente, ma veramente annoiato.:))