Una nuova era

Due notizie solo apparentemente inconciliabili.
Ieri, a Roma, Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, ha dichiarato che se stamattina il Tribunale del Riesame di Taranto confermerà gli arresti degli otto dirigenti dell’acciaieria e i sequestri dei sei impianti dell’area a caldo, chiuderanno: «Non solo tutto lo stabilimento di Taranto, ma anche quelli di Genova e Novi Ligure che vivono in quanto Taranto produce». Il presidente dell’Ilva, in parole povere come i tempi che corrono, ha scaricato sulla bilancia della giustizia ventimila esseri umani, tutti i lavoratori dell’acciaieria. Giudici, o mi date ragione o li licenzio.
Notizia numero due. Madrid. Con la scusa che il toro dello «spread» furoreggia nell’arena e ha già scaricato per le strade migliaia e migliaia di disoccupati, il premier Rajoy si è dato al nuovo sport Olimpico: il “taglio delle teste”. Ha abbassato la cresta dei pensionati d’oro? Ha drasticamente ridotto le diseguaglianze sociali? No, ha fatto licenziare direttori e anchorman della TV pubblica spagnola, sostituendoli con cattolicissimi «famigli», scodinzolanti minzolini pronti a mettere il silenziatore alle misure da dieta ultramediterranea della Merkel e compagnia cantante, e agli “indignandos”.
Che cos’hanno in comune queste due notizie? Molto. E sono solo un paio di esempi di una lista invisibile destinata ad allungarsi con l’aggravarsi della crisi. Bisogna saper leggere fra le righe. Quello che dobbiamo più temere dal terremoto finanziario che scuote l’eurozona non è tanto la perdita del potere d’acquisto della nostra moneta, o del lavoro, o la povertà in cui stiamo precipitando. Ma la perdita progressiva della libertà. Il potere economico (e politico) si fa ogni giorno più molesto e arrogante. Un gioco facile quando le famiglie sono in ginocchio. La minaccia di perdere il proprio posto di lavoro, la tracotanza delle banche che lesinano i finanziamenti alle piccole e piccolissime imprese, sta già spingendo i lavoratori, soprattutto i meno protetti e i più giovani, a compromessi fino all’altro ieri impensabili e inaccettabili. Non si tratta di flessibilità ma di puro e semplice sfruttamento. Il rischio più grave è quello di un dopoguerra senza speranza e senza avere rappresentanza politica.
C’è un solo modo per evitare il peggio. Ridurre drasticamente l’abisso fra una minoranza milionaria, un club transazionale che, pur di continuare a crescere, sta girando vistosamente la vite della libertà individuale e una crescente maggioranza di poveri ed ex benestanti caduti in miseria. Occorre una classe politica capace di imporre una patrimoniale che ponga un netto argine alle smisurate ricchezze di una casta di intoccabili, vecchia e nuova. I redditi vanno ridistribuiti con equità. Questo non può scaturire che da una presa di coscienza collettiva, anche e sopratutto autocritica.
Abbiamo vissuto in modo drogato. I consumi che ci siamo permessi erano tossici come gli strumenti finanziari che hanno provocato la crisi. La tanto auspicata crescita, lo sviluppo così come lo intendono le nostre classi dirigenti, è un pensiero vecchio. Ci potrà essere un fuoco di paglia, mai un «boom», almeno non per noi. Dobbiamo ripensare il nostro modo di vivere, sfruttando la crisi per risorgere individualmente e collettivamente, in un mondo globale che ha già nuove regole e le sta imponendo, di fatto, a tutti. Tranne che ai nostri politici i quali (in modo sempre più smaccato ed evidente) pur di sopravvivere a se stessi se ne inventano una più del diavolo. La loro mediocrità assoluta, la loro scaltrezza polverosa, e soprattutto il vivere all’interno di un castello di privilegi, li hanno resi ciechi di fronte alla Storia che, come cantava De Gregori, “siamo noi”.
Siamo noi. Dimenticarcelo, a questo punto, sarebbe fatale. I nostri portafogli vuoti non devono e non possono intimorirci più della perdita della libertà. Dobbiamo cambiare e -nonostante le gravissime difficoltà- scrollarci da dosso il nostro vecchio modo economico di pensare il mondo.
Siamo in un’altra era.