Ciao, Max

Quando nell’androne della Rai di Milano, dove Massimo Catalano e io eravamo emigrati nel 1979 in cerca di fortuna come autori di varietà radiofonici, c’era la fila di questuanti in attesa del “passi” per entrare, ci bastava una risata trattenuta e un cenno d’intesa. Tiravamo fuori dal portafoglio una tessera del tram o una scheda telefonica e ci presentavamo alle guardie giurate che vigilavano i varchi d’ingresso, sventolandola. Autorevoli e sbrigativi esclamavamo: «Dimostrativo!». Era una parola che non voleva dire nulla, ma facevamo la faccia da direttori generali e non avendoci visto in fila come gli altri collaboratori, le guardie si scappellavano e ci lasciavano entrare. «Dimostrativo!» L’Italia ci casca sempre, ama il potente, soprattutto il fasullo.
La Rai di Milano aveva ascensori molto grandi e molto lenti. All’uscita, ogni piano era uguale all’altro, c’era un salottino con due poltrone, una pianta, un tavolino di vetro, un abat-jour. Noi bloccavamo l’ascensore il tempo di ricostruire il salottino al suo interno: poltroncine, pianta, tavolino, abat-jour. Quando veniva richiamato a pianoterra, orecchiavamo dalla tromba delle scale le reazioni di chi si ritrovava di fronte l’ascensore arredato di tutto punto. E scappavamo come bambini. Ma io avevo ventisei anni e tu, Max quarantatré. Altre volte, negli ascensori affollati, in quei lunghi attimi d’imbarazzo che si creano fra corpi estranei addossati l’uno all’altro, noi, schiena alla parete, mano a mano che l’ascensore saliva, scendevamo impercettibilmente, fino a ritrovarci seduti sui talloni, muti e disperati. La costernazione dei presenti, sempre più imbarazzati, ci metteva allegria. Ti ricordi, Max, quella signora che scappo’ dall’ascensore gridando agli usceri di chiamare l’ambulanza perché “due signori si sono sentiti male”? E ti ricordi quella volta ai Dodici Apostoli, dove festeggiammo il successo di uno dei nostri programmi, con un pranzo prelibato in una stanza riservata dell’augusto locale? Un cameriere ci servì il primo in un enorme biscotto a forma di salmone. Era altezzoso e antipatico. Quando ci lasciò soli, noi facemmo sparire il piatto di portata, le posate, i calici, la caraffa dell’acqua e la bottiglia di vino d’annata, e li riponemmo in un’antica credenza. Uno dei camerieri sfrecciò in corridoio con dei piatti in mano gettando un’occhiata furtiva all’interno. Noi, molto contrariati, tamburellavamo con le dita sulla tovaglia intonsa. L’attimo dopo, due, poi tre, poi quattro teste di camerieri si affacciarono, parlottando fra loro, sottovoce. Quello che ci aveva serviti entrò: «Ma…ma…ma…» E tu con il tuo vocione, sbottasti: «Ma…ma…cosa? È un’ora che stiamo qui e non ci avete ancora portato un grissino!» Irruppe il maître: «Che sta succedendo qui?» Il poverino arrossì, disse che ci aveva servito il primo, ma che poi era scomparso “tutto”. «Scomparso?» rispondemmo. «Ma per chi ci avete preso, per il mago Silvan? Per Tony Binarelli? Per Houdini? E andiamo!» Il maître fece riapparecchiare e ci riportarono il salmone daccapo. Il cameriere era completamente trasformato, lo sguardo prima altezzoso ora vagava nell’immensità, non riusciva a capacitarsi e a darsi pace. Ci fece tenerezza. Gli lasciammo una lauta mancia e la credenza aperta, perfettamente apparecchiata all’interno, come per due gnomi, con il salmone ormai freddo di prima. Eravamo due stronzi. Ma abbiamo scritto insieme, ridendo e litigando a sangue, dei varietà come “Torno subito” e “Viva la radio” che la Rai ha dimenticato, il pubblico no. I nostri personaggi, che irrompevano in diretta nel programma, come se improvvisassero, erano scritti dalla prima all’ultima battuta, in monocamere in affitto, o in motel di periferia. Tutti i pomeriggi alle tre mettevamo le nostre macchinette da scrivere l’una contro l’altra e ammonticchiavamo copioni che, il giorno dopo, sarebbero stati recitati da attori giovanissimi e sconosciuti, quasi tutti poi diventati famosi. C’era Lella Costa che interpretava la Camilli Umbertina, una torinese in cerca di notorietà, che trent’anni prima dei reality, si collegava dal cornicione del palazzo dov’era appollaiata come una picciona, e con spiccato accento piemontese ci gridava: “Mi carambolo morta? Mi spiaccico cadavera? Mi frantumo in coriandoli?” E noi tentavamo di dissuaderla fino al “suicidio” successivo. C’era Michele Serra, giornalista ancora poco noto dell’Unità, che faceva il Pinco, un milanese di periferia, ultra pedante, maniacale, che ci raccontava per filo e per segno dei suoi squallidi pomeriggi trascorsi nei supermercati con gli amici, in cerca di quello dove lo stesso prodotto costava di meno. Sembra oggi, ahimè. C’era Antonio Catania che interrompeva il programma esordendo “Silenzio! Sono l’onorevole Antonio G. Melma” e, fregandosene delle nostre proteste, trattandoci da pezzenti non raccomandati (quali eravamo) voleva rilasciare la sua dichiarazione. Alla fine cedevamo e lo lasciavamo da solo davanti al microfono e, inesorabilmente, lui scoppiava a piangere, perché era semianalfabeta, anche se corrotto e se girava con il Lamborghini “Miura” dai sedili interamente rivestiti dalla pelle delle sue amanti. C’era Angela Finocchiaro, “la Dottoressa Bruti”, una psichiatra sadica, direttrice di una di quelle cliniche ospizio, dai nomi di “quiete”, che si rivelano dei lager per anziani. C’era Vanni de Lucia, poi diventato un clown internazionale, che interpretava il Perozzi, un uomo in cerca di sua madre: “Mamma? Dove sei mamma?” e farneticava, scoprendo che tu o io (alternativamente) eravamo suo padre, e pretendeva la paghetta e di vivere a casa nostra.
È stato proprio il Perozzino, Massimo mio, a telefonarmi ieri sera e a dirmi che non c’eri più. Dopo che tu facesti “Quelli della notte”, il nostro sodalizio s’interruppe e da allora ci separammo e non scrivemmo più insieme. Ci siamo incontrati, negli ultimi vent’anni, solo un paio di volte, con quell’infinito “non detto” nello sguardo che ci imbarazzava così come noi imbarazzavamo la gente negli ascensori. Ti ho voluto tanto, tanto bene, amico mio. Non so se i morti leggono Facebook, ma spero di sì. Qui il cielo è pieno di nuvolette, le immagino colme di gente, tutte su nuvole allo stesso livello, nel cielo. Adesso una, la tua, si sta abbassando impercettibilmente, mentre le altre salgono, compatte, come in ascensore, e tutti i santi e i nostri cari si affacciano a guardare la tua nuvoletta, costernati. C’è anche quella signora di una volta, quella che scappò a chiamare l’ambulanza. Ci casca sempre, la senti? Sta chiamando Dio. “Aiuto, Dio! Aiuto! C’è quella nuvola coi baffi che si sta abbassando mentre noi saliamo!”
Ridi sempre, Max, ridi senza fartene accorgere, ridi come allora.