UN ROLEX DA DIECIMILA EURO

ROLEX
Prendersi cura delle cose altrui, amministrarle con coscienza, non badare agli interessi propri ma votare se stessi solo al bene della comunità. Che palle. Meglio arruolarsi nella legione straniera piuttosto che dover fare il politico, l’amministratore della cosa pubblica, di un condominio di periferia come di un ministero. Questo dovrebbe essere il comune sentire in un paese civile: che palle. Se non mi volete male non votatemi, -ve ne scongiuro-, non candidatemi, non azzardatevi a nominarmi per quell’incarico, non fatemi sedere su quella maledetta poltrona. Padre, allontana da me questo calice… Soprattutto in un paese che soffre come l’Italia, con milioni di nuovi poveri, gli sfratti, gli esodati, gli sbarchi dei disperati della terra. Per l’amor di Dio, no! Lasciatemi a casa. A farmi i fatti miei. Perché ho ricevuto una normale educazione (che palle). So che cosa siano la dignità e l’onore (che palle). Il bene pubblico e il senso dello Stato (come sopra). So che diventare onorevole vuol dire esserlo dentro, da prima, da sempre, con l’aggravante (la croce) di doverlo dimostrare ogni giorno, nell’ombra e sotto le telecamere, a tutti. E io non ci sto a fare del bene incondizionatamente (son mica prete) a sacrificare i miei interessi e la mia famiglia per poi, magari, farmi lapidare da quelli stessi che mi hanno votato. E invece…
…E invece li vedi, a centinaia di migliaia, che si sgomitano, ammiccano alla tivù, ridono (mentre sull’Italia piove) si pavoneggiano, fan la ressa e si accoltellano per una carica pubblica, un posticino in parlamento, una prebenda, un gettone, una nomina anche nel consiglio d’amministrazione di una discarica.
Il problema non è un Rolex da diecimila euro.
Il problema (come si diceva nei dibattiti dopo il film) è “a monte”.

DOMANDA

DOMANDA
Senza quasi rendercene conto siamo tutti diventati organismi pubblicitari, siparietti viventi, pupazzi di uno spot globale. Ridotti a vendere pentole senza neanche essere pagati. In trent’anni la nostra mentalità si è modificata, abbiamo introiettato le leggi del marketing e dimenticato i veri sapori e i saperi della vita. Riusciamo solo a essere sbalorditivi. Se non possiamo più avere un posto fisso ci sgomitiamo per avere almeno un posto fesso. Chi non twitta è perduto. Ma un milione di mi piace non valgono una nuda parola d’amore.
Siamo avidi, aridi, soli. Tutto è pubblicità: politica, istituzioni, famiglia, lavoro. Anche quando ci guardiamo allo specchio fingiamo di essere giovani e belli come i prodotti della concorrenza. Non siamo più persone, siamo diventati slogan. Cartelloni pubblicitari rivali che si scrutano invidiosi in una piazza deserta. Guai a riconoscere di essere caduti in un baratro. Guai a gridare aiuto. In pubblicità non si può dire ho bisogno di te. Si può solo dire comprami.
Che faremo adesso che siamo tutti in vendita mentre il mondo crolla?
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O BARABBA O BARABBA

Gesù è tornato, a migliaia. Oggi, per ogni povero cristo, non uno, ma almeno dieci Pilato se ne lavano le mani. Anche di Barabba in Italia è pieno così. Non stanno più in carcere, stanno al potere. Solo il popolo è rimasto identico: fra Gesù e Barabba non ha mai avuto un solo dubbio in duemila anni.
Ma moltiplicandosi i poveri cristi, e avendo già eletto ogni tipo di criminale, oggi si pretende l’alternanza.
Basta con i vecchi Barabba. Vogliamo Barabba più giovani, simpatici, in camicia bianca. “Perché il futuro è solo l’inizio”.
È tutto molto biblico, tutto molto “cool”.
Con la differenza, per i Gesù, di non potersi esibire neppure sulla croce.

GIORNALI IN CERCA D’AUTORE

I quotidiani italiani perdono lettori, pubblicità, potere. Nel 1990 si vendevano sette milioni di copie, oggi poco più della metà. Non credo che i giornali moriranno entro il 2018 come predice Gianroberto Casaleggio, però stanno facendo la fine delle candele quando Thomas Edison inventò la lampadina.
Illuminano meno.
Le notizie sono anche emozioni. Se il loro voltaggio, l’intensità e la durata sono inferiori rispetto a quelle prodotte dai competitors, non vendi. Che i quotidiani perdano lettori, quindi, non mi pare una notizia clamorosa. Vostro figlio vi ha chiesto un velocipede invece del motorino? Vi curereste l’ulcera trangugiandovi una pozione di pietre preziose triturate come Lorenzo il Magnifico? Allora perché dovreste andare in edicola a comprarvi un giornale dell’Ottocento?
Dal primo numero del “Corriere della sera” del 5 marzo 1876 a quello di oggi, infatti, non ci passa questa grande differenza. Mai come quella tra il farsi applicare le sanguisughe sul petto e una pasticca per la pressione, o tra i segnali Morse e gli smartphone. I giornali italiani sono pensati, scritti e impaginati in modo pressoché identico da trent’anni, nonostante Google, Youtube e network come Vice, dove ogni sei o sette cazzate c’è un pezzo scritto da un giovane dio, gratis.
I quotidiani italiani mi ricordano Hiroo Onoda, il tenente dell’esercito imperiale giapponese rimasto per tre decenni nella giungla delle Filippine ignorando che la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo.
Cercano di venderti domattina una notizia risaputa da ieri pomeriggio, che è stata già stracotta e servita dai giornali radio e dai tg, fritta e rifritta da una dozzina di talk-show e commentata e condita tutta la notte in migliaia di salse nei social network. È come tentare di piazzare la carta da parati di tua nonna a un’asta di opere dei “Macchiaioli” da Christie’s.
Eppure comprare il proprio quotidiano è un rito e leggere meraviglioso, così come far parte di questo o quel club delle opinioni. Non riuscire a trasmettere alle future generazioni un piacere che profuma di carta, di sapere e di caffè, è non solo amaro ma un danno. Non avendo alcun titolo per dirlo, riassumo quelle che considero le responsabilità di tre milioni e mezzo di copie perdute.
Primo: la vicinanza se non la promiscuità con il potere politico ed economico e la distanza emotiva e d’interessi dai lettori, i quali invece di riconoscersi nel giornale, incassano la sensazione disturbante di sentirsene esclusi, se non di vivere in un altro pianeta. Secondo: il conformismo. La maggiore o minore importanza attribuita alle notizie è pressoché identica da un quotidiano all’altro. Tutti copiano il mezzo più potente e accentratore d’attenzione, la tv, quasi nessuno osa. Le differenze non discendono dall’approfondimento della verità, ma da interessi di lobby. Se una notizia favorisce qualcuno che non sia un mio famiglio ne diminuisco l’importanza, la sporco con un commento malevolo o la oscuro. Terzo e ultimo (perché sono su Facebook e superata la quinta riga saremo rimasti a parlarci soltanto tu e io) la mancanza di coraggio culturale e imprenditoriale di gettare nel cestino il quotidiano ottocentesco e ricominciare dallo splendore della pagina bianca.
Non sono Giulio Verne che armò di siluri il Nautilus di Capitano Nemo prima che i sommergibili ne fossero dotati e scorrazzassero ventimila leghe sotto i mari, ma la mia visione è opposta a quella funebre di Casaleggio: penso che i giornali di carta possano avere un luminoso avvenire, ma solo se diventeranno quotidiani d’autore. Quadri firmati della realtà. Ideati e scritti tra la gente e solo per la gente. La notizia di ieri, un pretesto per raccontare ciò che provo oggi. Il giornale un alleato per affrontare la vita, il tuo compagno di carta in tasca. Perché questo accada, non basta essere giornalisti, bisogna essere creativi e coraggiosi. Saper morire e rinascere ogni giorno come accade a milioni di lavoratori, di giovani dal futuro sbarrato, di ex colletti bianchi senzatetto. Dipingere questi giorni. Raccontarli come una ballata. E farci tornare la voglia di pregustare (come fosse una puntata di House of Cards) cosa ci sarà nel giornale di domani.
Mi sembra sciocco e autoreferenziale insistere nel tentare di rifilare ai lettori o notizie che sanno già, oppure articoli culturali che solo a leggerne i titoli ti scappa un urlo di Tarzan. Bisogna calarsi nel cuore selvaggio di questo paese, nelle crepe e nelle emozioni inespresse e portarle alla luce in modo originale, piantandola di fare da megafono solo a una élite. Oltretutto sono sempre di meno, sempre più ricchi e ignoranti, ti comprano e ti leggono solo se sono citati nei titoli.
Mentre ci sono delle brevi di cronaca che potrebbero raccontare una nazione. Quelle notizie devono stare in prima pagina. Al posto di “Renzi: adesso avanti con le riforme” che non ci crede nessuno.
Bisogna dare un segno.
“Il segno” è il quotidiano che sogno.

NOI SCIMPANZÉ

images23Sfoglio i giornali, guardo la tv, navigo in Internet. Sono un italiano bene informato ma mi gratto la testa come gli scimpanzé. Perché? Eppure mi ricordo che Luxuria è stata baciata da Dudù ad Arcore; che uno dei giudici del processo Ruby è andato prima a Lourdes poi in pensione anticipata dopo aver firmato la sentenza d’assoluzione di Berlusconi (ho solo un dubbio: si è fatto benedire prima o dopo?); So che gli americani hanno terrore della politica rigorista della Merkel come dell’Ebola; che i musulmani italiani si sono schierati contro i tagliatori di teste dell’Isis; che Travaglio e Santoro hanno litigato; che il tribale Matteo Salvini “chi non salta immigrato è! è!”; Che Napolitano ha invitato a cena i leader europei e ha tenuto loro un discorso così zeppo di distinguo e di “non” al punto che mi sono detto: questo “non” è più “il bel paese là dove il sì suona”. Mi ricordo che la Thyssen di Terni si è fatta un’altra scorpacciata di operai, e penso che il ventre del capitalismo sia ormai più dilatato di quello della balena di Pinocchio con stipati dentro milioni di poveri Geppetti fritti; così come so, infine, che il prefetto ha diffidato il sindaco di Roma a registrare i matrimoni gay celebrati all’estero. Peccato, per una volta che Marino aveva avuto una buona idea. Cito a memoria, ma potrei continuare per paginate, sono aggiornato eppure del mio paese, della mia tribù, ne so quanto gli scimpanzé. Il mio albero interiore è spoglio. Non ci resta attaccato quasi nulla. Nessuna notizia dolce e nutriente come una banana. Nessuna corrispondenza. Nessuna appartenenza. Ah! Per spiegarmi facevo prima a cantarvi “Azzurro” di Paolo Conte. Per cui chissenefrega, tante condoglianze al mio cervello e via. Oppure?
Oppure siamo in milioni di scimpanzé disinformati nel profondo, depredati affettivamente da un dibattito pubblico in cui anche le tragedie si trasformano in pettegolezzi, appalti truccati e vanità personali. E i nostri destini, invece di confluire nel fiume fraterno di una storia condivisa, stanno spezzettandosi in milioni di rivoli, nessuno dei quali, da solo, avrà mai la forza di arrivare al mare.
Perché se così fosse, il discorso si farebbe molto, molto interessante.
Se una parte ricca e minoritaria del paese, nei giornali, nei talk-show, alla radio, parla solo di sé stessa fingendo di parlare di noi, dove siamo finiti noi? In quale riserva indiana? In quale zoo? Si accettano suggerimenti e indicazioni stradali. Non pretendo di fare una rivoluzione ma almeno di farci una pizza alle banane. E di grattarci la testa insieme. Noi scimpanzé.

Sono sereno

Anche il padre di Renzi, indagato per bancarotta fraudolenta, ha dichiarato “Sono sereno”. Da noi tutti quelli che vengono indagati, denunciati, coinvolti in indagini per corruzione, truffa, appropriazione indebita, mafia, dichiarano indistintamente “Sono sereno”. Io sono incazzato nero e c’ho l’angoscia a mille, non è che qualcuno potrebbe mandarmi un avviso di garanzia, anche piccolo? Magari mi passa!
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PASSERI CONTRO LA GUERRA

1031e.-starlings5GuardianOrmai non ci sono più dubbi, è l’invasione: i ribelli filorussi dell’Ucraina dell’est sono fiancheggiati da soldati e armi di Mosca. La città di Novoazovsk, sul Mar d’Azov, è stata conquistata da truppe russe. La conferma dell’invasione è stata data dalla Nato, che ha diffuso nuove foto satellitari. Le immagini mostrano l’esercito russo all’interno del territorio ucraino. Putin e il Cremlino negano, mentre Obama ha dichiarato, durissimo: “La Russia pagherà”.
Le forze della natura, intanto, allarmate dalle possibili conseguenze, lanciano agli esseri umani i loro S.O.S. ignorati e inascoltati. Nella foto, uno stormo di uccelli disegna un grande fungo atomico. Al tramonto, il portavoce dei passeri, sfiduciato e stanco, ha dichiarato: “Mentre noi uccelli in cielo cambiamo incessanti disegni e figure acrobatiche, gli uomini sulla terra ripetono sempre lo stesso logoro schema. Ma non ci vedono? Non hanno memoria dei loro stessi disastri? È sconfortante, è davvero una cosa da far cascare le ali”.

COMPAGNI DI MERAVIGLIE

pedro-luis-raotaMangiamo ogni giorno notizie sventurate, condite da meschinità di ogni genere. Siamo infarciti come tacchini indigesti da un ripieno di corruzione. Il dibattito pubblico è squallido, ripetitivo, allarmante, mai positivo, creativo e ribelle. Abbiamo un disperato bisogno di meraviglioso. Un ministero del meraviglioso, maestri di meraviglioso, a scuola fra il latino e la matematica due ore quotidiane di meraviglioso, all’università una facoltà di meraviglioso. Dobbiamo diventare compagni di meraviglie. È il nostro petrolio, l’unica eccellenza, il solo prodotto italiano esportabile in tutto il mondo. La fantasia più pragmatica che esista: la nostra visionarietà. Sapere concretizzare i sogni. Un vento portatore di entusiasmo incantato deve irrompere nelle nostre città sventrate dalle sciocchezze ingorde del denaro, disintossicare l’aria appesantita da una banalità soffocante, liberarci da briganti e oracoli di mezza tacca, trasformare questa peste del nulla con un contagio poetico e illuminato, restituire agli occhi dei nostri bambini lo stupore del futuro che meritano.

ALLO SPECCHIO

Ci avevano mostrato un futuro
di beatitudine globale dove tutti
avremmo consumato senza pagare.
Ma era il loro e l’hanno recintato.
Con il nostro se l’erano comprato.
E ci hanno venduto appartamenti
affacciati sulle discariche, palazzine
su terreni franosi, orribili villette
caposchiera. Dicevano: “Guarda!
È bella quasi come quelle dei vip
in Costa Smeralda o a Portofino!”.
Ci hanno concesso mutui dai tassi
velenosi come siero di vipere,
estinguibili in tre o quattro vite.
E noi glielo abbiamo permesso.

Così ci hanno venduto automobili
con i volanti regolabili in altezza
dal nano al gigante, navigatori
parlanti e alzacristalli elettrici,
come se abbassare a mano un vetro
per chiedere un’indicazione
richiedesse uno sforzo titanico o fosse
grave indice di maleducazione.
E noi glielo abbiamo permesso.

Allora ci hanno venduto cose che forse
neanche desideravamo. Abiti, borse,
orologi, ombrelli e occhiali firmati,
dai prezzi folli per noi inabbordabili.
Ma tutti in fila per strada imbacuccati
come uomini-sandwich su Marte
gli abbiamo fatto pure pubblicità.

E ci hanno rifilato cellulari colorati
come perline per gli indigeni,
computer con funzioni memorabili
ma sfuggenti all’umana comprensione.
“È facile” dicevano “puoi averlo a costo
zero, con piccole e comode rate
solo a partire dal prossimo anno”.
Non è stato un miracolo, ma un danno
che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Poi ci hanno svuotato le tasche
riempiendoci la testa di password,
tranne una, la più importante, quella
che dava libero accesso a un lavoro.
Infine hanno chiuso le fabbriche.
E noi glielo abbiamo permesso.

E noi glielo abbiamo permesso
di farci corrompere e abbindolare,
ci siamo lasciati dominare senza
che dovessero assumere un dittatore,
né impiegare l’esercito, torturarci,
o farci sbattere dentro dalla polizia.

Adesso, che gli abbiamo permesso tutto,
e non abbiamo un tiranno da abbattere,
a chi fare resistenza se non allo specchio
di fronte al quale li abbiamo scimmiottati
ricoprendoci di merda e di ridicolo?

ATTENTI AI SOGNI

imagesLa frase più applaudita del discorso di Renzi è stata quella che mi è piaciuta di meno: “Oggi tocca a noi, noi che abbiamo scelto di fare giurisprudenza quando Falcone e Borsellino saltavano in aria”, perché l’atto eroico sembra il suo di essersi iscritto a giurisprudenza non quello di essere saltati in aria per aver combattuto la mafia. Ovviamente il nuovo segretario del Pd non intendeva questo. Ma basterà autoassolversi dichiarando “Non son certo modesto e non mi difetta l’autostima”, se poco dopo si cita Mandela (“Giocare in piccolo non serve al mondo”), per annunciare che la sua intenzione è quella di “giocare in grande”? Bisogna stare attenti alle parole e ai paragoni. Più sono grandi più si rischia di apparire piccoli. Ed è vero che i sogni degli italiani si sono rimpiccioliti in questi ultimi vent’anni, ma non è forse accaduto anche perché il sogno di un uomo solo è stato contrabbandato per il sogno di una nazione intera?
Fa bene, quindi, Renzi a rottamare anche il nome di Berlusconi, non citandolo mai. (Fa bene anche se già lo fece Veltroni e perse lo stesso). Non basta tuttavia “cambiare verso” se questo vuol dire solo “cambiare sogno”. Bisogna abolire il sogno dalla politica. Vorrei si appendesse alla Leopolda, al congresso del Pd, a Montecitorio, un cartello come quelli sui cancelli delle case di campagna: “Cave canem” con questa diversa dicitura: “Attenti ai sogni”. Perché quando, per esempio, il nuovo segretario del Pd dice “Abbiamo lasciato l’Europa in mano a burocrati senza cuore”, oibò, a me viene subito da pensare a Christiaan Barnard, il cardiochirurgo che il 3 dicembre 1967, otto anni prima che Matteo venisse al mondo, fece il primo trapianto di cuore, e proprio nel paese di Mandela. È la mia testa che è fatta così, chiedo scusa, ma come possiamo rimediare all’errore di aver “lasciato l’Europa” in mano ai burocrati, senza innestare loro un cuore nuovo con un trapianto di massa? Attenti ai sogni, in politica, e attenti a un’altra parola che Renzi, invece, usa moltissimo: “gioco”. Questa frase, per esempio, sembra detta da un presidente del Milan qualunque: “Se mi avete dato la fascia di capitano di questa squadra io non farò passare giorno senza lottare su ogni pallone”. O quest’altra, che invece sembra detta da un presidente del Milan di sinistra, con un occhio a tutti i panchinari della terra: “La vittoria più bella è quando chi cade si rialza”. E ancora: “Ciascuno di noi deve mettersi in gioco, dobbiamo giocare in grande”. Fino alle ultime cinque parole del suo discorso: “Da domani ci divertiamo insieme”. Sogno, gioco, divertimento. Lo so che noi italiani siamo fatti così, ma “Cave canem”, le parole più applaudite sono quelle i cui morsi fanno più male. Dopo, al risveglio, che ti viene la “rabbia”.
È poetico, Renzi, quando ci ricorda che abbiamo freddo. Che fa freddo a Prato quando muoiono sette cinesi. (E “i diritti dei lavoratori non hanno passaporto”). Che fa freddo all’Ilva di Taranto, nella Terra dei Fuochi, che fa freddo nella Sardegna alluvionata, fa freddo a Lampedusa. È questo, anche, il grande freddo italiano. Quella società descritta dal Censis con un aggettivo terribile “sciapa”, un’Italia apatica, attraversata dal ciclone sciagurato della furbizia e governata da una classe dirigente che “drammatizza” la crisi solo per salvarsi la poltrona. Quale ricetta potrà saporire questa broda gelida e lenta in cui tutti affoghiamo? “Toccherà riscaldare l’Italia con una scommessa culturale”. Ci sto. Quale? “Si può essere riformisti senza essere noiosi”, e ancora “Si possono tenere insieme il buon senso del padre di famiglia con la passione e il sogno”.
No, “cave canem”, non sognare, Renzi. Svegliati. E svegliati, Italia. Il segretario della nuova generazione ha promesso di far promulgare “subito” una nuova legge elettorale non proporzionale. Ha annunciato che, “subito”, presenterà una proposta costituzionale per ridurre di un miliardo le spese della politica. Via il Senato, puff. Via le province, puff. Supercalifragilisticespiralidoso. Delle due l’una: o ci ritroviamo fra le palle un’altra Mary Poppins o almeno queste tre cose le fa. “Subito”. Le chiacchiere stanno a zero, l’Italia sottozero. Renzi ha detto che il Pd “metterà tutto il proprio onore” nel mantenere queste promesse. Giorni fa ho ritrovato fra le carte di mio bisnonno questo biglietto: “Con la speranza di stringerle ancora la destra sui campi dell’onore”. Non so se quelle battaglie fossero più sanguinose, o meno, rispetto a quella che Renzi ha promesso di vincere. Se il suo non sarà l’ennesimo, velleitario assalto all’arma bianca, ce lo dirà soltanto e “subito” la storia.

UN CAROSELLO DI CAROGNATE

Non credo che potrà mai esserci una vera ripresa economica del paese senza una ripresa dei valori umani che sono alle radici della nostra antica civiltà. I danni causati dall’ingordigia della finanza non hanno prodotto nessun ravvedimento politico globale, al contrario, la ricchezza si è concentrata in poche mani, la crisi è stata interamente scaricata su moltitudini di nuovi poveri e la classe media quasi non esiste più.
In Italia, intanto, il sentimento premiato è stato ed è tuttora la meschinità, la più periferica delle miserie umane, che non ha nulla a che vedere con la nobiltà, seppure perversa, dell’odio. Mi riferisco alla grettezza ottusa, sempre autoreferenziale, che premia le bassezze dei furbi, deprezza il merito e moltiplica l’ingiustizia sociale. Dagli anni Ottanta a oggi abbiamo assistito, talvolta partecipato e colpevolmente permesso, a un carosello di carognate. La conseguenza è un disincanto rabbioso, che da Tangentopoli in poi, ha generato un cinismo qualunquista, quello che giudicando ladri tutti i politici e la classe dirigente, si autoassolve, disconoscendo la propria meschinità riflessa in quella della casta.
Nessun rinascimento, ma anche nessuna ripresa economica sarà possibile, se non si riparte dalla presa di coscienza che i barbari non sono arrivati da fuori ma sono sbarcati da dentro di noi. Il mascalzone va combattuto in casa. L’antidoto alla meschineria va somministrato a scuola. L’esercizio del proprio dovere, anche nell’isolamento e nell’abbandono, la generosità, la lealtà, la solidarietà, sono davvero tanti i valori che abbiamo smesso di esercitare. Oggi li sbeffeggiamo, li declassiamo a retorica, ma ciascuno di quei sentimenti smarriti è stato una tappa della via crucis della nostra disfatta.
Solo con milioni di piccoli esempi si potrà riaffermare un modello di paese vincente. Sono stati anni scellerati, questi, e meschini, di gentarella al potere. Concorrere a questo carosello di carognate, oltretutto, non ha più senso. È un club di carogne per soli soci.
Ciascuno dovrebbe dare il proprio esempio, soprattutto a se stesso, se pure fosse rimasto l’ultimo italiano degno di nota sulla terra: essere, lui da solo, quell’Italia in cui sogna di vivere con gli altri.

FAME

Ho rivisto, sere fa, un servizio di Enrico Lucci per Le Iene. Girato su un pullman malconcio che deportava in Germania siciliani di tutte le età. In Italia, soprattutto al Sud, c’è la fame, che è come le SS, ti costringe ai lavori forzati. Ci sono anche le camere a gas per la classe media precipitata nell’indigenza. Sono quei veleni tossici che esalano dalla televisione e dai giornali, in primo luogo da quelle due camere a gas in cui si è trasformato il nostro Parlamento, è la politica che provoca la morte del cuore. Conosco le critiche a questo tipo di “retorica”. Parole, parole, parole, di “un’anima bella”. È il tipo di critica formulato generalmente da anime di merda. Perché quel pullman era il nostro barcone di Lampedusa. Il made in Italy della disperazione. Colmo di anime pulite. Come quel nostro ragazzo, quel piccolo cameriere picchiato a morte in Inghilterra perché “rubava lavoro”. Siciliani di diciotto e vecchi di settanta, con un coraggio da leoni, trafitti dall’indifferenza, quella, per esempio, del piccolo Che Guevara al contrario di Brunetta, che ieri minacciava la “guerriglia” perché la Bindi era stata eletta alla commissione antimafia. E il governo, scrive Repubblica, “traballa”. Ma traballava, intanto, il pullman malconcio di Lucci, quello sì da far spavento, con i suoi pneumatici usurati, il carburatore sporco, le ore di sosta in una piazzola dell’Autogrill prima della riparazione e di rimettersi in marcia verso l’ignoto, senza sapere neppure una parola di tedesco, come i nostri alpini erano mandati allo sbaraglio in Russia senz’armi né scarpe adatte e con i piedi incancreniti dal gelo. In Italia c’è una guerra non dichiarata in cui la televisione si limita a contare i morti. Si aggiorna ogni sera l’elenco delle migliaia di aziende fallite, si mostrano ex colletti bianchi che rovistano nei cassonetti, si fa audience col sangue. Una volta, almeno, si aveva la certezza, fosse pure solo l’illusione, di sacrificarsi per la patria, per la libertà, per assicurare la democrazia ai propri figli. Oggi si sparisce inghiottiti da un mare di chiacchiere di anime di merda, disintegrati dalla bomba atomica più devastante, quella dell’indifferenza sovrana di chi ci governa, ma anche quella del tuo vicino di casa. Chi è benestante parla di niente, come il Mercuzio di Romeo e Giulietta, perché solo chi ha fame può capire chi ha fame.

OPINIONE DI UN ALBERO

Al mondo esistono due categorie di persone: i mangianuvole e i mangiapolvere. I primi piantano la loro bandierina fra le stelle. I secondi hanno i piedi ben piantati per terra. Gli idealisti hanno una visione, i pragmatici ci mettono qualche decennio per capirla, però poi la realizzano. Da noi, invece, chi sale sull’albero litiga con chi sta sotto, per principio. Non si conclude mai nulla. Non esiste, in natura, un italiano che sia mai completamente d’accordo con un altro italiano.
Il conflitto diventa paradossale quando il mangianuvole scende dall’albero determinato a convincere l’altro a suon di scapaccioni e il mangiapolvere si arrampica sui rami veloce come una scimmia. I ruoli s’invertono. Adesso chi sta sotto afferma l’esatto contrario di quando stava sopra e l’ex mangianuvole lo contesta con i medesimi argomenti che disprezzava altezzosamente dall’alto, poco prima.
La natura, che ama semplificare le cose, ha prodotto così un prototipo di ultima generazione. È l’italiano che si sdoppia da solo. Una parte si arrampica sull’albero e l’altra, contemporaneamente, si rifiuta.
«Non fare il bambino, scendi!»
«Bambino ci sei tu. Sali, è belisimo!»
Quando la metà di me dice “è belisimo!” con una esse sola, mi prudono le mani. Stamattina il paese fa schifo, dalla nebbia non si vede a un passo, stavo per mettere sotto una vecchia, e lui mi fa: «Guarda! La nebia! Sali, è belisima!» Tutto ciò che a me non piace, come la bieta o gli gnocchi, lui ne va matto.
Ieri abbiamo trascorso la domenica a litigare su Casaleggio. «Ma come si fa, dopo Lampedusa», gli ho gridato mentre si limava le unghie, appollaiato su un ramo, indifferente. «Come si fa -dico- a dichiararsi contrari all’abolizione del reato di clandestinità? Come puoi contare i voti quando in mare si contano i morti?»
«È belisimo! Ha ragione Casalegio. Non c’era nel programa!»
Ce li ho tutti e due dentro come Alien. Fratelli d’Italia. Le nostre opinioni vanno e vengono, incessanti, il paese è un ascensore impazzito. Bloccato tra sopra e sotto in un litigio perenne su a chi tocca pigiare il bottone.
Il problema è che non era un ascensore ma un albero.
Un tempo, un maestoso albero. E si sta letteralmente seccando.
Coro: «E quindi?»
Albero: «E quindi cosa? Sono un albero, che volete che ne sappia? Abbiate almeno il buon gusto di trovare uno straccio di visione comune, perbacco! (Gli alberi secolari usano ancora espressioni ottocentesche come “perbacco!” o “perdirindindina!”- N.d.A.) La globalizzazione è stata una guerra nucleare dei soldi e voi l’avete perduta! Ma siete gli ultimi a saperlo mentre tutto il mondo vi ride dietro. Pure la Grecia e l’Albania.»
«Ha ha, molto divertente. E invece cosa dovremmo fare secondo te?»
«Un Piano Marshall, come nel 1948».
«Guarda che Obama sta messo peggio di noi.»
«Un piano Marshall senza gli americani. È sempre più difficile, come al circo.»
« Senza cioccolata? Senza Am-lire? Senza nessuno che ci aiuti? Manco la Merkel? Impossibile.»
«Potate me.»
C’è stato un grave silenzio. Poi metà di me è scoppiata a ridere: «Che ha detto, “patate”?»
«No» ha riso l’altra. « “Potateme”. È un albero romanacio! …Belisimo! » Ed è sceso a terra con un salto. Ci siamo messi a guardarlo, quel vecchio coglione, ridendo fianco a fianco, per la prima volta congiunti, fratelli, i nasi per aria.
«Potate me» ha ripetuto l’albero, serio come la fame, e alla fame non puoi replicare.
Allora mezzo me ha ordinato: «Non hai sentito che ha deto? Muoviti! Vai a casa a prendere l’inafiatoio e il rastrelo… e anche la sega di nono!»
«Non sono il tuo schiavo» ho risposto. «Ma vacci tu.»
Adesso stiamo andandoci insieme, litigando al solito, in questa dannata nebbia. Lui sostiene che casa nostra sia a destra, io a sinistra, ma anche se non abbiamo alcuna intenzione di ammetterlo, siamo entrambi convinti, in cuor nostro, che l’albero non abbia poi tutti i torti. E sia che lo guardi da sopra, sia da sotto, resta uno degli alberi più belli della Terra. «A potarlo per bene, potrebbe ancora darci dei frutti …»
«…Belisimi!…» esclamiamo insieme, con una esse sola, ingenui ma concreti come siamo noi quando, con la schiena piegata in due a lavorare sodo, come ora, stiamo facendo qualcosa sia da mangianuvole sia da mangiapolvere, potiamo l’albero che da secoli dà da mangiare alla nostra famiglia, mentre il mondo ci spia dall’alto e dal basso, senza riuscire a indovinare come diavolo ce l’abbiamo fatta anche stavolta.
Roma, 14 ottobre 2013
(Foto di Percey Smith)percey smith

CHE CI FACCIAMO, NOI, QUI?

I telegiornali parlano solo di soldi e di tragedie scaturite dalla mancanza di soldi a un’Italia che non ha più soldi. È come se si occupassero solo di letteratura in un paese nel quale non si legge più un libro. Tutto l’architrave del consumismo è rimasto intatto: notizie, prodotti, pubblicità. Mancano i consumatori e i soldi. Sembra di stare a Hollywood senza il cinema.
Che ci faccio, io, qui?
Parlano politici, banchieri e speculatori. Amministrano un patrimonio sempre più esiguo e lo distribuiscono a chi è sempre più ricco. Piccoli lestofanti crescono.
Che ci faccio, io, qui?
Dovrebbero vietare i telegiornali ai minori di quattordici anni. Se avessi avuto quattordici anni oggi, sarei morto di noia e di terrore. Senza più Sandokan per lanciarmi all’arrembaggio dai miei prahos, senza più Zanna Bianca per gettarmi alla conquista dell’oro nel Klondike. Forse mi sarei gettato nelle braccia del Papa a fare la ola a Gesù, o nelle braccia dell’ecstasy a farmi una ola nel cervello.
Di sicuro mi sarei chiesto: che ci faccio, io, qui?
Una moltitudine di donne, uomini, vecchi e ragazzi, senza denaro, senza sogni e senza futuro, si aggirano fra le macerie di un mondo che non c’è più, con l’amara sensazione che forse per loro non c’era stato mai. Guardano lassù dove avevano riposto tutte le loro illusioni, ammiccano al castelletto illuminato e presidiato da guardie armate, poi ne rileggono le cronache mondane sui fogli di giornale che svolazzano al vento, riascoltano e rivedono notizie che non li riguardano in un televisore rimasto acceso, gracchiante, in bilico su un capitello come un santo stilita.
Silenzio! Avete sentito? Che cos’era quel suono, una sirena o un gabbiano?
Come un sol uomo ci rivolgiamo al rigo dell’orizzonte sul mare.
Non si vede, ancora, nessuna nave.
Che ci facciamo, noi, qui?
Stiamo aspettando un pittore che ridipinga il mondo.

I SENZA PADRE

Un secolo e mezzo dopo l’Unità d’Italia, il Papa è diventato Garibaldi. Si batte contro l’ingiustizia sociale, è in rivolta contro il dominio del denaro e la “globalizzazione dell’indifferenza”. Oggi, se c’è una breccia di Porta Pia, è al contrario. È il Papa che con le sue parole sembra sfondare la breccia di Montecitorio. Letta e Alfano paiono gemelli, i gemelli di Pio IX. Quel Papa che, per Garibaldi, era «la più nociva fra le creature, perché egli, più nessun altro, è un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza fra gli uomini e dei popoli». Il paese si è rovesciato. Il più simile all’Eroe dei due Mondi oggi è il Papa. Se Garibaldi, dovesse trovare un nome al suo asino, non lo chiamerebbe più “Pionono”, ma “Alfetta” o “Lettano”. I milioni di giovani italiani senza futuro, i disoccupati, i precari, le donne scippate dalle pari opportunità, le madri e i padri di famiglia allo sbando, sono i nuovi Monti e Tognetti, i due patrioti e rivoluzionari che per aver fatto esplodere due barili di polvere, provocando la morte di 25 zuavi della guardia pontificia, furono ghigliottinati dal boia del Papa, Mastro Titta, al Circo Massimo, il 24 novembre 1868. Noi siamo i condannati a morte del capitalismo più efferato della Storia. E del governo più surreale del mondo. Noi, italiani senza Dio, non abbiamo un padre, un gemello di Garibaldi, una sola, vera, alta figura istituzionale di riferimento in questo tsunami che ci sta spazzando tutti via, mentre una casta politico-giornalistica-finanziaria si è arroccata nella sua piccola Vaticano milionaria. Al Quirinale c’è un fantasma in catene, al governo solo catene. Che stiamo aspettando dio solo lo sa.