Aumma-aumma

Sto insegnando “Scrittura radiofonica” a cinquanta neolaureati per un master all’Università Luiss. Un’esperienza affascinante, loro sono molto attenti e sensibili e mi rivolgono domande intelligenti. L’unico problema è che se gli insegno a essere autori veri, professionalmente e spiritualmente, in Italia ci troveremo cinquanta disoccupati in più. Per lavorare e portare a casa la pagnotta gli suggerirò, al termine del mio corso, un master in mezzecalze e un corso integrativo in “aumma-aumma”. E la Rai gli spalancherà le braccia.job-wanted

I NOSTRI EROI (Discorso dal palco di Emergency)

Discorso per Emergency, Roma, piazza San Giovanni, sabato 17 Aprile

«I NOSTRI EROI«

Mi chiamo Diego Cugia, detto Jack Folla, facevo l’autore, lo facevo alla radio e alla Tv, fondai un movimento, “Gli invisibili”, talmente invisibili che se ne vedono pochissimi, parlo di me al passato, sono estinto come le foche monache o le betulle nane, da più di tre anni non posso mettere piede in una radio o in una televisione di questo Reame, sono estinto perché qualcuno ha usato l’estintore, infatti certe parole bruciano, lasciano ustioni sulla coscienza e le ustioni son brutte da vedere, e allora bisogna spegnerle le parole, come si fa per estinguere le fiamme.

Estintore e silenziatore sono gli strumenti della dittatura mediatica, di questo fascismo sottile, i nuovi pompieri del potere hanno sostituito manganello e olio di ricino, oggi non serve spedire i dissidenti al confino, da noi basta e avanza un clic, una lucetta rossa che si spegne, uno studio radiofonico vuoto, buio, un microfono col cappuccio, non sei più in onda, così sei isolato, sei zombie. E “Zombie” è stato il titolo del mio ultimo programma alla radio, Radio24, perché a Radiorai mi avevano già estinto, adesso sono definitivamente scomparso, amen. Io non sono un eroe, né un martire, ero solo un italiano che parlava con sincerità.

Da bambino mio nonno alla domenica mi portava lassù, sulla terrazza del Pincio. Mi portava a vedere il teatrino di Pulcinella. Pulcinella veniva preso a manganellate in testa dal carabiniere e moriva. E da morto strillava: “A carabiniè!” Dio mio quanto mi piaceva questa battuta. Allora il carabiniere gli diceva: “Zitto, sei morto, e i morti non parlano.” E Pulcinella rispondeva: “E io voglio parlà!” Ecco, oggi Gino Strada mi ha risorto e io voglio parlà. Ma non di me, chi se ne fotte di me, l’io fa schifo, io-io-io il raglio dell’asino, no, voglio parlare delle parole, che in Italia non sono più quelle di una volta, come mio nonno diceva delle stagioni. Per esempio proprio queste: le parole martire o eroe.

Un mercenario armato fino ai denti, con un elevato ingaggio economico, che veniva ucciso in zona di guerra, un tempo era un soldato professionista morto nell’espletamento del suo dovere. Che nel caso di un soldato è il dovere di uccidere. Un mestiere (per questo li pagano tanto) che mette in conto l’eventualità contraria, quella di essere ucciso. Da noi, invece, oggi un mercenario morto in guerra armato fino ai denti è un eroe.

Ai tempi in cui nonno mi portava a vedere Pulcinella, -mio nonno era siciliano- mi educava al concetto che i mafiosi erano gentaccia, mala pianta, delinquenti. Oggi il genitore politico di tutti noi italiani, il presidente del consiglio, ci educa al concetto che un mafioso di nome Mangano è un eroe.

Ma da qualche giorno, in Italia, è accaduto qualcosa di clamoroso, qualcosa che ha scombinato definitivamente il mio sistema di valori, tanto che mi sto rivoltando nella tomba. (Tra parentesi sono sepolto qui a Roma, se volete portarmi un fiore sto in via Salaria, a Villa Ada, la prima panchina a destra). Che vi stavo dicendo? Ah si. Il fatto clamoroso. Prima però devo fare una doverosa premessa. Come tutti gli scrittori io ero un narcisista di merda. E’ brutto, è puzzolente essere narcisisti, e ci sono cascato anche stavolta, da resuscitato, porca pupazza l’ho rifatto, vi ho parlato di me, di mio nonno, di Pulcinella e di quella cosa perduta che amo più di una donna perduta: la radio. Ma proprio perché ho questo difetto…proprio perché sono un narcisista, un egoista… io amo chi ama gli altri. Io amo chi si dona. Chi rischia la propria vita per salvare quella degli altri, ecco, quello per me è un eroe. Un faro, un esempio, un modello da imitare.
E per tutta la vita mi sono schiaffeggiato dicendo “Impara da questi, scordati del tuo stupido te stesso, donati, datti agli altri e poi dimenticalo.”

C’è un bellissimo verso di un poeta francese, René Char, dedicato agli scrittori, che dice “Affrettati a trasmettere la tua parte di meraviglioso, di ribellione, di amore, e poi disperditi con la polvere. Nessuno saprà la vostra unione.”

Fine della premessa. Allora cos’è successo di nuovo, di clamoroso in Italia? Quale altra parola ha mutato radicalmente senso? Una delle nostre più belle parole, una di quelle che gli italiani dovrebbero lucidare come l’argenteria di casa: volontario. Volontario: il contrario del narcisista.

Fra i miei ricordi di zombie ce n’è uno che mi è particolarmente caro. Quand’ero Jack Folla una ragazza chiese d’incontrarmi prima di partire da volontaria per un Paese africano. Venne a trovarmi qui a Roma. Aveva appena 19 anni, dei sandali da frate, una gonnellina a fiori, e degli occhi così azzurri che il cielo stesso, a guardarli, si sarebbe dovuto vergognare. Stava partendo per andare a dare una mano in un ospedale dei padri comboniani. “Ma vai così, a Fiumicino, adesso, da sola?” Questa piccola infermiera fece la faccia di chi scende un momento da casa per prendere il latte. “Certo. Perché?” E’ morta di Ebola pochi mesi dopo. E in Italia lo sappiamo in tre: il suo ragazzo, sua mamma e io.

Anche per questo, da allora, sono amico di Emergency. Perché stimo queste persone nate per donarsi che poi si sperdono con la polvere, in un’unione di fuoco. E non c’è estintore che tenga. Le loro vite sono grandi notizie accese eternamente che la televisione non ci dà, ma che ci colmano di senso la vita. Perché sono le loro vite che ci danno forza. A me per esempio, da’ forza che esista Gino Strada, e migliaia e migliaia di volontari di Emergency e che ci siate tutti voi, per loro, in questa piazza. Ho dunque appreso dalla televisione italiana che anche questa parola, volontario, nel loro nuovo vocabolario, è cambiata. Ho sentito un ministro, appena saputa la notizia dei tre operatori di Emergency portati via dai servizi segreti afghani (perché, secondo loro, stavano ordendo un attentato), un ministro che ha detto, qualora la notizia si fosse rivelata vera, che si sarebbe vergognato di essere italiano, laddove non si era affatto vergognato di proclamare eroe un mercenario armato fino ai denti. La novità di oggi, quindi, il nuovo sinonimo italiano, è che i volontari sono “terroristi”. I mafiosi eroi di cui vantarsi, i mercenari martiri di cui andare orgogliosi, e i volontari di Emergency terroristi di cui vergognarsi. Neanche Pulcinella l’avrebbe sparata così grossa. Ma in Tv l’hanno confermata: “I tre volontari hanno confessato! HANNO CONFESSATO!”. Chirurghi bombaroli. Non ci si crede. Anche le cazzate non sono più quelle di una volta.

L’altra sera, ad Annozero c’era coso, non mi ricordo mai il nome, quello che si chiama come il burro danese che ho in frigorifero: Lutpak. Ah, no, Luttwak. Ecco Luttwak- faccia- da- burro ha dichiarato che tutte le Ong, le organizzazioni non governative che sfamano le popolazioni in fuga dalle zone di guerra, sono colpevoli di prolungare la guerra. In sostanza il concetto era il seguente: se tu li sfami, invece di lasciarli morire, (che la guerra finirebbe per mancanza di gente da ammazzare), tu, si proprio tu, buona e brava organizzazione umanitaria, sei una guerrafondaia! Se noi paesi occidentali siamo costretti a prolungare la guerra, che adesso si chiama missione di pace, la colpa è tua che ci sfami le nostre vittime e ce le rinvigorisci! Erano mezzi zombie, e tu che mi combini? tu me li fai risorgere davanti così io sono costretto a sparargli di nuovo per colpa tua. Cristo!

E’ proprio vero, caro nonno: le parole non sono più quelle di una volta. Noi sì. Invecchiati, ingrassati, mezzivivi e mezzi morti, noi continuiamo a pensarla con la spietata, celeste franchezza di quando eravamo bambini.

Da adulto, i miei Tremal-Naik, Nembo Kid e Flash Gordon, i miei eroi, sono diventati quelli di Emergency, gli uomini che si danno nell’anonimato, i non narcisisti, quelli che si donano agli altri, salvano la loro vita e si disperdono con la polvere. E io sto con loro. Sono loro i miei eroi, i miei monumenti di polvere che nessuno vede. Non hanno medaglie, né funerali di Stato. I politici li detestano perché questi medici custodiscono la più atroce delle verità: in guerra muoiono più bambini che soldati. E questa è una di quelle notizie che non deve mai arrivare alla pancia degli italiani che si informano in Tv. La loro pancia dev’essere piena di burro Luttwak. Di eroi a rovescio. Di parole tradite. Di guerre chiamate pace per cui nessuno deve vederne il sangue. Perciò fuori dalle palle i giornalisti, le telecamere, i fotoreporter, i volontari e adesso anche i chirurghi che ricuciono quel che noi, missionari di pace, abbiamo fatto a brandelli. Se lo dici, se parli, sei isolato, sei morto. Statevi tutti zitti e buoni davanti alla Tv. Vi diremo noi, a cose fatte, chi era il buono e chi era il cattivo.
Io non sto zitto, voglio parlare da morto come Pulcinella, non sto buono, non mangio il burro cattivo, e non guardo la Tv. Io sto con Emergency.
emergency-logo

CONFESSO, L’HO RIFATTO

«Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?» All’uscita hanno protestato molti dei miei condomini. Casa buffa, la nostra. Ci chiamiamo tutti con identico nome e cognome. Perché non siamo una persona normale, noialtri. Io non ho un “io” ma un condomin-Io. E il giorno delle elezioni c’è sempre una gazzarra, un braccio di ferro fra gli “ii” astensionisti e gli “ii” che pretendono di esercitare comunque il loro diritto-dovere civile di voto. Avevo smesso di votare da un paio d’anni, mi ha ripreso il vizio, è peggio del fumo. Stamattina avrei barrato una scheda dopo l’altra. Malauguratamente me ne hanno concesso una sola. Poca roba per un compulsivo, ma era comunque un lenzuolone, me lo sono fatto durare, sarò rimasto in cabina sei o sette minuti buoni.
«Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?» Semplice, mi hanno convinto. Chi, gli “ii” responsabili? No, gli irresponsabili. Anzi, uno solo, lui. Mi ha gettato dal letto ordinandomi di andare a votare il grande io addormentato di questo paese.
Al seggio ero il primo (non avevo aggiornato l’ora legale). Ho atteso tre quarti d’ora. Si è scatenata un’altra gazzarra condominiale, ma più docile, più arresa. La scelta dei miei io era fra Pd e Idv. Veramente possiedo (sono posseduto) anche da un io rivoluzionario. Ma quello stamattina era incazzato rosso perché i giornali di tutto il mondo hanno pubblicato la foto del subcomandante Marcos senza passamontagna. Risultato? Tragico, Marcos ha una faccia da scemo. Ma no, dai, scherzo.

Dunque: Bersani o Di Pietro? Il primo non è uno statista, potrebbe essere un medico di famiglia o l’avvocato di fiducia degli zii, però è onesto, potrei uscirci a cena. Con Di Pietro non ci andrei a cena, però gli va riconosciuto un “antiberlusconismo perfetto”, come la tempesta. Ma sull’onestà di molti dei suoi deputati nutro qualche ragionevole dubbio. In entrambi i casi, roba da turarsi il naso. Ma io sono un italiano di sinistra che non ha più naso a forza di turarselo, me lo sono stritolato, ormai sotto gli occhi ho un buco, come i teschi. E allora «Perché l’hai fatto? Perché l’hai fatto?». Uffa, statevi zitti, basta. Ho votato Pd innanzitutto per la Bonino (ma non dimentico quando i radicali erano alleati con Berlusconi). È una donna che stimo e l’intervento stonato della Chiesa contro l’aborto, a una settimana dalle elezioni, è stata la prima molla che mi ha fatto scendere dal letto. È stata una mossa sleale, se non schifosa, questa dei preti, non potevo astenermi dal ribattere con il mio voto a chi, abusando della propria autorità spirituale sui fedeli, attacca una donna “colpevole” di aver ridotto gli aborti clandestini. Alla faccia delle mammane e di una folla di ginecologi che si facevano pagare migliaia di euro in nero praticando l’aborto la domenica nei loro studi privati.
E poi «Perché l’ho fatto?» Le ragioni sono tante e tutte hanno un nome. Si chiamano Minzolini, Masi, Fede, e il re delle loro protesi, Gianpaolo Tarantini, spacciatore di festini a Palazzo Grazioli più mezzo elenco telefonico nazionale di lustrascarpe. Nel nostro condominio non siamo santarellini e ne abbiamo viste di tutte e di più. Ma le telefonatine di questa gentarella al potere per far fuori Santoro e ossequiare i desiderata del Capo fanno davvero schifo. I “comunisti” non si comporterebbero ugualmente? Può darsi, fatto sta che non sono un qualunquista e non credo affatto che siano tutti uguali. Centrodestra e centrosinistra hanno molti vizi trasversali ma non sono identici. Se fosse vero, questi anni terribili sarebbero uguali a quelli trascorsi. Purtroppo non è andata così. Purtroppo stiamo molto peggio. Anche nel mio condominio la vita è cambiata, non posso più lavorare alla radio della Rai che era la mia passione professionale, oserei dire il mio amore. E sia pure un tempo non era facile ottenere un microfono, adesso è impossibile. E credi che i “tuoi” ti farebbero lavorare? No, e l’hanno già dimostrato, ignorandomi, ma come questi, mai. Chiusa la parentesi personale. Si vota per il paese e non per se stessi.
Ma lo gnomo delle televisioni ha incantato la povera gente e il paese si è addormentato. Non so chi ha visto l’ultima intervista a Mario Monicelli. Non la penso da buonista come Santoro. Credo che quando l’antico regista ha dichiarato che in Italia non c’è mai stata una rivoluzione, e cioè che il nostro popolo, invaso da sempre, non ha mai avuto il coraggio di farla, bene, io credo che Monicelli intendesse proprio rivoluzione. Questa parola è bellissima e da noi si ha vergogna di pronunciarla. Nella nostra famiglia (il mio condominio storico) ci sono stati tredici ragazzi morti per il Risorgimento e l’indipendenza d’Italia. A suo modo fu una rivoluzione. E non ci fa vergogna il sangue versato anzi ci onora. Quindi anch’io la penso così, come Monicelli, senza nasconderlo. Sono andato a votare, ma credo fermamente che questo paese avrebbe bisogno di una rivoluzione, come è stata necessaria quella francese o la guerra civile americana. Quella delle coscienze non basta più.
Vizio

LA LETTERA DI REZAR

Pochi istanti fa ho ricevuto una mail. Avevo appena visto al TG 3 l’imbarazzo dipinto sul faccino del ministro svizzero della giustizia, per il referendum anti-minareti. Alla Tv svizzera la pubblicità al referendum aveva vinto con immagini come questa: una valle verde con mucche, con dei missili a testata nucleare che sbucano da sottoterra deturpando il paesaggio, no, quasi missili: minareti “atomici”.
Con infinita compassione -una dose da mucca svizzera per tacitare la rabbia- ho poi visto il faccione di un leghista nostrano che gongolava per la vittoria dei razzisti svizzeri, e annunciava a sua volta di voler indire un referendum miserabile come l’altro, e di voler apporre una croce bianca sulla nostra bandiera. Una dichiarazione che ti faceva venire voglia di chiamare la croce rossa. Per ricoverarlo.
Sono tornato di qua, al Pc, e come dicevo ho trovato questa mail di un lavoratore straniero da anni e anni in Italia, un italiano insomma, un fiorentino per l’esattezza. Dato che mi ha consolato, la condivido con i miei amici, sicuro che a lui non dispiacerà. Se così fosse, mi perdoni.
In calce alla sua lettera, ho pubblicato il pezzo di cui parla, e che Jack Folla riscriverebbe più o meno tale e quale. Ma ecco la lettera di Rezar.
Salve!
A casa mia a Firenze mi trovo una piccola biblioteca con solo un centinaia di libri,qualcuno regalato e qualcuno comprato.Fortunatamente tra questi libri ce anche il suo “Jack l’umo della Folla” che io ho appena letto in pochissimo tempo.Le dico la verità,oggi mi vergono un pò,ma non so come, io non avevo letto ancora un libro che da qualche tempo mi trovavo in casa.La cosa bella è che oggi ho finito di leggere un libro che mi e piaciuto molto e che Le posso garantire che rimarra tra i miei preferiti.Continuo a pensare dovo potro trovare di nuovo e leggere i pensieri di Jack che sono cosi attuali oggi.
Le devo confessare una prima cosa.La parte del libro che mi e piaciuto di piu è “Scomparsi gli extracomunitari.Il nord trema”.Sarebbe quasi un bel film da fare e da mandare nelle sale dei cinema di tutta l’Italia e non solo.Per favore ci pensi bene alla possibilità di costruire un film del genere.Con questo non dico che il resto dei pensieri di Jack non siano di vitale importanza solo che queste righe per me hanno un particolare valore.Si,e vero la seconda confessione è quella che io sarei uno di quelli extracomunitari scomparsi nel suo sogno.Per pochi secondi mi sono divertito a immaginare il mio datore del lavoro a cercarmi al telefono perche non mi ero presentato al ristorante dove lavoro,insieme al pizzaiolo e al lavapiatti e ai due ragazzi che lavorano in cucina.Che risata!
Ho cominciato questa mail scrivendo “Casa Mia A Firenze”.Le spiego il perche , oggi dopo 11 anni a Firenze posso dire che io amo questa città.Penso sia una delle più belle città del mondo!Non sono in grado di dirle ancora con certezza se questa citta ama me,l’extracomunitario.Forse ricevere amore dalla città sarebbe troppo ma almeno un pò di ….. (usiamo quella parola famosa negli ultimi anni) …integrazione.Qualche volta mi e capitato di discutere delle decisioni prese dal mio primo citadino (anche se non posso votare) con tante persone che nel momento che hanno saputo che non sono fiorentino mi hanno guardato male quasi dicendomi che non ho nessun diritto di discutere,ma io sicuramente avro capito male gli sguardi dei miei interlocutori.Che risata! Comunque grazie per la sua atenzione e mi deve fare un altro favore se può,quello di non smettere mai di scrivere, parlare, urlare, gridare. Grazie
Ps.chiedo scusa per il mio italiano,lo so,non so scriverlo.

Rezar

Stanotte ho sognato che tutti, ma proprio tutti gli extracomunitari residenti in Italia, regolari e clandestini, erano spariti. Volatilizzati. Mi ero svegliato per via del gran silenzio. Il cantiere sotto casa mia era fermo. Nessun martello pneumatico, nessun sibilo di flessibile. Mi sono vestito, sono sceso a vedere. C’ era il geometra, un ragazzetto napoletano in lacrime: <<Nun’è venuto nisciuno, dottò. Qua perdiamo ‘na marea di soldi>>. E’ uscita la signora del piano di sopra, proprietaria di mezza palazzina. L’ avvocatessa cubana e i sue studenti serbi, scomparsi, ripartiti senza aver pagato l’ affitto. Meno male che si era fatta anticipare tre mesi di caparra.
M’ infilo dentro al bar. Niente caffè: il pony express congolese non l’ aveva portato. <<Vi faccio un’ acqua tonica, dottò?>> No, grazie, preferisco quattro passi; per strada quasi tutti vecchi. I filippini che li accudivano erano partiti e quelli avevano fatto come nel film Qualcuno volò sul nido del cuculo : evasi in massa ciondolavano per le strade senza guida, senza ragione. Qualcuno si è ricordato di andare a prendere la pensione. Ma allo sportello delle poste c’ era la ressa più totale: l’ Inps non pagava. Erano improvvisamente venuti a mancare tremila miliardi di contributi. Così avevano deciso di trattenere le pensioni fino a data da destinarsi.
A quel punto ho comprato i giornali. “La Repubblica” titolava: Scomparsi gli stranieri, il Nord trema.”Libero” invece:Strade pulite.”La Gazzetta del mezzogiorno” diceva che la pesca a Mazara del Vallo era finita. Tutta la città vecchia disabitata e la scuola araba aveva chiuso. Nel salernitano fallite tutte le fabbriche di pomodori pelati e salsa. Il raccolto perduto. Le pizzerie, chiuse. I pizzaioli egiziani avevano fatto fagotto.
Sono andato in trattoria, cominciavo ad aver fame. Ho chiesto un’ amatriciana, ma il cameriere mi ha fatto:<<Solo roba in bianco, la salsa è diventata merce pregiata. La serviamo sì ma quella raccolta dagli italiani. Costa il triplo e nessuno la vuole.>> Dopo un’ ora e un quarto, mi porta due bucatini in bianco: <<Vuole il parmigiano?>> <<Eccerto>> gli faccio,<<almeno quello>>.<<Guardi che anche il prezzo del parmigiano è quadruplicato, come del resto quello dei prosciutti e di tutti i prodotti di quella zona. Gli indiani sikh sono scomparsi, e nessuno, mi creda, si prendeva cura delle vacche come facevano loro. Sa, per loro sono sacre…>>.
Ho pagato e sono tornato a casa. Alla tv hanno detto che il campionato italiano di calcio era sospeso. Ze Maria,Zebina e decine di giocatori fortissimi si erano dileguati. Sensi era perfino dimagrito. Le partite scadute di qualità , gli sponsor tutti ritirati. I diritti televisivi non erano stati pagati e la federazione aveva deciso di sospendere il campionato di serie A. Tifosi inferociti. Su “Il Tempo” troneggiava un titolo:”Però adesso avremo una grande nazionale di calcio”. Scarico la posta e trovo decine di e-mail di insegnanti di ruolo messi in mobilità: ottantamila alunni delle elementari erano svaniti nel nulla, mettendo in pericolo migliaia di insegnanti…Impiegati d’ ufficio immersi in doppi e tripli lavori, cantieri edili chiusi per il 90%, cinquecentoquarantamila posti di lavoro perduti, la quasi totalità delle fabbriche metalmeccaniche costretta alla chiusura…Ma le strade….Le strade ragazzi che spettacolo. Niente capannelli pericolosi, niente copertoni bruciati, niente prostitute, spacciatori, criminali, scippatori. C’erano solo gli skinhead con le camicie verdi di ronda. Tutto regolare. Ogni tanto qualche anziano gli gridava contro, gli mostrava il braccio sinistro marchiato, ma finiva lì. Si ho intravisto anche qualche tossico e qualche barbone, qualche scippatore e qualche criminale, ma erano italiani Doc.
La ronda puliva le strade molto velocemente. Così sono entrato in chiesa, una delle duecento chiese senza più parroco. Ho chiesto a Dio di farmi svegliare. Per la prima volta nella mia vita i ha esaudito. Mi sono svegliato nel mio letto, con il rumore e le grida degli operai, la vita per le strade, l’ incredibile miracolo di nove milioni di pensionati, nel paese più straordinariamente multiculturale del mondo.
Il paese dove la pizza la fanno gli egiziani, coi pomodori raccolti dai marocchini, la mozzarella gli albanesi, il prosciutto e il parmigiano gli indiani e le acciughe le pescano i libici.
Grazie fratello di un altro paese.
Non andartene mai per carità.
Jack Folla.

RICCHI MA BRUTTI

Credo che gli italiani di oggi siano più infelici di quelli sopravvissuti all’ultima guerra e che la causa di questa bruttezza nazionale dipenda dai soldi che si sono insediati al primo posto nella scala dei valori della vita. Intendo dire che i poveri di oggi sono, a parità di condizioni economiche, molto più poveri di quelli di cinquant’anni fa. Un film del neorealismo rosa del 1957, “Poveri ma belli”, oggi dovrebbe intitolarsi “Ricchi ma brutti”. A quei tempi, infatti, ci si identificava con i poveri. Nel caso del film di Risi (scritto da Pasquale Festa Campanile, ingiustamente dimenticato) due poveri cristi bulli, amici d’infanzia, s’innamorano della stessa commessa di sartoria, che poi s’invaghirà di un terzo. Uno dei due fa il bagnino. L’altro lavora in un negozio di dischi. Nel neorealismo, compreso quello rosa, il tema è spesso il denaro, come nei film di oggi, ma ai ricchi spettano ruoli da comparse. Perché gli italiani s’identificavano con i poveri, magari ingenui, talvolta ladruncoli, comunque “belli”. I poveri erano, allora, eroi romantici. Sarà pure una magra consolazione, ma può fare la differenza. Essere poveri non era vergognoso come oggi in cui il denaro è il re della politica, della cultura e del tempo libero.
“Ricchi ma brutti” è il film dell’Italia di oggi. Il titolo e il cast sono rovesciati. I poveri non fanno neppure le comparse, sono letteralmente invisibili. I protagonisti indiscussi sono i ricchi, i sedicenti tali, e tutti quelli che, pur di avere uno scampolo di ricchezza, di potere, e “un attimino” di visibilità alla tv, venderebbero al demonio quel briciolo d’anima rimasta. Essere poveri non è più nobile o bohemienne, non è ribelle né poetico, non tenero né spaccone, non è da giovani né da vecchi, non ti concede, neppure al cinema, l’illusione della speranza. In Italia, mezzo secolo dopo, essere poveri fa schifo.
Credo che il vero cancro di questo Paese sia tutto qui. Non è un caso se i poveri votano in massa il più ricco d’Italia. La sinistra, talvolta, parla in nome dei poveri. La sinistra, talvolta, dice “qualcosa di sinistra”. Ma non è mai, mai una volta, capace di fare un “gesto” di sinistra. Neanche loro sono più poveri ma belli.
Non rimpiango le miserie dell’Italia contadina né le macerie del dopoguerra. Diffido delle ideologie politiche e religiose che hanno insanguinato il Novecento. Ma continuo a preferire un uomo senza soldi ai soldi senza un uomo. Apprezzare la ricchezza è naturale, ma ignorare il malessere interiore che cinquant’anni di benessere esteriore hanno provocato, in particolare in noi italiani, è suicida. Che il consumismo sfrenato ci abbia reso ricchi ma brutti, basta guardare la televisione per rendercene conto. E che la povertà, peraltro dilagante, non abbia più dignità, diritto di parola, rappresentanti in Parlamento, mi sembra altrettanto evidente. Ridurre tutto questo -come va di moda oggi- a un plebiscito pro o contro Berlusconi non ci porterà lontano. Può darsi, e non me lo auguro, che rimpiangeremo i nostri guai attuali. Questo cancro sta già producendo metastasi nei nostri figli. I vizi dei padri, che una volta si trasmettevano nel sangue dopo qualche salto di generazione, oggi si contagiano in tempo reale con un clic, e fanno già parte del loro Dna.
Ultimamente uno dei miei sogni ricorrenti è quello di sognare per filo e per segno quel che sta realmente accadendo nel nostro Paese. Questi “sogni realistici” mutano con le prime pagine dei giornali, ma il finale è sempre lo stesso. Una vocina consolatoria (l’unico elemento di sogno autentico) al mattino mi fa: «Hai visto? Era tutto uno scherzo!» Così mi sveglio sorridente ma giusto il tempo di realizzare che invece è tutto vero e il burlone era il sogno.
Dovrei farmi curare? Può darsi. Giuro che se avessi la ricetta la distribuirei gratuitamente. Purtroppo la medicina non ce l’ho, ma in compenso ho la ragionevole certezza di non essere il solo a vivere quest’incubo e patirne le conseguenze. Possiamo accontentarci del “mal comune mezzo gaudio”? No, e non possiamo nemmeno ridurci, come ora, ad attendere che il premier si dimetta o che vinciamo al Superenalotto. Sarei ipocrita se negassi che l’uno o addirittura entrambi i colpi di fortuna non lenirebbero il mio dolore. Passata l’euforia, temo però che il malessere di ridursi a fare le comparse di “Ricchi ma brutti”, riaffiorerebbe tale e quale.
L’Italia ha bisogno di un nuovo film, nuovi attori, nuovi autori, e soprattutto di nuovi sentimenti, nuove passioni e nuove emozioni. Avere la chiara e lucida consapevolezza di questo (e della trama scadente alla quale sono soggette le nostre vite) già sarebbe un successo, perché, comunque vada, sarebbe finalmente il nostro film e non questa rimasticatura di una storia che non ci appartiene e non ci appassiona.
Diciamocelo, comunque lo si rigiri, “Ricchi ma brutti” fa cagare.

IL VERO GOLPE

Capita a tutti di raccontare una piccola balla. Per far colpo su una conquista, per impreziosire un aneddoto, per impressionare il principale. Certe menzognette arrotondano la verità come un tubino nero snellisce una figura appesantita. Le bugie grasse, pesanti, che inducono in errore gli altri, le fandonie che possono deviare i destini e la Storia, sono equiparabili, invece, ad atti di terrorismo. Sono parole-kamikaze, camuffate di verità come un terrorista islamico vestito da prete solo per far saltare in aria una chiesa. Sono mine disseminate sul sentiero dell’inconscio collettivo.
Noi italiani viviamo immersi in un brodo mediatico minato. Quando le menzogne mediatiche esplodono, non sono i nostri brandelli di corpi a saltare per aria, ma valori, memoria storica, identità, patrimonio civile condiviso. Non c’è, purtroppo, un’associazione come Emergency che possa intervenire su queste amputazioni spirituali di massa, su questi devastanti cortocircuiti mentali. I terroristi della parola lo sanno.
In questi ultimi quindici anni la spregiudicatezza ha preso loro la mano. Ogni giorno fanno esplodere mine interiori che ci provocano disorientamento, perdita d’equilibrio, disgusto per la politica, sfiducia nelle istituzioni, oppure adesione assoluta alla campagna minatoria. Credere ai kamikaze della balla è, infatti, la scelta meno dolente, quindi la più popolare. Il dubbio nel Capo richiede uno sforzo, una resistenza, un lavoro intellettuale di conoscenza, di approfondimento, di verifica, e una capacità di reggere il dolore di vivere in un Paese ridotto in questo greve stato, che è inevitabilmente di pochi. E anche in quei pochi, ogni mattina, si agita sinuosa come una danzatrice del ventre la speranza di darsela a gambe e di espatriare.
Ieri, una sentenza ha stabilito che il nostro presidente del consiglio ha corrotto dei giudici per poter conquistare l’impero mediatico Mondadori in danno di un’azienda concorrente. Il giudice, naturalmente, potrebbe essersi sbagliato, e la legge prevede, non a caso, la possibilità di ricorrere in appello. Fatto sta che, allo stato giuridico attuale, il nostro Paese, la nostra democrazia, è guidata da un premier corruttore. È inevitabile che un uomo pubblico che ha la responsabilità di una nazione, e di questa agli occhi del mondo, debba dimettersi per salvare il salvabile del Paese che egli rappresenta, quindi di tutti noi. Al contrario, irrompono sulla scena mediatica i kamikaze istituzionali. Le mine che fanno esplodere nella coscienza civile collettiva si chiamano “progetto eversivo” e “giustizia a orologeria”. Le più alte cariche del nostro governo, cioè, ci stanno avvertendo che il vero corrotto è il giudice e che la sentenza da lui emessa rientra in un progetto eversivo per far saltare il governo. Dichiarazioni come queste, propagate attraverso i telegiornali controllati dall’imputato stesso, deflagrano nell’inconscio dei cittadini. Sono Twin Towers di valori costituzionali condivisi per più di mezzo secolo che, crollando, provocano lutti “spirituali” insanabili.
Sono “golpe” interiori che producono danni su di noi e sulle generazioni future, perché alterano il Dna di una civiltà costruita sull’osservanza delle leggi.
Il male commesso nei confronti dell’Italia e degli italiani è immenso e qualcuno dovrà pagarlo. Perché il vero danno prodotto da queste mine è profondo e, il più delle volte, inconsapevole nelle vittime che lo subiscono. Equivale a respirare per anni un invisibile gas tossico e ci sta condannando all’inciviltà.
Può darsi che il premier e i suoi kamikaze abbiano ragione, che il giudice Mesiano sia la mano militar-giuridica di un complotto “eversivo”, di uno squadrone della morte golpista, di un plotone d’esecuzione di Berlusconi e del suo governo. Se è così, lo provino nelle aule competenti. Devono provarlo però, non si sfugge. E se invece sono menzogne dovranno pagare i kamikaze della bugia di Stato e questi onorevoli terroristi verbali dovranno essere accompagnati all’uscita del Parlamento. Questo polverone mediatico sta diventando criminale. Inquina la nostra vita, le nostre famiglie, i nostri cuori. È letale. Ma una rivolta interiore è già in atto. Non ha destra o sinistra da abbattere, ed è una rivolta solo interiore perché è condivisa da gente perbene. Usare le parole come mine è un terrorismo mediatico. Che ciascuno si assuma le sue responsabilità giuridiche e penali senza farle scontare a un popolo intero.

Il Paese col sorcio in bocca

Se un uomo commette una fesseria non può dare la colpa agli altri, al destino, alle stelle o agli ebrei. Chiamatelo stile o semplicemente educazione. Non si fa. Capisco che non sono più i tempi di “Cuore”, quando i Garrone con la mano sul petto si alzavano dal banco alla fatidica domanda “Chi è stato?”, assumendosi le colpe di un altro: “Son stato io”. Ma chi viene sorpreso col sorcio in bocca (esattamente con 20 sorcine, per dirla alla Renato Zero) non dovrebbe dare la colpa alla stampa o alla Tv. Perché non si fa. E chi lo dice? La mamma, il buonsenso, la buona creanza, la coscienza, l’ovvio. In fondo basterebbe ammettere: “Ho sbagliato”. E assumersene le conseguenze.
Ieri in sette milioni -qualcuno non senza sconsolatezza- abbiamo assistito all’intervista a una escort. La sconsolatezza era dovuta alla sensazione (la certezza) che se Gesù Cristo fosse sceso una seconda volta sulla terra, ossia in televisione, perché noi viviamo nella proiezione del pianeta e non più sulla terra, Gesù risorto non avrebbe avuto la stessa audience della D’Addario.
La seconda sconsolatezza o disperanza è stato il rispettivo “lancio del sorcio”. Come ti permetti di darmi del ladro se hai rubato pure tu? Ciò è molto infantile. Perché una cosa non esclude l’altra. Si direbbe che questi uomini, oggi al potere, non abbiano avuto padri.
Il torto mio non si cancella col torto altrui. Ieri, invece, il direttore di ”Libero” e il vice del “Giornale” si dilettavano nel lancio del sorcio. I traffici di protesi (gambe e altri “pezzi umani” artificiali venduti ungendo di tette e coca i dirigenti ospedalieri pugliesi) servivano per bilanciare le notti di Palazzo Grazioli. Perché i presunti ladri sarebbero di sinistra. Che a sua volta, è ovvio, utilizza il cosiddetto “harem” del presidente del consiglio sperando nelle sue dimissioni. La sensazione (la disperanza) era questa: sembrava di essersi affacciati a una finestra sul cortile dove stanno chiassosamente giocando bambini maleducati. Noi non parteggiamo per un misfatto o per l’altro. Noi desideriamo la verità, ossìa essere informati al meglio. Lo stile del Presidente (la sua mancanza) è un fatto pubblico. Gli illeciti atroci riguardo alle protesi sono un fatto penale, oltreché pubblico. Entrambi sono legati, tuttavia, dall’identico nome: Tarantini o Tarantino? Il presidente stenta a ricordarlo. Eppure vi sarebbero molteplici intercettazioni che testimonierebbero lo scambio di telefonate (fino a venti al giorno) fra Berlusconi e Tarantini. Erano amici. Il fatto che D’Alema abbia partecipato a una cena elettorale pagata dallo stesso industriale indagato per spaccio e corruzione, non cambia nulla. Personalmente non credo affatto che D’Alema e Tarantini fossero “amici”, ma se anche l’uno fosse stato il padrino della figlia dell’altro, ciò non potrebbe né escludere né attenuare le responsabilità in capo al premier. Queste responsabilità le ha assunte con tutti noi giurando fedeltà alla Repubblica e giurando di “esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.
Interesse è la parola chiave. Qualsiasi uomo pubblico (figuriamoci il più potente) deve sapere come sia altamente probabile che egli venga avvicinato per “interesse”. Nonostante abbia 73 anni (“Ma me ne sento 35”) è inverosimile che delle ragazzine di venti se lo sognino la notte. Lo capisco, è triste, ma il mondo va’ così, e se te ne salgono venti a ballare in casa tua, o lo fanno per soldi o per interessi privati (non della Nazione). Come, per esempio, avere un “aiutino” per sbloccare una pratica edilizia.
Secondo: non dico che tu debba cenare esclusivamente con la Rita Levi Montalcini o un cardinale (al limite “la” Cardinale), ma l’altezza della carica presuppone un decoro. E prima di invitare sgallettate e sgallettati di qualsiasi risma bisognerebbe accertarsi accuratamente della loro identità. “Non sapevo che fosse una escort” (ammesso che la risposta sia onesta) dimostrerebbe una verità terribile: che il Paese è nelle mani di un ingenuo. Terzo e ultimo: (il più grave). Tarantino o Tarantini è quel che è e che ci racconteranno le inchieste della magistratura. Si può non sapere che la D’Addario sia una escort, ma è inimmaginabile che tu non sappia chi sia Tarantini. Hai i tuoi consiglieri, i segretari, la polizia, i servizi segreti, e un ministro di nome Fitto. Non puoi mica rispondere sono un brianzolo non un pugliese. Anche non volendolo sei inevitabilmente implicato in un giro di coca, di donnine facili, e di “piazzamento protesi”. Se accetti i favori di un Tarantini, dovrai restituire i favori. (Nell’interesse della Nazione?). Se accetti i favori di una escort dovrai ricompensarla. Le veline e le miss inserite nelle liste elettorali sono francamente la cosa più disperante che questo Paese abbia mai visto negli ultimi 150 anni.

Conclusione. Nella più colomba delle ipotesi siamo governati da un farlocco che si comporta né più né meno di un animatore della Valtur o un pianista di bar. (Che non hanno giurato fedeltà alla Repubblica né di osservare la Costituzione). Siamo, cioè, in presenza di un’ “animatore” (mestiere che tanti anni fa, in crociera, svolgeva con successo). Il massimo esponente della categoria non è lui, ma Fiorello. Duole dirlo, credo che Fiorello avrebbe un più alto senso dello Stato. Persino gli intrattenitori, infatti, hanno un codice deontologico. Il più celebre di tutti si chiama David Letterman. E’ un uomo sposato, ha un figlio piccolo. Ieri ha ammesso di fronte al pubblico americano (e alla sua famiglia) di aver avuto rapporti sessuali con una del suo staff. E di essere stato ricattato per questo da un impiegato di una Tv concorrente. Non è uno scherzo, è vero. Letterman non ha fatto di tutto per tentare di mettere a tacere la cosa. Si è rivolto alla polizia che gli ha fornito un assegno falso da due milioni di dollari (la richiesta del ricattatore). Si è presentato all’appuntamento con lui, gliel’ha rifilato,e così la polizia ha colto sul fatto il delinquente. Qualcuno pensa che a Letterman abbia fatto piacere rivelare al mondo di aver tradito sua moglie? Ovvio che no, eppure ha sentito il dovere, lo “stile” di farlo. Non è un presidente del consiglio ma solo un presentatore. Però è un uomo pubblico. Fa battute sui potenti. Se avesse accettato il ricatto (o semplicemente l’avesse taciuto) non sarebbe più stato “degno” (ricordate questa parola?) di svolgere il proprio mestiere. Si vede che David Letterman ha avuto un papà e una mamma. Gli hanno insegnato il rispetto che si deve agli altri prima che a se stessi. Le basi della democrazia si imparano in famiglia. Poi si cresce. A meno che a 73 anni non te ne senta 35. Allora qualcosa purtroppo è andato storto. Sei stato beccato con il dito nella marmellata (o il sorcio in bocca) da vecchio.
Non c’è un solo sorcio nella bocca di un altro che ti possa salvare.

Telegramma di servizio

Sto partendo per Los Angeles, dove ancora le domande si possono fare senza essere denunciati. Ma torno subito, (per ora), perché una delle rarissime persone che meritano stima e affetto in Italia, Gino Strada, mi ha chiesto di presentare insieme il quindicesimo compleanno di Emergency. La sera dell’11 Settembre al PalaMandela di Firenze sarò lì per un grande uomo e la sua associazione che è un motivo d’orgoglio per l’Italia. Spero di vedervi.
Sabato 19 Settembre e Domenica 20, invece, ci vedremo all’Hotel Clodio di Roma fra associati e simpatizzanti del Movimento degli Invisibili, in vista del nostro primo Congresso di Ottobre. La riunione avrà inizio alle 10:00. E’ inutile che cliccate virtualmente “mi piace”. Oppure “ci sarò”, e poi -come è già accaduto- fate sega come scolaretti. Qui si tratta di noi, faccia e cuore. Metteteceli entrambi. Non è più il momento di tapparsi in casa, tanto l’aria irrespirabile filtra dentro lo stesso, è un gas, e ci sta massacrando. Se in Tv passano la foto di un pazzo incatenato alla Statua della Libertà, nessun dubbio: o sono io o Jack. Vogliatevi bene come ve ne voglio io. Che non è poco.
H.S.

LADRI DI CONSENSO

Ma in Italia c’è un regime oppure no? Chi dice di sì è un pirla, chi nega, uno gnocco allineato. La verità è che certe parole non ci raccontano più, non ce la fanno, arrancano. Sono fuorvianti. Il nostro premier è un dittatore? Tu pensi a Hitler, a Stalin, al generalissimo Franco. Sorridi arguto e storicamente compassionevole: ma che cacchio vai dicendo? Pensi agli orrori, ai gulag, ai lager, alle deportazioni. Storia dolente ma bacucca, da bisnonni. In Italia siamo liberi di votare e di sceglierci il premier che più ci aggrada. E il Nostro è graditissimo. Il dissenso? Quattro gatti (ed è paurosamente vero).
La democrazia si fabbrica col consenso? Allora questo governo ha un livello di consenso paragonabile alla quantità di spaghetti consumata dai suoi elettori.
Ma se una sana democrazia dovesse misurarsi anche con la capacità di consentire il dissenso, la nostra è paragonabile a quella dei consumatori di formiche fritte o in umido.
C’è poi una domanda che ormai non si pone più quasi nessuno. Può esserci piena democrazia se quel consenso è stato manipolato, con la menzogna, il raggiro, e la concentrazione dei poteri in poche mani? No, “la democrazia trapassa in dispotismo”. Non l’ha detto Marco Travaglio ma Platone. Quindi viviamo sotto schiaffo di un governo dispotico? Neppure questo è esatto.
Le parole della nostra politica sono sfinite. Logorate, vuote, appartengono a una civiltà estinta. Non reggono alla spregiudicatezza dei tempi. Alla tecnologica sofisticazione del potere. Il consenso non si raccoglie nei comizi elettorali o nei talk show, quello è marginale, poiché riguarda una minoranza intellettuale. Il consenso si fabbrica (ma sarebbe più esatto dire si ruba) imponendo modelli di comportamento, gusti, bisogni, costumi e consumi di massa; semplificando le complessità; omettendo le verità sgradevoli; blandendo o aizzando gli animi a seconda del risultato politico che s’intenda conseguire, attraverso slogan seduttivi e di facile presa popolare. Ladri di consenso. Per rubarlo a mani basse è necessario il controllo dei sistemi di comunicazione di massa, pubblici e privati, e il logorio dei cosiddetti poteri di controllo e di vigilanza, primi fra tutti la magistratura e la stampa.
Quello che è accaduto in Italia non ha una parola che lo esprima. La troveranno, forse, gli storici contemporanei dei nostri nipoti. Ma il danno che è stato dolosamente provocato nel cervello e nell’inconscio collettivo degli italiani è stato incommensurabile. Se le dittature del Novecento avevano bisogno di deportare i dissidenti, questa “cosa senza nome” che stiamo subendo in Italia, per lo più ignari, non ne ha avuto neppure il bisogno. Ci ha “lagerizzato” il cervello. Idee e pensieri sono circondati da matasse d’invisibile filo spinato. Come dirlo e a chi dirlo? E con quali parole politiche esprimerlo senza essere presi per paranoici o apocalittici?
Se soltanto dieci anni fa, per esempio, la televisione ci avesse informato (oramai l’ignavia lo vieta) dell’esistenza di un presunto “papiello”, scritto di proprio pugno da Vito Ciancimino, riguardante la complicità di pezzi dello Stato e di uomini ancora oggi al potere, con Bernardo Provenzano e Totò Riina, che culminò con le stragi di Capaci e di via d’Amelio, saremmo scesi in piazza in decine di migliaia, pretendendo di far luce sui fatti. In nome di Falcone e Borsellino. Gli editorialisti del Corriere o de La Stampa avrebbero forse ancora posto dieci domande al premier sul suo sodale Dell’Utri (fondatore di Forza Italia) prima delle quali, questa: lei e Mr Silvio, avete mai ricevuto lettere da Bernardo Provenzano? Perché il figlio di Vito Ciancimino sostiene di sì. Ed è vero che il governo di allora intavolò una trattativa con la mafia? Silenzio. I cadaveri digrignano i denti negli armadi trasversali del potere. L’unica rimasta all’opposizione si chiama D’Addario e fa la escort.
E’ noto che l’ottanta per cento degli italiani s’informa esclusivamente attraverso la Tv. Ma il fatto che i telegiornali colpevolmente tacciano su questo genere di notizie (comprese sulle sciocchezzuole erotizzanti come Noemi Letizia) non ci assolve. Se siamo diventati un popolo di conigli la colpa è anche nostra. Se ci hanno scimunito, è altresì vero che noi non abbiamo opposto resistenza (un’altra gloriosa parola che sembra aver perduto forza e significato).
Chi ci salverà? La stella nascente del Pd, Debora Serracchiani, che in un’intervista pubblicata oggi sul Magazine del Corriere dichiara: “Durante la campagna per le europee ho incontrato un entusiasmo pazzesco nei miei confronti. E’ un fenomeno da studiare socio-politicamente”? Personalmente, invece, approfondirei la sua cultura da Santanché, un berlusconismo introiettato, “la consensite” (chiamatela come vi pare) accoppiata con un egocentrismo mica da ridere. A proposito di ridere, poche pagine prima Pietro Calabrese, nella sua rubrica, parlava di un’altra magnifica parola che in Italia ormai non pratica più nessuno: la sobrietà. Ce l’insegnavano i nostri padri (i nonni della Debora). La sobrietà: il perfetto contrario del berlusconismo. No, anche a sinistra non siamo sobri. Si tenta di fabbricare consenso tale e quale agli altri: ma è una fabbrica in procedura fallimentare, da “vorrei ma non posso”, e gli italiani hanno il primato mondiale di salto sul carro dei vincitori. Potrà “l’entusiasmo pazzesco” riscosso da Debora far loro cambiare opinione?
L’ultima chicca della censura (ma anche questa parola non contiene più l’infamità solerte dei più realisti del re) è il rifiuto, da parte della Rai (nonché –ovvio- di Mediaset) del trailer di un film. Il film s’intitola “Videocracy” (ecco una parola che si avvicina alla “cosa senza nome” che ci sta scimunendo). La pellicola racconta l’ascesa delle TV Mediaset, fra veline, letteronze, Emilii Fede scodinzolanti, e tutta la compagnia di giro, da Lele Mora a Fabrizio Corona, Simona Ventura e via sculettando. Lo spot del film è stato rifiutato dalla Rai. Una volta la censura si limitava a sforbiciare alcune scene di un film. Ora fa di più: oscura addirittura il trailer.
Con una lettera inviata al distributore della pellicola, Procacci della Fandango, la Rai giustifica la censura perché il trailer veicola “un inequivocabile messaggio politico di critica al governo”. E con questo? Non ci sono parole. Infatti la notizia, a parte Repubblica, non la troverete mai, né, ovviamente, l’apprenderete dai telegiornali. Che praticano una forma di “sobrietà” assoluta: tacere. Chi tace, acconsente. E chi non acconsente tace per forza, perché la radio e la Tv gli sono interdetti. Chiamatela come vi pare, è una gran porcheria.

Morte a (piazza) Venezia

Vediamo di analizzare la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che dovrebbe infondere saggezza nei giudizi più meditati. Immaginiamo di avere un amico, un grande amico comune, che si chiami Gustavo. Un giorno veniamo a sapere che Gustavo invita a cena in casa sua, venti belle ragazze alla volta, da solo. Gustavo non le conosce, gliele presenterebbe o procaccerebbe un certo Mario, che in cambio della partecipazione alla cena offre alle invitate mille o duemila euro, a seconda della disponibilità o, se preferite, dell’arrendevolezza. Le ragazze giungono da ogni parte d’Italia su voli di linea offerti dalla Casa o sui suoi jet privati. Soggiornano in hotel di lusso in attesa della “chiamata”. Devono indossare un abitino nero, quasi una divisa, e truccarsi impercettibilmente. Gustavo è ultrasettantenne. Si trucca e imbelletta, al contrario, come il barone Gustav von Aschenbach in “Morte a Venezia” di Thomas Mann. Un muro di cerone che salta subito agli occhi delle ragazze quando ride, lasciando trapelare la ragnatela di rughe. Lui se le siede sulle ginocchia a grappoli, mostra loro tediosi album di fotografie personali, oppure assistono insieme a una proiezione di filmati che lo ritraggono indaffarato, dominatore e vincente nei suoi cantieri “Italia srl” (Gustavo è imprenditore); più tardi si cimenta in barzellette civettuole. Le fanciulle (che il procacciatore Mario ha preventivamente indottrinato) devono cantargli in coro “Menomale che Gustav c’è”, ancheggiando da bayadere con le braccia al cielo. Si cena serviti da uno stuolo di camerieri in livrea. Di fuori, per le vie della capitale, furoreggia la crisi economica, ma fra le antiche mura di Palazzo Von Aschenbach questo grido di desolazione e rabbia è soffocato dalle tappezzerie e dai tappeti, dalle luci soffuse, dal sommesso borbottio dei cristalli e dei servi.
Le “miracolate” trasecolano per il colpo gobbo della sorte. Gustavo è uomo potentissimo, si dimostra gentile e disponibile con tutte, con qualcuna di più. Fra di esse c’è quella che vorrebbe emergere in televisione, l’altra che ha un terreno che desidererebbe diventasse edificabile, una terza alla quale piacerebbe tanto la nuova Mini Minor, quella rossa. Gustavo le compiace un po’ tutte, le vezzeggia, si lascia coccolare, alcune le accontenta per davvero. Si diverte come un dodicenne a realizzare i sogni più spregiudicati e inconfessabili degli sventurati, se solo volesse -spara- potrebbe far diventare allenatore della nazionale uno del bar Sport, o ministro una soubrette, e a lui aggrada trasformare in realtà il sogno onnipotente di un’asina da terza elementare, perché si compiace di rivelarsi più potente dell’immaginabile. Dopo averle saggiate e intervistate, il nostro comune amico, dunque, fa servire la cena dai suoi impeccabili camerieri in livrea. A chi non piacerebbe gustare piatti prelibati, mentre venti giovani creature ci fanno il grattino, vestite e truccate come piace a noi? Sarebbe bello se fosse vero, vero? ma come può essere vero? Infatti non lo è, si tratta di un malinconico “come se”. Come se Gustavo avesse ancora quarant’anni. E come se fosse l’uomo più alto e bello del mondo. Come se le giovani non fossero prezzolate per ogni miao-miao. Dopocena, quelle da mille vanno via, chi prende il doppio, resta. Ma a tutte il generoso Gustavo regala un ciondolo, una collana, un anello con farfalla, emblema della Casa. Qualcuna, per voluttuosa piaggeria, si farà tatuare sulla caviglia la farfalla del potere, per dimostrare a tutti di essere stata marcata da lui, il capobranco dell’Italia s.r.l..
A un cenno, il fido Mario toglie il disturbo con le giovani miss scartate, e il nostro amico Gustav si apparta con la favorita della sera, che, dall’indomani, vedremo ritratta all’improvviso su qualche copertina, o a presentare una serata-evento alla Tv, o neo assessore alla Sanità o alla Cultura.
Ho premesso che avremmo analizzato la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che infonde saggezza nei giudizi più meditati. Mi e vi domando “pacatamente” (come usa dire il presidente della Camera): se avessimo un amico del genere, un ultrasettantenne tanto ricco, potente e ingenuo (perché altamente ricattabile da stuoli di giovincelle e dai loro interessati talent-scout) e venissimo a conoscenza di queste festicciole, per testimonianza diretta di tre ragazze, alzeremmo le spalle o ci dimostreremmo legittimamente impensieriti? Lasciamo fuori le ipotesi di reato (ammesso che sussistano) e restiamo nell’ambito dell’amicizia. Per prima cosa ci chiederemmo, suppongo, se questi “festini” siano veri o, quantomeno, verosimili. Abbiamo una testimonianza fotografica che prova, in maniera abbastanza schiacciante, che questo resoconto non sia del tutto falso, anche se non sappiamo ancora quanto sia del tutto vero. Inoltre conosciamo da lunghi anni il nostro amico e riteniamo possibile una goffa protervia della sua longevità (a nessuno piace invecchiare, ma a lui meno di tutti). Quindi? A costo di mettere a repentaglio la nostra amicizia, affronteremmo il problema con lui, anche per metterlo al riparo da chi non gli vuol bene, e gli rivolgeremmo una nutrita serie di domande, tra le quali una, fondamentale: è vero o no che hai offerto a qualcuna di queste signorine ruoli a evidenza pubblica, nel campo dello spettacolo o, peggio, della politica nazionale? In caso di risposta affermativa -o reticente- l’esorteremmo, io credo, a dimettersi immediatamente da tutti i suoi incarichi per non aggravare ulteriormente la sua situazione e salvaguardare il suo buon nome. Giusto? Poi, da un punto di vista amicale, tenteremmo, penso, di presentargli un valido psicologo che l’aiuti a reggere il dolore di non avere l’età per amare, come cantava Gigliola Cinquetti, alla rovescia.
Veniamo adesso a un’ipotesi folle, bislacca, praticamente impossibile nel mondo d’oggi. Ammettiamo, solo per un attimo, che l’amico Gustavo sia il presidente del Consiglio della Repubblica italiana. Cioè che un premier europeo sia uso ricevere a casa propria venti ragazzine alla volta procacciategli da imprenditori di dubbia fama e con un interessato spirito caritatevole nei suoi riguardi. E che il suo legale di fiducia abbia difeso il Gustavo con il termine di “utilizzatore finale”. Scommetto che la prima cosa che pensereste, dopo una malinconica risata, sarebbe “Ma che è, pazzo?” E il momento dopo, scrollando la testa alle parole dell’avvocato, riferite a giovani creature di sesso femminile, quell’ “utilizzatore finale” vi farebbe esclamare “E l’avvocato è più pazzo di lui!”
Non lo direste né perché il nostro amico è moralmente discutibile, né perché i fatti di cui sopra costituiscano o meno un’ipotesi di reato. Lo direste per quel “non detto” che si sottende in Civiltà nell’accettazione di una carica pubblica di tale caratura. Altrimenti non solo si dovrebbe giurare sulla Costituzione Italiana, ma anche sul non grattarsi il pacco in pubblico, non fare le smorfie nella parate militari, né le corna nelle foto coi grandi del G8, né, appunto, farsi recapitare come pacchi venti ragazze venti, a pagamento, in una residenza privata, Palazzo Grazioli-Von Aschenbach, o Villa Certosa (visti i buchi nella sorveglianza, sarebbe più consono Villa Gruviera) alternativamente usata per ricevere nelle stesse stanze, soubrettine e capi di Stato, o procedere a nomine pubbliche, per esempio alla Rai.
A questo proposito, il neo direttore del Tg1 (che fu nominato poco tempo fa nelle sunnominate stanze del piacere e del potere) ha illustrato agli italiani il motivo per cui il telegiornale del servizio pubblico nega che i festini a casa Berluscach siano una notizia. E ha taciuto per settimane. Si tenga presente che, con la stessa onnipotenza infantile di colui che l’ha nominato, Minzolini ritiene che tutti i giornali e telegiornali del mondo, in questi giorni, abbiano commesso un petulante errore, tranne uno, il “suo”: il Tg dell’ammiraglia Rai. Dare la notizia, com’è ovvio. Quale sarebbe il motivo del silenzio, invece? “Il motivo è semplice: dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa e tantomeno un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori”. Il signor Minzolini (ottimo giornalista incappato, temo, nella più infausta nomina della sua carriera) ha citato come esempio di “par condicio” informativa, una circostanza del tutto improvvida, marginale e fuorviante. La “notizia”, diramata dai giornali del Von Berluscach, del portavoce di Prodi fotografato sulla sua auto privata, per strada, mentre guardava un transessuale, come abbiamo fatto tutti perché abbiamo gli occhi. Ribadisco “lo guardava”, ribadisco “portavoce”, ribadisco “auto privata”. Come si possa lontanamente paragonare quest’esempio balengo, anche per disparità di poteri, con quello del sultanatico presidente del consiglio, senza arrossire, lo sa Iddio e la divina misericordia (non fu proprio per questo tacita e accondiscendente omertà, che il signor Minzolini venne nominato? Dispiace, ma mai nomina fu meglio e istantaneamente ripagata dal prescelto.)
Questo è quanto, grosso modo. L’epoca e il governo che ci toccano. Non siamo a Sardanapalo (l’ultimo re dopo il quale si estinsero gli Assiri) che viveva nel suo palazzo di Ninive, dedito a riti orgiastici e rinserrato all’interno di un nutrito gineceo con un numero ragguardevole di ospiti. Ma neppure al povero Bill Clinton, costretto a pubblica umiliazione per una banale storiella di sesso con una stagista. Siamo sulla bocca del mondo, siamo la pornofavoletta d’Occidente, le Mille e una Notte degli “spaghetti”. Siamo stati storicamente sputtanati da un premier che confonde da sempre il proprio smisurato ego con quello degli italiani, e purtroppo, viceversa.
Il senso dello Stato esige che egli se ne vada.
La considerazione che il Von Berluscach ha di se stesso non gli consentirà questo estremo punto d’onore.
Cerchiamo di essere, come premesso e promesso, lungimiranti. Tre sono le ipotesi probabili. L’insabbiamento, in cui il nostro è maestro. E il Tg1 l’ha appena dimostrato. Il ricorso a elezioni anticipate, per ribadire all’Universo che Gustav è l’Uomo invocato dal Popolo. La terza, la più infausta per chi ha a cuore il nostro Paese: l’ennesimo colpo di teatro. Una pubblica, divertita richiesta di scuse per essersi dimostrato un “monellaccio”. Condita da occhiolini, ammiccamenti da avanspettacolo e battutazze da caporale. L’Italia scatterebbe in piedi, in platea e nei loggioni, scorticandosi le mani.
Chiusura del sipario. Fine.

ANIME E FUFFA

Il virtuale sta all’Italia come l’uovo alla gallina. Siamo diventati un paese di fuffa. Alleviamo pulcini nell’aia di Facebook. Apatici, anaffettivi, quasi analfabeti. Tecnologicamente abili. Esistenzialmente disabilitati. E tanto quaqquaraquà. Noi, che abbiamo avuto come ambasciatori di opere e di idee, di carne e pensieri, Giotto e Leonardo da Vinci, Cristoforo Colombo e zio Geppino Garibaldi, Benedetto Croce e Guglielmo Marconi, Paganini e Matteotti, De André e Pasolini, ci siamo adagiati sul sofà virtuale come il malato immaginario di Moliere. Con indolenza mediterranea. Pigrizia impunita. Con tutta la fuffa di cui siamo storicamente capaci. Da Pulcinella senza drammaticità. Né coraggio, né storia. Fingiamo concretezza, ma pratichiamo scorciatoie, non paghiamo il prezzo dell’impegno. Internet ci aiuta in quest’opera imbelle. Ma non è Internet il colpevole. Non illudiamoci, Internet ci sta tramandando nei nostri blog di fuffa, nel nostro fondare gruppi fuffettosi, nel nostro “aggiungere” scemo. No, non stiamo vivendo, stiamo recitando particine infime, come l’attricetta alle prime armi che entra in commedia per dire «Il pranzo è servito» Internet è un volano. Un moltiplicatore. Una galleria infinita di specchi. Di suo produce poco o nulla. Se nutri Facebook o Youtube di pezzi d’esperienza, di opere realizzate nella realtà, di notizie di pubblica utilità che ti sei catturato per le strade del mondo, e vuoi condividerle, allora sì, non c’è mezzo di comunicazione più duttile, quasi a costo zero. Ma se carichi a palle di fuffa il tuo ventilatore Internet, quello la sparge, la “spamma”, e ci appesantisce con piume immerdate. Che ci tornano in faccia. Perché abbiamo tradito la nostra “mission”, che è vivere, per un’”omission” contraria e ipocrita: moltiplicare un’abulia esistenziale fondando mille gruppi, partecipando a cento dibattiti, clic dopo clic, e con nickname sempre diversi. Più nickname ti affibbi, meno hai un nome. Il tuo. Finché diventi fuffa, carne da cannone di Internet.
Cazzo vuol dire “amico”? Stando a FB ho 5000 amici. Altri 3000 nella pagina pubblica Diego-Jack. Quasi 7000 hanno aderito al movimento di Resistenza Culturale “Gli invisibili”. Quindicimila “amici”. Io? Nella stragrande maggioranza è fuffa, cliccatori incalliti, presenzialisti di polvere, statue di sabbia. L’ho sempre saputo, e non mi stupisco affatto. Utilizzo il meraviglioso mezzo nel tentativo di traghettare amici veri, di ossa e sogni, di carne e sguardi, dal virtuale al reale. E viceversa, per un viaggio di cultura e fantasia. Altrimenti questo è un giocherello bacato, un “pacco” come i Rolex all’Autogrill di Caserta.
Il mio mestiere è scrivere, ed FB un ponte per far conoscere il mio lavoro. Lo dono gratis, qui, e con piacere. Attraverso il ponte verso di te, mano tesa. Ti porto realtà nel magma virtuale. Ma se tu non attraversi il ponte a tua volta, e dal virtuale mi cerchi nel reale, rischi tu come rischio io, siamo solo i protagonisti di un appuntamento mancato. Un esempio? Ne ho a pacchi. L’ultimo è un sito che si chiama www.24nero.com. L’ho fatto con amore e lo rifarei. Sono cocciuto e credo in ciò che faccio. Ci sono dentro le opere inedite di un pittore straniero ispirate al mio nuovo romanzo, la storia di un’amicizia, tutte le musiche citate nel libro, le copertine realizzate e bruciate fino ad arrivare alla definitiva, il primo capitolo di 24 nero, un mese di fatica,di soldi spesi per realizzarlo, tre quarti del ponte per giungere a te. Ho avvisato, cliccandovi uno per uno, 15.000 “amici”. Non si trattava di una “vendita”, ma di una visita, se non altro per curiosità. Naturalmente sono stato accusato di fare pubblicità al libro. E allora? Spaccio romanzi mica coca. E’ il mio mestiere e ne sono fiero. Che scrivo a fare se nessuno mi legge? Bene. Sapete quanti amici veri ho? 40 su 15.000. Quaranta. In cinque giorni www.24nero.com è stato visitato da quaranta persone. Attenzione: non stiamo parlando di diecimila ingressi, di amici che bussano, entrano in casa 24 Nero, si mettono le mani nei capelli, fuggono via dallo schifo e non sanno come dirmelo, poveracci. Le critiche fanno male ma ben vengano. No, qui si tratta di disinteresse osceno. E mi sta bene anche questo. Ma allora perché vi dite “amici”? Ma amici di che? 3300 “fan”! Ma fan cosa? Fuffa Fan Club.
Anche per questo il Movimento degli Invisibili, lo battezzeremo su un’isola che bisogna raggiungere a fatica. La Sardegna. Costa sacrificio e risparmi. Ma tutto tornerà. Il dare torna sempre per le più inmprevedibili strade. Il 30-31 Maggio, a Olbia, le persone alle quali stringerò la mano saranno vere come sono vero io. Le persone, oggi, in Italia, sono rare. Hanno un volto e una storia le persone, un nome solo e molte ferite aperte. Hanno attraversato il buio. Attraverseranno il mare. Costruiscono la loro piccola parte di ponte perché hanno a cuore il Noi. Non hanno l’anima di fuffa. Miei cari amici di peluche.

Un corso di laurea in desideri

L’arte di desiderare (la più ardua e sfavillante materia della conoscenza) andrebbe insegnata nelle scuole dell’obbligo e approfondita in corsi di laurea e Master in desideri, possibilmente all’estero, per apprendere la stupefacente cosmografia dei desideri umani. Non riesco a comprendere le ragioni per le quali la Desiderologia non sia riconosciuta ancora come scienza, stante la sua importanza decisiva sui destini che -il Caso è un caso- ci fabbrichiamo, più inconsapevolmente che mai, con le nostre mani.
Ho trascorso più di metà della mia esistenza agitandomi a vuoto, poiché ignorante di desiderologia, alternando speranze fuori bersaglio o incongrue a disperanze struggenti ma altrettanto esagitate. Saper riconoscere i propri desideri e assecondare la loro realizzazione dovrebbe, invece, essere il primo e più ragionevole obiettivo dell’esistenza umana. Perché tutto si complica? Qual è l’insano principio in nome del quale ci lasciamo beffare dalla vita, o mastichiamo amaramente desideri precotti, svenandoci -con sforzi spirituali ed economici indicibili- per soddisfare bisogni di cui non sentivamo alcuna mancanza?
Personalmente non ho mai desiderato diventare ricco (nella mia vera combustione interiore i soldi si bruciano troppo in fretta rispetto a valori immateriali che mi soddisfano enormemente di più) ma allora, per un tratto di vita, chi me l’ha fatto sognare? Qualora invece (e non c’è niente di male) il mio desiderio più bambino, primitivo e calzante, fosse stato quello di diventare Rockfeller, chi e che cosa avrebbero mai osato intralciare questo desiderio d’oro?
L’arte o scienza del desiderare dovrebbe muovere i suoi primi passi esattamente da qui: una scrematura, una semplificazione efficace, del nostro Dna emotivo: l’ABC dell’arciere che, dentro di noi, scocca le frecce dei desideri, spesso a casaccio, proprio perché è un “arciere bendato”. La Desiderologia ci aiuterebbe, con franca immediatezza, a svelare i tre o quattro bersagli che davvero intendevamo colpire e centrare sin dal primo vagito, e allenarci nel tenere la schiena dritta, la mano e lo sguardo tesi, concentrati, e fermi.
Oggi so che cosa desidero ed è il mio segreto. Lo custodisco come il tesoro di Montezuma. Esso è semplice, sia pure articolato in un bersaglio di desideri compositi, molti dei quali si appagano continuamente donandomi l’irripetibile gioia di essere al mondo.
Nonostante ciò, molte realizzazioni stentano ad arrivare, e questo è colpa d’ignoranza, di ambiguità che mi sono state infuse e indottrinate in famiglia, sui banchi di scuola, o dalle quali io stesso mi sono fatto abbindolare perché una via storta e dolente -checché se ne dica- è quasi sempre molto meno dolorosa della felicità. La felicità è un dramma. Sei un piccolo Re dell’Universo e sei solo. Puoi cogliere tutti i frutti del creato, è sufficiente che allunghi la mano, ma ci hanno talmente soffocato con le dottrine del dolore, che la serenità ci sembra un furto, a danno non si sa bene di chi. Così le nostre gambe sono malferme e, inconsapevolmente, ci tiriamo dietro qualche insulso malanno per poter lamentarci in coro con gli altri e sentirci solidali e, illusoriamente, un po’meno soli. Anche questo andrebbe insegnato nel mio corso di laurea in Desiderologia. Non è che compatirsi in migliaia sottragga qualcuno alla propria disperanza, al contrario. Soltanto il tuo sguardo risolto e felice può aiutare, con il suo fermo esempio, un naufrago del dolore ad aggrapparsi alle tue ciglia e comprendere che non ha molto senso logico lasciarsi trascinare nel gorgo come un tronco sul fiume nei pressi di una cascata.
Desiderare salva. Saper riconoscere i propri ancestrali desideri e perseguirli con immobile costanza, non solo dà un senso compiuto alla propria esperienza umana, ma la rende estremamente piacevole, al di là, oserei dire, se il proprio desiderio sia compiutamente appagato. La felicità è nel volo della freccia. Nel sapersi arciere. Nel duro allenamento e nell’arte dello scocco. Tutto il resto è pianto e vanità. Teatro. Fumo e illusioni. In gran parte, sciocchezze.
Naturalmente ogni desiderio, profondamente avvertito come proprio, ha un prezzo. Nello sposare un desiderio, nell’aderirvi plasticamente, noi scontiamo le luci e le ombre che irradiano dal desiderio stesso. Se il mio autentico desiderio è di ucciderti, bene! (Non sto qui a tirare le orecchie ai desideri, non sono un giudice né Dio) ma è altrettanto bene che io sappia che sto sposandomi alla morte e mi sto tirando addosso la sua ombra come una coperta prima di addormentarmi. Personalmente preferisco desiderare l’amore, o il benessere sociale, o il colpo di reni di un intero Paese perché si riscatti dai propri giorni grigi e torni a farsi culla di grandi artisti, scienziati, uomini politici. Di tutto questo rifiorire non potrò che giovarmi anch’io, perché una cosa è avere la fortuna di fare quattro chiacchiere con Pasolini, altra cosa sorbettarsi un caffè -faccio per dire e senza offesa- con il secondo classificato del Grande Fratello, il quale -sia chiaro- non ha alcun desiderio di bersi un caffè col sottoscritto. L’altruismo è anche un egoismo di ritorno. Mai frecce volano più veloci e sicure di quelle scoccate per gli altri in oblio a noi stessi. L’amore è un boomerang e trova sempre un milione di sorprese per tornarci indietro (purché noi non abbiamo speso la nostra freccia ipocritamente per questo tornaconto, sia chiaro) e di questo ne ho mille prove come un giardino fiorito.
La capacità di desiderare è inesauribile, tutti vogliamo tutto, il risultato è che in questo nugolo di frecce, spesso lanciate a casaccio, rischiamo di rimanerci infilzati, anche casualmente, tra invidie e costernazioni assurde, sogni incongrui e sfortune inesistenti, perché autogenerate, in un caos di desideri convulsi nel quale non è facile districarsi né comprendere i veri traguardi della nostra vita.
Sì, desiderare dovrebbe essere una materia come la matematica o la geografia. Non andrebbe mai confusa con il “pensiero magico” che è figlio dell’onnipotenza infantile più sfrenata e ingenua e in cui noi italiani siamo maestri. “Se fossi stato io l’allenatore della nazionale!”… “Se fossi io il presidente del Consiglio!”…L’unica risposta possibile a questi vaneggiamenti ebbri è quella del marchese del Grillo: “La verità è che io sono io e voi non siete un cazzo!”.
Desiderare è osare ed essere costantemente all’altezza della propria determinazione, contro ogni intemperie della vita, che è “normale” (si tratti di malattia incurabile o di rovescio passeggero). Il dolore è “normale”, la sofferenza è abitudinaria, sono prezzi dell’esistenza che vanno pagati cercando di non ampliarli, di non fare eco al dolore, di non dar loro la mancia. Il dolore va attraversato puntando sempre oltre, al bene del prossimo quindi al nostro. Credo di essermi personalmente laureato in Dolorogia. In questo senso sono stato un bambino prodigio. La capacità di soffrire di certi esseri umani è encomiabile ma sciocca. Se utilizzassero tutta l’energia dispiegata in ogni varietà della sofferenza, per donarsi un desiderio felice, sarebbero quasi degli dei. Ho imparato molto tardi che il dolore è una materia plastica e informe dalla quale puoi ricavare la base per costruire la felicità. Ma devi compiere un atto, per così dire, alchemico. Nel senso della pietra filosofale. Lo intuivo, ma ero un mezzo mago. Ora credo di essere un mago, ossia un arciere, ossia un uomo. Accolgo il dolore e lo trasformo, con la naturalezza con cui un’onda colpisce una scogliera e torna indietro mutandosi in mille gocce diverse. Ma nulla di questa “magia” è per sempre. Devi applicarla ogni giorno e non è detto che ti riesca. Nulla in natura è dato per scontato. Mi meraviglia quando non mi meraviglio che il sole, anche oggi, sia tramontato. Non bisognerebbe mai dare per scontato un tramonto. Altrimenti se ne perde la struggente esperienza e si vive a sbafo e allo sbando.
Questo so e questo ho imparato fino ad ora. Adesso insegnatemi voi, perché con questa vostra insistenza petulante sulla necessità d’imbastire un corso di desiderologia comparata, mi avete veramente, ma veramente annoiato.:))

La Pasqua civica

A tutti gli invisibili i migliori auguri di una Pasqua di resurrezione civica
 
UNA STRADA ILLUMINATA
DAL BUIO DI QUESTI ANNI
 
Invisibile è il pensiero, la psiche, il segreto della nostra coscienza. Invisibili sono le  lotte interiori, le speranze, i desideri. Invisibile è l’attrazione che con i suoi fili d’oro lega i simili con i simili, e invisibile la repulsione verso ciò che riteniamo ingiusto e indegno  di essere vissuto. Invisibile l’amore, l’ammirazione delle bellezze naturali, l’incanto per un’opera d’arte, la memoria, il sano desiderio di successo e il timore del fallimento e della morte. Tutto il meraviglioso architrave della vita è invisibile. Tutta la potenza di cui siamo capaci è, in vasta parte, occulta. Quel che di noi traspare è più eloquente, allo sguardo invisibile dell’altro, di quanto rendiamo visibile di noi stessi: l’espressione del viso, i gesti, la ritualità, gli abiti, i tic, il linguaggio, gli oggetti con cui scegliamo di rappresentare al mondo i nostri gusti, le opere che compiamo e quelle alle quali ci siamo sottratti per codardia o pigrizia.
Della nostra visita terrena, di questa pesante, visibile e palpabile presenza (sangue e nervi, pelle e umori) precipiterà nell’oblio persino l’ombra. Chi si ricorderà del mio profumo? Chi fischietterà il mio concerto preferito? In quale oscuro armadio si ammanteranno di polvere le mie belle scarpe nuove? Chi mi dirà “Non posso vivere senza di te”, adesso che vive senza di me? Tutto il nostro aspetto visibile, quando non saremo più al mondo, sarà oscenamente indifferente al mondo stesso. Ma la nostra invisibile assenza mai.
Questo mondo così non sarebbe stato possibile senza di noi. Noi siamo insostituibili alla Storia. Lo sappiamo bene proprio noi, qui e ora, che siamo casualmente sopravvissuti alle anime che abbiamo amato tanto. Esse ci coabitano, rinascono ogni alba al nostro risveglio, si affacciano invisibili sulla vita da dietro le nostre palpebre, tutto quello che ci hanno donato glielo restituiamo con l’alito vitale, la visibilità del ricordo rinnovato. La morte, per l’amore, non esiste.
Ciascuno di noi è una fabbrica di esseri immortali. Per ogni lettore di Don Chisciotte c’è un Cervantes nello specchio al mattino, mentre ci sciacquiamo il viso (per un Cervantes morto, milioni di Cervantes invisibili e vivi che si radono o si lavano i denti con noi). E quando andiamo a lavorare, montano in macchina a fianco e dietro, gli amati parenti di antiche gesta familiari, i perduti amori rapiti da una malattia, Vittorio De Sica e Saffo, mio nonno che per avvisare che il pranzo era pronto gridava di stanza in stanza, in latino maccheronico, «Magnatur!» e gli occhi alati, da nibbio, di Italo Calvino, il senso dello Stato del presidente Pertini (e dovremo lasciar socchiuso il finestrino per far uscire liberi per Roma i ghirigori azzurri della sua pipa eternamente accesa). Anche i nemici vivono. Anche chi non vorremmo accanto, ci perseguita. All’invisibile non puoi dire di no, oltretutto sarebbe vano. L’invisibile è libero. La nostra più adulta saggezza consiste nel lasciar permettere che tutto si manifesti come e quanto desidera.
La democrazia invisibile è un’eterna rappresentanza.
 
Siamo più spirito che carne, la sorgente della vita alla quale segretamente ci alimentiamo è invisibile, il nostro autentico sillabario è cieco, un gesto spontaneo o un silenzio ci raccontano più di mille parole. Credo -come Jorge Louis Borges- che siano state molte le nostre forme e le nostre morti. Anche questo mio credo è invisibile, non ha Chiesa né sacre tavole della legge, non discende da qualche verità rivelata, non pretende una fede né un culto, non ha demoni o dei. È insito nell’io.
Io è l’abbreviazione di moltitudini. La semplificazione spicciola di un’identità. Dire io e basta, sarebbe come pretendere di spiegare Picasso con una didascalia. Dire io di continuo è un raglio. Lo Stato ha bisogno di personalità del noi. L’Italia ha carenza di noi.
In famiglia è diverso, l’io si coccola. Dopo pochi giorni di vita, noi ci affrettiamo a etichettare nostro figlio, assicurandolo che “è” Michele, o Luisa o Riccardo. Nei suoi occhi in trappola vibreranno le ali di un angelo smarrito. Lui sapeva di essere in molti. Non soltanto il “tuttoconmamma” di Freud. Lui sapeva di essere legioni. Il suo Dna lo sapeva. E noi sappiamo che lui lo sapeva. Perché sono state necessarie generazioni e generazioni d’infiniti accorgimenti per perfezionare la sua apparizione. Ma compiamo un tradimento inevitabile. Siamo costretti a uno svezzamento. Lo esortiamo a infilarsi nello stretto costumino di quell’io-Michele, io-Giulia, e non senza indicibili dolori, vi si assoggetterà.
Chi vuol nascere in senso iniziatico, spirituale, potrà lui soltanto, nella maturità, spezzare quel guscio con le proprie mani. Farsi propria madre, padre e spirito santo. Celebrare la propria laica Pasqua di resurrezione.
Questo gesto sacro e coraggioso non è da tutti. E’ molto aspra la notte sul Golgota.  C’è chi vi riesce a vent’anni e chi, pur di non vedersi e non scoprirsi mai infinitamente nudo e abbandonato, preferisce farsi seppellire nel suo guscio. Tutto è bene, poiché ciascuno è il proprio mago e il risultato della sua fattura, e a lui soltanto spetta di giudicarsi. Ma quelli col guscio, tuttavia, hanno purtroppo una particolarità che finisce col coinvolgere tutti gli altri, in modo spesso rovinoso: sono fermamente convinti che il vero io sia il loro. O forse, proprio perché sottosotto non ne sono convinti per nulla, trascorrono l’esistenza cercando d’intrappolare gli altri sotto il loro stesso rigido guscio, e spesso la massa più pulcina li lascia tiranneggiare, quando addirittura non li esorta a farlo: indossare un guscio più grande su quello più piccolo, ci illude con un tepore ingannevole e la speranza di una maggiore solidità e visibilità sociale. Più pesante è il guscio, più si rivelerà, dopo, una camicia di forza, perché gli uomini-bambini, convinti che il vero io sia il loro, hanno la smania di concentrare tutto il potere e di sottrarsi al giudizio, o verrebbero “sgusciati” e scoperti. Questo non possono tollerarlo. Altrimenti avrebbero già provveduto a rompere il loro guscio con le proprie mani. Quelli col guscio, pur di non farlo, pur di non spiccare il volo dal nido, si ancorano alla terra accumulando beni, cariche, onorificenze, poteri, denari, anche in maniera illecita e senza alcuno scrupolo, poiché credono che la loro salvezza eterna risieda nella resurrezione quotidiana della carne, nella pesantezza massiccia del nido da cui non osano distaccarsi, per questo si ingusciano in ulteriori yacht, aerei personali, limousine, possiedono più case che dita, e si ereggono mausolei. Non avendo vista interiore hanno una disperata urgenza di vedersi riprodotti negli specchi del potere, celebrati in qualsiasi ente, obelisco, pubblico o opera pubblica. Tutto, per loro, è: io o niente.
Di solito, dopo fugaci successi, è storicamente certo che gli uomini col guscio e così pacchianamente manifesti,  lasciano un pessimo ricordo nelle comunità dove hanno governato. Il presidente Bush è solo l’ultimo e il più evidente esempio di questi pulcini agguerriti. Fra gli invisibili, il primo che mi sorge alla memoria è Martin Luther King. Ma anche questa schiera, seppure in minoranza, è storicamente assai folta.
L’io-comunità e l’io-mio. Invisibili e visibili. Nudi o col guscio. Con senso dello Stato o con quello Stato, senza senso per gli altri, che è il nostro esclusivo io.
Ovviamente questa distinzione è manichea, gli estremi sono un santo stilita e Silvio Berlusconi, all’interno di questi eccessi, l’umanità ha un po’ il guscio e un po’ ha messo le penne, è un po’ visibile e un poco sotto traccia, e in genere evita di frequentare i deserti o il Calvario, la notte, con o senza apostoli, preferendo “dimenticarsi” con la tv, la discoteca o con un buon libro. Dimenticarsi è sopravvivere. Vivere, lo sapete da voi cos’è.
Ma se mi permettete di continuare il gioco, chi crede a quello di squadra è più invisibile di chi adora l’uomo-partita, perché più si ha il guscio (ma si nasconde la debolezza) più si è attratti dal mito dell’uomo forte, che s’incarna nel simbolo del pavone.
Volere apparire a tutti i costi, anche e soprattutto quel che non si è, sta diventando una piaga sociale, una visibilità di massa, come se il nostro primo impulso, appena svegli, fosse quello di scappare davanti a una telecamera per fare la pipì, e persino chi ci va per mestiere o per presentare un libro, viene colto dalla telecamera con quell’espressione un po’ così di chi sta urinando, appena sveglio, nel bagno di casa propria. Quello che un tempo era visibile solo dal buco della serratura è diventato meritorio di pubblico riguardo, e molte persone e opere di riguardo sono diventate invisibili alla televisione. Se si trattasse soltanto di questo, potremmo archiviarlo come gusto di un’epoca (cattivo, mediocre o ottimo lasciamo giudicarlo ai nostri nipoti) ma il contagio, in Italia, ha appestato perfino le istituzioni, i giornali, le banche, il commercio, la vita pubblica e la classe dirigente, in modo lampante quella politica, non per caso definita trasversalmente “casta”. Ma la casta -scusate il gioco di rima- non basta. Può spiegare perché si è apparentemente disintegrato un patrimonio di valori condivisi, sia quei valori ideali di chi si considerava e si considera “di sinistra”, sia quelli della “destra” risorgimentale e liberale refrattaria al berlusconismo, che si sentivano a casa nelle “stanze” del Giornale di Indro Montanelli. Una bella fetta di umanità italiana che si è vista, da destra a sinistra, defraudata dall’arroganza incontinente della Casta.
No, il contagio a me sembra sia andato giù più pesante, ci ha civilmente modificati e mortificati, imperando e dividendo: da una parte una ex “maggioranza silenziosa”, quella che un tempo votava Democrazia Cristiana, è stata martellata dallo spauracchio del Quarantotto che il comunismo era alla porta (a muro di Berlino caduto) e dall’altra, specularmente, il frammentato universo del centrosinistra è riuscito a compattarsi esclusivamente contro il portavoce dello spauracchio, l’omino azzurro. In realtà, gli invisibili (di destra e di sinistra) hanno tutti commesso l’errore di aderire a un gioco marcio e senza regole, finendo con l’apparire simili (quelli senza televisioni quel tanto che basta a perdere) senza avere niente di davvero diverso da dire e da dare. Tanto da vedersi definire casta. Chi poteva vincere? Il più “accastato” di tutti, ovvio, il “pibe de oro” della prima repubblica, il battitore, colui che ha fatto e sparigliato il gioco, chiamandosi fuori dal vecchio che l’ha sdoganato e definendosi il nuovo. Nuovo, nello stesso uovo.
La sensazione, per non dire l’invisibile certezza, che se anche il centrosinistra avesse vinto, il Paese non sarebbe andato molto oltre, ha definitivamente chiuso la partita che, con tutta la stima possibile, non credo possano riaprire le vispe e puntute dichiarazioni di un Franceschini o, un domani, la socialista bonarietà emiliana di un Bersani.
Il caso è chiuso, e non mi appare neanche così entusiasmante. Su entrambi i fronti mancavano sentimenti forti e grandi idee nobili. Gli ultimi vent’anni di televisione hanno partorito un paese di cartamoneta, che vince soldi, sogna soldi, parla solo di soldi ed è stato pornograficamente eccitato a cavarsi sfizi e bisogni irrisori che i soldi comprano. Tutto il resto è come se non fosse mai esistito o non rivestisse la minima importanza. Non la storia o la scienza. Non il mistero dell’uomo nel’universo. Non le inchieste verità sulle prepotenze delle multinazionali del consumo ai danni dei disperati della Terra. Ma fiumi di sangue da circo (quello sì) della cronaca nera del vicino di pianerottolo. Tutto l’invisibile agli occhi è stato oscurato. Tutto livellato in basso. E’ stato come se nel cervello ci fosse cresciuta la pancia. Il potere, scippato ai valori della conoscenza, della verità, dell’arte, è stato interamente devoluto ai cortigiani di questa Bengodi dei Poveri, il paese col più alto tasso di tette, tronisti, culi, cocainomani, pedofili, pirati della strada e debito pubblico d’Europa. Cortigiani nell’industria, nei posti di comando delle aziende pubbliche, cortigiani del pensiero rimasto in gioco, assai poco. Altro che Casta. Quale destra e sinistra? Persino il fascismo sognava meglio e più in grande.  La nostra è una visuale da incubi di quartiere, un colonialismo da 30 metri quadri, ed è arduo incocciare un’anima vera in pubblico, sembra di vivere nell’Invasione degli ultracorpi, uno strazio indicibile, molti si sono contaminati, tantissimi arresi.  Altri persistono a darsi del comunista o del fascista, poi finiscono col farsi una tirata nello stesso bagno. Un patrimonio immenso di valori, di stile, di storia, di saggezza popolare, di arguzia, di irriverenza, di coraggio civile, di senso del dovere, sembra essere sprofondato nei meandri del plasma, cancellato dal nostro Dna. Come se l’ultimo italiano fosse stato Alberto Sordi. Dopo di lui, Berlusconi. E basta.
Possibile?
Chi conserva un patrimonio di conoscenza e di valori mezza spanna più in alto della mediocrità assoluta è, per sua natura, un invisibile. Paradossalmente, l’invisibile, il non ancora contagiato, viene vissuto dai veri appestati come un appestato. O un untore. Oggi in Italia sono untori categorie intere, per esempio i magistrati, ma anche alcuni comici e qualche giornalista: tutti mestieri che hanno a che fare con la verità, giudiziaria o sociale.
Appestati o sani, gli invisibili sono orgogliosi di sottrarsi a quest’orgia di luminosità scalmanata. La nostra vita interiore è uno spettacolo d’arte varia che non cambieremmo con un reality, né per due Dash né per tutti i milioni che hanno erogato in questi anni Pupo, Amadeus e Gerry Scotti messi assieme. Anche se i denari fanno gola a tutti, e in quanto a sognare di diventare milionari, alla Totò, noi italiani siamo ferratissimi. Poi però ci si sveglia. Il disagio e il danno di risvegliarsi nel tuo Paese, trovandolo occupato quasi esclusivamente da baccelloni con il guscio in testa, è letale.
Sì, abbiamo colpevolmente dormito. Troppo tardi scopriamo che questa gente con la vista corta e la pezza sul cuore (perché non vede oltre il proprio guscio e non sente che le proprie impellenze) non può essere e non avrebbe mai dovuto essere classe dirigente. Noi, adesso, che possiamo fare? Certo non dobbiamo pensare a noi stessi come fanno loro, né preoccuparci dell’avvenire del nostro io (forse neanche ce ne sarebbe il tempo, la Storia è lenta) dobbiamo fare scuola, dobbiamo fare resistenza culturale,  dobbiamo avere la vista lunga, quella di quando guarderemo l’Italia dietro le palpebre dei nostri figli. Dobbiamo fare squadra. Quello che è avvenuto in America con Obama, sarebbe potuto avvenire in Italia in tutti i campi. Sono secoli che da noi nasce un Obama al mese, il problema è che nel Rinascimento non li strozzavamo nella culla, ma nemmeno nell’Ottocento e nel Novecento, li abbiamo lasciati vivere fino al dopoguerra, fino a Pasolini, poi basta.
Abbiamo bisogno della forza e del concorso di tutti quelli che hanno condiviso queste parole, perché le sentono fraterne e gli fanno un po’ di luce dentro. Siamo simili, non c’è bisogno che la pensiamo tutti allo stesso modo -la vera democrazia si nutre di diversità- dobbiamo lavorare fra simili diversi e progettare insieme, perché sarebbe ingiusto e sciocco perseverare nel lasciarsi dominare da chi non può, né intende, prendersi carico dei nostri interessi e valori più antichi e più veri. Dobbiamo occuparcene noi, anche per il bene di migliaia di altri invisibili che non hanno voce.
 
Ho ritenuto giusto fondare il movimento degli invisibili non per fare una rivolta, o diecimila azioni, (non è il fare immediato la vera e profonda urgenza) ma perché avevo e ho la segreta certezza che siamo milioni a soffrire di un dolore inutile, una non appartenenza, una casa comune perduta. C’è un simile sentire, in Italia, invisibile e non rappresentato, che non trova che fugaci riscontri, spesso manipolati a fini di voto, che poi ripiegano verso i soliti interessi. Non c’è stata grande manifestazione civile nella quale non ci siamo attraversati per poi perderci di nuovo, da quelle contro le Brigate Rosse a quelle per Falcone e Borsellino, Mani Pulite, l’Ulivo che per noi rappresentava l’ultima frontiera contro il regime delle televisioni. Mi fermo all’ultima di quelle occasioni colpevolmente perdute. Dopo, è stato un gioco a perdere, che ancora continua, con masochismo plateale. Non ci interessa più, abbiamo già dato. Ma sottrarsi a questo teatrino delle visibilità, dove una nutrita maggioranza e una ben pasciuta opposizione esibiscono il loro antagonismo, è un’invisibilità consapevole che non può rimanere sterile.
L’invisibilità interiore, invece, è penetrante come i fari di profondità: serve a illuminare la strada più lontano degli altri. I visibili. Quelli che al posto degli occhi hanno semafori. Con scritto Alt. Cosa sia il movimento degli invisibili lo scopriremo lungo la strada, non fermandoci al loro Alt.
Noi non siamo rossi, né neri, né verdi, siamo stati tutto o ancora nulla, siamo ex tutto o appena sbucati dal nulla,abbiamo diciannove anni come settanta, nella Carta degli Invisibili ci sono molti valori di riferimento, troppi o pochi lo valuteremo insieme, ma non è questo, non solo questo, il punto di similitudine, la colla morale che ci obbliga a stare uniti. E’ il disagio di vivere in un Paese occupato da intrighi, baruffe mediatiche, veti incrociati, minacce, petulanti lotte di potere, imbrogli, truffe più o meno legalizzate, malaffare, camorra, lobby trasversali, piduisti, Gelli parlanti, riciclati quaqquaraquà, ma soprattutto un Paese che si disinteressa di chi non appare, di chi non ha mezzi né cadaveri nell’armadio da smezzare con i tuoi, che si compenetra del tuo disagio solo quando ne ha bisogno lui, o per risanare i buchi di bilancio o per farsi eleggere. Non è qualunquismo, ma il lato truce e grottesco del nostro Paese, in cui si finisce con l’ingoiare anche i rospi (e questo accade in tutto il mondo) poi li si sputa e poi (ma questo accade solo da noi) li si rivota.
Se anche tu sei giunto a un’indifferibile crisi di nausea, affrettati a diventare membro degli Invisibili.
Fonda con noi il nostro movimento di resistenza culturale a Olbia, il 30-31 Maggio. Troverai sul sito tutti gli aiuti, le indicazioni, le facilitazioni e tanti altri invisibili pronti a viaggiare con te. E’ una traversata, ma anche un rito. Una pasqua laica, di resurrezione civica. Non dire “Perché fino in Sardegna? Non era più semplice qui?” Sì, appunto. I movimenti non nascono sotto casa nostra. Sta a noi andare. Altrimenti non si chiamerebbero movimenti ma poltrone. Noi siamo quelli che vorrebbero scalzare certi culi di pietra dalle poltrone, non l’inverso. Deve costare qualche rinunzia e qualche fatica. Le lasagne non piovono in bocca. Quelli sono i rospi e ne abbiamo già mangiati abbastanza.
Se quando hai sentito l’Italia cantare “Menomale che Silvio c’è” non sapevi se ridere o dartela a gambe, allora sei evaso nel posto giusto.
Siamo l’Italia che c’è ancora, c’era da prima e ci sarà dopo.
Muoviti, fratello.
 
Diego Cugia
 

Mio fratello sfreccia nella Storia

Sere fa, fratello mio che voti Berlusconi, ho parcheggiato la mia mente sul Tg4. Non sorridere, te ne prego, con quell’arietta da italiano turbo, di fronte a un vecchio diesel di sinistra. I tuoi occhietti arguti minimizzano: «Ancora con Emilio Fede? Ma è il nostro clown! Estrai qualcosa di meglio dal tuo cilindro di prestigiatore comunista!» Sono stanco di ripeterti che non sono mai stato comunista. Ma ti confesso una mia debolezza: anzi, quasi mi scappa, sai, di fronte al tuo pensiero greve, il rimpianto per non esserlo stato. Non Praga, non i gulag, non Mao e neanche Fidel Castro. Io parlo di un ideale. Dovunque il comunismo ha pianificato il proprio sogno, ha ucciso la libertà, lo so bene e lo sapevo da prima. E io (non per merito, semplicemente per indole) non sto con gli assassini, con i regimi totalitari e con i padri-padroni. Ma oggi, proprio oggi che il comunismo è una disprezzata parolaccia, oso dirti che quella lì, fratello mio, era ed è una parola cristiana, era ed è un’ idea civile e moderna: diminuirsi un poco ciascuno per permettere che crescano tutti. Basta andare all’Avana nel quartiere “Parioli” dei fedelissimi di Castro per apprezzare l’amarezza del tradimento di una parola. Al potere, i comunisti diventano “esclusivi”, conservatori puri, padroni. Adesso rifletti tu, però, fratello che voti Pdl: se mi dai del “comunista” solo perché dissento da come state imbarbarendo il Paese, non sarà che il comunista, oggi, sei tu?
Comunista di destra. D’altronde, non lo dico io, ma il vostro leader che siete voi i “veri rivoluzionari”. Quando un consesso di conservatori incalliti, in adorazione del proprio leader maximo, si definisce “rivoluzionario”, siamo agli albori della dittatura moderna, e “1984” di Orwell o la sua “Fattoria degli animali”, in confronto a voi, sono fumetti.
Sbadigli, ti stai annoiando, lo so: «Le tue solite pippe morali». Se tu e io fossimo stati fratelli, non oggi, ma nel 1938 in Germania, e ci fossimo trovati a bere un tè in una sala di Berlino, due ore prima della “Notte dei cristalli”, avresti usato, dopo, più o meno le stesse parole. Probabilmente in buona fede. Le 267 sinagoghe rase al suolo, i 2500 negozi bruciati o devastati, avrebbero suscitato anche in te qualche apprensione, sicuro. Li avresti definiti “eccessi”. “Esuberanze della marmaglia”. Ma avresti salvato l’idea “nobile” che c’era dietro. Infine avresti concluso con una battuta e una sgomitata: «E su, tu sei ariano, che te ne fotte, in fondo, degli ebrei?» Avresti avuto il cancro delle SS senza saperlo.
Siamo sempre i soliti: fratelli. Voi vi infervorate e noi paghiamo. Finché la democrazia non si avvita e impazzisce un’altra volta. E salta fuori l’ennesimo omino del “Ghe pensi mi”. Noi diciamo, presuntuosi e sprezzanti «Dai, è ridicolo!» Ma lui non lo crede affatto di essere ridicolo, e voi neppure, anzi lo considerate un essere superiore, perché la democrazia stanca, scontenta, si corrompe, è pluralista, mentre un Capo solo semplifica, e così diventate spaventosamente convinti di essere savi e giusti, e ci sbirciate con quegli occhietti lì, da volpi (così ingenue ma così prepotenti!), scrollate la testa con commiserazione e, pian piano, odio. E qui stiamo, oggi in Italia, a questo grave punto. Ogni tanto qualche giornalista viene tacitato e licenziato, qualche paletto della democrazia divelto, qualche magistrato trasferito, qualche corrotto eletto fra i Giusti, con qualche mafioso, magari un “eroe”. La natura, intanto, fa impietosamente il suo corso: Tonino Caponnetto è morto, così Montanelli, i grandi vecchi se ne vanno, i revisionisti storici sbianchettano, e i nostri giovani nascono in questa sozzura livellatrice, in questo porcaio televisivo, concepito per farne dei piccoli schiavi. E se dovesse mancare Berlusconi, dio non voglia, allora sarebbero guai seri, perché chi lo sostituirà non sarà tanto fesso da raccontarci barzellette, né così narcisista da provocare danni gravi, ma ancora contenuti. Perché Berlusconi sogna se stesso. Il successore no, sognerà noi, quello è l’incubo mio. E dato che il Pdl tenderà a sgretolarsi, sarà giocoforza rimpolparlo col cemento armato. Faccio ridere? Un po’ sì, forse anche tanto, lo so bene. Anzi, frate’, scusami la digressione, hai ragione, quando mi viene “l’aria da profeta” faccio ridere i polli; ma tu non mi stai già ascoltando più.
Emilio Fede, dicevo, l’altra sera. Lui, il direttore di un TG nazionale, ha in studio il Bonaiuti, l’omino debole dell’omino forte. Bonaiuti, il porta a portavoce, il Vespa de’noantri. Naturalmente gongolavano sui successi della Fiera di Roma, sembravano Bibì e Bibò, due sfavillanti cialtroni sul carro dei vincitori. E fin qui…ne abbiamo viste di peggio.
A un certo punto, però, arriva un’Ansa, una dichiarazione di Di Pietro. Per carità, la solita minestra antagonista, tre righe in cui dava a Berlusconi del dittatorello o giù di lì. Di Pietro non è il Guicciardini, ma è comunque un parlamentare e il segretario di un partito che, stando ai sondaggi, sfiora quasi il 10% dei consensi. E il direttore del Tg 4, con la sua mimica da cantimbanco, che fa? Da’ una scorsa alla dichiarazione e la definisce -cito a memoria- “le solite scempiaggini”. Alché l’altro, il tronfio portaaportavoce del “Premier”, obietta: «Ma no, ma no, leggila, così io replico!» E l’Emilio, di rimando, gettando via la velina: «A una scempiaggine? Perché mai? Replicheresti con un’altra scempiaggine, parliamo di cose serie, piuttosto, eh-eh…» E si sono rituffati, gongolanti, nell’elencazione dei meriti del Capo. Ecco, questo è precisamente l’inizio di una dittatura, fratello mio, (se la parola non ti piace, inventatene un sinonimo: ma sempre di assolutismo, dispotismo e prepotenza, stiamo parlando.)
Lo sapevo, ora ti ergi con quel fervore così infantile, così immemore della Storia (ma come fate a farvi il lifting anche al Dna di un italiano, che pure tante ne abbiamo viste?) e mi insulti: la televisione in mano “vostra” ("mia" poi, che m’hanno tagliato fuori da due anni, compresa la sinistra e compreso da l’Unità, figurati!) Ma tu non mi ascolti, e giù con il TG3 “rosso”, con la cultura in mano ai “sinistri”, e mi sciorini tutto il rosario dell’omino. Così ci ricasco. Mi lascio coinvolgere nel gioco delle parti. Sono costretto a replicare con una notizia fresca-fresca. Ieri, a Palazzo Grazioli (ripeto, fratello, Palazzo Grazioli) Berlusconi ha tenuto un vertice sulle nomine alla Rai. Lui, il proprietario di Mediaset. “Il partito del presidente del consiglio” (leggo dal “Corriere della sera”) “ha insistito per avere come vicedirettori…eccetera eccetera.”. Guarda qua, fratello, mi sono portato due pezzettini di carta, calmati, ragiona, leggi. Sono due affermazioni di Berlusconi: “Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta”. E quest’altra, ingiallita, del 30 Maggio 1994: “Mai mi occuperò di questioni televisive, per non dare l’impressione di voler favorire i miei affari.”
Ma che te lo dico a fare? Sei già uscito di casa, hai sbattuto la porta, gridi. Credi che io voglia “difendere Prodi” e -mentre cercavo di trattenerti- mi hai sbeffeggiato: «Guarda che ci fate un favore. Continuate così, e alle prossime elezioni avremo il 70 per cento!». Ed è proprio questo il maledettissimo punto. Come se ottenere il 70% dei consensi equivalesse, sic et simpliciter, a trovarsi per il 70% dalla parte del giusto, della ragione, della Storia. Te lo sei dimenticato che non è mai andata così? Sì, dimenticarvi le verità che collidono con il vostro credo vi viene spontaneo da sempre, come lavarvi i denti al mattino e alla sera.
Mio fratello non lo fermi più. È montato sulla Freccia Rossa col suo Capotreno, e la loro “democrazia ad altissima velocità” non tollera semafori o fermate.
Mio fratello è più vecchio di me, ma si è messo in testa di essere più giovane. Giorni fa, quando ho fondato il mio piccolo movimento di resistenza culturale, Gli Invisibili, mio fratello ha riso: «Invisibili? Bravi. Così non avremo neppure il problema di oscurarvi». Gli ho risposto “Appunto.”
Ma lui rideva, rideva e non mi ha sentito.

Sabato italiano

I domenicani, l’ordine dei predicatori di San Domenico, umili e proni uomini di fede. Di colpo, un istante fa, la mia visione del mondo si ribalta. Sulla home page di Repubblica un titolo mi fa impallidire: "Stupro e botte a clochard a Firenze: arrestato domenicano." Ma porca pupazza! Se un predicatore domenicano picchia e stupra una mendicante, che faranno i francescani? Getteranno in pasto ai lupi i passerotti coi quali il santo parlava? Fortunatamente (ma non per la clochard) era stata aggredita da un dominicano in senso caraibico, di Santo Domingo. La polizia l’ha acciuffato, è in carcere da qualche ora. Passo, con un sospiro, alla notizia seguente: "Crisi: boom del seno nuovo a rate. Si paga anche in 5 anni." Altro salto: in che senso? Mi è scorsa davanti un’immagine da mostro di Firenze: seni consegnati a rate, a fette, modulabili, fino ad avvenuto pagamento del chirurgo, con un montaggio fai da te, seni Ikea. Terza notizia, terzo salto. Un "punkabestia pluripregiudicato", ripeto "punkabestia pluripregiudicato" ha tentato di violentare una trentanovenne anconetana sulla spiaggia di Falconara. La giovane donna è riuscita a fuggire. Il punkabestia pluripregiudicato non ha potuto inseguirla perché frenato dal suo traino, un carrello con quattro cani dentro. Finalmente una quarta notizia normale. "Stamattina Prodi ha rinnovato la tessera del PD. Franceschini dichiara: «Siamo felici»." Ragazzi, ho il magone.