LADRI DI CONSENSO

Ma in Italia c’è un regime oppure no? Chi dice di sì è un pirla, chi nega, uno gnocco allineato. La verità è che certe parole non ci raccontano più, non ce la fanno, arrancano. Sono fuorvianti. Il nostro premier è un dittatore? Tu pensi a Hitler, a Stalin, al generalissimo Franco. Sorridi arguto e storicamente compassionevole: ma che cacchio vai dicendo? Pensi agli orrori, ai gulag, ai lager, alle deportazioni. Storia dolente ma bacucca, da bisnonni. In Italia siamo liberi di votare e di sceglierci il premier che più ci aggrada. E il Nostro è graditissimo. Il dissenso? Quattro gatti (ed è paurosamente vero).
La democrazia si fabbrica col consenso? Allora questo governo ha un livello di consenso paragonabile alla quantità di spaghetti consumata dai suoi elettori.
Ma se una sana democrazia dovesse misurarsi anche con la capacità di consentire il dissenso, la nostra è paragonabile a quella dei consumatori di formiche fritte o in umido.
C’è poi una domanda che ormai non si pone più quasi nessuno. Può esserci piena democrazia se quel consenso è stato manipolato, con la menzogna, il raggiro, e la concentrazione dei poteri in poche mani? No, “la democrazia trapassa in dispotismo”. Non l’ha detto Marco Travaglio ma Platone. Quindi viviamo sotto schiaffo di un governo dispotico? Neppure questo è esatto.
Le parole della nostra politica sono sfinite. Logorate, vuote, appartengono a una civiltà estinta. Non reggono alla spregiudicatezza dei tempi. Alla tecnologica sofisticazione del potere. Il consenso non si raccoglie nei comizi elettorali o nei talk show, quello è marginale, poiché riguarda una minoranza intellettuale. Il consenso si fabbrica (ma sarebbe più esatto dire si ruba) imponendo modelli di comportamento, gusti, bisogni, costumi e consumi di massa; semplificando le complessità; omettendo le verità sgradevoli; blandendo o aizzando gli animi a seconda del risultato politico che s’intenda conseguire, attraverso slogan seduttivi e di facile presa popolare. Ladri di consenso. Per rubarlo a mani basse è necessario il controllo dei sistemi di comunicazione di massa, pubblici e privati, e il logorio dei cosiddetti poteri di controllo e di vigilanza, primi fra tutti la magistratura e la stampa.
Quello che è accaduto in Italia non ha una parola che lo esprima. La troveranno, forse, gli storici contemporanei dei nostri nipoti. Ma il danno che è stato dolosamente provocato nel cervello e nell’inconscio collettivo degli italiani è stato incommensurabile. Se le dittature del Novecento avevano bisogno di deportare i dissidenti, questa “cosa senza nome” che stiamo subendo in Italia, per lo più ignari, non ne ha avuto neppure il bisogno. Ci ha “lagerizzato” il cervello. Idee e pensieri sono circondati da matasse d’invisibile filo spinato. Come dirlo e a chi dirlo? E con quali parole politiche esprimerlo senza essere presi per paranoici o apocalittici?
Se soltanto dieci anni fa, per esempio, la televisione ci avesse informato (oramai l’ignavia lo vieta) dell’esistenza di un presunto “papiello”, scritto di proprio pugno da Vito Ciancimino, riguardante la complicità di pezzi dello Stato e di uomini ancora oggi al potere, con Bernardo Provenzano e Totò Riina, che culminò con le stragi di Capaci e di via d’Amelio, saremmo scesi in piazza in decine di migliaia, pretendendo di far luce sui fatti. In nome di Falcone e Borsellino. Gli editorialisti del Corriere o de La Stampa avrebbero forse ancora posto dieci domande al premier sul suo sodale Dell’Utri (fondatore di Forza Italia) prima delle quali, questa: lei e Mr Silvio, avete mai ricevuto lettere da Bernardo Provenzano? Perché il figlio di Vito Ciancimino sostiene di sì. Ed è vero che il governo di allora intavolò una trattativa con la mafia? Silenzio. I cadaveri digrignano i denti negli armadi trasversali del potere. L’unica rimasta all’opposizione si chiama D’Addario e fa la escort.
E’ noto che l’ottanta per cento degli italiani s’informa esclusivamente attraverso la Tv. Ma il fatto che i telegiornali colpevolmente tacciano su questo genere di notizie (comprese sulle sciocchezzuole erotizzanti come Noemi Letizia) non ci assolve. Se siamo diventati un popolo di conigli la colpa è anche nostra. Se ci hanno scimunito, è altresì vero che noi non abbiamo opposto resistenza (un’altra gloriosa parola che sembra aver perduto forza e significato).
Chi ci salverà? La stella nascente del Pd, Debora Serracchiani, che in un’intervista pubblicata oggi sul Magazine del Corriere dichiara: “Durante la campagna per le europee ho incontrato un entusiasmo pazzesco nei miei confronti. E’ un fenomeno da studiare socio-politicamente”? Personalmente, invece, approfondirei la sua cultura da Santanché, un berlusconismo introiettato, “la consensite” (chiamatela come vi pare) accoppiata con un egocentrismo mica da ridere. A proposito di ridere, poche pagine prima Pietro Calabrese, nella sua rubrica, parlava di un’altra magnifica parola che in Italia ormai non pratica più nessuno: la sobrietà. Ce l’insegnavano i nostri padri (i nonni della Debora). La sobrietà: il perfetto contrario del berlusconismo. No, anche a sinistra non siamo sobri. Si tenta di fabbricare consenso tale e quale agli altri: ma è una fabbrica in procedura fallimentare, da “vorrei ma non posso”, e gli italiani hanno il primato mondiale di salto sul carro dei vincitori. Potrà “l’entusiasmo pazzesco” riscosso da Debora far loro cambiare opinione?
L’ultima chicca della censura (ma anche questa parola non contiene più l’infamità solerte dei più realisti del re) è il rifiuto, da parte della Rai (nonché –ovvio- di Mediaset) del trailer di un film. Il film s’intitola “Videocracy” (ecco una parola che si avvicina alla “cosa senza nome” che ci sta scimunendo). La pellicola racconta l’ascesa delle TV Mediaset, fra veline, letteronze, Emilii Fede scodinzolanti, e tutta la compagnia di giro, da Lele Mora a Fabrizio Corona, Simona Ventura e via sculettando. Lo spot del film è stato rifiutato dalla Rai. Una volta la censura si limitava a sforbiciare alcune scene di un film. Ora fa di più: oscura addirittura il trailer.
Con una lettera inviata al distributore della pellicola, Procacci della Fandango, la Rai giustifica la censura perché il trailer veicola “un inequivocabile messaggio politico di critica al governo”. E con questo? Non ci sono parole. Infatti la notizia, a parte Repubblica, non la troverete mai, né, ovviamente, l’apprenderete dai telegiornali. Che praticano una forma di “sobrietà” assoluta: tacere. Chi tace, acconsente. E chi non acconsente tace per forza, perché la radio e la Tv gli sono interdetti. Chiamatela come vi pare, è una gran porcheria.

Morte a (piazza) Venezia

Vediamo di analizzare la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che dovrebbe infondere saggezza nei giudizi più meditati. Immaginiamo di avere un amico, un grande amico comune, che si chiami Gustavo. Un giorno veniamo a sapere che Gustavo invita a cena in casa sua, venti belle ragazze alla volta, da solo. Gustavo non le conosce, gliele presenterebbe o procaccerebbe un certo Mario, che in cambio della partecipazione alla cena offre alle invitate mille o duemila euro, a seconda della disponibilità o, se preferite, dell’arrendevolezza. Le ragazze giungono da ogni parte d’Italia su voli di linea offerti dalla Casa o sui suoi jet privati. Soggiornano in hotel di lusso in attesa della “chiamata”. Devono indossare un abitino nero, quasi una divisa, e truccarsi impercettibilmente. Gustavo è ultrasettantenne. Si trucca e imbelletta, al contrario, come il barone Gustav von Aschenbach in “Morte a Venezia” di Thomas Mann. Un muro di cerone che salta subito agli occhi delle ragazze quando ride, lasciando trapelare la ragnatela di rughe. Lui se le siede sulle ginocchia a grappoli, mostra loro tediosi album di fotografie personali, oppure assistono insieme a una proiezione di filmati che lo ritraggono indaffarato, dominatore e vincente nei suoi cantieri “Italia srl” (Gustavo è imprenditore); più tardi si cimenta in barzellette civettuole. Le fanciulle (che il procacciatore Mario ha preventivamente indottrinato) devono cantargli in coro “Menomale che Gustav c’è”, ancheggiando da bayadere con le braccia al cielo. Si cena serviti da uno stuolo di camerieri in livrea. Di fuori, per le vie della capitale, furoreggia la crisi economica, ma fra le antiche mura di Palazzo Von Aschenbach questo grido di desolazione e rabbia è soffocato dalle tappezzerie e dai tappeti, dalle luci soffuse, dal sommesso borbottio dei cristalli e dei servi.
Le “miracolate” trasecolano per il colpo gobbo della sorte. Gustavo è uomo potentissimo, si dimostra gentile e disponibile con tutte, con qualcuna di più. Fra di esse c’è quella che vorrebbe emergere in televisione, l’altra che ha un terreno che desidererebbe diventasse edificabile, una terza alla quale piacerebbe tanto la nuova Mini Minor, quella rossa. Gustavo le compiace un po’ tutte, le vezzeggia, si lascia coccolare, alcune le accontenta per davvero. Si diverte come un dodicenne a realizzare i sogni più spregiudicati e inconfessabili degli sventurati, se solo volesse -spara- potrebbe far diventare allenatore della nazionale uno del bar Sport, o ministro una soubrette, e a lui aggrada trasformare in realtà il sogno onnipotente di un’asina da terza elementare, perché si compiace di rivelarsi più potente dell’immaginabile. Dopo averle saggiate e intervistate, il nostro comune amico, dunque, fa servire la cena dai suoi impeccabili camerieri in livrea. A chi non piacerebbe gustare piatti prelibati, mentre venti giovani creature ci fanno il grattino, vestite e truccate come piace a noi? Sarebbe bello se fosse vero, vero? ma come può essere vero? Infatti non lo è, si tratta di un malinconico “come se”. Come se Gustavo avesse ancora quarant’anni. E come se fosse l’uomo più alto e bello del mondo. Come se le giovani non fossero prezzolate per ogni miao-miao. Dopocena, quelle da mille vanno via, chi prende il doppio, resta. Ma a tutte il generoso Gustavo regala un ciondolo, una collana, un anello con farfalla, emblema della Casa. Qualcuna, per voluttuosa piaggeria, si farà tatuare sulla caviglia la farfalla del potere, per dimostrare a tutti di essere stata marcata da lui, il capobranco dell’Italia s.r.l..
A un cenno, il fido Mario toglie il disturbo con le giovani miss scartate, e il nostro amico Gustav si apparta con la favorita della sera, che, dall’indomani, vedremo ritratta all’improvviso su qualche copertina, o a presentare una serata-evento alla Tv, o neo assessore alla Sanità o alla Cultura.
Ho premesso che avremmo analizzato la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che infonde saggezza nei giudizi più meditati. Mi e vi domando “pacatamente” (come usa dire il presidente della Camera): se avessimo un amico del genere, un ultrasettantenne tanto ricco, potente e ingenuo (perché altamente ricattabile da stuoli di giovincelle e dai loro interessati talent-scout) e venissimo a conoscenza di queste festicciole, per testimonianza diretta di tre ragazze, alzeremmo le spalle o ci dimostreremmo legittimamente impensieriti? Lasciamo fuori le ipotesi di reato (ammesso che sussistano) e restiamo nell’ambito dell’amicizia. Per prima cosa ci chiederemmo, suppongo, se questi “festini” siano veri o, quantomeno, verosimili. Abbiamo una testimonianza fotografica che prova, in maniera abbastanza schiacciante, che questo resoconto non sia del tutto falso, anche se non sappiamo ancora quanto sia del tutto vero. Inoltre conosciamo da lunghi anni il nostro amico e riteniamo possibile una goffa protervia della sua longevità (a nessuno piace invecchiare, ma a lui meno di tutti). Quindi? A costo di mettere a repentaglio la nostra amicizia, affronteremmo il problema con lui, anche per metterlo al riparo da chi non gli vuol bene, e gli rivolgeremmo una nutrita serie di domande, tra le quali una, fondamentale: è vero o no che hai offerto a qualcuna di queste signorine ruoli a evidenza pubblica, nel campo dello spettacolo o, peggio, della politica nazionale? In caso di risposta affermativa -o reticente- l’esorteremmo, io credo, a dimettersi immediatamente da tutti i suoi incarichi per non aggravare ulteriormente la sua situazione e salvaguardare il suo buon nome. Giusto? Poi, da un punto di vista amicale, tenteremmo, penso, di presentargli un valido psicologo che l’aiuti a reggere il dolore di non avere l’età per amare, come cantava Gigliola Cinquetti, alla rovescia.
Veniamo adesso a un’ipotesi folle, bislacca, praticamente impossibile nel mondo d’oggi. Ammettiamo, solo per un attimo, che l’amico Gustavo sia il presidente del Consiglio della Repubblica italiana. Cioè che un premier europeo sia uso ricevere a casa propria venti ragazzine alla volta procacciategli da imprenditori di dubbia fama e con un interessato spirito caritatevole nei suoi riguardi. E che il suo legale di fiducia abbia difeso il Gustavo con il termine di “utilizzatore finale”. Scommetto che la prima cosa che pensereste, dopo una malinconica risata, sarebbe “Ma che è, pazzo?” E il momento dopo, scrollando la testa alle parole dell’avvocato, riferite a giovani creature di sesso femminile, quell’ “utilizzatore finale” vi farebbe esclamare “E l’avvocato è più pazzo di lui!”
Non lo direste né perché il nostro amico è moralmente discutibile, né perché i fatti di cui sopra costituiscano o meno un’ipotesi di reato. Lo direste per quel “non detto” che si sottende in Civiltà nell’accettazione di una carica pubblica di tale caratura. Altrimenti non solo si dovrebbe giurare sulla Costituzione Italiana, ma anche sul non grattarsi il pacco in pubblico, non fare le smorfie nella parate militari, né le corna nelle foto coi grandi del G8, né, appunto, farsi recapitare come pacchi venti ragazze venti, a pagamento, in una residenza privata, Palazzo Grazioli-Von Aschenbach, o Villa Certosa (visti i buchi nella sorveglianza, sarebbe più consono Villa Gruviera) alternativamente usata per ricevere nelle stesse stanze, soubrettine e capi di Stato, o procedere a nomine pubbliche, per esempio alla Rai.
A questo proposito, il neo direttore del Tg1 (che fu nominato poco tempo fa nelle sunnominate stanze del piacere e del potere) ha illustrato agli italiani il motivo per cui il telegiornale del servizio pubblico nega che i festini a casa Berluscach siano una notizia. E ha taciuto per settimane. Si tenga presente che, con la stessa onnipotenza infantile di colui che l’ha nominato, Minzolini ritiene che tutti i giornali e telegiornali del mondo, in questi giorni, abbiano commesso un petulante errore, tranne uno, il “suo”: il Tg dell’ammiraglia Rai. Dare la notizia, com’è ovvio. Quale sarebbe il motivo del silenzio, invece? “Il motivo è semplice: dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa e tantomeno un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori”. Il signor Minzolini (ottimo giornalista incappato, temo, nella più infausta nomina della sua carriera) ha citato come esempio di “par condicio” informativa, una circostanza del tutto improvvida, marginale e fuorviante. La “notizia”, diramata dai giornali del Von Berluscach, del portavoce di Prodi fotografato sulla sua auto privata, per strada, mentre guardava un transessuale, come abbiamo fatto tutti perché abbiamo gli occhi. Ribadisco “lo guardava”, ribadisco “portavoce”, ribadisco “auto privata”. Come si possa lontanamente paragonare quest’esempio balengo, anche per disparità di poteri, con quello del sultanatico presidente del consiglio, senza arrossire, lo sa Iddio e la divina misericordia (non fu proprio per questo tacita e accondiscendente omertà, che il signor Minzolini venne nominato? Dispiace, ma mai nomina fu meglio e istantaneamente ripagata dal prescelto.)
Questo è quanto, grosso modo. L’epoca e il governo che ci toccano. Non siamo a Sardanapalo (l’ultimo re dopo il quale si estinsero gli Assiri) che viveva nel suo palazzo di Ninive, dedito a riti orgiastici e rinserrato all’interno di un nutrito gineceo con un numero ragguardevole di ospiti. Ma neppure al povero Bill Clinton, costretto a pubblica umiliazione per una banale storiella di sesso con una stagista. Siamo sulla bocca del mondo, siamo la pornofavoletta d’Occidente, le Mille e una Notte degli “spaghetti”. Siamo stati storicamente sputtanati da un premier che confonde da sempre il proprio smisurato ego con quello degli italiani, e purtroppo, viceversa.
Il senso dello Stato esige che egli se ne vada.
La considerazione che il Von Berluscach ha di se stesso non gli consentirà questo estremo punto d’onore.
Cerchiamo di essere, come premesso e promesso, lungimiranti. Tre sono le ipotesi probabili. L’insabbiamento, in cui il nostro è maestro. E il Tg1 l’ha appena dimostrato. Il ricorso a elezioni anticipate, per ribadire all’Universo che Gustav è l’Uomo invocato dal Popolo. La terza, la più infausta per chi ha a cuore il nostro Paese: l’ennesimo colpo di teatro. Una pubblica, divertita richiesta di scuse per essersi dimostrato un “monellaccio”. Condita da occhiolini, ammiccamenti da avanspettacolo e battutazze da caporale. L’Italia scatterebbe in piedi, in platea e nei loggioni, scorticandosi le mani.
Chiusura del sipario. Fine.

ANIME E FUFFA

Il virtuale sta all’Italia come l’uovo alla gallina. Siamo diventati un paese di fuffa. Alleviamo pulcini nell’aia di Facebook. Apatici, anaffettivi, quasi analfabeti. Tecnologicamente abili. Esistenzialmente disabilitati. E tanto quaqquaraquà. Noi, che abbiamo avuto come ambasciatori di opere e di idee, di carne e pensieri, Giotto e Leonardo da Vinci, Cristoforo Colombo e zio Geppino Garibaldi, Benedetto Croce e Guglielmo Marconi, Paganini e Matteotti, De André e Pasolini, ci siamo adagiati sul sofà virtuale come il malato immaginario di Moliere. Con indolenza mediterranea. Pigrizia impunita. Con tutta la fuffa di cui siamo storicamente capaci. Da Pulcinella senza drammaticità. Né coraggio, né storia. Fingiamo concretezza, ma pratichiamo scorciatoie, non paghiamo il prezzo dell’impegno. Internet ci aiuta in quest’opera imbelle. Ma non è Internet il colpevole. Non illudiamoci, Internet ci sta tramandando nei nostri blog di fuffa, nel nostro fondare gruppi fuffettosi, nel nostro “aggiungere” scemo. No, non stiamo vivendo, stiamo recitando particine infime, come l’attricetta alle prime armi che entra in commedia per dire «Il pranzo è servito» Internet è un volano. Un moltiplicatore. Una galleria infinita di specchi. Di suo produce poco o nulla. Se nutri Facebook o Youtube di pezzi d’esperienza, di opere realizzate nella realtà, di notizie di pubblica utilità che ti sei catturato per le strade del mondo, e vuoi condividerle, allora sì, non c’è mezzo di comunicazione più duttile, quasi a costo zero. Ma se carichi a palle di fuffa il tuo ventilatore Internet, quello la sparge, la “spamma”, e ci appesantisce con piume immerdate. Che ci tornano in faccia. Perché abbiamo tradito la nostra “mission”, che è vivere, per un’”omission” contraria e ipocrita: moltiplicare un’abulia esistenziale fondando mille gruppi, partecipando a cento dibattiti, clic dopo clic, e con nickname sempre diversi. Più nickname ti affibbi, meno hai un nome. Il tuo. Finché diventi fuffa, carne da cannone di Internet.
Cazzo vuol dire “amico”? Stando a FB ho 5000 amici. Altri 3000 nella pagina pubblica Diego-Jack. Quasi 7000 hanno aderito al movimento di Resistenza Culturale “Gli invisibili”. Quindicimila “amici”. Io? Nella stragrande maggioranza è fuffa, cliccatori incalliti, presenzialisti di polvere, statue di sabbia. L’ho sempre saputo, e non mi stupisco affatto. Utilizzo il meraviglioso mezzo nel tentativo di traghettare amici veri, di ossa e sogni, di carne e sguardi, dal virtuale al reale. E viceversa, per un viaggio di cultura e fantasia. Altrimenti questo è un giocherello bacato, un “pacco” come i Rolex all’Autogrill di Caserta.
Il mio mestiere è scrivere, ed FB un ponte per far conoscere il mio lavoro. Lo dono gratis, qui, e con piacere. Attraverso il ponte verso di te, mano tesa. Ti porto realtà nel magma virtuale. Ma se tu non attraversi il ponte a tua volta, e dal virtuale mi cerchi nel reale, rischi tu come rischio io, siamo solo i protagonisti di un appuntamento mancato. Un esempio? Ne ho a pacchi. L’ultimo è un sito che si chiama www.24nero.com. L’ho fatto con amore e lo rifarei. Sono cocciuto e credo in ciò che faccio. Ci sono dentro le opere inedite di un pittore straniero ispirate al mio nuovo romanzo, la storia di un’amicizia, tutte le musiche citate nel libro, le copertine realizzate e bruciate fino ad arrivare alla definitiva, il primo capitolo di 24 nero, un mese di fatica,di soldi spesi per realizzarlo, tre quarti del ponte per giungere a te. Ho avvisato, cliccandovi uno per uno, 15.000 “amici”. Non si trattava di una “vendita”, ma di una visita, se non altro per curiosità. Naturalmente sono stato accusato di fare pubblicità al libro. E allora? Spaccio romanzi mica coca. E’ il mio mestiere e ne sono fiero. Che scrivo a fare se nessuno mi legge? Bene. Sapete quanti amici veri ho? 40 su 15.000. Quaranta. In cinque giorni www.24nero.com è stato visitato da quaranta persone. Attenzione: non stiamo parlando di diecimila ingressi, di amici che bussano, entrano in casa 24 Nero, si mettono le mani nei capelli, fuggono via dallo schifo e non sanno come dirmelo, poveracci. Le critiche fanno male ma ben vengano. No, qui si tratta di disinteresse osceno. E mi sta bene anche questo. Ma allora perché vi dite “amici”? Ma amici di che? 3300 “fan”! Ma fan cosa? Fuffa Fan Club.
Anche per questo il Movimento degli Invisibili, lo battezzeremo su un’isola che bisogna raggiungere a fatica. La Sardegna. Costa sacrificio e risparmi. Ma tutto tornerà. Il dare torna sempre per le più inmprevedibili strade. Il 30-31 Maggio, a Olbia, le persone alle quali stringerò la mano saranno vere come sono vero io. Le persone, oggi, in Italia, sono rare. Hanno un volto e una storia le persone, un nome solo e molte ferite aperte. Hanno attraversato il buio. Attraverseranno il mare. Costruiscono la loro piccola parte di ponte perché hanno a cuore il Noi. Non hanno l’anima di fuffa. Miei cari amici di peluche.

Un corso di laurea in desideri

L’arte di desiderare (la più ardua e sfavillante materia della conoscenza) andrebbe insegnata nelle scuole dell’obbligo e approfondita in corsi di laurea e Master in desideri, possibilmente all’estero, per apprendere la stupefacente cosmografia dei desideri umani. Non riesco a comprendere le ragioni per le quali la Desiderologia non sia riconosciuta ancora come scienza, stante la sua importanza decisiva sui destini che -il Caso è un caso- ci fabbrichiamo, più inconsapevolmente che mai, con le nostre mani.
Ho trascorso più di metà della mia esistenza agitandomi a vuoto, poiché ignorante di desiderologia, alternando speranze fuori bersaglio o incongrue a disperanze struggenti ma altrettanto esagitate. Saper riconoscere i propri desideri e assecondare la loro realizzazione dovrebbe, invece, essere il primo e più ragionevole obiettivo dell’esistenza umana. Perché tutto si complica? Qual è l’insano principio in nome del quale ci lasciamo beffare dalla vita, o mastichiamo amaramente desideri precotti, svenandoci -con sforzi spirituali ed economici indicibili- per soddisfare bisogni di cui non sentivamo alcuna mancanza?
Personalmente non ho mai desiderato diventare ricco (nella mia vera combustione interiore i soldi si bruciano troppo in fretta rispetto a valori immateriali che mi soddisfano enormemente di più) ma allora, per un tratto di vita, chi me l’ha fatto sognare? Qualora invece (e non c’è niente di male) il mio desiderio più bambino, primitivo e calzante, fosse stato quello di diventare Rockfeller, chi e che cosa avrebbero mai osato intralciare questo desiderio d’oro?
L’arte o scienza del desiderare dovrebbe muovere i suoi primi passi esattamente da qui: una scrematura, una semplificazione efficace, del nostro Dna emotivo: l’ABC dell’arciere che, dentro di noi, scocca le frecce dei desideri, spesso a casaccio, proprio perché è un “arciere bendato”. La Desiderologia ci aiuterebbe, con franca immediatezza, a svelare i tre o quattro bersagli che davvero intendevamo colpire e centrare sin dal primo vagito, e allenarci nel tenere la schiena dritta, la mano e lo sguardo tesi, concentrati, e fermi.
Oggi so che cosa desidero ed è il mio segreto. Lo custodisco come il tesoro di Montezuma. Esso è semplice, sia pure articolato in un bersaglio di desideri compositi, molti dei quali si appagano continuamente donandomi l’irripetibile gioia di essere al mondo.
Nonostante ciò, molte realizzazioni stentano ad arrivare, e questo è colpa d’ignoranza, di ambiguità che mi sono state infuse e indottrinate in famiglia, sui banchi di scuola, o dalle quali io stesso mi sono fatto abbindolare perché una via storta e dolente -checché se ne dica- è quasi sempre molto meno dolorosa della felicità. La felicità è un dramma. Sei un piccolo Re dell’Universo e sei solo. Puoi cogliere tutti i frutti del creato, è sufficiente che allunghi la mano, ma ci hanno talmente soffocato con le dottrine del dolore, che la serenità ci sembra un furto, a danno non si sa bene di chi. Così le nostre gambe sono malferme e, inconsapevolmente, ci tiriamo dietro qualche insulso malanno per poter lamentarci in coro con gli altri e sentirci solidali e, illusoriamente, un po’meno soli. Anche questo andrebbe insegnato nel mio corso di laurea in Desiderologia. Non è che compatirsi in migliaia sottragga qualcuno alla propria disperanza, al contrario. Soltanto il tuo sguardo risolto e felice può aiutare, con il suo fermo esempio, un naufrago del dolore ad aggrapparsi alle tue ciglia e comprendere che non ha molto senso logico lasciarsi trascinare nel gorgo come un tronco sul fiume nei pressi di una cascata.
Desiderare salva. Saper riconoscere i propri ancestrali desideri e perseguirli con immobile costanza, non solo dà un senso compiuto alla propria esperienza umana, ma la rende estremamente piacevole, al di là, oserei dire, se il proprio desiderio sia compiutamente appagato. La felicità è nel volo della freccia. Nel sapersi arciere. Nel duro allenamento e nell’arte dello scocco. Tutto il resto è pianto e vanità. Teatro. Fumo e illusioni. In gran parte, sciocchezze.
Naturalmente ogni desiderio, profondamente avvertito come proprio, ha un prezzo. Nello sposare un desiderio, nell’aderirvi plasticamente, noi scontiamo le luci e le ombre che irradiano dal desiderio stesso. Se il mio autentico desiderio è di ucciderti, bene! (Non sto qui a tirare le orecchie ai desideri, non sono un giudice né Dio) ma è altrettanto bene che io sappia che sto sposandomi alla morte e mi sto tirando addosso la sua ombra come una coperta prima di addormentarmi. Personalmente preferisco desiderare l’amore, o il benessere sociale, o il colpo di reni di un intero Paese perché si riscatti dai propri giorni grigi e torni a farsi culla di grandi artisti, scienziati, uomini politici. Di tutto questo rifiorire non potrò che giovarmi anch’io, perché una cosa è avere la fortuna di fare quattro chiacchiere con Pasolini, altra cosa sorbettarsi un caffè -faccio per dire e senza offesa- con il secondo classificato del Grande Fratello, il quale -sia chiaro- non ha alcun desiderio di bersi un caffè col sottoscritto. L’altruismo è anche un egoismo di ritorno. Mai frecce volano più veloci e sicure di quelle scoccate per gli altri in oblio a noi stessi. L’amore è un boomerang e trova sempre un milione di sorprese per tornarci indietro (purché noi non abbiamo speso la nostra freccia ipocritamente per questo tornaconto, sia chiaro) e di questo ne ho mille prove come un giardino fiorito.
La capacità di desiderare è inesauribile, tutti vogliamo tutto, il risultato è che in questo nugolo di frecce, spesso lanciate a casaccio, rischiamo di rimanerci infilzati, anche casualmente, tra invidie e costernazioni assurde, sogni incongrui e sfortune inesistenti, perché autogenerate, in un caos di desideri convulsi nel quale non è facile districarsi né comprendere i veri traguardi della nostra vita.
Sì, desiderare dovrebbe essere una materia come la matematica o la geografia. Non andrebbe mai confusa con il “pensiero magico” che è figlio dell’onnipotenza infantile più sfrenata e ingenua e in cui noi italiani siamo maestri. “Se fossi stato io l’allenatore della nazionale!”… “Se fossi io il presidente del Consiglio!”…L’unica risposta possibile a questi vaneggiamenti ebbri è quella del marchese del Grillo: “La verità è che io sono io e voi non siete un cazzo!”.
Desiderare è osare ed essere costantemente all’altezza della propria determinazione, contro ogni intemperie della vita, che è “normale” (si tratti di malattia incurabile o di rovescio passeggero). Il dolore è “normale”, la sofferenza è abitudinaria, sono prezzi dell’esistenza che vanno pagati cercando di non ampliarli, di non fare eco al dolore, di non dar loro la mancia. Il dolore va attraversato puntando sempre oltre, al bene del prossimo quindi al nostro. Credo di essermi personalmente laureato in Dolorogia. In questo senso sono stato un bambino prodigio. La capacità di soffrire di certi esseri umani è encomiabile ma sciocca. Se utilizzassero tutta l’energia dispiegata in ogni varietà della sofferenza, per donarsi un desiderio felice, sarebbero quasi degli dei. Ho imparato molto tardi che il dolore è una materia plastica e informe dalla quale puoi ricavare la base per costruire la felicità. Ma devi compiere un atto, per così dire, alchemico. Nel senso della pietra filosofale. Lo intuivo, ma ero un mezzo mago. Ora credo di essere un mago, ossia un arciere, ossia un uomo. Accolgo il dolore e lo trasformo, con la naturalezza con cui un’onda colpisce una scogliera e torna indietro mutandosi in mille gocce diverse. Ma nulla di questa “magia” è per sempre. Devi applicarla ogni giorno e non è detto che ti riesca. Nulla in natura è dato per scontato. Mi meraviglia quando non mi meraviglio che il sole, anche oggi, sia tramontato. Non bisognerebbe mai dare per scontato un tramonto. Altrimenti se ne perde la struggente esperienza e si vive a sbafo e allo sbando.
Questo so e questo ho imparato fino ad ora. Adesso insegnatemi voi, perché con questa vostra insistenza petulante sulla necessità d’imbastire un corso di desiderologia comparata, mi avete veramente, ma veramente annoiato.:))

La Pasqua civica

A tutti gli invisibili i migliori auguri di una Pasqua di resurrezione civica
 
UNA STRADA ILLUMINATA
DAL BUIO DI QUESTI ANNI
 
Invisibile è il pensiero, la psiche, il segreto della nostra coscienza. Invisibili sono le  lotte interiori, le speranze, i desideri. Invisibile è l’attrazione che con i suoi fili d’oro lega i simili con i simili, e invisibile la repulsione verso ciò che riteniamo ingiusto e indegno  di essere vissuto. Invisibile l’amore, l’ammirazione delle bellezze naturali, l’incanto per un’opera d’arte, la memoria, il sano desiderio di successo e il timore del fallimento e della morte. Tutto il meraviglioso architrave della vita è invisibile. Tutta la potenza di cui siamo capaci è, in vasta parte, occulta. Quel che di noi traspare è più eloquente, allo sguardo invisibile dell’altro, di quanto rendiamo visibile di noi stessi: l’espressione del viso, i gesti, la ritualità, gli abiti, i tic, il linguaggio, gli oggetti con cui scegliamo di rappresentare al mondo i nostri gusti, le opere che compiamo e quelle alle quali ci siamo sottratti per codardia o pigrizia.
Della nostra visita terrena, di questa pesante, visibile e palpabile presenza (sangue e nervi, pelle e umori) precipiterà nell’oblio persino l’ombra. Chi si ricorderà del mio profumo? Chi fischietterà il mio concerto preferito? In quale oscuro armadio si ammanteranno di polvere le mie belle scarpe nuove? Chi mi dirà “Non posso vivere senza di te”, adesso che vive senza di me? Tutto il nostro aspetto visibile, quando non saremo più al mondo, sarà oscenamente indifferente al mondo stesso. Ma la nostra invisibile assenza mai.
Questo mondo così non sarebbe stato possibile senza di noi. Noi siamo insostituibili alla Storia. Lo sappiamo bene proprio noi, qui e ora, che siamo casualmente sopravvissuti alle anime che abbiamo amato tanto. Esse ci coabitano, rinascono ogni alba al nostro risveglio, si affacciano invisibili sulla vita da dietro le nostre palpebre, tutto quello che ci hanno donato glielo restituiamo con l’alito vitale, la visibilità del ricordo rinnovato. La morte, per l’amore, non esiste.
Ciascuno di noi è una fabbrica di esseri immortali. Per ogni lettore di Don Chisciotte c’è un Cervantes nello specchio al mattino, mentre ci sciacquiamo il viso (per un Cervantes morto, milioni di Cervantes invisibili e vivi che si radono o si lavano i denti con noi). E quando andiamo a lavorare, montano in macchina a fianco e dietro, gli amati parenti di antiche gesta familiari, i perduti amori rapiti da una malattia, Vittorio De Sica e Saffo, mio nonno che per avvisare che il pranzo era pronto gridava di stanza in stanza, in latino maccheronico, «Magnatur!» e gli occhi alati, da nibbio, di Italo Calvino, il senso dello Stato del presidente Pertini (e dovremo lasciar socchiuso il finestrino per far uscire liberi per Roma i ghirigori azzurri della sua pipa eternamente accesa). Anche i nemici vivono. Anche chi non vorremmo accanto, ci perseguita. All’invisibile non puoi dire di no, oltretutto sarebbe vano. L’invisibile è libero. La nostra più adulta saggezza consiste nel lasciar permettere che tutto si manifesti come e quanto desidera.
La democrazia invisibile è un’eterna rappresentanza.
 
Siamo più spirito che carne, la sorgente della vita alla quale segretamente ci alimentiamo è invisibile, il nostro autentico sillabario è cieco, un gesto spontaneo o un silenzio ci raccontano più di mille parole. Credo -come Jorge Louis Borges- che siano state molte le nostre forme e le nostre morti. Anche questo mio credo è invisibile, non ha Chiesa né sacre tavole della legge, non discende da qualche verità rivelata, non pretende una fede né un culto, non ha demoni o dei. È insito nell’io.
Io è l’abbreviazione di moltitudini. La semplificazione spicciola di un’identità. Dire io e basta, sarebbe come pretendere di spiegare Picasso con una didascalia. Dire io di continuo è un raglio. Lo Stato ha bisogno di personalità del noi. L’Italia ha carenza di noi.
In famiglia è diverso, l’io si coccola. Dopo pochi giorni di vita, noi ci affrettiamo a etichettare nostro figlio, assicurandolo che “è” Michele, o Luisa o Riccardo. Nei suoi occhi in trappola vibreranno le ali di un angelo smarrito. Lui sapeva di essere in molti. Non soltanto il “tuttoconmamma” di Freud. Lui sapeva di essere legioni. Il suo Dna lo sapeva. E noi sappiamo che lui lo sapeva. Perché sono state necessarie generazioni e generazioni d’infiniti accorgimenti per perfezionare la sua apparizione. Ma compiamo un tradimento inevitabile. Siamo costretti a uno svezzamento. Lo esortiamo a infilarsi nello stretto costumino di quell’io-Michele, io-Giulia, e non senza indicibili dolori, vi si assoggetterà.
Chi vuol nascere in senso iniziatico, spirituale, potrà lui soltanto, nella maturità, spezzare quel guscio con le proprie mani. Farsi propria madre, padre e spirito santo. Celebrare la propria laica Pasqua di resurrezione.
Questo gesto sacro e coraggioso non è da tutti. E’ molto aspra la notte sul Golgota.  C’è chi vi riesce a vent’anni e chi, pur di non vedersi e non scoprirsi mai infinitamente nudo e abbandonato, preferisce farsi seppellire nel suo guscio. Tutto è bene, poiché ciascuno è il proprio mago e il risultato della sua fattura, e a lui soltanto spetta di giudicarsi. Ma quelli col guscio, tuttavia, hanno purtroppo una particolarità che finisce col coinvolgere tutti gli altri, in modo spesso rovinoso: sono fermamente convinti che il vero io sia il loro. O forse, proprio perché sottosotto non ne sono convinti per nulla, trascorrono l’esistenza cercando d’intrappolare gli altri sotto il loro stesso rigido guscio, e spesso la massa più pulcina li lascia tiranneggiare, quando addirittura non li esorta a farlo: indossare un guscio più grande su quello più piccolo, ci illude con un tepore ingannevole e la speranza di una maggiore solidità e visibilità sociale. Più pesante è il guscio, più si rivelerà, dopo, una camicia di forza, perché gli uomini-bambini, convinti che il vero io sia il loro, hanno la smania di concentrare tutto il potere e di sottrarsi al giudizio, o verrebbero “sgusciati” e scoperti. Questo non possono tollerarlo. Altrimenti avrebbero già provveduto a rompere il loro guscio con le proprie mani. Quelli col guscio, pur di non farlo, pur di non spiccare il volo dal nido, si ancorano alla terra accumulando beni, cariche, onorificenze, poteri, denari, anche in maniera illecita e senza alcuno scrupolo, poiché credono che la loro salvezza eterna risieda nella resurrezione quotidiana della carne, nella pesantezza massiccia del nido da cui non osano distaccarsi, per questo si ingusciano in ulteriori yacht, aerei personali, limousine, possiedono più case che dita, e si ereggono mausolei. Non avendo vista interiore hanno una disperata urgenza di vedersi riprodotti negli specchi del potere, celebrati in qualsiasi ente, obelisco, pubblico o opera pubblica. Tutto, per loro, è: io o niente.
Di solito, dopo fugaci successi, è storicamente certo che gli uomini col guscio e così pacchianamente manifesti,  lasciano un pessimo ricordo nelle comunità dove hanno governato. Il presidente Bush è solo l’ultimo e il più evidente esempio di questi pulcini agguerriti. Fra gli invisibili, il primo che mi sorge alla memoria è Martin Luther King. Ma anche questa schiera, seppure in minoranza, è storicamente assai folta.
L’io-comunità e l’io-mio. Invisibili e visibili. Nudi o col guscio. Con senso dello Stato o con quello Stato, senza senso per gli altri, che è il nostro esclusivo io.
Ovviamente questa distinzione è manichea, gli estremi sono un santo stilita e Silvio Berlusconi, all’interno di questi eccessi, l’umanità ha un po’ il guscio e un po’ ha messo le penne, è un po’ visibile e un poco sotto traccia, e in genere evita di frequentare i deserti o il Calvario, la notte, con o senza apostoli, preferendo “dimenticarsi” con la tv, la discoteca o con un buon libro. Dimenticarsi è sopravvivere. Vivere, lo sapete da voi cos’è.
Ma se mi permettete di continuare il gioco, chi crede a quello di squadra è più invisibile di chi adora l’uomo-partita, perché più si ha il guscio (ma si nasconde la debolezza) più si è attratti dal mito dell’uomo forte, che s’incarna nel simbolo del pavone.
Volere apparire a tutti i costi, anche e soprattutto quel che non si è, sta diventando una piaga sociale, una visibilità di massa, come se il nostro primo impulso, appena svegli, fosse quello di scappare davanti a una telecamera per fare la pipì, e persino chi ci va per mestiere o per presentare un libro, viene colto dalla telecamera con quell’espressione un po’ così di chi sta urinando, appena sveglio, nel bagno di casa propria. Quello che un tempo era visibile solo dal buco della serratura è diventato meritorio di pubblico riguardo, e molte persone e opere di riguardo sono diventate invisibili alla televisione. Se si trattasse soltanto di questo, potremmo archiviarlo come gusto di un’epoca (cattivo, mediocre o ottimo lasciamo giudicarlo ai nostri nipoti) ma il contagio, in Italia, ha appestato perfino le istituzioni, i giornali, le banche, il commercio, la vita pubblica e la classe dirigente, in modo lampante quella politica, non per caso definita trasversalmente “casta”. Ma la casta -scusate il gioco di rima- non basta. Può spiegare perché si è apparentemente disintegrato un patrimonio di valori condivisi, sia quei valori ideali di chi si considerava e si considera “di sinistra”, sia quelli della “destra” risorgimentale e liberale refrattaria al berlusconismo, che si sentivano a casa nelle “stanze” del Giornale di Indro Montanelli. Una bella fetta di umanità italiana che si è vista, da destra a sinistra, defraudata dall’arroganza incontinente della Casta.
No, il contagio a me sembra sia andato giù più pesante, ci ha civilmente modificati e mortificati, imperando e dividendo: da una parte una ex “maggioranza silenziosa”, quella che un tempo votava Democrazia Cristiana, è stata martellata dallo spauracchio del Quarantotto che il comunismo era alla porta (a muro di Berlino caduto) e dall’altra, specularmente, il frammentato universo del centrosinistra è riuscito a compattarsi esclusivamente contro il portavoce dello spauracchio, l’omino azzurro. In realtà, gli invisibili (di destra e di sinistra) hanno tutti commesso l’errore di aderire a un gioco marcio e senza regole, finendo con l’apparire simili (quelli senza televisioni quel tanto che basta a perdere) senza avere niente di davvero diverso da dire e da dare. Tanto da vedersi definire casta. Chi poteva vincere? Il più “accastato” di tutti, ovvio, il “pibe de oro” della prima repubblica, il battitore, colui che ha fatto e sparigliato il gioco, chiamandosi fuori dal vecchio che l’ha sdoganato e definendosi il nuovo. Nuovo, nello stesso uovo.
La sensazione, per non dire l’invisibile certezza, che se anche il centrosinistra avesse vinto, il Paese non sarebbe andato molto oltre, ha definitivamente chiuso la partita che, con tutta la stima possibile, non credo possano riaprire le vispe e puntute dichiarazioni di un Franceschini o, un domani, la socialista bonarietà emiliana di un Bersani.
Il caso è chiuso, e non mi appare neanche così entusiasmante. Su entrambi i fronti mancavano sentimenti forti e grandi idee nobili. Gli ultimi vent’anni di televisione hanno partorito un paese di cartamoneta, che vince soldi, sogna soldi, parla solo di soldi ed è stato pornograficamente eccitato a cavarsi sfizi e bisogni irrisori che i soldi comprano. Tutto il resto è come se non fosse mai esistito o non rivestisse la minima importanza. Non la storia o la scienza. Non il mistero dell’uomo nel’universo. Non le inchieste verità sulle prepotenze delle multinazionali del consumo ai danni dei disperati della Terra. Ma fiumi di sangue da circo (quello sì) della cronaca nera del vicino di pianerottolo. Tutto l’invisibile agli occhi è stato oscurato. Tutto livellato in basso. E’ stato come se nel cervello ci fosse cresciuta la pancia. Il potere, scippato ai valori della conoscenza, della verità, dell’arte, è stato interamente devoluto ai cortigiani di questa Bengodi dei Poveri, il paese col più alto tasso di tette, tronisti, culi, cocainomani, pedofili, pirati della strada e debito pubblico d’Europa. Cortigiani nell’industria, nei posti di comando delle aziende pubbliche, cortigiani del pensiero rimasto in gioco, assai poco. Altro che Casta. Quale destra e sinistra? Persino il fascismo sognava meglio e più in grande.  La nostra è una visuale da incubi di quartiere, un colonialismo da 30 metri quadri, ed è arduo incocciare un’anima vera in pubblico, sembra di vivere nell’Invasione degli ultracorpi, uno strazio indicibile, molti si sono contaminati, tantissimi arresi.  Altri persistono a darsi del comunista o del fascista, poi finiscono col farsi una tirata nello stesso bagno. Un patrimonio immenso di valori, di stile, di storia, di saggezza popolare, di arguzia, di irriverenza, di coraggio civile, di senso del dovere, sembra essere sprofondato nei meandri del plasma, cancellato dal nostro Dna. Come se l’ultimo italiano fosse stato Alberto Sordi. Dopo di lui, Berlusconi. E basta.
Possibile?
Chi conserva un patrimonio di conoscenza e di valori mezza spanna più in alto della mediocrità assoluta è, per sua natura, un invisibile. Paradossalmente, l’invisibile, il non ancora contagiato, viene vissuto dai veri appestati come un appestato. O un untore. Oggi in Italia sono untori categorie intere, per esempio i magistrati, ma anche alcuni comici e qualche giornalista: tutti mestieri che hanno a che fare con la verità, giudiziaria o sociale.
Appestati o sani, gli invisibili sono orgogliosi di sottrarsi a quest’orgia di luminosità scalmanata. La nostra vita interiore è uno spettacolo d’arte varia che non cambieremmo con un reality, né per due Dash né per tutti i milioni che hanno erogato in questi anni Pupo, Amadeus e Gerry Scotti messi assieme. Anche se i denari fanno gola a tutti, e in quanto a sognare di diventare milionari, alla Totò, noi italiani siamo ferratissimi. Poi però ci si sveglia. Il disagio e il danno di risvegliarsi nel tuo Paese, trovandolo occupato quasi esclusivamente da baccelloni con il guscio in testa, è letale.
Sì, abbiamo colpevolmente dormito. Troppo tardi scopriamo che questa gente con la vista corta e la pezza sul cuore (perché non vede oltre il proprio guscio e non sente che le proprie impellenze) non può essere e non avrebbe mai dovuto essere classe dirigente. Noi, adesso, che possiamo fare? Certo non dobbiamo pensare a noi stessi come fanno loro, né preoccuparci dell’avvenire del nostro io (forse neanche ce ne sarebbe il tempo, la Storia è lenta) dobbiamo fare scuola, dobbiamo fare resistenza culturale,  dobbiamo avere la vista lunga, quella di quando guarderemo l’Italia dietro le palpebre dei nostri figli. Dobbiamo fare squadra. Quello che è avvenuto in America con Obama, sarebbe potuto avvenire in Italia in tutti i campi. Sono secoli che da noi nasce un Obama al mese, il problema è che nel Rinascimento non li strozzavamo nella culla, ma nemmeno nell’Ottocento e nel Novecento, li abbiamo lasciati vivere fino al dopoguerra, fino a Pasolini, poi basta.
Abbiamo bisogno della forza e del concorso di tutti quelli che hanno condiviso queste parole, perché le sentono fraterne e gli fanno un po’ di luce dentro. Siamo simili, non c’è bisogno che la pensiamo tutti allo stesso modo -la vera democrazia si nutre di diversità- dobbiamo lavorare fra simili diversi e progettare insieme, perché sarebbe ingiusto e sciocco perseverare nel lasciarsi dominare da chi non può, né intende, prendersi carico dei nostri interessi e valori più antichi e più veri. Dobbiamo occuparcene noi, anche per il bene di migliaia di altri invisibili che non hanno voce.
 
Ho ritenuto giusto fondare il movimento degli invisibili non per fare una rivolta, o diecimila azioni, (non è il fare immediato la vera e profonda urgenza) ma perché avevo e ho la segreta certezza che siamo milioni a soffrire di un dolore inutile, una non appartenenza, una casa comune perduta. C’è un simile sentire, in Italia, invisibile e non rappresentato, che non trova che fugaci riscontri, spesso manipolati a fini di voto, che poi ripiegano verso i soliti interessi. Non c’è stata grande manifestazione civile nella quale non ci siamo attraversati per poi perderci di nuovo, da quelle contro le Brigate Rosse a quelle per Falcone e Borsellino, Mani Pulite, l’Ulivo che per noi rappresentava l’ultima frontiera contro il regime delle televisioni. Mi fermo all’ultima di quelle occasioni colpevolmente perdute. Dopo, è stato un gioco a perdere, che ancora continua, con masochismo plateale. Non ci interessa più, abbiamo già dato. Ma sottrarsi a questo teatrino delle visibilità, dove una nutrita maggioranza e una ben pasciuta opposizione esibiscono il loro antagonismo, è un’invisibilità consapevole che non può rimanere sterile.
L’invisibilità interiore, invece, è penetrante come i fari di profondità: serve a illuminare la strada più lontano degli altri. I visibili. Quelli che al posto degli occhi hanno semafori. Con scritto Alt. Cosa sia il movimento degli invisibili lo scopriremo lungo la strada, non fermandoci al loro Alt.
Noi non siamo rossi, né neri, né verdi, siamo stati tutto o ancora nulla, siamo ex tutto o appena sbucati dal nulla,abbiamo diciannove anni come settanta, nella Carta degli Invisibili ci sono molti valori di riferimento, troppi o pochi lo valuteremo insieme, ma non è questo, non solo questo, il punto di similitudine, la colla morale che ci obbliga a stare uniti. E’ il disagio di vivere in un Paese occupato da intrighi, baruffe mediatiche, veti incrociati, minacce, petulanti lotte di potere, imbrogli, truffe più o meno legalizzate, malaffare, camorra, lobby trasversali, piduisti, Gelli parlanti, riciclati quaqquaraquà, ma soprattutto un Paese che si disinteressa di chi non appare, di chi non ha mezzi né cadaveri nell’armadio da smezzare con i tuoi, che si compenetra del tuo disagio solo quando ne ha bisogno lui, o per risanare i buchi di bilancio o per farsi eleggere. Non è qualunquismo, ma il lato truce e grottesco del nostro Paese, in cui si finisce con l’ingoiare anche i rospi (e questo accade in tutto il mondo) poi li si sputa e poi (ma questo accade solo da noi) li si rivota.
Se anche tu sei giunto a un’indifferibile crisi di nausea, affrettati a diventare membro degli Invisibili.
Fonda con noi il nostro movimento di resistenza culturale a Olbia, il 30-31 Maggio. Troverai sul sito tutti gli aiuti, le indicazioni, le facilitazioni e tanti altri invisibili pronti a viaggiare con te. E’ una traversata, ma anche un rito. Una pasqua laica, di resurrezione civica. Non dire “Perché fino in Sardegna? Non era più semplice qui?” Sì, appunto. I movimenti non nascono sotto casa nostra. Sta a noi andare. Altrimenti non si chiamerebbero movimenti ma poltrone. Noi siamo quelli che vorrebbero scalzare certi culi di pietra dalle poltrone, non l’inverso. Deve costare qualche rinunzia e qualche fatica. Le lasagne non piovono in bocca. Quelli sono i rospi e ne abbiamo già mangiati abbastanza.
Se quando hai sentito l’Italia cantare “Menomale che Silvio c’è” non sapevi se ridere o dartela a gambe, allora sei evaso nel posto giusto.
Siamo l’Italia che c’è ancora, c’era da prima e ci sarà dopo.
Muoviti, fratello.
 
Diego Cugia
 

Mio fratello sfreccia nella Storia

Sere fa, fratello mio che voti Berlusconi, ho parcheggiato la mia mente sul Tg4. Non sorridere, te ne prego, con quell’arietta da italiano turbo, di fronte a un vecchio diesel di sinistra. I tuoi occhietti arguti minimizzano: «Ancora con Emilio Fede? Ma è il nostro clown! Estrai qualcosa di meglio dal tuo cilindro di prestigiatore comunista!» Sono stanco di ripeterti che non sono mai stato comunista. Ma ti confesso una mia debolezza: anzi, quasi mi scappa, sai, di fronte al tuo pensiero greve, il rimpianto per non esserlo stato. Non Praga, non i gulag, non Mao e neanche Fidel Castro. Io parlo di un ideale. Dovunque il comunismo ha pianificato il proprio sogno, ha ucciso la libertà, lo so bene e lo sapevo da prima. E io (non per merito, semplicemente per indole) non sto con gli assassini, con i regimi totalitari e con i padri-padroni. Ma oggi, proprio oggi che il comunismo è una disprezzata parolaccia, oso dirti che quella lì, fratello mio, era ed è una parola cristiana, era ed è un’ idea civile e moderna: diminuirsi un poco ciascuno per permettere che crescano tutti. Basta andare all’Avana nel quartiere “Parioli” dei fedelissimi di Castro per apprezzare l’amarezza del tradimento di una parola. Al potere, i comunisti diventano “esclusivi”, conservatori puri, padroni. Adesso rifletti tu, però, fratello che voti Pdl: se mi dai del “comunista” solo perché dissento da come state imbarbarendo il Paese, non sarà che il comunista, oggi, sei tu?
Comunista di destra. D’altronde, non lo dico io, ma il vostro leader che siete voi i “veri rivoluzionari”. Quando un consesso di conservatori incalliti, in adorazione del proprio leader maximo, si definisce “rivoluzionario”, siamo agli albori della dittatura moderna, e “1984” di Orwell o la sua “Fattoria degli animali”, in confronto a voi, sono fumetti.
Sbadigli, ti stai annoiando, lo so: «Le tue solite pippe morali». Se tu e io fossimo stati fratelli, non oggi, ma nel 1938 in Germania, e ci fossimo trovati a bere un tè in una sala di Berlino, due ore prima della “Notte dei cristalli”, avresti usato, dopo, più o meno le stesse parole. Probabilmente in buona fede. Le 267 sinagoghe rase al suolo, i 2500 negozi bruciati o devastati, avrebbero suscitato anche in te qualche apprensione, sicuro. Li avresti definiti “eccessi”. “Esuberanze della marmaglia”. Ma avresti salvato l’idea “nobile” che c’era dietro. Infine avresti concluso con una battuta e una sgomitata: «E su, tu sei ariano, che te ne fotte, in fondo, degli ebrei?» Avresti avuto il cancro delle SS senza saperlo.
Siamo sempre i soliti: fratelli. Voi vi infervorate e noi paghiamo. Finché la democrazia non si avvita e impazzisce un’altra volta. E salta fuori l’ennesimo omino del “Ghe pensi mi”. Noi diciamo, presuntuosi e sprezzanti «Dai, è ridicolo!» Ma lui non lo crede affatto di essere ridicolo, e voi neppure, anzi lo considerate un essere superiore, perché la democrazia stanca, scontenta, si corrompe, è pluralista, mentre un Capo solo semplifica, e così diventate spaventosamente convinti di essere savi e giusti, e ci sbirciate con quegli occhietti lì, da volpi (così ingenue ma così prepotenti!), scrollate la testa con commiserazione e, pian piano, odio. E qui stiamo, oggi in Italia, a questo grave punto. Ogni tanto qualche giornalista viene tacitato e licenziato, qualche paletto della democrazia divelto, qualche magistrato trasferito, qualche corrotto eletto fra i Giusti, con qualche mafioso, magari un “eroe”. La natura, intanto, fa impietosamente il suo corso: Tonino Caponnetto è morto, così Montanelli, i grandi vecchi se ne vanno, i revisionisti storici sbianchettano, e i nostri giovani nascono in questa sozzura livellatrice, in questo porcaio televisivo, concepito per farne dei piccoli schiavi. E se dovesse mancare Berlusconi, dio non voglia, allora sarebbero guai seri, perché chi lo sostituirà non sarà tanto fesso da raccontarci barzellette, né così narcisista da provocare danni gravi, ma ancora contenuti. Perché Berlusconi sogna se stesso. Il successore no, sognerà noi, quello è l’incubo mio. E dato che il Pdl tenderà a sgretolarsi, sarà giocoforza rimpolparlo col cemento armato. Faccio ridere? Un po’ sì, forse anche tanto, lo so bene. Anzi, frate’, scusami la digressione, hai ragione, quando mi viene “l’aria da profeta” faccio ridere i polli; ma tu non mi stai già ascoltando più.
Emilio Fede, dicevo, l’altra sera. Lui, il direttore di un TG nazionale, ha in studio il Bonaiuti, l’omino debole dell’omino forte. Bonaiuti, il porta a portavoce, il Vespa de’noantri. Naturalmente gongolavano sui successi della Fiera di Roma, sembravano Bibì e Bibò, due sfavillanti cialtroni sul carro dei vincitori. E fin qui…ne abbiamo viste di peggio.
A un certo punto, però, arriva un’Ansa, una dichiarazione di Di Pietro. Per carità, la solita minestra antagonista, tre righe in cui dava a Berlusconi del dittatorello o giù di lì. Di Pietro non è il Guicciardini, ma è comunque un parlamentare e il segretario di un partito che, stando ai sondaggi, sfiora quasi il 10% dei consensi. E il direttore del Tg 4, con la sua mimica da cantimbanco, che fa? Da’ una scorsa alla dichiarazione e la definisce -cito a memoria- “le solite scempiaggini”. Alché l’altro, il tronfio portaaportavoce del “Premier”, obietta: «Ma no, ma no, leggila, così io replico!» E l’Emilio, di rimando, gettando via la velina: «A una scempiaggine? Perché mai? Replicheresti con un’altra scempiaggine, parliamo di cose serie, piuttosto, eh-eh…» E si sono rituffati, gongolanti, nell’elencazione dei meriti del Capo. Ecco, questo è precisamente l’inizio di una dittatura, fratello mio, (se la parola non ti piace, inventatene un sinonimo: ma sempre di assolutismo, dispotismo e prepotenza, stiamo parlando.)
Lo sapevo, ora ti ergi con quel fervore così infantile, così immemore della Storia (ma come fate a farvi il lifting anche al Dna di un italiano, che pure tante ne abbiamo viste?) e mi insulti: la televisione in mano “vostra” ("mia" poi, che m’hanno tagliato fuori da due anni, compresa la sinistra e compreso da l’Unità, figurati!) Ma tu non mi ascolti, e giù con il TG3 “rosso”, con la cultura in mano ai “sinistri”, e mi sciorini tutto il rosario dell’omino. Così ci ricasco. Mi lascio coinvolgere nel gioco delle parti. Sono costretto a replicare con una notizia fresca-fresca. Ieri, a Palazzo Grazioli (ripeto, fratello, Palazzo Grazioli) Berlusconi ha tenuto un vertice sulle nomine alla Rai. Lui, il proprietario di Mediaset. “Il partito del presidente del consiglio” (leggo dal “Corriere della sera”) “ha insistito per avere come vicedirettori…eccetera eccetera.”. Guarda qua, fratello, mi sono portato due pezzettini di carta, calmati, ragiona, leggi. Sono due affermazioni di Berlusconi: “Alla Rai non sposterò nemmeno una pianta”. E quest’altra, ingiallita, del 30 Maggio 1994: “Mai mi occuperò di questioni televisive, per non dare l’impressione di voler favorire i miei affari.”
Ma che te lo dico a fare? Sei già uscito di casa, hai sbattuto la porta, gridi. Credi che io voglia “difendere Prodi” e -mentre cercavo di trattenerti- mi hai sbeffeggiato: «Guarda che ci fate un favore. Continuate così, e alle prossime elezioni avremo il 70 per cento!». Ed è proprio questo il maledettissimo punto. Come se ottenere il 70% dei consensi equivalesse, sic et simpliciter, a trovarsi per il 70% dalla parte del giusto, della ragione, della Storia. Te lo sei dimenticato che non è mai andata così? Sì, dimenticarvi le verità che collidono con il vostro credo vi viene spontaneo da sempre, come lavarvi i denti al mattino e alla sera.
Mio fratello non lo fermi più. È montato sulla Freccia Rossa col suo Capotreno, e la loro “democrazia ad altissima velocità” non tollera semafori o fermate.
Mio fratello è più vecchio di me, ma si è messo in testa di essere più giovane. Giorni fa, quando ho fondato il mio piccolo movimento di resistenza culturale, Gli Invisibili, mio fratello ha riso: «Invisibili? Bravi. Così non avremo neppure il problema di oscurarvi». Gli ho risposto “Appunto.”
Ma lui rideva, rideva e non mi ha sentito.

Sabato italiano

I domenicani, l’ordine dei predicatori di San Domenico, umili e proni uomini di fede. Di colpo, un istante fa, la mia visione del mondo si ribalta. Sulla home page di Repubblica un titolo mi fa impallidire: "Stupro e botte a clochard a Firenze: arrestato domenicano." Ma porca pupazza! Se un predicatore domenicano picchia e stupra una mendicante, che faranno i francescani? Getteranno in pasto ai lupi i passerotti coi quali il santo parlava? Fortunatamente (ma non per la clochard) era stata aggredita da un dominicano in senso caraibico, di Santo Domingo. La polizia l’ha acciuffato, è in carcere da qualche ora. Passo, con un sospiro, alla notizia seguente: "Crisi: boom del seno nuovo a rate. Si paga anche in 5 anni." Altro salto: in che senso? Mi è scorsa davanti un’immagine da mostro di Firenze: seni consegnati a rate, a fette, modulabili, fino ad avvenuto pagamento del chirurgo, con un montaggio fai da te, seni Ikea. Terza notizia, terzo salto. Un "punkabestia pluripregiudicato", ripeto "punkabestia pluripregiudicato" ha tentato di violentare una trentanovenne anconetana sulla spiaggia di Falconara. La giovane donna è riuscita a fuggire. Il punkabestia pluripregiudicato non ha potuto inseguirla perché frenato dal suo traino, un carrello con quattro cani dentro. Finalmente una quarta notizia normale. "Stamattina Prodi ha rinnovato la tessera del PD. Franceschini dichiara: «Siamo felici»." Ragazzi, ho il magone.

Noi maschi, le ragazze degli anni Settanta

Noi maschi siamo come le ragazze degli anni Settanta. E quelle “brave ragazze” si comportano con noi, oggi, con quella sbrigativa e dominante aggressività dei maschi di una volta. Questo inconscio cambio della guardia, questo passaggio di consegne del potere, è lampante, ma non se n’è accorto quasi nessuno. A me diverte da matti, in particolare mi incanta l’equivoco, e cioè che pochi abbiano compreso questa rivoluzione profonda e meravigliosa in atto fra maschi e femmine.
Naturalmente sono facilitato dal mio mestiere, dall’uso e abuso della creatività e della sensibilità, qualità lunari, pallide e femminili, che, in uno scrittore, sono inevitabilmente esasperate e comportano dosi massicce di emotività, tipiche del sesso opposto di una volta. Vi siete mai chiesti come mai tanti gay sono artisti? Nel mio modesto caso, l’animus, il solare, il maschile, è dominante, un 60 a 40 direi, ma in quella femminile e lievemente minoritaria fetta della mia coscienza c’è la madre di tutti i libri che ho scritto. È il mio mestiere, quindi, a rendermi orgoglioso di una certa sensibilità femminile. Se guidassi un caterpillar in un cantiere, se fossi un colonnello del genio militare, un chirurgo o un fabbro, farei più fatica a riconoscere, senza vergognarmi, che la mia maschia specie è costellata, ormai, dai desideri, le timidezze, il bisogno di un nido, gli innamoramenti di stampo ottocentesco (quelli che facevano morire di “mal di petto” le sartine tradite) e che costituivano il Dna delle ragazze degli anni Sessanta e Settanta.
Quelle mie coetanee dei primi amori di allora, si comportano oggi né più né meno di come mi atteggiavo io (noi ragazzi diciotto-ventenni) nei loro confronti, a quel tempo. Non ci facevamo scrupoli nel passare dall’una all’altra, spesso avevamo tre o quattro fidanzatine insieme (ciascuna all’insaputa della rivale) e la liberalizzazione del sesso, l’amore libero della generazione No al Vietnam, non aveva affatto mutato il nostro antico Dna maschile, egocentrico e menzognero, gli aveva semplicemente concesso il semaforo verde, la patente di caccia. Ai tempi di mio padre, il sesso era lecito solo da sposati. Le “brave ragazze” dovevano arrivare al matrimonio vergini. Soprattutto quelle cosiddette di buona famiglia. Per le altre, di classe sociale meno abbiente, si chiudeva sfacciatamente un occhio alle eccezioni. Erano tempi in cui, oltre alla discriminazione sessuale, imperava anche quella sociale. Da allora, per fortuna, ma soprattutto per caparbietà femminile, la parità dei sessi (e delle classi) si è andata componendo, al punto che oggi è un ministero: quello delle Pari Opportunità.
Il femminile, inevitabilmente, si è armato (nel lavoro come nei sentimenti) di quella spavalda e un po’ guascona aggressività, di quell’irruenza tipica dei padri di una volta, la giusta pretesa di chi, dovendo mantenere una famiglia, punta i piedi fino a ottenere il lavoro e la paga che gli spetta. Le donne hanno osato qualcosa che mai avevano osato neppure sognare, e dagli inizi del Novecento ad oggi, la loro marcia nel mondo del lavoro è stata inarrestabile. C’è ancora molto da fare per il conseguimento di una parità assoluta. Ma così come un nero è diventato presidente degli Stati Uniti, credo che, fra non molto, il mondo comincerà a sospettare che Dio è donna.
Quel che nel frattempo è accaduto, invece, nei sentimenti, nei rapporti di coppia, nell’esercizio del “potere sessuale” fra maschile e femminile, è ancora coperto da una fitta coltre di nebbia. Ed è proprio questo medioevo della conoscenza che -come dicevo- mi diverte, mi affascina, anzi, mi appassiona.
Sono un orso spelacchiato, bisbetico e scostante, vivo rannicchiato in tana, a leggere e scrivere, ho un paio d’amici, un cane, insomma sono uno di quelli che prima o poi finiscono a parlar da soli per la strada. Ciascuno è quel che è, nel bene e nel male, un po’ per nascita e un bel po’ per come la vita l’ha marchiato. Ovviamente, al pari di tutti i solitari, sono facile agli innamoramenti esplosivi. Come tutte le bombe essi hanno effetti devastanti. In uno di questi miei dopo-Hiroshima, decisi che era d’uopo stemperare la sconsolatezza conoscendo persone nuove. «Tu ti fissi» mi accusai «quando il mondo, là fuori, pullula di possibili compagne. Alza il culo e piantala di pretendere che suonino al campanello della tua caverna!». Ubbidii al mio stesso ordine ed essendo un uomo molto fortunato (perché ricevo lettere di ascoltatori o lettori di tutte le età) scelsi quelle magnifiche sette che mi sembravano più congeniali e partii in macchina per il mio Paese, prima a Sud poi a Nord.
Non mi ero sbagliato. Erano tutte persone speciali, donne intelligenti, sensibili, ferite, caparbie e piene d’interessi. Eppure qualcosa mi ha sconsolato, ma non capivo cosa, che cosa m’impedisse, dopo una bella cena, di proseguire il cammino della conoscenza. Era qualcosa che mi aveva disorientato, un poco spaventato, un pochino anche annoiato. Ma cosa?
Sono trascorsi molti mesi, più di un anno, da quel viaggio sentimentale un po’ fuori di testa, e -non si sa perché- credo di averlo compreso stamattina. Chissà che avrò sognato?
Dal primo momento che ci eravamo seduti a tavola, ciascuna di queste sette donne, inesorabilmente, mi aveva raccontato per filo e per segno i suoi amori disgraziati. Erano incazzate con il maschile, probabilmente a ragione. Quasi non mangiavano né bevevano pur di mettermi a parte di Roberto, Ernesto, Filippo, Luigino, Riccardo. Io che ero partito per riempirmi la testa di donne me la trovavo ricolma di uomini. Ero uno sconosciuto. Tra l’altro, di solito, sono un chiacchierone. Era impossibile dire “A”, avevano tutte un disperato bisogno di sfogarsi delle loro disavventure sentimentali (e ciò è umano e comprensibile) ma davano per scontato che io fossi né più né meno quel che avevano immaginato (ossia proiettato su di me) leggendo le mie cose o ascoltando i miei programmi, eppure nessuna sapeva se gradisco il caffè con un cucchiaino di zucchero o amaro, che tutto sommato è il primo gradino della conoscenza. Direi che non gliene fottesse granché.
Dio mio quanto devono essersi annoiate, le donne di tutti i tempi, quando noi gli parlavamo per ore di macchine e cavalli, di calcio e di lavoro, di beghe di potere, di smanie di denari! Mai come in quelle sette cene l’ho capito. E mai ero stato così taciturno, così femminilmente accogliente, neppure a casa mia, che ogni tanto con Sara, la mia pastora tedesca, ci si lancia lunghi sguardi discorsivi fra specie amiche.
Per sette volte, giunti alla noce o all’amaro, sopraggiungeva quindi un silenzio, quel muto imbarazzo che coglie chi ha mangiato troppo (io) e chi ha parlato senza lasciare l’altro aprir bocca. A quel punto, da perfetta ragazza degli anni Settanta, io cominciavo a dire: «Be’ si è fatto un po’ tardi…Ho mal di testa…» e le riaccompagnavo a casa senza salire “a prendermi una cosa”. E mi dispiaceva, tuttavia, perché ci restavano assai male; suonava come un rifiuto, una fuga. Solo allora, un poco mortificate, erano colte da un dubbio: «Scusa, ho parlato troppo, è il mio difetto!» E rispuntava l’antica femminilità, quella mai sopita, mentre a tavola era spuntata loro la nostra maschilità, quella del “cummenda” a cena con la suffragetta. La cosa ridicola è che io ho cinquant’anni. E che loro erano trenta-quarantenni intelligenti e piacevoli.
Naturalmente, se c’è una colpa, è mia. Oggi lo so, ma ieri non lo capivo, e avevo solo una sfrenata voglia di restarmene un po’ da solo. A me piace ascoltare, e molto. Inoltre mi raccontavano vite interessanti e storie sentimentali appassionate, per quanto devastate. Ma avevo la netta sensazione non solo che le avrebbero clonate pari pari con me, ma che non mi “vedessero” proprio, così come noi, da sempre, non abbiamo visto che una cosa, delle donne. Una giusta punizione, non credete?
Le donne, oggi, hanno lo stesso atteggiamento che avevamo noi nei loro riguardi. Ci colgono come un fiore da un mazzo, e contemporaneamente, se a loro aggrada, possono coglierne un altro e un altro ancora, ed essere appassionate se non innamorate con tutti noi, e darsi e prendere, e mentire o meno, senza colpa e senza problemi. Tranne uno. Improvvisamente manca loro il “maschio”. Allora si fanno agnellini, e alternano incessantemente i due poli, quello aggressivo antico –maschile- e quello femminile antico –la preda, la vittima-. Quando il maschio, o meglio, l’antica corteccia del maschio (che non si è evoluta un granché in confronto alla vertiginosa evoluzione della loro) si accorge di questo (e già accorgersene è un segno di trasformazione, poiché molti maschi non l’ammettono neppure) l’uomo si terrorizza a morte. Nel pozzo profondo della propria insicurezza, aggredita dal femminile mascolinizzato, l’uomo moderno coltiva la speranza romantica delle ragazze degli anni Settanta. Davvero vuole solo me? Ama solo me? Sicuri che non mi tradisca? Lo farebbe un figlio con me? Non mi lascerà mai? E via dicendo.
Grattate via l’arroganza, la supponenza, il lato smargiasso del sesso maschile e vi ritroverete dinnanzi una giovinetta dell’Ottocento. A me questa cosa fa molto ridere perché non la capisce quasi nessuno, mentre è così evidente!
Gli angeli del focolare oggi siamo noi.

Diego Cugia
(Roma, 5 Marzo 2009)

 
 

Le 5 cose che mi fanno diffidare di un uomo

             Tre sono le cose che mi fanno diffidare di un uomo, tanto da stargli alla larga: la mancanza assoluta di autoironia e autocritica; il fatto che racconti barzellette sui campi di concentramento; l’accusare gli altri delle proprie colpe, se inconsapevole, peggio. Poi ce n’è una quarta, generale, che mi fa diffidare dello strumento principe con cui i politici di oggi credono di giustificare tutto: i sondaggi. Affidare la democrazia ai sondaggi è l’inizio della tirannide. Altrimenti, se nel ventennio ci fossero stati Pagnoncelli e la Demoskopea, nelle adunate di piazza Venezia la democrazia avrebbe fatto bingo.
Nella sola giornata di ieri ho letto che Berlusconi ha dichiarato che la nostra televisione è indegna di un paese civile (infatti è sua). Ha raccontato una barzelletta sugli ebrei nei lager (la “battuta” sui campi di concentramento è riportata sul Corriere di oggi). Ha dichiarato di non essersi mai considerato basso né di aver mai sofferto di problemi al riguardo. (Il Corriere si è guardato bene dall’intervistare il calzolaio che gli scolpisce quei tacchi da piramide di Cheope). Infine si è molto risentito delle polemiche all’interno della sua coalizione, non in quanto tali, ma perché gli hanno fatto perdere “cinque o sei punti”.
Dimenticavo la quinta cosa che non sopporto in un uomo e mi induce una diffidenza assoluta: sentirlo parlar male di Berlusconi, perché non se ne può più neanche di questo. Ma oggi sono stato attento. Ho cercato di limitarmi allo stretto necessario.

Lo strano caso del vocabolario di Rabat

Per chi si fosse incasinato con i giorni di uscita su l’Unità e l’avesse perso, pubblico "Fuoco e Fiamme" di oggi

Mercoledì 29 Ottobre

Ieri mi è capitato un accidente, un fatto fantastico, un miracolo, se me lo raccontaste voi, stenterei a credervi, sempre che non mi rigirassi, come adesso, la prova fra le mani. Ero a Rabat per fare una sorpresa a Jemima. Mi aveva raccontato di abitare in avenue Ahmed El Yazidi, la porticina verde attigua all’Istituto Italiano di Cultura, ma di verde ho trovato una palma nana e il portone sventrato di una palazzina nelle vicinanze, con le finestre murate e l’androne ingombro di gatti e calcinacci. Di pessimo umore, con la mia rosa rossa in spalla, ho bighellonato per Rabat. Sono finito da un rigattiere ottuagenario che vendeva antichi tomi islamici, fotoromanzi marocchini e qualche poeta francese del Novecento. D’improvviso, rovistando nel più lercio degli scaffali, mi è saltata agli occhi la parola “befana”. Si trattava di una decina di fogli strappati da un dizionario della lingua italiana “Zingarelli e Nipote”, precisamente le pagine 267-278, lettere Bef-Brus. Il tutto legato con un nastro azzurro al prezzo di 10 dinari. Sulle pagine era stampato, in alto a destra: “lo Zingarelli, Novembre 2018”. Possibile? Mi sono guardato intorno. Non c’era la troupe di “Scherzi a parte” né quella delle “Iene”. Fra le mani avevo i frammenti di un vocabolario italiano del futuro. Tornando al porto, ho sfogliato lo Zingarelli e Nipote. Mi ha assai impressionato che nel 2018 scompariranno alcune parole, come “belva”, “bel paese” (c’era solo il formaggio) e “benzina”. Ne ho scoperte di nuove, alcune assurde, altre inquietanti, tipo “brumare” (pompar nebbia artificiale in città solari del meridione). Perché mai? Quello che mi ha letteralmente affascinato, perché dimostra la vivacità e la longevità della nostra bella lingua, era un verbo d’uso quotidiano nel futuro, pari al nostro “fare”: il verbo “berlusconare”, che riempiva ben tre pagine di significati e sinonimi. Ne riporto un breve estratto.

         Berlusconare: verbo trans. (da Berlusconi, ex pres. del cons.) Governare alla “ghe pensi mi”; sproloquiar smentendo; manganellar le scuole; andar per maroni; far di tutti i voti un fascio; sondaggiarsi da mane a sera; rintontolir le masse; petrolineggiare; terrorizzare la folla ad arte; battere falce e martello finché son caldi; dire “io” a iosa; dar del dottore a chiunque purché indossi una cravatta, se la cravatta è di Marinella ripetere dottore in continuaz. (Vedi: marinellare); credere che chi nulla abbia, nulla valga; spovereggiare; scassintegrare; flessibilizzare i giovani e le donne; impoverire i dotti, gli insegnanti, e chiunque abbia il dono dell’intelletto; abbassare il potere d’acquisto della moneta e non aumentare i salari; inclandestinir badanti; non far arrivare il prossimo alla fine del mese; telefottersene; vespeggiare; viacolventarsi; ignorare la storia d’Italia; sognare di avere il fascista pieno e la sinistra ubriaca; lasciar dichiarare Cicchitto perché P2 intenda; svelinar le donne; falleggiare; spadreggiare; non capacitarsi di scrivere canzoni orrende; spedire un Cd con le proprie canzoni orrende al capo di uno stato estero (preferib.Usa); gelminizzare la cultura italiana, bondificarla; tingersi e fardizzarsi; (volg.) tener per le palle l’informazione di tv commerciali e serv. pubblico e dichiarare che la stampa ti odia; (gen.) raccomandar tonti e figoni; non sapere chiedere perdono; tirar paccate ai potenti della terra o far loro le corna nelle foto uffic.; dimenticarsi di rappresentare il proprio paese; ritenersi sempre il più spiritoso, magnanimo, scaltro; sdenteggiare, doppiopettarsi, intacchirsi; bighellonare furtivamente nei palazzi del potere o da un’istituzione all’altra. Es.: «La Russa e Castelli, berluschin-berluscando, uscirono dalla porta di servizio del Quirinale, per fare ingresso trionfale a Palazzo Madama» (Roberto Saviano: “I sodomotti” -Rizzoli, 2014).

         A causa del formato minigonna dell’Unità sono costretto a fermarmi sopra il ginocchio. L’elenco continua ed è appassionante. L’ultima spiegazione, però, mi ha fatto un poco arrossire. Era “circomassimizzare”. Far credere che a una manifestazione di mezzo milione di persone al massimo, ne siano presenti oltre due milioni e mezzo. Vedi “berlusconata”.

         Ieri sono stato a Rabat e mi è capitato un accidente. Jemima non c’era e non ho idea dove sia. Lasciatemi divertire.

         Jack Folla

(continua sabato 1 novembre)

Per i lettori di Jack Folla su l’Unità: prima e seconda parte

PRIMA PARTE. Vi ringrazio di avermi scritto centinaia di mail perché oggi su l’Unità non avete trovato inspiegabilmente la pagina di Jack. So che anche il giornale ha ricevuto telefonate preoccupate. Mi hanno informato in questo momento che la pagina di "Fuoco e Fiamme" si è bruciata! No, scherzo, pare ci sia stato un inconveniente tecnico dovuto al nuovo sistema tipografico adottato da L’Unità che, da fine Ottobre, indosserà un vestito nuovo. Per quanto riguarda Jack, tornerà in edicola martedì-giovedì-sabato prossimi. Dalla settimana successiva, come era stato stabilito dall’inizio, l’appuntamento sarà bisettimanale, il martedì e il sabato, e il diario di Jack sarà più breve per adeguarsi al nuovo formato tabloid. Grazie a tutti, anche da parte di Jack, consapevolmente commosso di avere ancora tanti amici in tutta Italia. Un forte abbraccio.

SECONDA PARTE: Vi ri-ringrazio, di avermi ri-scritto altre centinaia di ri-mail perché anche sabato non avete ri-ritrovato  la pagina di Jack. Mi è stato detto che per ri-problemi tecnici non si poteva ancora stampare la cartina geografica nel miniformato. Naturalmente ho risposto chissene della cartina, tanto ormai dove sta Jack (in mezzo al mare) lo sanno tutti, non solo i pesci. Ma Jack Folla che esce senza la cartina sembrava l’Unità che esce senza minigonna, allora non ho insistito. E dato che ancora il pezzo non l’avevo scritto, ne ho approfittato per lavorare a Slotman, il nuovo romanzo che uscirà in aprile (Pubblicità plin-plin). Ma vi avverto sin d’ora che: potrei uscire martedì e sabato in minigonna però essere fermato dalla polizia. Potrei uscire martedì e sabato in abito lungo e pagina doppia, una davanti una di dietro. Potrei uscire martedì-giovedì-sabato con l’articolo sopra il ginocchio. Potrei anche non uscire per niente o magari esce solo la cartina e io esco pazzo, oppure esco con Marianna la roscia, che non vedo più dalle elementari ma mi piaceva un casino e mi è rimasta qui, anche se oggi avrà dei figli grossi come alberi. D’altronde io pure sono grosso come un Tir e ho due camioncini. Forse è per questo che non entro nel garage de l’Unità, ogni tanto. Martedì ci riprovo. E se la manovra riesce, pure giovedì e sabato. Chi leggerà, vedrà. H.S.

Olio e petrolio

Ciao a tutti, nei 400 post che costellano l’ultimo mio intervento ho visto serpeggiare, qui e là, una giusta critica perché vi ho lasciati soli sul blog. Ho cercato di spiegare che non ho le mani della dea kalì, e sto scrivendo due libri e tre pezzi settimanali su l’Unità, ma chissenefrega come avrebbe detto Cuore, ho anche aggiunto che basta un euro di giornale per sapere quel che penso e scrivo, ma una selva di critiche mi ha definitivamente persuaso che a noi di sinistra (passatemi la metafora) non ci va mai bene niente e vogliamo un litro d’olio senza neanche spremere un’oliva. Fermiamoci qui per carità. Appena mi sarà possibile tornerò a scrivere nel blog, ossia a fare l’olio, la domanda che mi sono posto è se nell’attesa avessi dovuto chiuderlo, o meglio, se avreste preferito che lo chiudessi. Mi sembra di aver capito di no, visto che una parte di voi continua a scrivere su queste pagine che, con me o non con me, sono pagine senza padrone. Dall’Alitalia, a clienti e prostitute in galera, dai cicloni apocalittici che si stanno abbattendo sulla terra, ai poveri orsi polari alla deriva senza più ghiacci sotto i piedi, gli argomenti non si contano. Ma se preferite utilizzare questo spazio come una chat, è un vostro diritto. Naturalmente spero nella prima ipotesi, anche perché avete dimostrato di esserne all’altezza, chi con poesia chi con pragmatismo.
Dallo stretto di Gibilterra, davanti all’oceano che oggi è incazzato, un abbraccio a tutti i rospi atlantici. Di-Jack

DAZIBAO 2

Posto nuovamente il grande schermo bianco del nostro DAZIBAO e ne approfitto per ringraziarvi, scusandomi se, talvolta, potrà succedere che pubblicherò i vostri scritti con qualche ora di ritardo. Ciao a tutti. Diego

Per un amico mancato

E’ scomparso Gianfranco Funari, la prima pietra sulla quale è stata edificata la cattedrale della televisione che stupisce, che lascia “a bocca aperta”, sia per la spontaneità irriverente del conduttore e mattatore, sia per l’utilizzo a briglia sciolta della gente comune, nel ruolo di protagonista dello show.
Con Gianfranco ho lavorato a un programma, Apocalypse Show, dal quale mi sono ritirato perché erano insorti troppi contrasti e quella che mi era sembrata una sincera amicizia nata improvvisamente, altrettanto improvvisamente è finita.
Sarebbe ipocrita, da parte mia, e adesso, unirmi agli elogi che si riservano, in occasioni tanto tristi, a personaggi che, pur avendo fabbricato la Tv di oggi, sono stati emarginati per anni.  Era stato proprio questo il motivo che mi aveva spinto a conoscere Funari: il suo “esilio” dalla televisione. Poi ci siamo bruscamente divisi. Io scelsi il silenzio. Non volevo polemiche, ero umanamente dispiaciuto, tutto qui. A maggior ragione lo sono oggi di fronte alla sua scomparsa. Ciao Gianfranco, grande amico mancato.

DAZIBAO (o se preferite) TATZEBAO

Il dazibao, giornale murale cinese, scritto in italiano nei modi più assurdi (non il muro, la parola) è il vostro spazio bianco che lascio qui sotto. Non prendetela per pigrizia, amici miei, ma sto facendo a pugni col mio nuovo romanzo, che mi cambia titolo continuamente sotto gli occhi (e personaggi, eventi, strade e città) ma che adesso sembrerebbe finalmente delinearsi: "Le attrazioni morbose" e che conto di finire entro settembre. Naturalmente scriverò ancora in questo periodo sul blog, ma nel frattempo ci tenevo a farvi sapere che non sono "desaparecido". Vi leggo sempre con attenzione e interesse, a volte leggo anche post memorabili, poetici, intensi; in altre occasioni vi mordete il sedere a vicenda, cosa però che alla mia fedele compagna Sara diverte moltissimo e abbaia scodinzolante allo schermo del Pc. Un fraterno abbraccio e buone vacanze per chi può permettersele. Diego