GIORNALI IN CERCA D’AUTORE

I quotidiani italiani perdono lettori, pubblicità, potere. Nel 1990 si vendevano sette milioni di copie, oggi poco più della metà. Non credo che i giornali moriranno entro il 2018 come predice Gianroberto Casaleggio, però stanno facendo la fine delle candele quando Thomas Edison inventò la lampadina.
Illuminano meno.
Le notizie sono anche emozioni. Se il loro voltaggio, l’intensità e la durata sono inferiori rispetto a quelle prodotte dai competitors, non vendi. Che i quotidiani perdano lettori, quindi, non mi pare una notizia clamorosa. Vostro figlio vi ha chiesto un velocipede invece del motorino? Vi curereste l’ulcera trangugiandovi una pozione di pietre preziose triturate come Lorenzo il Magnifico? Allora perché dovreste andare in edicola a comprarvi un giornale dell’Ottocento?
Dal primo numero del “Corriere della sera” del 5 marzo 1876 a quello di oggi, infatti, non ci passa questa grande differenza. Mai come quella tra il farsi applicare le sanguisughe sul petto e una pasticca per la pressione, o tra i segnali Morse e gli smartphone. I giornali italiani sono pensati, scritti e impaginati in modo pressoché identico da trent’anni, nonostante Google, Youtube e network come Vice, dove ogni sei o sette cazzate c’è un pezzo scritto da un giovane dio, gratis.
I quotidiani italiani mi ricordano Hiroo Onoda, il tenente dell’esercito imperiale giapponese rimasto per tre decenni nella giungla delle Filippine ignorando che la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo.
Cercano di venderti domattina una notizia risaputa da ieri pomeriggio, che è stata già stracotta e servita dai giornali radio e dai tg, fritta e rifritta da una dozzina di talk-show e commentata e condita tutta la notte in migliaia di salse nei social network. È come tentare di piazzare la carta da parati di tua nonna a un’asta di opere dei “Macchiaioli” da Christie’s.
Eppure comprare il proprio quotidiano è un rito e leggere meraviglioso, così come far parte di questo o quel club delle opinioni. Non riuscire a trasmettere alle future generazioni un piacere che profuma di carta, di sapere e di caffè, è non solo amaro ma un danno. Non avendo alcun titolo per dirlo, riassumo quelle che considero le responsabilità di tre milioni e mezzo di copie perdute.
Primo: la vicinanza se non la promiscuità con il potere politico ed economico e la distanza emotiva e d’interessi dai lettori, i quali invece di riconoscersi nel giornale, incassano la sensazione disturbante di sentirsene esclusi, se non di vivere in un altro pianeta. Secondo: il conformismo. La maggiore o minore importanza attribuita alle notizie è pressoché identica da un quotidiano all’altro. Tutti copiano il mezzo più potente e accentratore d’attenzione, la tv, quasi nessuno osa. Le differenze non discendono dall’approfondimento della verità, ma da interessi di lobby. Se una notizia favorisce qualcuno che non sia un mio famiglio ne diminuisco l’importanza, la sporco con un commento malevolo o la oscuro. Terzo e ultimo (perché sono su Facebook e superata la quinta riga saremo rimasti a parlarci soltanto tu e io) la mancanza di coraggio culturale e imprenditoriale di gettare nel cestino il quotidiano ottocentesco e ricominciare dallo splendore della pagina bianca.
Non sono Giulio Verne che armò di siluri il Nautilus di Capitano Nemo prima che i sommergibili ne fossero dotati e scorrazzassero ventimila leghe sotto i mari, ma la mia visione è opposta a quella funebre di Casaleggio: penso che i giornali di carta possano avere un luminoso avvenire, ma solo se diventeranno quotidiani d’autore. Quadri firmati della realtà. Ideati e scritti tra la gente e solo per la gente. La notizia di ieri, un pretesto per raccontare ciò che provo oggi. Il giornale un alleato per affrontare la vita, il tuo compagno di carta in tasca. Perché questo accada, non basta essere giornalisti, bisogna essere creativi e coraggiosi. Saper morire e rinascere ogni giorno come accade a milioni di lavoratori, di giovani dal futuro sbarrato, di ex colletti bianchi senzatetto. Dipingere questi giorni. Raccontarli come una ballata. E farci tornare la voglia di pregustare (come fosse una puntata di House of Cards) cosa ci sarà nel giornale di domani.
Mi sembra sciocco e autoreferenziale insistere nel tentare di rifilare ai lettori o notizie che sanno già, oppure articoli culturali che solo a leggerne i titoli ti scappa un urlo di Tarzan. Bisogna calarsi nel cuore selvaggio di questo paese, nelle crepe e nelle emozioni inespresse e portarle alla luce in modo originale, piantandola di fare da megafono solo a una élite. Oltretutto sono sempre di meno, sempre più ricchi e ignoranti, ti comprano e ti leggono solo se sono citati nei titoli.
Mentre ci sono delle brevi di cronaca che potrebbero raccontare una nazione. Quelle notizie devono stare in prima pagina. Al posto di “Renzi: adesso avanti con le riforme” che non ci crede nessuno.
Bisogna dare un segno.
“Il segno” è il quotidiano che sogno.