IL DONO DI SAMUELE

Questo ritratto l’ha fatto Samuele Monastero, un ragazzino di 14 anni che in questo istante è a scuola, nel Salento, che fa rima con talento. L’ha disegnato ispirandosi alla piccola immagine del mio profilo di Facebook. Ma non si è accontentato d’imitare una foto di qualche anno fa. Perché Samuele, quest’estate, mi ha conosciuto. È venuto con suo papà, Tonio, alla presentazione di “Un’anima”. Così, incapace di tradire la verità, da autentico cucciolo di pittore, ha aggiornato creativamente l’immagine 100_4894-4 (da solo, a casa, quand’ero partito) e ci ha aggiunto i nuovi segni del tempo, un gonfiore, qualche ruga recisa, le borse agli occhi, il collo imbolsito, rendendomi più vero della mia stessa foto. Per questo pubblico il suo disegno che è l’esatto contrario del photoshop, non è un ritocco ma ha il tocco d’artista, e rendo onore a questo ragazzino di Campi Salentina che si è trovato un dono fra le dita: una matita che, nonostante la sua così giovane età, sembra venire da tanto lontano. Che ne sa di quegli occhi miei lì, di quello sguardo adulto e traverso pescato nel pozzo di un’anima, un disegnatore poco più che bambino? Samuele lo sa come se avesse anche lui 60 anni, ma non sa di saperlo. Scoppia a ridere, timido, fiero e felice che il suo disegno mi sia tanto piaciuto, e corre a giocare a pallone.

MORTE A PALO ALTO

MORTE A PALO ALTO
Hillary Clinton che sviene in pubblico per una polmonite tenuta segreta come un morto assassinato nel frigorifero (mentre Donald Trump annuncia che esibirà al mondo le proprie rosee e pimpanti analisi cliniche) fa il paio con un’altra notizia di stamane: quella che nella Silicon Valley i quarantenni si presentano senza cravatta ai colloqui di lavoro, nel patetico tentativo di apparire ancora più giovani. Oggi Thomas Mann, invece che a Venezia, avrebbe intitolato il suo racconto più famoso “Morte a Palo Alto” e il barone Von Aschenbach si sarebbe innamorato di Tadziu Algoritmu, un bel genio, biondo e quattordicenne, di Yahoo. Ma che cosa accadrà fra dieci anni? Per essere assunti a Google o a Amazon si dovrà essere accompagnati da papà e mamma con un lecca-lecca in mano e la pagella di terza elementare nell’altra?
Nel 1964, quand’ero poco più di un bambino, nei jukebox furoreggiava una canzonetta portata al successo da una ragazzina francese, Catherine Spaak. Il testo dell’Esercito del Surf (peccato di gioventù del mitico Mogol) sfringuellava così: “Noi siamo i giovani, i giovani più giovani…” Ma quanto più giovani dei giovani più giovani bisogna essere oggi per avere diritto al “passi” del successo o per non dover semplicemente chiedere scusa di esistere?
Ciascuno ha l’età che ha e tutti, indistintamente, passeranno prima o dopo per quella stessa età. Una società che induce a bluffare sui dati anagrafici non è ingiusta, è futile, e l’unica cosa che val la pena di rottamare sarebbe la stupidità umana, sia quella dei giovani che quella degli anziani. La Clinton è stata colpevolmente infantile nel non dichiarare il suo stato di salute, e quell’ammasso di colesterolo di Trump, pavoneggiandosi, sta attirando su di sé l’attenzione del dio degli ictus e degli infarti coronarici. Si può essere più sciocchi di così? Ogni stagione della vita è meravigliosa perché ci sottrae qualcosa ma ci offre sempre qualcosa in più. Il caotico campo di fiori della giovinezza dagli inebrianti profumi, non vale quel fiore solitario e orgoglioso nato nella palude della vecchiaia. Il saggio conosce il segreto dell’immortalità di quell’irripetibile rosa, che il mondo ignora o disprezza, insistendo a cercare nel giardino del passato i fiori avvizziti della sua vecchia gioventù.

(Nelle foto, l’attore svedese Björn Johan Andrésen, a 14 anni quando interpretò Tadzio in Morte a Venezia di Luchino Visconti, e in un’immagine più recente).

UNSPECIFIED - DECEMBER 31: Medium shot of Bjorn Andresen as Tadzio. (Photo by Mario Tursi/Warner Bros./Getty Images)
UNSPECIFIED – DECEMBER 31: Medium shot of Bjorn Andresen as Tadzio. (Photo by Mario Tursi/Warner Bros./Getty Images)
Pelikaanimies/Pelicanman/ Bjšrn Andresen (pianisti) Photo: Henna Aaltonen © Lumifilm Oy 2003 www.pelicanman.net
Pelikaanimies/Pelicanman/ Bjšrn Andresen (pianisti)
Photo: Henna Aaltonen
© Lumifilm Oy 2003
www.pelicanman.net

PER UNA GIORNATA ITALIANA DEL SILENZIO

Sarebbe meraviglioso istituire una Giornata italiana del Silenzio. Che risparmio di sciocchezze e di cattiverie inutili! Una volta a settimana resteremmo zitti nelle case e negli uffici (esclusi gli ospedali e le emergenze), silenzio in famiglia, con gli amici, qui su Facebook, al bar ordineremmo un caffè o una pasta con un cenno del mento, zitti per 24 ore, solo sguardi e pensieri. (Per i mugolii le autorità chiuderebbero un occhio). Che divertente sarebbe e quale rigenerante ossigeno per il cuore e per l’anima! Guarderemmo gli inevitabili trasgressori con tenerezza (buffi e patetici sopravvissuti di civiltà gridazzare come la nostra), finché, non potendo aizzare polemiche con chi tace, tacerebbero anch’essi. Ci sarebbero un’esplosione d’idee nuove, di crescite interiori, di capolavori. Scopriremmo che tacere è una grande virtù. E chissà, guardando il cielo, percepiremmo le segrete conversazioni di quelle comari pettegole che sono le stelle. Sarebbe un giorno perfetto.
Sono fiducioso che fra un secolo o dieci sarà istituita la Giornata Mondiale del Silenzio e che l’umanità ne trarrà un profondo giovamento spirituale. I pionieri di questa nuova era saranno stati anche i volontari che hanno prestato soccorso ad Amatrice e alle altre zone colpite. Agli scandali ci pensa la magistratura, è giusto denunciarli, ma insistere solo sulla corruzione e i pubblici misfatti (degli altri), crea un vortice del male che invece di debellarlo, lo perpetua. Chi sta sempre relegato al buio, poi chiude gli occhi anche davanti a un raggio di sole. Le migliaia di volontari e di benefattori silenziosi, invece, hanno illuminato a giorno queste nostre buie giornate. Sono esempi di quell’Italia che non solo resiste, come cantava De Gregori, ma che insiste e non si arrende. È l’amore che opera nel silenzio. Sono i nostri giusti.
Imitiamoli e parteggiamo per loro.

CLARETTA E WALTER

claretta_petacci BPT5jInMentre Renzi, Hollande e la Merkel sull’incrociatore Garibaldi, al largo di Ventotene, scrivevano sull’acqua i primi vagiti degli Stati Uniti d’Europa, al cimitero monumentale di Roma si rivoltavano due storici resti, fascisti e antifascisti, dell’Italia di ieri. È come se una piccola tromba avesse suonato sottoterra per ricordarci che nella nostra memoria storica qualcosa non torna e le radici (soprattutto quelle che poco ci piacciono) non vanno mai rimosse ma accolte nel nostro albero genealogico d’italiani, altrimenti corri il rischio di ritrovartele, sotto mentite spoglie, anche negli Stati Uniti d’Europa del futuro. CLARETTA, scritto così, con i caratteri da locandina cinematografica, è la tomba in stato di abbandono di Claretta Petacci, l’amante del duce, fucilata con Mussolini il 28 aprile 1945 e impiccata con il suo uomo a testa in giù a piazzale Loreto. Gli eredi di Claretta, rintracciati negli Stati Uniti dai servizi comunali, non hanno risposto alle due raccomandate che li esortavano a provvedere ai lavori di manutenzione, pena la revoca della concessione e la requisizione di CLARETTA e della cappella di famiglia. Pochi metri più là, per una di quelle coincidenze stellari che insaporiscono l’assurdo della vita, c’è un’altra tomba in bilico, quella di chi l’uccise: Walter Audisio (sepolto in una cappella comune), il leggendario “Colonnello Valerio”, partigiano e poi senatore del partito comunista. L’uomo che eseguì la condanna a morte di Mussolini e di Claretta, non ha che un brutto fiore di plastica a ricordarlo. Tommaso Labate, sul Corriere della sera di oggi, racconta quel che gli hanno riferito gli addetti del Verano. Ogni volta che qualcuno porta un mazzo di fiori veri, c’è sempre qualche mano misteriosa che subito dopo li toglie.
Questa acredine immortale ci accompagna perché noi tendiamo ad adorare tutto e poi a bruciare tutto l’adorato precedente: Risorgimento, Fascismo, Resistenza, Democrazia Cristiana, Mani Pulite, Berlusconi, Renzi e chissà, domani, forse anche il Movimento 5 stelle. Resta solo l’acredine senza misericordia. Siamo sedentari come indole ma nomadi nella memoria. Come diceva magnificamente Ennio Flaiano: l’Italia è un paese dove sono accampati gli italiani.

LEZIONI DI CIVILTÀ

aida-hadzialic_3Ci sono notizie che, in poche righe, costituiscono un sillabario di civiltà e andrebbero scritte, ripiegate nel portafoglio e custodite nei jeans come esempio portatile. La giovane ministra svedese all’istruzione secondaria, Aida Hadzialic, ex rifugiata (è nata in Jugoslavia nel 1987) di ritorno in automobile da un concerto a Copenaghen, dopo aver sorseggiato “un bicchiere di vino rosso e uno di champagne” è stata fermata dalla polizia. La prima cosa che a un italiano viene in mente è Alberto Sordi nei panni del vigile che multa il sindaco Vittorio De Sica. Ma quello che da noi sarebbe un paradosso, in Svezia è la normalità. Sottoposta all’alcol-test, la ministra dal nome della principessa schiava dell’opera di Verdi, è risultata leggermente fuori legge. Aida aveva appena lo 0,2 di champagne in circolo, ma per la legge svedese quel sangue è troppo frizzante per guidare. Conseguenza: non solo multano la ministra ma la denunciano alle autorità. Aida, invece di telefonare al collega ministro degli interni per farsi restituire tessera e distintivo dai poliziotti (o farli trasferire nella Carbonia svedese) si dichiara “furiosa con se stessa” per aver sottovalutato quei due bicchierini di troppo e soprattutto “mortificata” per aver deluso i cittadini che credevano in lei. Ha presentato immediatamente le sue dimissioni da ministro. Invece di respingerle, il premier svedese, Stefan Löfven, (socialdemocratico come la ministra verdiana) ha dichiarato di condividere con lei “l’analisi sulla gravità della situazione”, dicendosi dispiaciuto di “aver perso una collega apprezzata”. Punto. Fine della notizia esempio di civiltà.
Coro dell’Aida.

GLI INCOMPRENSIBILI

arlecchino-pensoso-pablo-picassoUn giorno un signore, una specie di Arlecchino pensoso, scrisse su Facebook: «Qytr sderebém put puty borognan baluk!» Aggiunse: «Non amo gli ipocriti. E l’ho sempre pensata così. Borognan baluk e put puty! E mi piace!». Pubblicò il suo scritto a occhi chiusi, irrevocabile come un testamento. Quelle poche righe erano un gelsomino profumato sbocciatogli in cuore. Ma che cos’è “Borognan”? Una città, forse, della Bosnia-Erzegovina? E “baluk” il suo dolce aggettivo? Qualcosa come “ridente”? “Sdeberém” invece aveva tutta l’aria di essere un verbo, o un chiasso, sdeberém! come una fragorosa cascata di una piramide di sedie rotte; ma “put puty”? Come mai l’aveva ripetuto? Eh? Cos’era, una parolaccia degli gnomi? Ma no, gli piaceva, ecco tutto. Put puty con un bel baluk. Nulla da aggiungere. «Qytr sderebém put puty borognan baluk!». Lettere e suoni della sua piccola, sconclusionata preghiera a un’altra anima perduta nello spazio. Ovviamente sapeva che una risposta era impossibile. Sulla sua pagina Facebook, infatti, non si mosse vento. Che vuoi rispondere a un Qytr? A chi potrebbe piacere un, sia pur commoventissimo, baluk? D’improvviso un “dlin!” lo fece trasalire. Poi un altro e un altro ancora. «Che t’importa? Diranno che ti sei bollito il cervello, anche se a te sdeberém sembra un verso di Garcia Lorca». Ma il suo pc sembrava trasformato in mille chiese la domenica di Pasqua. Tutti entravano e uscivano dalla pagina scampanellando commenti. Lesse il primo: “E no! Troppo facile cavarsela con i Qytr, quando è la Costituzione a essere messa in gioco! E sui bambini di Aleppo manco una parola. Vergognati!”. E il secondo: “Ma quante te ne inventi per dare addosso alla Raggi? Morirete tutti!”. Al terzo, il signore sorrise. C’era scritto: “Meravigliosa, condivido”. Poi però la sua angoscia crebbe: «Perché “meravigliosa”? Ma aveva letto bene? O aveva scambiato Borognan per Bologna?» Il quarto era di una ascoltatrice della radio: «Ti amavo quando scrivevi Billy Caos, adesso sei proprio morto. Billy Caos ti sputerebbe in faccia, mettilo tu il burkini, maschilista! Parlaci dei tuoi stupri, piuttosto”. Un signore concordava: “D’accordo con te su tutto”. Su tutto cosa? Ci sono put e puty, borognan e borognan, questo s’impara a scuola! Quindi? Un signore osservava che il Put Puty l’aveva bevuto pure lui nel 43, ma preferiva il Merlot. Poi prendeva fuoco: “E su Capalbio zitto anche stavolta eh? Ti pareva!” Lo accusò di avere “il cuore a sinistra il portafoglio a destra”. E il successivo gli augurò di essere deportato in Siria, sotto le bombe di Putin, “così la pianti di difendere i terroristi islamici”. Confuso e amareggiato lui rilesse il suo post. C’era scritto, lo ribadiamo, questo: “Qytr sderebém put puty borognan baluk!». “Non mi aspettavo commento”, osservò pensoso, e invece “è come se fossero messi di fronte a uno specchio col diavolo che scrive e cancella rabbioso una frase per ciascuno, e tutti gli rispondono infiammati”. Qui c’era un “Ma una parola a favore dei vegani mai?”. Lì un “Bravo idiota!”. Più giù un “Non solo è uno scritto sessista ma anche di orrido gusto”. Più sotto ancora un “Ciaone!”.
“Mi dispiace ma non condivido affatto. Bolso e pieno di acredine”.
“Non capisco questa insistenza sulla cellulite della Boschi! E saltar sul carro dei 5 Stelle all’ultimo minuto fa davvero vomitare! Put puty un cazzo!”
“Ancora questo con la pubblicità al suo libro!”
“Mai persa una sola puntata di Billy Caos. Ma quando torni? Mi manchi!”
“Attenti, non cascateci! Sono post studiati apposta per la campagna per il sì.”…
Improvvisamente lesse qualcosa che lo turbò fino a farlo arrossire. Era di una sconosciuta e gli sembrò di volare. Perché c’era scritto: “So cosa vuoi dire. Sdeberém anch’io, mio adorato Qytr. Sai cosa penso? Slis slis. Così, dolcemente. Put puty. Anche borognandoci un po’. Fino al sempre. Ti va?” Fu l’unico messaggio a cui rispose. «Slis slis, felice per almeno un milione di anni. Grazie. Alle 5? Ce la fai?». “Sono pronta”.
Ma che diavolo poteva significare “slis slis”? Nessuno lo sa. Era un appuntamento per soli angeli. Gente da sdeberém senza pensarci due volte. Ballerini del baluk. Deliziosi interpreti di cento slis slis in un pomeriggio blu di fine agosto. Facebook, finalmente, era servito a far comunicare due arlecchini pensosi su questa terra. Incomprensibili arlecchini. Popolo eletto! Chiudi un occhio anche tu, ti prego, schiocca le dita. Fa che i loro computer si spengano per sempre e si riaccenda la vita.

Nella foto: “Arlecchino pensoso” di Pablo Picasso (1901).

QUEI BURKINI DI MIA NONNA

091339285-1bda9478-c1cb-4c4f-96e5-2db3a4626861 palmieriMia nonna mi raccontava che quando andava al mare da ragazza, in Toscana, era proibito fare il bagno uomini e donne insieme. La domenica al mare era spaccata in due, come gli stabilimenti o le prigioni: bagno femminile da una parte, bagno maschile dall’altra, e in mezzo il mare come un secondino. Il costume da bagno delle nostre nonne era un vestito dall’aspetto rigido di un’uniforme. Mostrare una caviglia nuda provocava ai nonni un’eccitazione selvaggia, misteriosa e irraggiungibile per un ragazzino di oggi, anche dopo aver assistito, barricato in camera, a 77 video consecutivi su Youporn. Alla vista di una signora musulmana che fa il bagno col burkini, mi viene in mente mia nonna ai bagni di Viareggio a fine Ottocento. E se per strada mi capita d’incrociare una signora bardata di nero dalla testa ai piedi che fa shopping, mi prende lo stesso stupore di quando bambino, negli anni Sessanta, in vacanza in Sardegna, mi capitava a Nuoro o Orgosolo d’incrociare mamme diverse dalla mia, mamme in costume sardo, talvolta più sgargiante di quello delle donne dell’Islam ma non meno puritano, tutte col volto coperto come musulmane. In spiaggia c’era già il bikini ma a nessun prefetto è mai venuto in mente di proibire i costumi sardi. Come è venuto in mente, invece, al premier francese Manuel Valls che ha definito il costume da bagno delle donne islamiche “incompatibile con i valori della Francia, in quanto espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Certo, talvolta è così, ma per molte donne musulmane indossarlo è un diritto e un piacere (e poi la radicalizzazione contraria, le donnine di Youporn per esempio, non sono forse altrettanto asservite?) e i valori della Francia, faccio sempre per dire, sono forse compatibili con gli ospedali fatti saltare per aria nei paesi delle donne col burkini? Certo, dopo aver subìto un attentato come quello di Nizza, vedere una musulmana in burkini sulla spiaggia dell’Hotel Negresco può provocare nei bagnanti un turbamento che non ha niente a che vedere con quello legato ai costumi più o meno puritani, o discinti, di un popolo. Invece di pensare alle nonne, quel burkini ai bagnanti di Nizza farà venire in mente un camionista assassino. E in loro monterà una rabbia assurda. È quella, che le autorità francesi dovrebbero prevenire e curare. Mettere al bando il burkini, invece, è come lapidare quell’innocente bagnante musulmana. Una radicalizzazione meno sanguinaria e di segno opposto a quello dell’Isis ma pur sempre una radicalizzazione che non porterà niente di buono. Siamo già protetti dalle nostre costituzioni, dalle leggi vigenti, da polizia e servizi segreti. In un mondo globale l’unico valore da radicalizzare, sviluppandolo con la massima determinazione, è la tolleranza reciproca.

-Nelle foto: La rotonda dei bagni Palmieri (1866, olio su tavola) di Giovanni Fattori-. E una donna musulmana al mare.

 

OPINIONI DI UN CANE A FERRAGOSTO IN ATTESA DELL’AUTOBUS PER IL MARE

Sarolta Ban 2Poco fa, andando al mare, ho intravisto questo cane al capolinea. Si era tolto il collare e messo un fiocco azzurro. Ha finto di non vedermi e non mi ha chiesto l’autostop. Ho abbassato il finestrino. «Da quando in qua i cani si fanno la valigia?». Mi ha risposto: «Quelli che, facendo una cosa giusta o commettendo un errore, ci provano, sono sempre migliori di quelli che, qualunque cosa facciano gli altri, rosicano». Effettivamente stavo rosicando, ho sempre sognato un cane così, però mi scocciava far la figura da imbecille e ho replicato: «Ma se la sai lunga come la tua coda, ti sei dimenticato che oggi è ferragosto e l’autobus non passerà mai?».
Ho letto un’improvvisa disperazione nel suo sguardo e mi sono sentito stupido e cattivo. Lui si è stretto al collo la sua bandana azzurra: «E voi allora? Perché andate ancora in automobile? Se vi abbracciaste con la stessa frequenza e intensità con cui gli uccelli muovono le ali, anche voi sareste capaci di volare!».
«Vabbè, vado al mare, tante care cose». Mentre chiudevo il finestrino e ingranavo la marcia lui ha girato il muso dalla parte opposta, verso l’autobus che non sarebbe arrivato mai e ha sussurrato: «Non esistono abissi senza fine tranne che nel cuore di certi uomini».
Era troppo. Gli ho spalancato lo sportello, ha afferrato la valigetta con i denti ed è saltato su. Si è accucciato sul sedile. Adesso siamo al mare. Lui scava buche nella sabbia, io scrivo. Abbaia per farmi vedere la sua buca, ma io mi guardo bene dal fargli leggere quel che ho scritto. Niente da fare. Mi ha appena strappato il foglio di mano. Col muso l’ha spianato sulla sabbia. Lo ha letto, poi mi ha guardato e ha detto: «Ma lo sai che scrivi proprio come un cane?».

DIRITTO DI SATIRA

Il ministro per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri a Palazzo Chigi, Roma, 10 maggio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

La vignetta di Mannelli pubblicata da “Il Fatto” è “sessista”? Se ragioniamo così (e io non ragiono così) finiremmo col dar ragione ad Al-Qaeda che considerando la serie delle caricature di Maometto oltraggiose e anti-islamiche ha provocato 12 vittime nell’assalto terrorista alla sede di Charlie Hebdo. Con l’aggravante (nostra) che loro, i fanatici sanguinari, non credono alla libertà di satira, mentre le democrazie più illuminate, sì. Ritrarre la ministra Boschi scosciata (con lo sberleffo all’accenno di cellulite) è una satira sulla Costituzione italiana “déshabillé”, ossia su come l’avrebbe ridotta la riforma della ministra. A me la vignetta non piace (ma chi se ne frega) e mi piacevano di più le matite di Charlie Hebdo (ma chi se ne frega). Però, anche per rispetto a quei martiri della satira, gradirei vivere in un paese in cui ciascuno scrive o disegna ciò che vuole. Mannelli ha infranto la legge? Ma per carità! E allora lasciatelo divertire. C’è a chi piace. E se non vi piace padronissimi, voltate pagina o cambiate giornale.

IL MANOSCRITTO MISTERIOSO DEGLI ITALIANI DEL MAR MORTO

In una grotta vicino alle rovine di Khirbet, nel Mar Morto, fra i 900 affascinanti manoscritti e papiri scritti in aramaico, ebraico e greco scoperti nel secolo scorso, oggi custoditi nel Museo Rockfeller a Gerusalemme, fu ritrovata una pergamena catalogata come OOPArt (acronimo derivato dall’inglese Out Of Place ARTifacts, «manufatti, reperti fuori posto»). Era uno di quei manoscritti fuori dal tempo, catalogabili come archeologia misteriosa, dal titolo I Marci. Sembrerebbe un’antica favola o leggenda del mitico e sventurato popolo dei Marci, ma non si sa come sia finita fra i manoscritti del Mar Morto, tutti databili fra il 150 a.C e il 70 d.C Il dato più sconvolgente è tuttavia un altro, anzi è proprio per questo che la comunità scientifica l’ha tenuta nascosta per un secolo in un contenitore del museo di Gerusalemme: la pergamena era scritta in italiano. Forse risale a una comunità fuggita dalla nostra penisola in seguito alle persecuzioni, da lì insediatasi nelle grotte del Mar Morto e poi estinta senza lasciare altre tracce di sé e della sua storia.

4-frammento pergamena Mar MortoI MARCI

C’era un paese in cui la metà aveva ragione e, alternativamente, l’altra metà aveva torto, ma i giusti sapevano sempre dov’era la verità e, dopo ogni guerra, rimettevano le cose a posto. Era un paese fatto così, senza mezze misure, un paese come una mela spaccata, di qua buona di là col verme. Finché i giusti vennero messi a tacere con la forza e da quel giorno i giusti tacquero. Erano stati i vermi della mela bacata a imporgli il silenzio perché stufi di essere considerati marci una volta sì e l’altra no, loro volevano aver ragione sempre e iniziarono a dare dei vermi agli altri, che persero la pazienza e si rivoltarono, tanto che il verme se ne approfittò a sua volta e saltò sull’altra metà della mela. Allora quelli dov’era rimasto il buco ma senza il verme, si proclamarono i nuovi buoni e assalirono i nuovi marci, al grido di «Vogliamo tutta la mela, brutti vermi bacati, tornatevene a casa vostra!». A questo nuovo arrembaggio degli ex bacati, gli ex buoni, ma con il verme in casa, risposero «Accomodatevi, stavamo meglio prima, peggio per voi!» e saltarono sull’altro spicchio, illudendosi di tornare signori e padroni del loro bel paese di una volta. Ma l’attimo seguente il verme li imitò, gli saltò dietro e scavò una seconda galleria nello spicchio riconquistato, parallela al tunnel precedente. Quando la polpa della mela era ormai  tutta sbocconcellata e il paesaggio si era fatto pericoloso e triste, un nuovo verme si presentò a infiammare gli animi. Furono giorni felici. Gli adoratori del secondo verme gridavano: «Ehi voi, figli del vecchio verme, morirete tutti come vi meritate!» Ma quelli mezzo infelici, una notte, rovesciarono l’altra metà della mela: la parte rinata sotto il nuovo verme. Tutti gridarono al golpe. Improvvisamente il secondo verme, loro capo, saltò su quella, e il primo verme zompò sull’altra, cosicché ci fu una gran confusione e nessuno sapeva più a quale verme dar retta. A quel tempo gli abitanti erano già quasi tutti marci, tranne una dozzina di quelli che erano da sempre detti i giusti, perché respiravano piano, non andavano ai comizi, sapevano ascoltare tutti, parlavano alle stelle e digiunavano. «Ecco chi ci ha ridotti così! Ecco i colpevoli che si sono mangiati tutto! Bruciamoli vivi!» I due branchi nemici si avventarono sui dodici giusti e gli abitanti se li spartirono, sei per uno, poi li immolarono ciascuno al verme che tiranneggiava il proprio spicchio. Danzarono al fuoco sacrificale, sia la metà che aveva avuto torto, ragione e torto, sia la metà che aveva avuto ragione, torto e ragione, continuando a imprecare gli uni contro gli altri e a bestemmiare alla vita. Ma a questo punto successe che i due vermi si allearono, perché bruciati i giusti non c’era rimasto più nessuno a fargli resistenza, così si spartirono gli ultimi bocconi della mela poi, lasciata solo la buccia ai Marci e il paese distrutto,  i vermi se ne andarono a far danno in altri verdi paesi.

 

 

 

TRE FALSI ALLARMI O, FORSE, SOLO DUE

Ieri la conduttrice di un tg annuncia nei titoli due “gravissime” notizie sul fronte del terrorismo. La prima era la scomparsa dai radar di un volo della Air Algerie diretto a Marsiglia, che mi fa fare un salto sulla sedia. L’attimo seguente, però, la giornalista, angelica, precisa: era un falso allarme. L’aereo è rientrato in aeroporto per un’avaria e i passeggeri sono tutti illesi. Allora perché mi hai annunciato due gravissime notizie, dandomi quella falsa addirittura come la più minacciosa? La seconda, questa sì purtroppo, era la vera e unica notizia d’apertura. A Charleroi in Belgio un uomo ha ferito due poliziotte con un machete gridando “Allah Akbar”. Forse il menu del terrorismo del giorno a quel tg era sembrato troppo leggero con una sola portata e hanno voluto servirci comunque primo e secondo piatto. Mentre la giornalista posava il primo sulla tavola, il piatto vuoto ha invertito la rotta riprendendo quota ed è ritornato illeso nella cucina dell’aeroporto di Algeri.

Un’altra giornalista, che merita tutta la nostra stima, ha annunciato di essere stata dimissionata dal Tg3. Sto parlando di Bianca Berlinguer che ha denunciato “attacchi sguaiati” nei suoi riguardi da parte della classe politica. Se l’avesse fatto durante i sette anni che ha diretto il telegiornale, esercitando a sua volta un discreto potere politico, mi avrebbe appassionato di più. E se l’avessero cacciata dalla Rai, ora sarei al suo fianco. Ma togliersi i “sassolini dalle scarpe” dopo sette lunghi anni e senza fare nomi, non si sa mai, nei pochi giorni d’intermezzo fra il potere della direzione di un tg e il potere della conduzione di una fascia pomeridiana con Santoro, mi sembra, anche nel suo caso, un falso allarme. Rispetto la sua professionalità e la sua malinconia, un po’ meno il racconto turbolento di un volo tranquillo da un posto all’altro.

Terzo e ultimo falso allarme di oggi: l’assessore all’ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, non avrebbe commesso alcun illecito ed è stata “accusata ingiustamente”. Ad affermarlo è stato però Salvatore Buzzi, il Copernico di Mafia Capitale, quel sistema in cui lui era il sole e tutti gli altri gli ruotavano intorno. Ve la ricordate la sua teoria, no? «È la teoria del mondo di mezzo, compà. Ci stanno, come se dice, i vivi sopra e li morti sotto, e noi stamo ner mezzo… Allora nel mezzo c’è anche la persona che sta nel sovramondo, e ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno. E tutto si mischia. Capito?». Capito. Mi sa che il terzo non sia un vero falso allarme. Paola Muraro non è accusata di nulla e sarà certamente innocente, ma “tutto si mischia”, anche le telefonate di favori con il Copernico della Terra di Mezzo. Se fossi la sindaca Raggi, io un po’ mi allarmerei. E mi affretterei a rimuovere, oltre all’immondizia di Roma, anche l’assessore difeso dalla mafia.

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Italia, il bel paese dove il ’Nz suona.

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MIO FIGLIO STA MORENDO AD ALEPPO

Un giornalista siriano di Al Jazeera racconta in diretta lo stato d’assedio di Aleppo. Trecentomila persone circondate dall’esercito del dittatore Bashar al-Assad, presidente della Siria. Le milizie impediscono che la gente di Aleppo riceva cibo e medicine. Il corridoio umanitario è bloccato. Il giornalista si chiama Milad Fadel, è molto concitato, si esprime con un fiume ininterrotto di parole in arabo, una a spalleggiare l’altra, quasi temesse che anche le parole non possano più reggersi in piedi e cadere stremate. «Si dice e si ripete che bisogna riportare ciò che accade in Siria con oggettività» annuisce a se stesso con rigore, da reporter di guerra. «Ma di fronte a questo disastro umanitario…» e scoppia improvvisamente in pianto «…dei bambini che muoiono di fame!» si asciuga gli occhi che hanno visto quei corpicini morenti della sua Siria, della sua terra.

Dallo studio centrale gli speaker riempiono quel vuoto che alla tv fa più paura della guerra atomica e staccano il collegamento, ma Milad Fadel era già uscito di campo lateralmente, interrompendo il servizio.

Il video è diventato virale e sta facendo il giro del web. Per i bambini di Aleppo che muoiono come ad Auschwitz in questo agosto 2016? Temo di no. Perché fa notizia un giornalista a cui la notizia è caduta per terra come un bambino dalle braccia. E per vedere com’è un reporter di guerra che piange.

Ma se i bambini di queste foto fossero stati italiani intrappolati ad Aleppo per qualche assurda coincidenza, un’onda colossale di emozione e indignazione popolare si sarebbe abbattuta fragorosamente dalle televisioni alla Rete, e dalle radio fino all’ultimo profilo di Facebook, in uno tsunami di amore che non sente ragioni. Si sarebbero allertati ministri e servizi segreti, trovati fondi occulti per rimpinguare le casse di Bashar al-Assad in cambio della liberazione dei nostri bambini, forse si sarebbe chiesto e ottenuto alle forze alleate di tirarli fuori da Aleppo con un blitz. Ma così non sarà. (Forse è proprio per quest’indifferenza globale che il giornalista Milad Fadel è fuggito dalle telecamere inciampando nelle sue lacrime). “Ma noi che ci possiamo fare?” direte. Me lo sono chiesto anch’io e naturalmente la prima cosa utile è un versamento alle onlus che si occupano dell’emergenza in Siria, in particolare dei bambini assediati dalla guerra. Ma poi dobbiamo rivolgere quei cannoni contro noi stessi e bombardarci la testa e il cuore con un concetto che deve mettere radici nel profondo di ciascuno di noi.

È tuo figlio.

Quel bambino della foto è tuo figlio.

Forse è anche più di tuo figlio. E sta morendo di fame ad Aleppo.assediati-dalle-forze-di-assad-i-siriani-di-madaya-muoiono-di-fame-orig_main

AGOSTO, RADIO MIA NON TI CONOSCO

di JACK FOLLA

Ad agosto aumentano i furti nelle case e si nominano i direttori della Rai. I topi d’appartamento si rubano argenteria, gioielli, televisori, e in Rai, quando Montecitorio è in ferie, si fa un altro bel buco nella fantasia degli italiani, nominando direttori che di fantasia non ne hanno nessuna. È il primo requisito richiesto ai grandi topi della prima azienda culturale del paese: essere grigi. Il secondo requisito è quello di essere schierati con i partiti della maggioranza di governo. Questo è un paese di servi e non dovrebbe fare notizia. Puntualmente (anche questo agosto è così) si grida allo scandalo perché è stato privilegiato un grigio più vicino al presidente del consiglio invece di un grigio gradito all’opposizione. Ma metti che Matteo Renzi, per un atto di magnanimità o un colpo di sole, avesse bisbigliato di nominare un fedelissimo di Renato Brunetta come direttore del Tg3, sarebbe cambiato qualcosa? albatros

No, sempre grigio era.

Fantasia, saggezza e indipendenza renderebbero i nostri telegiornali più variegati, meno lugubri e servili. Ma anche questo è un male minore. Il danno vero al paese lo fanno i topi di Rete, quelli della mancanza di coraggio, quelli che tengono in nessun conto gli autori, i direttori della McDonaldizzazione dei programmi che privilegiano, per mediocrità e fifa, format già testati in altri paesi (che i loro autori se li tengono stretti, tanto da esportarne la fantasia in tutto il mondo). Non è un caso se il programma dai grandi ascolti di quest’estate sia Techetecheté su Rai Uno, l’antologia dei pezzi migliori, ma della televisione di mezzo secolo fa. Un esempio dell’invasione dei topi? La Cenerentola di viale Mazzini, la radio, era un formaggio più piccolo, con meno potere e meno denaro della tv. Per questo, in via Asiago, c’era più libertà e gli autori di tutti i colori potevano sbizzarrirsi in varietà e radiofilm, osare programmi originali e distribuire emozioni e fantasie a un grande pubblico. Da molti anni i grigi sono sbarcati anche in radio. Gli autori radiofonici sono stati sterminati come pellerossa dai soldati grigi della tv, nell’assurda convinzione che un pupazzone del piccolo schermo possa essere anche un asso della radio, come se un pilota di formula 1 potesse vincere il Giro d’Italia. E in questo grigio agosto da topi, Carlo Conti è stato nominato direttore artistico di Radiorai. Non ho nulla contro il più gettonato dei pupazzoni di viale Mazzini, ma è una nomina che mette tristezza. La colonizzazione, anche quella della radio, è conclusa. Il formaggio finito. I grigi hanno rosicchiato tutta la fantasia italiana.

Questo è il vero scandalo. Ma nessuno si offende e nessuno lo dice.

 

 

UN TEMPIO DI TUTTE LE RELIGIONI

Ieri ventitremila musulmani hanno attraversato la dogana invisibile fra le religioni. Imam e fedeli hanno pregato con i cattolici nelle chiese italiane. È stato un gesto d’amore audace e potente della comunità islamica in memoria di padre Jacques Hamel, sgozzato sull’altare della chiesa di Rouen da due vigliacchi dell’anima. Non è un caso se ieri sera, sulla copertina del nuovo numero di Dabiq, la rivista della propaganda jihadista, c’era un fanatico con la bandiera del califfato che abbatteva la croce sul tetto di una chiesa. Ma il titolo “Rompiamo la croce” comincia a sapere di vecchio come la pubblicità in bianco e nero di una lavatrice fuori commercio. Voglio augurarmi che la comunità cristiana varchi a sua volta la dogana invisibile delle moschee. La fraternità fra i fedeli di diverse religioni toglie visibilità agli slogan del califfato e al loro vecchio western crociato. Quando un musulmano abbraccia un cristiano, “arrivano i nostri”, e non ce n’è per nessuno. Ma il mio sogno è ancora un altro, lo stesso di un maestro spirituale del secolo scorso, Paramahansa Yogananda, un grande mistico e poeta che trasmise all’Occidente i segreti dello yoga e coniugò in una sintesi illuminata i vangeli di Gesù con le Bhagavad Gita. Quello di fondare il tempio di tutte le religioni, la casa madre di tutte le fedi. Questo sogno si realizzerà inevitabilmente. Dio è uno e ha tutti i nomi del mondo. Basta iniziare dalle fondamenta di questo palazzo incantato e la fantascienza diventerà passato. Un giorno vorrei portare i miei nipotini, che ancora non sono nati, nel parco di un tempio di tutte le religioni. Buddhismo, Islam, Cristianesimo, Ebraismo, Induismo, Confucianesimo, Taoismo…tutte in un solo tempio incantato. In ogni parte del mondo. Con sacerdoti dai mille colori, di tutte le lingue, di tutte le fedi, di tutti i riti. Per i bambini sarebbe un luna park dell’anima. Per l’umanità l’inizio di una nuova era. E per l’Is e i suoi becchini, i seguaci della morte, la fine da loro stessi evocata. Polvere e oblio.

IL SEGRETO DELL’OMBRA

18 luglio – A Nizza i bagnanti sono già tornati sulle spiagge. Ogni volta accade così. Più è devastante il segnale di squilibrio del mondo e più in fretta possibile si ripristina la “normalità”. Lacerati nel profondo ricuciamo solo l’apparenza. Laviamo il sangue dalla Promenade des Anglais e torniamo a sdraiarci sotto il sole. Sono i governi che devono pensarci, qui sta l’errore, il nostro grave peccato d’ingenuità. Questi politici non sono in grado di rimettere in equilibrio l’asse del mondo, possono solo girare la vite della libertà fino a sopprimerla. Sono come le figurine dei calciatori che i giornali vendono nelle edicole. Il pensiero politico ormai è pari a quello di un calciatore intervistato dopo la partita. Il calciatore pensa di rifarsi alla prossima, il politico alle prossime elezioni. Sono opinioni da 90 minuti, pensieri dalla vita breve come quella di una farfalla. L’Isis mi fa meno terrore di quest’Occidente inconsapevole della profondità dell’abisso in cui si sta cacciando. Erdogan è rose e fiori in confronto a chi saremo capaci di votare in preda al terrore. La globalizzazione che ci avevano taciuto è in atto: quello che succede in Medio Oriente succede contemporaneamente in Europa. Per l’import-export del terrore globalizzato basta un tir con un pazzo al volante. Uno squilibrato globale. Dobbiamo comprendere che non esiste un “noi” e un “loro”, chi ve lo fa credere è un terrorista in abito blu che sta decapitando il futuro dei nostri figli. Anche l’autore della carneficina di Nizza era figlio nostro, un tunisino con residenza francese, depresso e instabile come molti di noi residenti nella parte più ricca dello squilibrio globale. Uno psicopatico di famiglia. La sola rappresaglia che dobbiamo fare è quella interiore. Non dimenticando ma ricordando. Facendo luce nella nostra ombra. I decapitatori dell’Isis li abbiamo prodotti noi, non il Corano. Perché se ho due figli, uno lo mando a studiare alla Bocconi, l’altro lo lascio crescere in una tendopoli in Medio Oriente e lo faccio bombardare anche in ospedale, il primo mi tornerà a casa con una laurea, il secondo con una bomba a mano.

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(Foto di Silvia D’Anna)

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