La solidarietà dell’odio

16 luglio – Ho scritto sul diario che la solidarietà dell’odio è molto più intensa di quella dell’amore. Ma oggi mi sento come quella poesia di Paul Éluard: “Tutta la pena del mondo, ed il mio amore addosso, come una bestia nuda”. Così mi siedo su una seggiola nella mia stanza. Non conosco nessuno nel raggio di cento chilometri da qui. Ripeto sottovoce: amore, amore, amore. Cento volte. Mi viene da piangere e bestemmiare all’ombra del male, delle stragi, della paura e della crisi economica che ci costringono a casa come in gabbia. Sollevo gli angoli della bocca con due dita, sorrido a forza, perché la felicità è un dovere, soprattutto per chi la vita l’ha perduta. Poi mi basta pensare a quelli di voimagg che diranno: «Ma questo è proprio un cretino colossale!» e mi viene un sorriso spontaneo, vero. Amore, amore, amore; cinquecento volte. Lo dico a te, lo dico a me, lo dico all’universo. Sono riconoscente anche all’odio che mi ha costretto su questa sedia a dire mille volte amore. Non solo a chi mi piace, soprattutto a chi non mi piace. Mi basta che uno solo di voi faccia lo stesso. (Avere ragione da soli è come avere torto). Mi basta che lei o lui si sieda a schiena dritta, nella sua stanza, occhi rivolti al cielo. E respiri amore, sorridendo di gusto a chi ci dà dello scimunito o del folle, credendo in questa potente parola ogni volta che la sussurra, un po’ di più. Così tu e io avremo illuminato l’ombra, in modo molto circoscritto, certo, ma la nostra invisibile solidarietà, a centinaia di chilometri l’uno dall’altro, sarà stata comunque più intensa di quella dell’odio. In ogni caso, nella peggiore delle ipotesi, ti sentirai molto meglio di prima e uscirai di casa con un sorriso nuovo.

(La foto è di Silvia D’Anna/il diario: “Un’anima a 7 euro e 99” lo trovi solo su www.amazon.it)

STIAMO DIVENTANDO SBIRRI E NON “MI PIACE” PER NIENTE

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Bella parola, discrezione. Sapeva di eleganza e di mistero. Quando non eravamo ancora degli sbirri che non si fanno mai i fattacci loro. Ci guardavamo da lontano con quelle facce un po’ così. Sconnessi. Fra noi c’era un braccio di mare. Eravamo isole. Dovevamo nuotare per attraversare le acque extraterritoriali dell’altro, aggirarne gli scogli, cogliere l’attimo della bassa marea di un sorriso, ma non approdavi in lui o in lei senza consenso. La conoscenza era un ponte fra due isole. Oggi è una trafficatissima autostrada.

Bella parola era, discrezione. Noi la chiamiamo privacy e l’associamo a rispetto. Ma due parole insieme non fanno un valore perduto. Viviamo nella civiltà delle immagini. A forza di guardare siamo diventati guardoni. La porta della discrezione, sfondata. Chi è così sprovveduto da incontrarsi senza rete, quando basta un giro di ruota preventivo in una bacheca? Frughiamo nei segreti altrui come topi nell’immondizia. Perché rischiare un tête-à-tête? Conoscersi stanca. Tanto chi siamo ce l’ha già detto Facebook. Mi basta nutrirmi dei tuoi rimasugli di vita nei cassonetti del tuo profilo. Non siamo cambiati, siamo solo peggio. Tutto è spiattellato e triste. Come un selfie al ristorante dopo aver alzato il gomito due volte (la seconda con lo smartphone). Sembriamo reduci del Vietnam, ormai abbiamo facce da bacheca. Segue commento immancabile: “Bellissimi!”. Anche accontentarsi di un complimento falso è una forma globalizzata di dipendenza. Stiamo diventando sbirri, ma più soli al mondo e più ingenui delle nostre nonne, però non riusciamo più ad arrossire come loro. Siamo disperatamente “social”. Spiare dal buco della serratura, zitti zitti e invisibili, ci eccita a sangue. Ma non ci stiamo conoscendo, ci stiamo solo aggrovigliando.

Io, a quanti piaccio, preferisco ancora il tu mi piaci.

Intanto il Gatto Mammone ci osserva sovrano dalle questure delle multinazionali, nei call center dei servizi segreti, nelle fobie di controllo ossessive dei governanti. Accantona i dati sensibili, si appropria dei nostri gusti, manipola i nostri interessi più intimi, abitudini, vizi, virtù. Smantella le nostre già fragili difese. Ci scheda uno per uno mentre ci lascia giocare a pagamento con i nostri gomitoli di cavi interconnessi. Quando arriverà il suo momento, tirerà i fili e ci mangerà tutti.

Il perché lo sai già. Perché “gli piace”.

ATTICO CON VISTA UNIVERSALE

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Oggi devo prendere l’aereo. Poco fa, distrattamente, chiudo gli occhi arrossati dallo schermo del pc e mi ritrovo al check-in nel mezzo di un attentato. Raffiche di mitra, feriti, onde di panico della folla, Allah akbar, una bambina con la maglietta turchese insanguinata mi corre incontro con le braccia al cielo, il tempo di afferrarla e metterci in salvo mentre alle spalle rintuonano le cinture esplosive dei terroristi. La scena è vivida e reale, la colonna sonora in presa diretta, i volti di attentatori e vittime così a fuoco che potrei farne l’identikit. Se non era vero, era la sequenza di un film di Oliver Stone: World Trade Center a Fiumicino. Pura immaginazione o preveggenza? Fantasia o sesto senso? Abuso di telegiornali e di superalcolici o telefonatina di Dio?
Sarà capitato anche a te. Che fai? Parti lo stesso o ti chiudi in casa? Io preferisco correre il rischio attentati che quello di perdere la libertà. Metti che (non sia mai) dovesse succedere per davvero e poi scoprissi al telegiornale che la bambina dalla maglietta turchese non si è salvata perché non ero lì? A che serve salvarci il corpo se per ogni attentato, ogni guerra, ogni vittima, una parte della tua anima muore? Non è retorica, non ho fatto il boy scout e sono un grande egoista. Ma, come te, sono anche un piccolo azionista dell’anima del mondo. Fallita quella sai che ci sbatte delle banche italiane?
Abbiamo la diretta Facebook, è vero, ma con la mente siamo all’asilo e viviamo nella preistoria del cuore. È come se il corpo fosse un grattacielo senza ascensore, sopravviviamo nei piani bassi senza salire quasi mai fino all’ultimo: la fronte, la nostra magnifica terrazza sull’infinito. È da lassù che poco fa ho visto il thriller dell’aeroporto, solo perché sono dipendente come tutti da una programmazione scadente e sanguinaria. Per fare un film universale ci vogliono concentrazione, volontà, purezza, e poi corri sempre il rischio di cadere. Ma la vita dalla terrazza del corpo è meravigliosa. Un giorno si scoprirà il tesoro che c’è nella fronte di ciascuno e che il cervello ha il potere di collegarsi in trasmissione con le terrazze degli altri grattacieli umani. Basta chiudere gli occhi per partecipare a una diretta del cuore. Meglio della finale dei campionati europei con l’Italia in campo, se Zaza e gli altri non avessero sbagliato il calcio di rigore.

* Non bisognerebbe mai dare per scontato un tramonto.
Diego Cugia: Un’anima a 7 euro e 99. www.amazon.it

IL TRAMONTO DELL’EGO

12241694_913151028732800_7226048647744441761_nLa sete di denaro, potere e celebrità, caratteristica del Novecento, è al tramonto. Il capitalismo non distribuisce più il dividendo che lo teneva in piedi: il sogno di diventare come il Capo, di mettersi in proprio, di sfondare. È come se ci avessero detto: «Certo che puoi diventare ancora ricco, celebre e potente, ma non sulla Terra però, su Marte». Il guaio è che nessuno di noi possiede un’astronave.
È tramontata anche la più modesta alternativa delle società industrializzate, il suo dividendo minimo (oggi impossibile da distribuire neanche come semplice sogno): rendere il futuro dei figli migliore del nostro. Un decente lavoro di massa, quello che con le loro industrie potevano offrire i grandi ego di una volta ai piccoli ego operai, gli Henry Ford in America o Giovanni Agnelli con la Fiat, è stato soppiantato dalle tecnologie che, per un solo posto di lavoro creato, ne distruggono cento.
La grande rapina è conclusa.
Non fatevi trarre in inganno dagli scippatori di denaro pubblico, di potere e di celebrità che, come sciacalli dopo il terremoto, si spartiscono i resti del bottino. Sono come Gloria Swanson in “Viale del tramonto”, decrepite dive di Mani Pulite, imitatori patetici degli anni Ottanta. Ma l’ego dell’uomo del Novecento è definitivamente tramontato. Quell’ego oggi lo detengono solo le multinazionali, la finanza con le sue banche e le mafie. Non siamo più ciò che possediamo perché siamo destinati a possedere sempre di meno. Anche se mai come oggi ci sembra di avere il potere di dire la nostra, di contare qualcosa, di partecipare al grande gioco con un semplice clic. Ma queste righe, per esempio, non potranno mai sfondare un muro eretto da un algoritmo deciso nella Silicon Valley, quello che mi impedisce di essere letto da chi non la pensa come me e non ha i miei stessi interessi, a meno che io non paghi per sponsorizzare questo testo e farlo conoscere a chi è diverso da me e ha interessi diversi, che era stato poi il vero motivo per cui avevamo tutti aderito a Facebook: allargare le nostre “amicizie”.
Se l’“avere” non può più essere il traguardo di oggi e dell’avvenire, (tranne che per lo 0,1 per cento di super-ricchi, le multinazionali o le mafie), l’“essere” s’impone come rivolta dell’uomo e come unico approdo sicuro del futuro dei figli. L’alternativa che, nel 1976, Erich Fromm pose al mondo: “Avere o essere?” è stata, in soli 40 anni, annientata dalla realtà. Ma attenzione, la rivolta dell’essere ancora non è neanche iniziata. Tutto è rimasto immobile. La televisione, la politica (che non dà segni di spiritualità) la società, noi. Ci aggiriamo come zombie dell’avere e non ancora neonati dell’essere. Siamo sicuri che è questo ciò che vogliamo? Quando la televisione generalista, rivolgendosi a milioni di persone, trasmette ancora la pubblicità di una fuoriserie destinata allo 0,1 del pubblico, non sai più se ridere o piangere. Tutto è vecchio, tutto da cambiare. C’è un mondo inesplorato e ricco, sotto le ceneri del vecchio ego. Possedere l’essere, spiritualizzare la propria esistenza, apparire semplicemente ciò che siamo, accontentandosi dello stretto necessario e con amore incondizionato per la vita. È questa la nuova frontiera che potrebbe cambiare gli equilibri del mondo, evitandoci guerre, terrorismo, carestie, tutte le ombre e gli affilati coltelli di un Occidente ormai tramontato.

NON CI RASSEGNEREMO MAI

Da Donald Trump all’Isis ormai si urla come allo stadio e ci si scanna come al mattatoio. In Italia anche le cose, quando le sfiori, gridano. Se le stelle si comportassero come facciamo noi col prossimo, l’universo ci cadrebbe all’istante sulla testa. Il bene ci scoccia, le porcherie c’inebriano. La Boschi che non ha dato la mano alla Raggi ha fatto più clamore sui giornali e alla tv dell’arresto del boss della ‘ndrangheta, il secondo latitante più ricercato d’Europa. (Ma forse ci siamo distratti perché stavamo guardando Gomorra). Il virtuale ci sta scimunendo. Votiamo non più per il nostro bene ma per mandare gli altri all’inferno. Quando sono gli altri a farlo come gli inglesi (così inglesi da non aver capito neanche dove fosse l’Europa e il giorno dopo tutti a cercarla su Google) reagiamo da mariti cornuti: «Vattene via di casa, subito!» E il cancelliere Osborne, poco fa, come se l’Inghilterra fosse nostra moglie: «Non c’è fretta. Uscirò quando sarò pronta!» L’anima del mondo è in grave pericolo.
Immaginatevi se oggi, a Italia-Spagna, tutti i calciatori si mettessero a giocare a tennis. Perché non proviamo lo stesso stupore per come sta girando irresponsabilmente la nostra vita? Giriamo per strada come bambini sonnambuli col coltello da cucina in mano. Siamo feroci perché non possiamo più spendere come una volta. Ci hanno fregati, quest’è vero, ma ora? La mediocrazia degli irresponsabili ci governa, il nostro dio è un portafoglio senz’anima. Noi, anime senza portafoglio che si sbranano per riaverlo. Abbiamo raggiunto il pianterreno dell’inferno.
Pensavo così in un vecchio stazzo in Sardegna che un’amica mi ha prestato per qualche giorno, senza tv, senza internet, seduto da solo a un tavolo in cortile, mentre un passero rifiniva il suo nido con un’opera ingegneristica superiore alla passerella di Christo sul lago d’Iseo, ma che nessuno celebrerà mai. La sua compagna covava. Lo stazzo era abbandonato fino all’arrivo dell’intruso. Avevano fatto il nido accanto all’ingresso, in cima a un ombrellone chiuso. Come mi avvicinavo alla porta, fuggivano via lasciando le uova in pericolo. Poi mi spiavano, roteando gli occhi, preoccupati e attenti come telecamere nascoste tra gli alberi. Rimanendo seduto immobile, respirando piano, li ho rassicurati e abbiamo preso confidenza. Se mi sedevo due metri più in là (basta poco) la mamma ritornava al nido. E il papà si accomodava su un bracciolo della sedia di paglia vuota di fronte alla mia. Nei loro infiniti volteggi, ripensamenti e improvvisi slanci da eroi per accudire ai passerotti nascenti, per qualche giorno quel nido in Gallura è stato per me l’anima del mondo. Possiamo accudirla soltanto curando ciascuno la nostra, in meditazione, da soli e

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solo per il bene di tutti, se vogliamo risalire da quest’inferno, se desideriamo ancora lottare per un futuro felice per noi e i nostri figli.

* “Ci chiamano i Senza Padre, dicono che siamo barbari, ma non ci siamo venduti. Siamo i nostri che stanno per arrivare in soccorso di uno sconosciuto. Gli daremo quello che a noi hanno tolto. Non ci rassegneremo mai”.
(Un’anima a 7 euro e 99 puoi prenderla solo su www.amazon.it Il libro arriverà a casa tua in pochi giorni. Ma puoi leggerlo subito, scontato, anche in e-Book. Grazie a chi lo fa).

SENZA SPIRITUALITÀ LA POLITICA UCCIDE

J014-los-angelesOgni secondo che passa qualche famiglia italiana sparisce nell’indifferenza. Tutto è fatto a misura dei benestanti perché oggi ogni cosa è in vendita, il materialismo ha invaso tutte le arterie della vita, è il vero colesterolo delle persone. Ma ogni secondo che passa, dieci, cento, mille italiani spariscono nell’indifferenza. Occuparsi di loro? Per le regole del materialismo è tempo perso. Non portano voti, non fanno audience, non possono più consumare. E poi la povertà è come la morte del vicino di casa. Il giorno dopo non lo vediamo più alla riunione di condominio, finito. Ma non è così facile, credetemi. Perché quei dieci, cento, mille che non possono più pagare l’affitto, o la luce, o le medicine, sopravvivono ancora, sapete? Sono gettati per le strade, in qualche ricovero, i più fortunati nello scantinato di un amico, invisibili per la vergogna di non avere più soldi in circolo nelle arterie, quindi di non servire più a niente, neanche ai figli. Perché in Italia, oggi, ci si tramanda solo il denaro.
Tutta la nostra classe dirigente è composta da materialisti. Basta accendere la tv per averne conferma. Siamo sotto il bombardamento delle nuove povertà di questa terza guerra mondiale scatenata dai soldi, e loro sono indenni, tutti. Perché tutti, indistintamente tutti quelli che vedete sullo schermo sono protetti come in un bunker. Quando parlano di povertà è come se provassero a parlare in sanscrito. Ma così non se n’esce, così perderemo la guerra e tanta brava gente. L’unico statista italiano è un papa argentino. Francesco, che giorni fa ha detto una frase immensa che in pochi hanno colto: per combattere la fame c’è bisogno di sognatori.
Va bene parlare delle buche di Roma o dello stadio, della riforma costituzionale e della metro, dei giochini incalliti di D’Alema per far fuori Renzi votando la Raggi, (come conferma Repubblica stamane), tutto è lecito, anche quando fa schifo, ma la priorità è tutt’altra: l’ingiustizia sociale. Nessun altro obiettivo è lecito se prima non ci si occupa tutti di questo grande illecito.
È da delinquenti (o da materialisti puri) acconsentire che i nuovi poveri spariscano nell’indifferenza sociale assoluta. Le religioni non m’interessano ma la spiritualità sì, molto. Non siamo ciò che possediamo, siamo l’anima che doniamo. I veri politici devono donarsi. I veri politici sono dei missionari laici. L’Italia, per salvarsi, ha bisogno di una classe dirigente meno materialista e più spirituale. È questa la forza alla quale hanno sempre attinto i grandi statisti nei momenti più bui della Storia. Gli americani, dopo averci bombardato e distrutto per liberarci dal nazifascismo, ci hanno aiutati a risorgere. È il momento che gli italiani, se non vorranno essere ritenuti complici di questa crisi che miete migliaia di vittime invisibili, entrino in rivolta e caccino il nazifascismo del cuore, per liberare se stessi e i loro fratelli in difficoltà. È questa l’unica vera ripresa per la quale vale la pena di combattere, a rischio di perdere la poltrona. Ogni politico, con uno straccio di spiritualità, non può fingere più di non saperlo.

ATTENTI AI PURI

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Il male è sporco, il bene è puro. Ce l’hanno spiegato da bambini. Ma le cose forse non stanno così. Chi si ritiene più puro degli altri può uccidere prima ancora dei cattivi nati, come questa faccia d’angelo che ha sterminato in una notte 50 ragazzi gay. La purezza che non perdona è più pericolosa del male. È una purezza senza scampo. I mafiosi, a volte, si pentono. Gli angeli della morte mai. Piuttosto si uccidono al termine dell’opera nera, convinti di essersi guadagnati la luce del paradiso. Diffida di chi non ha mai sbagliato, di chi non sa ridere di se stesso, di chi si giudica innocente, di chi non si assume la sua parte di responsabilità nel male della storia, ma sa solo gridare è colpa loro. Diffida di chi si crede dio, di chi giudica e condanna a suo nome gli infedeli. E di tutti quelli che si ritengono superiori per il colore della pelle, per sesso, per ceto, per religione, per denaro o per appartenenza politica. Fidati solo di chi sbaglia, di chi perdona, di chi si mette in dubbio, di chi ammette – soprattutto se non è vero – è stata anche colpa mia. Fidati di chi, avendo attraversato il male, sa come tenerlo a bada e, pur non essendo puro, sceglie il bene. Perché il male si lava in se stessi, non col sangue degli altri.

LA TERRA DEI DUE SOLI

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Sono stato tre giorni in Puglia con due grandi valigie di cartone di mio nonno piene zeppe di copie del mio libro comprato in America su Amazon. Ho attraversato il Salento da commesso viaggiatore di anime. Sono stato accolto come un figlio e dopo quattro incontri con i lettori a Parabita, Leverano, Campi Salentina e Nardò sono tornato a Roma con due grandi valigie vuote, ma piene di luce. Ho scoperto il segreto del sole nel Salento, svegliandomi all’alba.

Alle cinque del mattino ogni cosa era già illuminata come in Africa a mezzogiorno. Possibile?

Sono uscito stralunato dal mio Bed and breakfast.

Ho camminato in un campo dove gli ulivi mi guardavano come bambini appena svegliati. C’era il sole, ma la luce era doppia, non veniva soltanto dal cielo ma anche dal basso, come se camminassi su un oceano smeraldino illuminato dagli abissi.

C’era qualcosa che luccicava fra una zolla e l’altra, un disco d’oro, e ho frugato nell’erba.

La mia mano stava per prendere fuoco e un raggio di sole mi ha quasi accecato.

Sottoterra, nel Salento, vive un sole segreto. Sorge dalle radici della terra e combacia, all’alba e al tramonto, con il sole di sopra. La luce si schiaccia fra i due soli, come un panino imbottito di raggi, e si espande all’infinito finché ogni più piccolo spazio, ogni donna, ogni uomo, è interiormente illuminato. Il sole del Salento è orizzontale. Non solo come nel resto del mondo, ma in coppia. Non è verticistico, tirannico, ma è un sole duplice e fraterno.

Il Salento è la terra dei due soli.

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ATTENTI, STATE TORNANDO FASCISTI

Attenti, state tornando fascisti. Lo siete quando delegittimate il prossimo, colpevole di non pensarla come voi; quando accusate tutti di essere ladri, corrotti, voltagabbana, dimenticandovi che anche voi siete tutti. E che nel vostro passato ci dev’essere sicuramente qualche macchia, altrimenti l’Italia non potrebbe essere così tanto sporca. Attenti, state tornando fascisti. Quando esaltate solo le vostre idee e denigrate tutte le altre, o solo i vostri rappresentanti politici e sbeffeggiate tutti gli altri, e chi non è con voi è contro di voi. Attenti, state tornando fascisti. Quando prendete di mira qualcuno perché ha detto o fatto qualcosa che non vi garba, e invece di esprimere la vostra opinione in maniera civile lo assalite in branco, ricoprendolo d’insulti e di pubblico disprezzo. Attenti, state tornando fascisti. E attenti anche alle parole che usate. Asfaltare oggi vuole scherzosamente significare sconfiggere o distruggere in modo eclatante, con schiacciante superiorità. Lo usate tutti, da una parte all’altra. Ma il suo significato resta quello di ricoprire con l’asfalto, come le vittime della mafia asfaltate sotto il manto stradale o come i rifiuti tossici. Diffidate di tutto ciò che è eclatante, schiacciante, superiore agli altri. E sedetevi, ogni tanto, dalla parte del torto. Riconoscerla è semplice: è la tribuna dove c’è meno gente e le seggiole sono un po’ sconnesse. Se è deserta, sedetevi subito, chiedetevi: come mai? Nessun leader e nessun partito potranno mai darvi l’Italia che sognate, se prima non avrete abbassato il vostro dito inesorabile puntato contro gli altri, gettando dal piedistallo il vostro ego più miserabile, quello in camicia nera. Attenti, state tornando fascisti. Dichiaratevi una guerra civile interiore. Diventate partigiani.

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ANCORA NESSUNA NOTIZIA DEL BAMBINO ABBANDONATO NEL BOSCO DEGLI ORSI

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Sabato scorso, mamma, papà e il loro unico figlio vanno in gita nel bosco. Il bambino ha sette anni e lancia sassi contro le auto di altri escursionisti. «Smettila immediatamente!».
Yamato non smette.
Siamo in Giappone, isola di Hokkaido. Assiste alla litigata il monte Komagatake che li sovrasta dal cielo come un antenato, un bisnonno solenne, un gigante di 1200 metri d’altezza.
Il bosco sottostante è il regno degli orsi bruni.
«Non smetti? No? Adesso guarda che ti succede!».
Il padre afferra il bambino per mano. Si addentra a passi militari nella boscaglia. Vuole correggerlo, impartirgli una lezione di vita. Tiri le pietre? Non rispetti le regole? Vivi nel bosco, allora, da solo e senza regole come vuoi tu!
«Papà? Papà?»
Silenzio. Suo padre l’ha lasciato da solo. L’ha fatto per davvero. Se n’è andato.
Mai Yamato si era sentito così poco amato.
Con rabbia si addentra nel bosco, in direzione ostinata e contraria a quella del padre. “Non mi vedrete mai più”. Ma nel suo cuore si sta già facendo notte.
La mamma, vedendo il papà tornare da solo, esce dall’auto: «L’hai lasciato laggiù? Ma è così piccolo!»
«Piccolo? Poteva uccidere qualcuno a sassate!»
Cinque minuti dopo il padre ci ripensa. Torna indietro a passo veloce. Crede nell’educazione rigida, stavolta gli è scappata la mano, Yamato è il suo bambino, l’unico figlio, la sua eternità. Metti che si sia imbattuto in un orso! Comincia a correre. Troppo tardi, il suo bambino è scomparso.
Oggi è giovedì. Cinque giorni dopo. Mentre scrivo, i coniugi Tanooka e 200 soccorritori stanno ancora cercando il bambino che lanciava le pietre. Non aveva con sé né cibo né acqua. Indossava una maglietta blu sui pantaloncini neri, in quel bosco dove la temperatura, di notte, scende fino a sette gradi sottozero. All’inizio i genitori avevano mentito con la polizia come fanno i bambini in famiglia. «Era andato a cercare fragole!». Temevano di essere puniti dalla legge con lo stesso rigore usato da loro verso il figlio. Poi hanno ammesso la colpa. Adesso la scontano ogni secondo che scorre senza Yamato.
Mi auguro che oggi o domani, per il Giappone, sia una giornata fantastica in cui un bambino che lanciava le pietre sarà ritrovato sano e salvo. Che gli orsi siano per lui quello che mamma e papà non sono stati. E mi auguro, per il mondo intero, che noi adulti ritroviamo il nostro bambino interiore perduto nel bosco, lo pigliamo per mano, e gli togliamo con dolcezza la pietra che ogni giorno ci scaglia a ragione perché stiamo andando nella direzione sbagliata.

*NdA Yamato è stato ritrovato sano e salvo il giorno seguente (3 giugno). Si era nascosto per una settimana in un fortino militare abbandonato, a sei km da dove il padre l’aveva lasciato.

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RAGAZZE IN CROCE

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Le donne sono un secolo avanti rispetto agli uomini. Sono cacciatrici, osano avventurarsi nell’ignoto con leggerezza e senso della sfida.

Il maschio è terrorizzato dall’indipendenza femminile. Persiste a sognare la donna come non è più e come, in verità, non è stata mai.

Per un maschio irrisolto la donna è la Madre Eterna. Ritiene che a lui solo sia concesso il libero arbitrio del Bene e del Male. La Questura Maschile è l’unica autorizzata a rilasciare la relativa patente. O sei Madre (mia) o sei troia (di tutti). Se sei mia devi essere entrambe: prima provocante e immediatamente dopo rassicurante. Il maschio è spaventato, la donna per nulla. Per spaventare una donna, il maschio deve violentarla o ucciderla.

Da un pezzo le donne si sono sottratte al giogo delle proiezioni maschili. Viaggiano da sole, con un vestito d’estate e una valigia leggera; se il compagno diventa un bagaglio ingombrante, lo mollano per strada, vanno avanti senza o ne scelgono un altro.

Sono madri per i loro figli non per i loro mariti.

Il dolore che il rifiuto delle donne provoca nei maschi poco evoluti è lancinante perché risuona nel loro Dna come se “non ti voglio più” l’avesse detto la Mamma Eterna, la Madonna dei Maschi, non Sara, non Donatella, non Maria Luisa o Federica, donne vere, di carne e anima, che essi hanno conosciuto male e amato poco, perché le hanno trasfigurate in qualcosa d’immenso, che non le riguardava. Era il lato femminile persecutorio dei loro “ego” irrisolti.

La terribile immagine di Sara arsa viva, è il rito finale del maschio primitivo, il Colosseo del maschile: se non sei più mia, ti brucio e ti sacralizzo. Piuttosto che riconoscerti come donna libera e indipendente, ti trasformo in martire e santa, così che l’immagine che ho di te, di Madre Eterna, resti per sempre inviolata.

Gli atti criminali contro le donne aumentano via via che il femminile conquista spazi di libertà sempre maggiori.

Al di là della riduzione in carcere di questi assassini che cosa possiamo fare?

In famiglia e a scuola dobbiamo trasmettere ai bambini il lato meraviglioso del Sé, che nei maschi corrisponde al riconoscimento del femminile nella propria anima. Ad accoglierlo come una festa e non più come un’ombra o una vergogna, perché il femminile è la madre, non “nostra”, ma di tutte le emozioni, della creatività, della più selvaggia e feconda fantasia. Senza il suo influsso temperante, l’anima-Padre, regno della ragione, della saggezza, del discernimento, rischia di degenerare sul versante guerrafondaio, dell’imperio e della forza bruta.

(A Sara, con amore infinito).

EDUCAZIONE DI UN DEMONE

Primo: scoprire il proprio demone. Accertarsi che sia proprio lui (un buon demone finge sempre di essere un brav’uomo). Secondo: non tentare di scacciarlo. Anche lui siamo noi e nessuno può cacciarsi da casa sua. Terzo: giocarci un po’. L’abbiamo lasciato al buio sin da bambino e non è felice. Attenzione però a non cedergli del tutto le redini del gioco.
Quarto: integrarlo nella nostra personalità. Anche i demoni come i rifugiati politici hanno pari diritti e va loro riservata un’accoglienza degna di questo nome.
Quinto: educarlo e insegnargli quattro regole. Quali, lo sapete voi. Avvisarlo -en passant- che un giorno o l’altro gli presenteremo il suo vicino di casa, un tale detto Angelo. (Di solito il demone a questo punto scalcia e spuzzetta in modo nauseabondo. Non spaventarsi né troppo né poco, ossia non sovrastimarlo e neppure sottostimarlo).
Sesto: imparare da lui qualche vizio nuovo. (Ma avvisare l’angelo che state per farlo e pregarlo di non abbandonarvi mai). Questa pratica si chiama “rilassamento del demone” e serve a preparare la mossa successiva.
Settimo: quando il demone ci comincia a tiranneggiare di brutto e spadroneggia in nostra casa, far suonare alla porta. Chi è? Ah, ecco, è il vicino che ti volevo presentare! (Lasciate fare all’angelo, e non mettetevi in mezzo per nessun motivo).
Ottavo: entrate in scena e affermate con serena certezza che voi e nessun altro siete il padrone di vostra casa, che Angelo e Demone saranno graditi ospiti per l’eternità ma che sarete solo voi, dopo averli consultati, a prendere ogni decisione. (Attenzione all’angelo, potrebbe offendersi e andarsene. Servitegli un tè molto zuccherato e un’oliva Saclà, ne sono ghiottissimi, ma è un segreto della fede, non divulgatelo o sarete immediatamente trasformati in una macedonia).
Nono: cominciate una vita nuova in tre, sparigliandoli spesso: chiedete all’angelo di tentarvi e costringete il demone a parlare di argomenti spirituali che lo faranno sbadigliare in modo disgustoso.
Dieci: d’ora in poi cercate di vivere in stato di grazia ma abbiate sempre molto rispetto del vostro demone e ogni tanto fatevi con lui un giretto all’inferno. Non vi darà più fastidio come prima, vi ammalerete molto meno e scoprirete, man mano, che l’angelo è capace di fare battute oscene divertenti e che anche i demoni sanno pregare, e quando lo fanno sono estremamente nobili e commoventi.
Questo è tutto.

*** La lingua batte dove il Dante duole.

(Pagina di diario tratta da “Un’anima a 7 euro e 99”. Puoi acquistarlo solo su Amazon).

TROTTOLINI DEL SI E DEL NO

Perché noi italiani, politicamente, sembriamo pappagalli ammaestrati? Come mai i nostri cervelli ondeggiano come stomaci gonfi di birra di tifosi del Liverpool? Possibile essere condannati a oscillare eternamente come scimmie a una liana, saltando dall’odio tribale all’idolatria più nefasta verso questo o quel personaggio o movimento politico? E se fosse così (se ci comportiamo come bestie da terza elementare, e io credo proprio di sì) non disponiamo forse della classe politica più adeguata alla nostra ridotta capacità di discernimento? Voglio dire, di chi è la colpa se non solo nostra? Immaginiamoci che il migliore statista dell’universo fosse eletto domani presidente del Consiglio. Non sarebbe sbranato in meno di sei mesi, con un rito orgiastico collettivo di notizie false, pettegolezzi e malignità? O, per converso, idolatrato al punto che anche Dio in persona, di fronte a questo mare di servi, finirebbe per acconsentire a diventare il loro tiranno?
Non mi sono mai illuso sul nuovo che avanza, né sulle rottamazioni. Vedo un sacco di gente che grida “Onestà! Onestà” ed è corrotta dentro (a sua insaputa, come l’ex ministro Scajola con la casetta al Colosseo). Mentre migliaia di italiani perbene in questa giungla di slogan, corrotti e grida non riescono ad avere più rappresentanza in Parlamento. Non hanno specchi istituzionali. Nessuno.
Ieri, per esempio, Matteo Renzi, trottolino amoroso dudù dadadà, ha aperto a Bergamo la sua campagna referendaria. E Renato Brunetta, trottolino odioroso dudù dadadà, si è precipitato anche lui a Bergamo per avviare la campagna contraria. Ma che è, un fumetto di Walt Disney? Non è scemo un paese così?
Scommetto che il 95% degli italiani non abbiano la minima idea del perché sono già tutti belli e schierati per il Sì o per il No. Troppa fatica studiarsi la Costituzione e gli articoli riformati. Tutti quelli a cui Renzi sta sugli zebedei gridano “al rogo la riforma, guai a chi tocca la Costituzione”, e tutti gli altri “evviva trottolino amoroso dudù dadadà!”. Dubbi? Zero, da una parte e zero dall’altra. Non vi puzza? Non vi puzza, se siete camerati o comunisti, votare insieme spalla a spalla? E non vi puzza altrettanto che, chissà, la riforma forse potrebbe essere meglio che lasciare le cose come stanno? A me sì, puzza, non l’ho ancora capito (anche se intuitivamente lascerei la Costituzione com’è) ma prometto di studiare, mamma Italia, anzi lo giuro solennemente sulla Costituzione.
Scendiamo dagli alberi, facciamo tre passi indietro, rifiutiamo di farci manipolare, svuotiamo il cervello dalla birra delle tifoserie contrapposte e pretendiamo che il servizio pubblico ci spieghi, con semplicità, le ragioni del Sì e quelle del No. E se non lo fa (perché è più conveniente lasciarci appesi alle liane) documentiamoci sui giornali o in Rete da fonti obiettive e attendibili. Ma senza quest’odio verso chi la pensa in altro modo, senza questo folle livore che ci sta riportando al primo gradino della scala del sapere. Buona domenica e “Angaua” a tutti, come diceva Tarzan chiamando Chita.

CHIAMA LA VITA

Tutto ciò che c’è di più grande, di puro e di bello è nascosto agli occhi ed al cuore. Parliamo di scandali e di denaro, crediamo solo nelle brutte notizie, illudendoci di essere diventati smaliziati e forti. Ma è il cinismo dell’infelicità. La vita vera che sognavamo tace in disparte, non reclama mai la nostra attenzione e non si manifesta con tutta la sua potenza come il male. Si nasconde dietro le apparenze, attende la nostra chiamata, umile, coraggiosa, paziente, perché vuol essere scelta e desiderata senza chiederle nulla in cambio, proprio come vorresti essere amato tu. Scoprirla non è facile quando tutti la cercano in direzione opposta, pronti a idolatrare un’illusione dopo l’altra. Ma devi provarci, subito, ora. Se non rischi la solitudine, il gelo o l’indifferenza degli altri per conquistare il tuo tesoro, che sei venuto a fare a questo mondo? Cresci da solo, ogni notte, come un fiore nel deserto. Chiama l’amore contro il vento gelido, con tutta la tua forza fragile ma con la stessa fede che avevi in tua madre quand’eri bambino. Tutto ciò che c’è di grande, di puro e di bello ti correrà incontro e scoprirai che la vita non aspettava altro che te. Dille di sì, per sempre. E niente e nessuno potrà distruggere mai la vostra unione.

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IL PAPA MATADOR

La Rete ha un nuovo nemico: papa Francesco, ritenuto colpevole di aver attaccato gli animali. Il branco condivide a testa bassa e sul web volano le ingiurie contro il “pagliaccio bianco”, come se fosse vestito da matador e infilzasse cani e gatti in San Pietro, plaza de toros. Non sono cattolico, amo e rispetto gli animali, siedo fra gli ultimi, mi batto per le cause perse. Questa è una di quelle, lo so già, però mi alzo in piedi lo stesso, anche se il branco mi travolgerà, il Papa non ha certo bisogno di me, non sia furbo farlo e non sono un eroe. Ma lo farei anche se le stesse parole le avesse pronunciate Pinco Pallo o una formica volante. Che ha detto veramente Francesco? Ha parlato a braccio in una lingua non sua, questo argentino sul quale il branco fa ricadere, non da oggi, il sangue di migliaia di desaparecidos, perché sarebbe stato amico degli infami assassini militari. Eppure basta informarsi senza malizia per scoprire che è una sciocchezza. Francesco ha detto (l’ho trascritto fedelmente dal video): «Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti e ai cani e poi lasciano senza aiutare la fame del vicino, della vicina.» Intendeva dire: abbiate compassione delle donne e degli uomini che soffrono la fame, e vi vivono accanto, non solo dei vostri gatti e dei vostri cani. Non ha detto: meglio impiccare il gatto al balcone e dare una matriciana ai poveri. E non ha neppure detto che non bisogna amare tutte le creature allo stesso modo. Ma che è più facile amare un gattino e dargli il Kitekat che avere un profugo siriano seduto sul sofà e condividere con lui pranzo e cena. Adesso pensatela come vi pare, ma secondo me papa Francesco voleva dire solo e semplicemente questo. Amen