Amore anche per legge

Oggi sono omosessuale e sono felice perché il mio amore verso persone del mio stesso sesso è un amore come tutti gli altri anche nel mio paese. Oggi sono eterosessuale e sono felice perché l’amore per la donna con cui convivo ha pari dignità, pari diritti, pari doveri a quelli di una coppia sposata. Oggi sono cristiano, desidero che Dio benedica il mio matrimonio e lo renda indissolubile, e sono felice perché le mie sorelle e i miei fratelli non credenti possono realizzare il loro progetto d’amore con la protezione della legge. Oggi sono solo e gioisco della vostra gioia, perché nessuno potrà più limitare, deridere o giudicare il mio diritto-dovere di amare chi voglio e di farlo felice.

PICCOLI INFAMI

Il direttore del Tg 4 ha scritto che bisogna radere al suolo il palazzo dove viveva Fortuna, la bambina vittima di un pedofilo e dell’omertà di alcuni inquilini. Ma che c’entra radere al suolo il palazzo? Come diavolo ti viene in mente? Di questo passo, i detenuti che hanno massacrato di botte il presunto assassino andrebbero liberati per buona condotta! Come puoi, pur di far chiasso mediatico, eccitare all’odio sulla tomba di una bambina? Sei il direttore di un telegiornale,  non stai allo stadio a fischiare l’arbitro per un gol annullato, controllati.

Nelle stesse ore, alla radio, Cristiano De Andrè veniva intervistato sul suo libro autobiografico da un altro piccolo infame: «Ti droghi ancora?…Ma l’eroina la fumavi o ti bucavi proprio? Con l’ago, sì? Ah, con le pere?…E la cocaina? Ti fai ancora? Qualche volta? Mmm. Ma ti fai anche adesso? No? …Vuoi parlarmi di tua figlia?», parole come perline di un rosario nero distribuite con la spiccia insolenza dell’ego-conduttore, perché era solo la propria autobiografia ad andare in scena, non quella del figlio di De Andrè, ma il suo male irrisolto, proiettato sull’ospite e comunicato al pubblico. Cristiano ha resistito, poi c’è cascato. L’ha mandato a cagare. E il saltimbanco da fiera delle cattiverie s’è portato a casa la pagnotta.

È un vero peccato che delle personalità intelligenti si riducano a fare le marionette dei propri bassifondi. “Radete al suolo quel palazzo!” e “Ti buchi ancora?” sono parole che saltano come ranocchie in uno stagno di porci.

Il male è un grande spettacolo, il male è l’antagonista di Dio, questi sono figli di un male minore, piccoli infami, sporcano dappertutto. E poi bisogna pulire! come dicevano le mamme delle quali avrebbero ancora bisogno.

Sono pulcinella del male, ma purtroppo ci imbrattano, come quello che ha invitato nel suo pubblico baraccone il figlio di Toto’ Riina per farsi e fargli pubblicità, e poi lasciarlo sguazzare a piacimento nel suo brodo familiare.

Mentre i morti per mafia stanno a guardare.

Buon 1 maggio!

Il giorno della festa dei lavoratori, vorrei che simboleggiasse anche un appuntamento al 1 maggio del futuro, per tutti quelli che un lavoro non ce l’hanno, non l’hanno mai avuto o l’hanno perduto. Abbiamo gli occhi fissi dietro la nuca, alla sicurezza di ieri, mentre  il mondo stava cambiando e non ce ne siamo accorti,  perché  ne vediamo solo il male, la precarietà, i licenziamenti, la paura di ciò che potrà succederci. In ogni mondo nuovo, però, c’è il polo positivo oltre che il negativo. È questo polo positivo che dovremmo focalizzare con tutta la potenza visionaria di cui, noi italiani, siamo dotati: visualizzarne tutte le opportunità nascoste, che ancora non scorgiamo, con assoluta fiducia nella nostra creatività. Ci sono nuovi lavori da inventare, ricchezze ancora sommerse, potenzialità inimmaginabili fino a ieri, perché la rete delle relazioni è pressoché infinita, ma se usiamo la pasta, le emozioni, i colori sbiaditi del passato, rimarremo ciechi e improduttivi. L’incapacità dei politici, di molti fra loro, a non saper visualizzare il mondo inedito e le opportunità da esso offerte, non deve impedire di cominciare a farlo ai migliori di noi. Questo non è un tempo da nostalgici ma un tempo da pionieri. La “ripresa”, così come l’abbiamo vissuta nel Novecento, non tornerà  più, non ha senso indulgere in un’attesa impossibile. O rinfacciarsela nei talk-show. Per un nuovo orizzonte di benessere c’è bisogno, soprattutto, di una crescita spirituale di ciascuno di noi, che possa produrre una visione meno egoista e materialistica del mondo. Solo questo può generare una distribuzione più equa della ricchezza e un rilancio del lavoro. Non è utopia, ma fabbisogno per vivere. Senza la concretezza del vero fabbi-sogno, e la tenacia di realizzarlo, vivremmo ancora nelle grotte. Molti giovani hanno messo da parte i dolcetti di mammà e il rimpianto del posto fisso di papà, e si stanno misurando corpo a corpo con l’avvenire, qualcuno in Italia, molti all’estero. Invece di rimpiangere desueti modelli d’impiego (e i loro bonus esistenziali) la doccia gelata della crisi, svuotandoci fin dentro le ossa, permette oggi di caricarci di una forza nuova e di una rivoluzionaria edizione di noi stessi. Rinascere in questo nuovo mondo non è facile ma, potete giurarci, è molto più gioioso che ruminare sul passato, protestare e basta. La crisi non deve farci paura, è lei che deve avere paura di noi.

PLIN-PLIN

Ho visto, sere fa, Maria Elena Boschi ospite di Lilli Gruber. Non c’era critica, a lei o al suo partito, che la scalfisse. L’accoglieva in modo “chic” e, ostentando radiosa serenità, riproponeva, senza rispondere in merito, tutte le cose buone, vere o presunte, fatte dal Pd. Ammettere colpe, errori, omissioni (secondo i sapientoni del marketing) fa perdere voti. Ma ne siamo sicuri? Quasi tutti i politici italiani fanno come la ministra (i più puri dei puri compiono disastri invisibili anche peggiori) e pure noi, quando qualcuno ci sospetta di qualcosa, vera o non vera, restiamo apparentemente calmi (ma lo siamo?) mentre il nostro ego ferito invia squadre di pompieri a spegnere l’incendio. O un killer per incenerire il piromane. Però, ogni volta che si professa innocenza, guarda un po’, casca un’altra mela bacata dall’albero. È un caso? Così è venuto giù il presidente del Pd in Campania con altre nove mele: nove arresti per corruzione aggravata. Se i governanti ammettessero sinceramente (non come volpi con l’uva) di non essere stati all’altezza delle aspettative, e ne chiedessero pubblicamente scusa, manifestando la volontà di rimettere mano ai propri errori, tutti, anche i detrattori ad oltranza della Boschi e di questo governo, ne trarremmo un buon esempio, e chissà, forse li voteremmo, gli daremmo fiducia, quando ci sarà, finalmente, consentito di farlo. Essere umili e autocritici, non maschere di gesso, andrebbe insegnato in famiglia e nelle scuole, come l’inglese o la geografia. Se prima di annunciare le riforme in arrivo, si convocasse una conferenza stampa per denunciare i propri errori, respireremmo tutti un po’ di aria fresca in Italia. Naturalmente non basta dire “ho sbagliato”. Bisogna contemporaneamente mettere in pratica il contrario. Se si illude e poi si contro-illude, tanto vale fare come la Boschi: sentirsi belli fuori e belli dentro, come l’acqua Rocchetta, assolversi in tutto e per tutto, e poi correre a fare plin-plin.

BUON ETERNO DIVERTIMENTO, RAGAZZI!

Above_GothamCredo che nessuno di noi nasca per caso, ma che un fascio di atomi stellari, irradiati dalla nostra volontà di vita, abbia scoccato una freccia, una stella cometa piccola piccola come un’indicazione stradale, ma che ha colto precisamente il bersaglio prescelto: siamo qui, ora, perché qui e ora avevamo voluto, allora, manifestarci. Lo sentivamo. Era la nostra occasione.
Volevamo che la nostra freccia-cometa centrasse quel corpicino in procinto di nascere, fra miliardi, e ne incendiasse, con la nostra anima, il cuore.
Qual era lo scopo di quest’ultima missione? Perché sei qui?
Chiederselo incessantemente, invece di vagare per il pianeta con la faccia di scimmie in gita a New York, dovrebbe essere il nostro principale dovere e piacere. Che ce l’eravamo dimenticati nell’atto di nascere è ovvio: la vita è un film della durata media di un’ottantina d’anni, con un’alternanza di scene di tutti i generi: avventurose, epiche, drammatiche, comiche, sentimentali e fantasy. Chi mai resterebbe chiuso nel cinema Terra per tutta la sua vita se già conoscesse la trama e il finale? Se ne tornerebbe di corsa, sbadigliando, fra le stelle.
Ma quella domanda, l’unica che conti, è ineludibile (fra il primo e il secondo tempo, soprattutto fra il secondo e il terzo): «Perché sono qui? Rivela te stesso e lo scopo della tua missione. Rivela, rivela, rivela…». Questa la chiamo realtà. La vita è pura immaginazione. Perché sono qui? Tutto il resto è cinema, per tutti i gusti e tutte le età.
Il finale non può essere la morte, scontata, prevedibilissima, mentre la vita quasi mai lo è, per nessuno. Quale grande regista si rincitrullirebbe al punto da far morire, dopo aver offerto un così immenso spettacolo, tutti i suoi personaggi? Si tratta di un nuovo inizio, un rito che si succede in tutti i tempi, semplice ma inevitabile. Nel preciso momento in cui il film “finisce”, il nostro io stellare scocca una freccia, più levigata della precedente e più precisa. Colpisce il futuro più adatto, il corpicino che ci occorre, il luogo per sperimentare le nuove esperienze che dobbiamo farci. Motore! Partito! Ciak! Azione! Rinati.
In realtà non si tratta di un unico film, la vita, ma di una serie televisiva stellare della quale siamo registi e protagonisti sulla Terra, per molte e molte stagioni.
«Perché sei qui, ora? Rivela, rivela, rivela…»
Quando rispondiamo perfettamente alla domanda, l’arco e la freccia si dissolvono, come lo schermo. E il bambino eterno è felice. Si cambia! L’universo superiore abbonda di cinema e di spettacoli molto più sfavillanti della Terra.
Buon eterno divertimento, ragazzi!

Incontro all’Università di Lugano sabato 23 aprile 2016 ore 20:30

prova“Essere se stessi è la sfida della vita ” sta scritto nella quarta di copertina del nuovo libro di Diego Cugia che, libero e senza editori, pubblica “Un’anima a 7 euro e 99” per condividerla solo con i suoi lettori. Il giorno stesso di questo incontro all’auditorium dell’Università di Lugano, sabato 23 aprile ore 20:30, il diario di un’anima (2008-2016) sarà disponibile su Amazon. Uno scrittore fuoriposto, tanto da presentare il suo libro all’estero, invita i suoi amici lettori a questo sabato di frontiera. Sa che è un sacrificio, per chi vive lontano, ma ritrovarsi sarà il premio in dono di quest’avventura.
ORGANIZZAZIONE: Fabio Romiti per Uchronia Ed. <uchroniacomics@gmail.com>
PRESENTA: Gino Buscaglia.
INGRESSO: gratuito.
POSTEGGI: autosilo 1Franco/1Euro l’ora

Giulio

Lettere anonime scritte da qualcuno che sa o ha assistito alle torture subite da Giulio Regeni. Le rende note La Repubblica. L’anonimo, in arabo, svela particolari atroci dei quali solo gli inquirenti o i medici che hanno effettuato l’autopsia sono a conoscenza. Mi hanno ricordato la passione di Gesù, in peggio. Cristo si è fermato al Cairo. Quello di bestiale che hanno fatto a Giulio, nessun dio e nessun demone, solo l’uomo è capace di farlo. Lo hanno torturato per estorcergli nomi ribelli. E qui è accaduta la cosa più drammatica di quelle torture indicibili. Giulio si fidava dell’Italia, Giulio si è rifiutato di parlare se non alla presenza di un rappresentante dell’ambasciata d’Italia.
“Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi” è la frase che Bertold Brecht, nella Vita di Galileo, mette in bocca allo scienziato dopo l’umiliante abiura di fronte al Tribunale dell’Inquisizione. Fortunato quel popolo che, nonostante siano stati traditi mille volte, ha ancora ragazzi eroici come Giulio, salito sulla croce in nome nostro. Con l’ultimo sguardo al cielo: «Italia, perché mi hai abbandonato?»

LA BANCAROTTA DEI SENTIMENTI

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Questa mattina la borsa di Tokyo è salita del 7%. Interessa? Ma la settimana scorsa i mercati avevano mandato in fumo svariati milioni. Interessa? Se non siete operatori finanziari, dico, o speculatori accaniti o miliardari così sprovveduti da affidare il vostro patrimonio a questi ladri del furto con destrezza globale. Interessa, lo trovate eccitante un mondo economico dell’altro secolo, un club di pensionati in attesa patetica di una “crescita”, di un’erezione impossibile, di una ripresa come quella di una Fiat 500 Abarth degli anni Sessanta? A me no. M’interessa e mi esaspera che la verità su Giulio Regeni, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani, sarà sempre trafitta dagli omissis, e quel giovane corpo martoriato non avrà mai ufficialmente giustizia perché d’intralcio al mondo politico e degli affari. Scriveva Balzac, nelle Illusioni perdute, che in fatto di denaro alla fine tutto si accomoda “ma i sentimenti sono senza pietà”. Anche oggi i telegiornali ci martelleranno con l’otto volante delle borse mondiali. Interessa? A noi no, a loro sì. Però quando i cuori non sussultano anche i portafogli si svuotano. Hanno provato a fare l’Europa con il cuore in banca, e questo è il risultato. Hanno globalizzato i mercati con una visione senz’anima del mondo: sopravviviamo in questa apocalisse anticipata. Non è la mancanza della crescita il problema dell’economia globale, ma la bancarotta dei sentimenti. “È tempo che Egli cresca e io diminuisca”, è scritto nel vangelo di Giovanni. Diminuire è un verbo saggio, crescere per crescere, folle. “Egli” è il mondo, il Dio dei laici: gli uomini, gli animali, l’ambiente, i prodotti del lavoro e dell’intelligenza. Interessa? Sì, perché Egli ha un cuore. Le ragioni di Stato, che si lavano le mani nel cuore di Giulio, no.

L’IMMAGINARIO AVVELENATO

Mai, come oggi, stiamo attenti al cibo e poco o nulla al cibo con cui c’ingozziamo la mente. Comunicare è il verbo del nostro tempo, ma l’ostia di questo rito attraverso il quale ci trasmettiamo freneticamente filmati, notizie e stati d’animo, è diventata fin troppo sconsacrata. I nostri cervelli sono contaminati da un universo parallelo che si ciba di noi come merce, l’anima di questo commercio è la pubblicità, grazie ai suoi introiti radio, tv e web sfornano ogni giorno migliaia di contenuti, da pillole di saggezza a bufale invereconde, da documentari di pregio a talk-show da marpioni, in cambio ci lasciano “liberi” di scorrazzare in rete, più o meno come un pellerossa in una riserva indiana. Sono i contenuti, di qualità o di risulta, che fanno girare quest’immensa ruota dell’immaginario che tanto influisce sulle nostre personalità perché, piaccia o non piaccia, tutto è pedagogico, che ci migliori o ci volgarizzi, ci stressi o ci soddisfi, ci emozioni o ci annoi. E noi, sempre più bulimici d’immaginario, cambiamo canale, o applicazione o social network, drogati di zapping e smaniosi di novità. Ma chi sono i cuochi che, con le loro ricette, ci propinano il nostro pasto cerebrale? Gli chef ai quali affidiamo la parte più fragile del nostro corpo, che ci aprono o chiudono la mente, l’esaltano o l’avvelenano, la commuovono o la divertono? Si chiamano autori. Eppure gli autori (mi riferisco in particolare a quelli radiotelevisivi le cui opere, in pillole, inondano gratis anche il web, mentre i padroni della rete ci lucrano sopra) contano quanto il due di briscola quando l’asso è in tavola. Voi l’attraversereste un ponte progettato da un pazzo? Vi stendereste sopra un tavolo operatorio senza informarvi sul chirurgo che vi opererà? Be’, lo state facendo col cervello, con l’inconscio, con il vostro delicato immaginario personale. Chiedetevi come mai i papà delle idee, (anche per loro responsabilità e per un’omertà ben pagata sia chiaro), non siano al centro della più grande macchina di fantasie che sia mai stata creata dall’uomo. Come mai gli autori siano diventati così marginali, anche se i loro contenuti sono il fulcro di quest’industria. E prendete nota che quasi ogni programma visto alla tv è come un hamburger di McDonald’s, lo stesso format già propinato a spettatori di altri paesi, perché globalizzare i cervelli, uniformarne i gusti, plasmarne gli animi, governarne i bisogni, è molto più vantaggioso che stare sotto padrone. Ecco perché gli autori non sono mai padroni delle loro idee, se vogliono vederle realizzate. I nuovi contratti sono opere più fantastiche di quelle oggetto del contratto medesimo. Ormai prevedono lo sfruttamento delle opere anche su piattaforme non ancora inventate e la cessione incondizionata a multinazionali dell’intrattenimento aliene. Oggi gli autori sono diventati ricambi per rasoi: usa e getta. Servono per abbozzare e affilare un’idea ma a farvi la barba, servizio completo, sono i signori del marketing. Tutto è confezionato in modo da rifilarvi il pacco. Solo che dentro c’è poco o niente, soprattutto non originalità ma paccottiglia utile quanto basta per rifilarvene dell’altra, che si tratti di una colla per dentiere come di una fuoriserie. Non è vero, quindi, che in Italia non ci siano più autori. Non c’è più libero mercato delle idee, è diverso. E finché la gente si accontenterà di quello che c’è stasera in tv, o al cinema o a teatro, questo è il pasto che vi sarà servito anno dopo anno, come in carcere. Se vi svegliate incazzati o gridate macaco al primo che passa è anche perché gli autori non fanno (o non gli fanno fare) il mestiere per cui sono nati. E il risultato è servito: l’immaginario avvelenato.

 

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MI CASA ES TU CASA

I paesi del nord Europa espellono i profughi dalle loro grandi scuole di civiltà, ma sono loro i ripetenti della Storia, i bocciati del futuro. Non si può, per un pugno di voti o per denaro, permettere questa immensa Auschwitz dei rifugiati. Questa è l’Europa dei poveri di spirito e noi stiamo diventando dei kapo’. Io non voglio andare in Paradiso con Salvini, mille volte meglio l’inferno con i dannati della Terra. Costi quello che costi alla nostra civiltà senza più anima, l’Europa dev’essere un faro di luce e un porto di libertà, aprire le frontiere a tutti, tranne ai terroristi e ai criminali. Solo un enorme gesto di accoglienza e amore universale potrà, forse, cancellare la colpa delle stragi di disperati avvenute fino a oggi. Non m’interessa cosa fanno gli arabi, gli altri paesi o l’Isis. Non m’interessa se diventerò più povero di quello che sono. Io sono europeo, con la mia cultura, la mia religione, la mia storia. E per ogni bambino morto in mare provo vergogna e colpa di essere complice di scelte politiche di governi sterili e, oltretutto, sciocchi. Perché nessun muro li fermerà.
Mi casa es tu casa.

ORE PERSE

A perdere tempo per la maggior parte del tempo non ci batte nessuno. Non parlo del tempo libero ma di quello occupato. Del modo sciatto e virtuale in cui c’impegniamo nei rapporti di lavoro, d’amore o d’amicizia e in quel dialogo interiore che conduce alla coscienza di sé, a edificare i pilastri del ponte che ci congiunge agli altri e, per chi crede, a Dio. L’accusa rivolta ai politici, chiacchiere invece di fatti, anche quando qualcosa fanno, appare come l’ennesimo, maldestro tentativo di addossare sugli altri quei vizi che ricadono sotto la nostra responsabilità, primo fra i quali perdere tempo e farlo perdere al prossimo. Una fibrillazione intensa e prolungata dei preliminari che, invece di servire a condurre in porto una relazione d’amore o d’affari, serve solo a occupare spazi sempre più slabbrati delle nostre giornate. Stiamo diventando vigili di Sanremo in mutande che timbriamo per finta il cartellino della vita.

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LO CAPISCE ANCHE UN BAMBINO

Una sessantina di miliardari possiedono la metà delle ricchezze del pianeta. Invece di fare tutti “Oh!”, come nella pubblicità della Opel, dovremmo ricordarci che la rivoluzione francese è scoppiata per molto meno di questa mostruosa ingiustizia sociale. Con grande garbo e senza ghigliottina si lasci loro il necessario per vivere dignitosamente, si sequestrino i loro capitali (anche perché è improbabile che siano stati accumulati onestamente) e si redistribuisca equamente il malloppo al resto della popolazione mondiale. Non è comunismo, forse è democrazia, di sicuro è buon senso e lo capirebbe anche un bambino. Perfino gli extraterrestri lo sanno, perciò non si fanno vedere. Se miliardi di esseri umani si lasciano mettere sotto i piedi da una sessantina di stronzi vuol dire che la Terra è un pianeta in cui non vale la pena neanche di scenderci a bere un caffè.

Piccoli e grandi stronzi

Chissà se in Italia nascono ancora bambini che sognano di diventare pompieri, astronauti o scopritori di tesori? Temo che, dagli e dagli, sia avvenuta una mutazione nel nostro Dna e che in molti vengano al mondo già con il loro bel progettino di diventare stronzi.
Che il sindaco 5 stelle di Quarto debba dimettersi per essere stato eletto, anche involontariamente, con i voti della mafia, è ovvio e non c’è bisogno del ditone di Saviano a ricordarcelo. Ma è comunque meno mostruoso del rinfaccio infantile a chi fa più schifo tra il Movimento e il Pd. Mafioserie da cortile, beccate fra gallinacci. Mentre il Grande Paziente sta agonizzando (perché in Italia si muore di fame come nella seconda guerra mondiale), questi chirurghi maldestri della politica schiamazzano sotto agli occhi del moribondo come fratellini maleducati: Mamma, è stato lui, è colpa sua! -No, sua!-. Quando ogni secondo andrebbe speso e vissuto per il bene comune. Un concetto, per un italiano, più lontano della Luna.
Perché il basso è come l’alto. Cosa sognavano di diventare da grandi quei dipendenti del museo romano beccati a timbrare il cartellino per poi andarsi a narcotizzare, con i soldi nostri, in una sala Bingo? Scommetto che ciascuno di loro avrà una giustificazione e un’accusa. Si sentirà offeso e truffato dallo Stato, che gli dà a malapena da vivere e lo induce a giocare alle slot per rivalersi dei torti subiti. Anche loro hanno perfettamente realizzato il loro piccolo sogno infantile di diventare dei grandi stronzi.
Pago le contravvenzioni, non ho amici negli uffici importanti e mi sarebbe penoso partecipare a un concorso. Non so cantare e non mi piace sentir cantar gli altri se non a teatro. Non scrivo versi. Sono italiano? Se lo chiedeva già Ennio Flaiano più di mezzo secolo fa.

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NOI, COME BOMBE AL VENTO

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Ve la immaginate una kamikaze coi baffi travestita da suora fra migliaia di suore tutte uguali a spasso per San Pietro durante il giubileo? E chi si azzarda a sollevarle la tonaca per vedere che cosa c’è sotto? Alfano? Con quella faccia? “Aiuto, polizia, c’è un arabo che mi vuole violentare!” Fossi un carabiniere salverei la suora e porterei in commissariato Al-Fan.
Come potevo immaginare che quella sotto la tonaca nascondeva una cintura esplosiva, e che quello era un vero ministro dell’Interno? Che lei non era una monaca ma Salah? Non Salah il calciatore della Roma a passeggio sui tacchi travestito da suora (che a beccarlo basterebbe Dagospia), ma Salah lo sterminatore d’innocenti di Parigi, uno così “intelligence” da dimostrare quanto siano “deficience” tutti i servizi segreti d’Occidente sguinzagliati sulle sue tracce da dieci giorni! Con tutti i loro satelliti, i loro infiltrati, i loro grandi orecchi supertecnologici tesi a spiare le nostre supercazzole su Facebook, non sono riusciti a beccare lo James Bond del Califfato. Salah, questo 007 dei barboni, così poco sofisticato e malridotto al punto da lasciare le sue bombe in un cassonetto della spazzatura!
“Fidatevi” ci rassicura Alfano “per il Giubileo l’Italia è preparata. Adesso basta creare panico! Io mando i miei figli in gita”… Non so perché, a me crea più panico chi fomenta la calma. Quando i miei figli erano ragazzini e mi rassicuravano: “Papà, fidati”, era il segnale che stavano per fare una grandissima cazzata. Chi è genitore lo sa. Voglio dire che non mi fido di politici e di governi che si comportano da tredicenni. Loro hanno diritto ad avere poca memoria, noi no. Noi abbiamo avuto le torri gemelle, milioni di bombe in risposta e adesso il Bataclan. Siamo europei, siamo vecchi, siamo stanchi, ma a differenza dei bambini non impariamo più niente. Siamo ottusi. Ci stanno venendo le facce a uovo come quella di Hollande. Cercate il pelo in quell’uovo: è il cervello di Bush.
Se fossi il califfo Al Baghdadi mi fregherei le mani. È lui il nuovo Walt Disney, il genio di “Fantasia” a rovescio, l’inventore dei cartoni animati del terrore. Noi siamo i suoi pupazzetti di carne e sangue. Non tutti, qualcuno, ammazzato a casaccio, senza un perché. Come la morte quando arriva.
Per cui se Al Salah travestito da suora a San Pietro lo beccano, state certi che un panciuto cardinale imbottito d’esplosivo le guardie svizzere lo lasceranno passare. Non sto facendo umorismo macabro, è l’Isis che ha sterminato la redazione di Charlie Hebdo, ed è proprio nell’immaginario che ci hanno colpito. Perché era la nostra pungente fantasia quella che gli faceva più male, non le bombe. Loro alle nostre bombe ci sono abituati.
Adesso speriamo, -senza fidarci di nessuno-, che in un anno di Giubileo non accada nulla di grave al Vaticano, a Roma, ai turisti, ai pellegrini e ai romani. Speriamo che l’intelligence di Angelino sia più intelligente di quelle bombe che invece dei terroristi fanno saltare per aria gli ospedali. Speriamo. Ma se per terribile ipotesi la cupola di San Pietro dovesse esplodere, la risposta dell’Occidente dalle facce d’uovo quale sarebbe, quella di far esplodere tutte le moschee del mondo? Non c’è fine. O sì, è questa.
Eppure da Michelangelo a Stanley Kubrick, dal Rinascimento a Hollywood, disponiamo di un arsenale immaginario assai più potente dei kamikaze del califfato e dei loro registi dilettanti, ma non lo usiamo mai o non lo sappiamo più usare. In gergo televisivo si chiama “controprogrammare”. Che significa? Rovesciare il loro immaginario, controprogrammare quella perversa emozione dei loro film con gli omoni in nero e le vittime arancioni, i film coi bambini che sparano. Fa più male delle bombe, noi ne sappiamo qualcosa, vero? Ma i nostri politici-bambini non sono Charlie. Salvini non fa ridere, Le Pen non fa ridere, e la guerra non fa certo paura al Califfo, anzi, è proprio ciò che vuole.
Se il denaro è la nostra sola radice “culturale” rimasta, quella che ci tiene in vita, allora che ci sgozzi un fanatico dell’Isis o che ci venga un’emorragia interna, be’, a parte il lato granguignolesco, non mi sembra che faccia questa grande differenza. Se invece nel nostro dna c’è ancora una scintilla del Rinascimento, nei nostri occhi la visionarietà dei grandi maestri del cinema, e nei nostri cuori la pietà (arma invincibile che il califfato non possiede) allora la differenza c’è, ed è enorme. In tal caso, così come siamo stati tanto bravi e furbi ad armare i fanatici, così abbiamo i mezzi e le conoscenze necessarie per disarmarli, evitando di crearne di nuovi e peggio ancora, di “martiri”.
Una volta era Osama Bin Laden, adesso Al Baghdadi, domani sarà un altro. Così come Boris Karloff nei panni della “Mummia” o di “Frankenstein”.
Ma la “mostruosa creatura” l’abbiamo inventata noi. L’ha ammesso l’ex premier inglese, l’ha ammesso la futura – forse – presidentessa degli Stati Uniti. Siamo noi a esserci sfuggiti di mano. Come bombe al vento.

FIORELLAH AKBAR

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Aldo Grasso, sulla prima pagina del Corriere di questa domenica, critica Fiorella Mannoia accusandola di “straparlare”. Straparlare significa dire cose senza senso o a sproposito: vaneggiare. L’articoletto (come direbbe Crozza nella sua strepitosa imitazione di De Luca) si conclude con questa saccente sentenza: “Credere di parlare a nome delle vittime e dei poveri, solo perché si è vittima delle povere idee”.

Notoriamente ricchissimo d’idee, al punto da poterne fare a meno tanto da campare esclusivamente su quelle altrui, il critico televisivo del Corriere accusa la Mannoia, che pur condannando senza esitazione i terroristi, osa dubitare delle verità ufficiali sulla guerra fra l’Occidente e il Califfato.

“Di fronte agli avvenimenti drammatici che stiamo vivendo”, scrive Grasso, “meglio non cercare verità nascoste”. Ossia non basta più neanche cedere spazi di libertà individuale ai governi, lasciarsi spiare dalle intelligence di mezzo mondo, ma bisogna sapersi accontentare delle loro verità “palesi”. Tu cattivo, io buono. E chi non lo pensa così (qualunque cosa ella o egli strapensino) “straparla”. E chissà forse mette pure a repentaglio la sicurezza nazionale.
Fiorellah akbar.

Sono vecchie banalità destrorse come ”sputa nel piatto in cui mangia”, o “comunista ma col portafoglio a destra” e della frase più fatta di tutte, l’accusa di essere “un’anima bella” (sempre meglio di quelle orripilanti, dico io). Mancava l’etichetta di “radical chic”. Invece no, c’è pure questa, nel titolo: “Il copione usurato della cantante radical” (lo chic, ormai, è dato per acquisito).
A me sembra semplicemente che Fiorella sia un’artista di cui andare fieri, più che straparla stracanta (e i guerrafondai spaparanzati davanti alla tv l’hanno accusata perfino di stonare). Ha una vera, forte passione civile e il candore di esprimere le sue opinioni in pubblico, anche quando le converrebbe tacere. In più è una donna e sa difendersi benissimo da sola.
Ma ha anche qualcosa che fa morire d’invidia chi non ce l’ha: un grande pubblico che la sta a sentire