Autore: Diego
LA NOTIZIA PIÙ STREPITOSA DEL MONDO
Oggi è sorto il sole non è una notizia. Il sorgere del sole si ripete ogni giorno, lo dai per scontato, è un atto dovuto. Il contrario no, quella sì che sarebbe una notizia eccezionale: “Oggi non è sorto il sole, la notte continua!”. Terribile. Invece, banalmente, anche stamane è sorto il sole. Ho letto i giornali, ho spulciato parecchia roba sul web, so le ultime sul Papa spiato, sull’aereo russo esploso in volo e i suoi sventurati passeggeri, ho appreso parecchie cose interessanti sul “narcinismo” una nuova parola di quest’epoca di narcisi cinici, gente dall’Io lungo e in erezione permanente ma con l’anima e le radici deflorate. Insomma, l’esito fatale di quella società dei consumi oggi al tramonto, paventato da Pier Paolo Pasolini di cui ricorre il quarantennale della morte. Ma quanti fiori falsi per Pier Paolo! Mi giro verso la finestra con un movimento autistico, un tic ripetitivo come certi nomi e certe notizie che non mi sembrano poi così significanti da farcele ingozzare a pranzo e a cena: la vanità mortificata del sindaco Marino e i suoi “grrrr” di vendetta (fuori i nomi, benedett’uomo!), la petulanza televisiva di Matteo Orfini e l’orbita delle sue occhiaie da eterno studente (ma come può essere presidente di un partito uno tanto peloso ma dai pensieri così glabri?). Per fortuna c’è la banalità del sole. Caspita, che spettacolo. E tutt’altro che ripetitiva mi sembra, anche oggi, la notizia più strepitosa del mondo.
CI VEDIAMO A ROMA, GALLERIA ALBERTO SORDI, MERCOLEDI 23 SETTEMBRE ORE I8 (PIAZZA COLONNA)
MERCOLEDI’ A ROMA
TI VA DI STARE CON ME?
Mercoledì 23 Settembre sarò alla Galleria Alberto Sordi (Piazza Colonna, Roma) dalle ore 18:00 in poi, alla Libreria Feltrinelli, per parlare di noi e del mio ultimo romanzo “Nessuno può sfrattarci dalle stelle”.
Vorrei stringervi la mano e guardarvi negli occhi tutti, anche perché è da un po’ che non ci si vede. Spero che verrete e interverrete, in corpo e anima. I temi del libro ci riguardano tutti: la vita, l’amore, la famiglia, l’immortalità, la speranza e la caduta in povertà di 120 milioni di europei. Mi raccomando, vi aspetto. Diego
AVVERTENZA PER TUTTI QUELLI CHE NON VENGONO
Invece di mettere 15 mila “Mi piace” sul mio post precedente nella pagina pubblica di Facebook e andarvi a mangiare una pizza convinti di aver letto, apprezzato e digerito “Nessuno può sfrattarci dalle stelle”, potreste per una volta rinunciare a mezza pizza e il libro comprarvelo realmente, perché altrimenti uno scrittore deve mangiarsi solo pizze virtuali, e non campa più. Forse non sarò educato a ricordarvelo, ma se dal 2009 a oggi apprezzate in 52 mila i miei scritti su Facebook e mi ringraziate gentilmente delle “forti emozioni” che vi danno, siamo sei anni a zero. È giunta l’ora che anche voi emozioniate fortemente me dimostrandomi di apprezzarmi realmente. Mi sembra onesto e leale o no? Leggete e condividete “Nessuno può sfrattarci dalle stelle”, anche perché io, in ogni caso, non vi sfratterò mai dalla testa e dal cuore, grazie.
TI PIACEREBBE CONOSCERE I TUOI ANTENATI?
Ti piacerebbe conoscere in carne e ossa tutti i tuoi antenati? Invitarli a casa e accoglierli così com’erano, nei loro abiti d’epoca? Scoprire le passioni segrete che li divoravano, i loro gusti, i tic, i vizi, i valori e le emozioni che ti hanno trasmesso nel sangue? Ti piacerebbe scoprire quel che sei e perché lo sei? E magari, chissà, ottenere dalla tua famiglia una dritta giusta per il tuo destino? Il mio nuovo romanzo parla di questo, s’intitola “Nessuno può sfrattarci dalle stelle” ed è uscito oggi.
Sull’aletta del libro c’è scritto:
“La notte in cui Mandela muore in Sudafrica, Massimo Pietro Cruz è uno dei centoventi milioni di europei caduti in povertà. Dopo un passato come autore di musical e varietà televisivi ha perso tutto. Ora è solo, in un casale nel bosco, con l’unica compagnia di due cani lupo e una pecora, ad aspettare che, all’alba, il padrone di casa e l’ufficiale giudiziario arrivino a rendere esecutivo lo sfratto. Improvvisamente, sente un rumore al piano di sotto. Scende le scale e trova un piccolo intruso. Sulle prime pensa a un ladruncolo. Ma chi è davvero quel ragazzino che dice di chiamarsi come lui e sogna di scrivere il romanzo di un bambino che incontra se stesso a sessant’anni per scoprire come sarà da grande? E quella del piccolo sosia non è che la prima delle imprevedibili visite che Massimo Pietro riceverà quella notte… Sospeso tra il Canto di Natale di Dickens e la magia del Piccolo Principe, Cugia scrive un libro meraviglioso e sorprendente come il più bello dei regali. Una favola incantata che contiene una parte di confessione autobiografica e una riflessione sul destino e sulle costellazioni familiari, le scelte nostre e dei nostri antenati che ci hanno portato a essere quel che siamo. Soprattutto ci ricorda che possiamo perdere tutte le cose materiali ma resteremo eternamente ricchi finché nel nostro cuore, anche il più buio e solitario, brillerà la stella della fantasia.
NESSUNO PUO’ SFRATTARCI DALLE STELLE

Lei mi ha detto queste parole che non dimenticherò mai: «Tieni il tuo cuore aperto, sempre, anche se fa male, perché sei parte del disperato splendore della vita. Apri gli occhi, non tirarti mai indietro, guarda. Lo senti come batte forte? È un cuore rosso come quei papaveri e soffre perché la bellezza fa male. Resisti, respira, entra anche tu a far parte di questo immenso spettacolo».
«Lo vorrei tanto, nonna, ma come posso fare?»
«Trasformati con le stagioni, cambia foggia, colore e non temere: nessuno potrà sostituirti, nessuno potrà mai scalzarti dal ruolo. Sei unico, insostituibile, raro. Se tu non esistessi, anche noi non ci saremmo. Senza la tua particolare visione delle cose questo campo di fiori sparirebbe all’istante. Perché tu sei chi guarda il mondo e sei anche il mondo che hai guardato».
Mi ha sfiorato il viso con una carezza, poi ha stretto la mano a pugno per darmi forza e coraggio: «Sei tutti noi. Nessuno può sfrattarci dalle stelle».
Detto questo è scesa in salotto, allegra e spensierata, a salutare gli altri antenati della nostra famiglia.
#nessunopuosfrattarcidallestelle
AVE, ECO, IMBECILLI TE SALUTANT

Umberto Eco, all’Università di Torino, al termine di una “lectio magistralis” avrebbe detto, chiacchierando con i giornalisti, che «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Di solito venivano subito messi a tacere, ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel». Apriti cielo. Imbecilli di tutto il mondo unitevi! Dagli al collezionista di lauree honoris causa. Seppellite il fetente vegliardo nel suo Cimitero di Praga. Il web non si tocca, è l’ultimo paradiso democratico rimasto. Al rogo, al rogo!
Quello che il professore avrebbe dichiarato a proposito di Internet, tuttavia, non mi sembra scandaloso né originale. La moltiplicazione dei media moltiplica inevitabilmente gli “imbecilli” che li dirigono, li animano e li popolano. Voglio dire che lo stesso fenomeno si era già visto con l’avvento delle radio private, commerciali o “libere” che dir si voglia, ma che della libertà non hanno saputo cosa farsene, tranne cavare denari dalle rape del cicaleccio più assordante o (per usare le parole del professore) più “imbecille”. Idem le televisioni private, le nostre almeno, non certo ricettacolo di premi Nobel. La democrazia non spalma gli Eco, (i geni e le eccellenze), ma gli “Ego”, ossia quell’orgasmo a buon mercato ricavato dai “mi piace” ottenuti su Facebook, equivalente in tv alla partecipazione di “geni incompresi” ai reality, e in letteratura nel self-publishing.
Quello che semmai mi ha colpito, nelle parole di Eco, è che lui evidentemente non si ascrive alla categoria degli imbecilli ma che il suo pendolo oscilla dalle parti dei Nobel. Ciò mi dispiace perché lo stimo e considero “Il nome della rosa” un capolavoro. Infatti mi onoro di appartenere al Club degli Imbecilli (dopo ogni capolavoro che leggo) categoria dalla quale, dopo aver letto e riletto in questo mese “Viaggio al termine della notte” e “Morte a credito” di Céline, il “Don Chisciotte” di Cervantes, “La certosa di Parma” di Stendhal e “Il diario del ladro” di Jean Genet, aspirerei anch’io a ottenere la mia laurea honoris causa, dopo una lectio magistralis in imbecillità.
Così ringrazio chi ha scritto sul web i “Sette motivi per cui bisogna girare a piedi nudi per casa” o, tempo fa su Vice, “Cosa possiamo aspettarci dal Viagra per donne”, perché mi hanno fatto rimanere col dito sospeso per aria (“ma che cazzo sto leggendo?”) e l’attimo seguente il mio dito indice sfogliava le pagine del “Viaggio” di Louis- Ferdinand Céline. Un mese dopo questi cinque o sei diamanti della letteratura mondiale, con la maturata consapevolezza di essere un imbecille assoluto, posso tornare a scrivere su Facebook, gonfiarmi l’Ego rispondendo al genio di Eco, ma soprattutto precipitarmi a leggere perché mai si deve assolutamente girare a piedi nudi per casa. Sette motivi? …Wow!
RAPINATI E OFFESI

A novembre scorso mi ha telefonato una donna, la centunesima, e ho ceduto. La carne è debole ma il mio conto in banca di più. Risparmiare qualcosa dei 300 incredibili euro della bolletta dell’Enel è stata una tentazione più sexy dell’imperativo di rifiutare proposte dagli sconosciuti, a partire dal fatidico «Parlo con il titolare, eccetera eccetera?» a cui rispondo «No, è partito in Alaska per la caccia alle foche» oppure «È in Burundi per un corso rapido da missionario». Ma la centunesima al mese che mi chiamava da un call center sette mesi fa mi ha dischiuso i misteri della bolletta elettrica come le cosce di Sharon Stone in “Basic Instinct”. La sua prospettiva di risparmio eccitante mi ha inebriato. «Con noi, con Energit, pagherà la metà consumando il doppio!» E ho rivisto il mio giardinetto d’inverno buio e tetro, la notte, illuminato come il Teatro dell’Opera. Mai più avrei dovuto pedinare i miei figli come un piedipiatti, spegnendo abat-jour, ventilatori, scomparti frigoriferi, computer, televisori e luminarie selvagge che si lasciano accesi dietro, al trionfale passaggio di stanza in stanza, come città in fiamme. Così le ho sciorinato, alla centunesima, i miei dati anagrafici, numeri di contatore e tutti gli estremi della rapina bimestrale di cui ero vittima, come quello che, per sfuggire alle grinfie della banda del buco, si confessa con la banda della Magliana.
Due o tre giorni dopo ci ho ripensato. Non ho accettato il pacco “omaggio” con due o tre performanti lampadone gratis. Mi sono guardato bene dal firmare il contratto scritto né l’ho rimandato indietro. Così, quando la centunesima mi ha telefonato per chiedermi come mai avessi rinunciato alle lampadone risparmiose e al contratto più sexy del mondo, le ho risposto che, dopo la sua telefonata, avevo subito una metamorfosi, la mattina dopo mi ero svegliato metà uomo e metà pipistrello, non sopportavo la luce, «Non sente? Non parlo più, squittisco!» e se continuava a insistere mi sarei aggrappato ai suoi capelli con le mie zampette da topo e non me ne sarei staccato mai più. Fine della telefonata e della storia.
Se non fossimo in Italia.
Sette mesi e due “normali” bollette dell’Enel dopo, da trecento euro a botta, dalla settimana scorsa sono diventato dio sa come un cliente Energit, senza mai aver firmato nulla, però adesso pago 420 euro. Centoventi in più di prima. Per l’Enel non sono più loro cliente. Com’è possibile senza disdetta? Non si sa e non è dato saperlo. Posso far causa a questa Energit, certo, rivolgermi a un’associazione di consumatori, attaccarmi al telefono con un’altra del centoduesimo call center, ma nel frattempo, se non pago la seconda rapina, quella che ha sventato la prima con un arraffo maggiore, mi staccano la luce.
Meraviglie del mercato libero, prodigi della sana concorrenza che ci avrebbe fatto risparmiare tutti. Risultato? Questo furore sordo che ci tiene accesi, isolati nella folla, al buio, senza più fiducia in nulla, rapinati e offesi.
UN’ETERNA CACCIA AL TESORO

Questo fatto che si muoia lo trovo una grande sciocchezza. La fine è giusta, ma il mezzo è stolto e, Dio mi perdoni, un po’ puerile. Se a morire è un mio nemico, perché togliermi la soddisfazione di punzecchiarlo ancora? Che vita è, senza un pizzico d’odio? Se per capriccio del caso o del padre eterno, invece, a mancare è un amico, mamma, o un grande amore, che gusto c’è a vivere senza la loro guida, la loro ineguagliabile compagnia e l’affetto reciproco che ci faceva sentire unici e invincibili?
Se un dio, la natura o l’assurdo, avessero disposto le cose per bene, in luogo della morte si sarebbero dovuti limitare a un trasferimento immediato e irrevocabile, un’emigrazione coatta del “prescelto”, così come si trova, in un luogo distante, impervio e ignoto. Una bomba atomica dal volto umano che qui ti disintegra e lì ti ricompone e ti rimette in gioco, così come stavi, identico. Stesso corpo, stessi abiti, stessa età, stessi pensieri. Scomparsi sì, per riapparire altrove. La “morte” ci sarebbe sempre, però ridimensionata, più appassionante (lo sgomento solitario del dove mi trovo? del che ci faccio io qui?) così il tutto si ridurrebbe a un mal di testa e qualche perplessità, tipo: in quale filiale sono stati trasferiti i miei risparmi? Per queste faccende, ovviamente, ci sarebbero degli sportelli a cui rivolgersi, come alle Poste. L’ufficio Anime Smarrite.
La differenza con il sistema attuale sarebbe esclusivamente il “dove” mi trovo?
In un luogo quasi inaccessibile ai parenti, ai colleghi e alle vecchie conoscenze. Sentite com’è gentile quel “quasi” rispetto alla spocchia da diva di Hollywood della solita, vecchia morte? Di questa Schwarzenegger, di questa Terminator con la faccia da ebete come tutti quelli che dicono “mai più”?
Se pensiamo ai nostri cari estinti, infatti, ci sembrano trasferiti in Groenlandia o alle isole Figi, altro che “in cielo”. In cielo non vuole dire nulla. Mica siamo palloncini. Piuttosto, sarei capace e avrei voglia e coraggio di cercare nonno Emanuele in Oceania dove Dio, armi e bagagli, lo ha trasferito? E rischierei il tutto per tutto nello Yucatan, come scoprire che ormai non mi ama più e si è rifatta una famiglia, per confrontarmi vent’anni dopo con Barbarella portatami via da un’overdose a Roma? La rintraccerei nel “barrio” El Lano di Mérida, dove attualmente convive con il baffuto portiere dell’Hotel del Peregrino?
Troppo facile rimpiangere i morti. Basta un amen e via. L’amore vero si dimostra facendo il giro del mondo per loro.
La morte? Un’eterna caccia al tesoro.
Se poi non ci cercasse nessuno, tanto meglio, significa che era proprio giunto il momento di rifarsi una vita.
UNA BELLISSIMA GIORNATA

Non conosco Emma Bonino e il suo pensiero, talvolta, mi era straniero. Ma anche la sua ombra mi è sempre stata familiare. Voglio dire che è una di quelle rare persone nelle quali questo paese può riconoscersi senza provare sgomento o disgustarsi. Un’italiana alla quale è impossibile non essere “riconoscenti”.
Quando si è accennato a lei come possibile presidente della repubblica ho sorriso come se adesso bussasse alla porta qualcuno che vuole regalarmi un milione. In quest’Italia in cui i corrotti e gli impuniti ci impartiscono lezioni di etica e le mezze calzette diventano re, è impossibile che a una donna con i suoi contenuti (non dico “con le palle” perché una donna ha molto di più e di meglio da offrire) sia concesso di salire al Quirinale. Sarebbe un miracolo. Equivarrebbe, per simpatia degli opposti, a far cadere da cavallo i vip del niente, quelli che, magari in aeroporto, per un contrattempo o un ritardo ingiustificato, sbraitano un “Lei non sa chi sono io” quando invece lo sappiamo tutti: un corrotto.
In quei giorni, con spiazzante franchezza, Emma rivelò pubblicamente di avere un cancro. Per una personalità pubblica è un atto di lealtà. Significa: per qualche tempo (se avrò ancora tempo) non potrò occuparmi di voi ma di me stessa. Nonostante il generoso avviso, si è contraddetta esponendosi alle telecamere con la fronte fasciata per la chemio, non celando il flagello interiore e senza autocommiserazione ma per dare il suo contributo al dibattito, in particolare sulla tragedia collettiva dell’emigrazione dalla guerra e dalla fame, e sottolineo collettiva ossia “nostra”, anche di noi privilegiati che su quei barconi in balia della morte dobbiamo starci se non con il corpo almeno con la mente. Altro che noi/loro, l’esodo è un problema “nostrum”, come si chiama il mare o come la nostra preghiera, il Pater Nostrum.
Un tempo, solo qualcuno su cento si salvava da una diagnosi di tumore al polmone. Oggi, grazie ai progressi della medicina, sono molti, molti di più. Ma la volata finale verso il traguardo della completa guarigione è sempre una conquista individuale, una traversata che si fa da soli. Stamattina è una giornata felice, perché Emma Bonino ha dichiarato, senza dirlo, che può tornare a occuparsi della cosa pubblica, di noi. Se immaginiamo il cancro anche come una tempesta interiore, la sua barca sta veleggiando verso le luci del porto (e sto sventolando anch’io sul molo il mio fazzolettino bianco). È uno di quei giorni in cui l’inconscio profondo e selvaggio, l’Ombra, viene alla luce, per un consapevole miracolo della ragione. A farla breve, oggi venerdì 22 maggio 2015 è una bellissima giornata per un italiano. Perché Emma c’è.
L’INDIZIO

L’infermiere-cacciatore che con centellinata pazienza ha trascorso la vita ad alleviare il dolore da un letto all’altro d’ospedale, di colpo si accende come una boscaglia sulla quale uno sconosciuto ha lanciato una cicca dall’auto in corsa.
L’infermiere-cacciatore spalanca l’armadietto del suo hobby della domenica e con lo stesso gesto preciso e distratto del fumatore piromane, imbraccia un fucile a pompa e ammazza il fratello e la cognata. Poi, proprio come ha visto fare alla morte in ospedale, uccide a casaccio dal balcone, chi capita. Trasforma la strada sotto casa nel suo luogo di lavoro abituale, una corsia del pronto soccorso con feriti che gridano, parenti in preda all’agitazione e giù in fondo, la porticina della camera ardente. Ci finiscono in quattro all’obitorio, cadaveri. Sei i feriti sulla corsia d’asfalto. «Era lucido e freddo mentre mirava» raccontano. Eppure giornali e tv parlano di “raptus”, l’inesistente tic della follia. Tirano giù questa parola dagli scaffali dei luoghi comuni e ce la spiegano pure: ha ucciso per il filo dei panni del fratello e della cognata che sconfinava nel suo appartamento. Ma se fosse tanto logico, in che cosa consisterebbe il “raptus”? E se il movente era la biancheria invadente dei congiunti, perché Giulio Murolo, infermiere-cacciatore quarantottenne incensurato, avrebbe sparato sui passanti?
Un indizio ce l’avrei, ma nessuno lo rinverrà mai sulla scena della strage, perché l’indizio è dopo. Successivo ai fatti. Quando tutto è compiuto e Giulio si è arreso. I poliziotti lo trascinano fuori di casa ma vengono minacciosamente circondati da cinquecento persone. Sono jihadisti del califfato, terroristi dell’Isis, o gente di casa nostra? Siamo proprio noi, ma vogliamo linciarlo, farlo a pezzi subito, qui e ora, a mani nude.
E questo come lo chiamiamo, “raptus della folla”? No, siamo lucidi, vendicativi e freddi tanto quanto Giulio Murolo dal suo balcone, nessun tremendo Allah ci sta ordinando di lapidare un miscredente, la verità è che non ci bastano quattro morti, vogliamo il quinto. Vogliamo assassinare l’assassino.
Noi siamo l’indizio. La miseria o il degrado ambientale c’entrano quanto il filo dei panni o l’incapacità d’intendere e di volere. E Napoli, finalmente, è innocente. Né Sodoma né Camorra. L’indizio siamo noi. Giulio l’infermiere è stato assicurato alla giustizia ma i cacciatori sono a piede libero. Esecutori e mandanti. Tutti. Se continuiamo a fingere di non capirlo l’indagine rischia di restare aperta per altre migliaia di volte.
È facile sconfinare come un filo di panni. Basta un refolo di vento e una camicia pulita al sole si sporca improvvisamente di sangue nell’ombra. L’unico modo per sottrarsi a questi giorni d’ordinaria follia è di tenere gli occhi bene aperti davanti allo specchio. Sempre. Essere i propri detective. Scoprire il cacciatore implacabile che nascondiamo dentro di noi, disarmarlo e curarlo con centellinata pazienza, come faceva Giulio in corsia fino a ieri, da bravo infermiere. Prima di confonderci con cinghiali o tordi.
IL VECCHIO CHE PARLA AGLI ULIVI

Hanno fatto una croce rossa con lo spray sugli ulivi secolari della Puglia, la legge li ha imbrattati come i black bloc hanno insozzato Milano. Per ogni ulivo malato di Xylella centinaia di alberi sani saranno abbattuti perché colpevoli di trovarsi nelle vicinanze dell’imputato. Si teme il contagio ma sembra una rappresaglia. Siamo nel Salento non in via Rasella, però la conclusione è la Fosse Ardeatine degli ulivi.
Un coltivatore antico e nodoso si ribella alla strage: «Siete sordi? non sentite le loro parole? non udite le grida d’aiuto? Io li conosco tutti, uno per uno, siamo cresciuti insieme» racconta alla telecamera trattenendo le lacrime come gocce di resina. «Non abbatteteci! siamo capaci di curarci da soli, di rigenerarci. Se ci lascerete vivi noi vi ripagheremo con i nostri frutti ancora per tante stagioni».
Il vecchio che parla agli ulivi e soprattutto li ascolta è l’Italia che amo, come quella che in silenzio si è rimboccata le maniche e ha pulito Milano. Ma lui era solo, solo in quell’oceano di ulivi condannati a morte, solo come il vecchio e il mare di Hemingway. Non combatteva contro le forze della natura ma contro le leggi di un potere che sa sempre ascoltare i propri interessi ma diventa sordo, violento e mascherato quando si tratta di proteggere il bene comune.
Abbiamo il dovere d’immaginare gli ulivi del Salento come se fossero una folla di vecchi e di bambini.
Non fate agli alberi quello che non fareste mai agli esseri umani.
MOMENTI DI BORIA
Ieri, a Montecitorio, sono volati insulti e crisantemi come, nelle stagioni scorse, fette di mortadella e corde da impiccato. Nella ingloriosa politica italiana il tempo non si misura in legislature ma in momenti, momenti di boria. Viviamo in un nuovo Seicento manzoniano: c’è la peste (economica) ci sono gli untori (televisione e giornali) e gli appestati (noi). Di signorotti sono piene le lobby, i partiti e le banche, e di don Abbondio le strade, così come di lazzaretti (dormitori, caritas, campi rom e centri d’accoglienza). Però di geni del male come don Rodrigo neanche uno, mentre i Renzi (non Matteo) e le Lucie si contano sulle dita delle mani. Invece, di monache (e monaci) di Monza pronti a rispondere “vengo subito!” a qualunque corruzione, ne abbiamo a bizzeffe. Ma la categoria che più mi impressiona di questo Seicento minore che stiamo vivendo e che resterà scolpita sulla colonna infame del nostro parlamento, sono i bravi.
Bravi, bravacci, anticamente bravazzi, al tempo dei Promessi Sposi erano mercenari al soldo dei signori. Oggi, armati fortunatamente solo di slogan, sono fra i leader più acclamati del paese.
Bravi e bravazzi sono quei politici che, con parole e modi arroganti o boriosi, minacciano e fanno i prepotenti.
Il contrario di bravazzo è non violento, ma anche bonaccione o pacione. Rispetto ai primi, sono destinati a soccombere, per esempio Bersani.
Negli ultimi vent’anni, di bravazzi, di questa genia post-secentesca, se ne è vista parecchia, chi più astioso, chi più borioso, chi più scaltro, chi più arruffapopolo, comunque bravi, bravacci e bravazzi. Ne cito alcuni, ma l’elenco è lungo: Bossi e Berlusconi, Grillo (apriti cielo!) e Renzi, Santanché e Salvini. Il problema non è loro, ma soprattutto nostro. Perché ci piacciono tanto i bravazzi? Come mai in Italia un politico intelligente, colto, serio e coscienzioso ha più probabilità di vincere al gratta e vinci che di diventare un leader? Se fossimo più sinceri, autocritici (e autoironici), sapremmo dare pronta risposta a questo quesito e il paese farebbe un bel passo avanti.
LIBERARSI
Se tutti ci fossimo riconosciuti negli applausi al duce, in quella folla che amava compatta il suo voluto e adorato dittatore, anche noi che non c’eravamo, figli di quel morboso “non detto” respirato in famiglia, noi generazioni successive della stessa folla che accolse festante i nemici di ieri nella stessa piazza Venezia, senza mai capovolgersi a testa in giù appesi per i piedi e sputati da soli allo specchio come a piazzale Loreto, ecco, se noi avessimo riconosciuto e distrutto i bacilli del fascismo che ci pascolano ancora nel sangue, oggi, forse, potremmo dirci liberati.
I tedeschi l’hanno fatto, noi no. I tedeschi hanno riconosciuto e pianto in famiglia e in pubblico l’orrendo amore per Hitler e si sono assunti la vertiginosa responsabilità dei campi di sterminio. Noi no.
Per questo il 25 aprile, come festa nazionale, suona purtroppo un po’ retorica e vana, come la presidentessa della Camera che vuole abbattere l’obelisco con la scritta “Dux”, quando andrebbe distribuito gratuitamente nelle scuole in formato righello o segnalibro. Per consapevolizzare. Altro che rimuovere o, peggio ancora, togliere da davanti agli occhi.
Libertà non è solo essere liberati da qualcun altro o saltare sul carro del vincitore. Non è neppure essere eroi una volta tanto. È essere partigiani per sempre. Combattere il proprio tiranno interiore, il primo nemico, e liberarsi.
Basta guardarsi in giro per capire che fino a oggi, 25 aprile 2015, questa guerra interiore l’abbiamo perduta. Viviamo in un fascismo frammentato. Tutto ciò che non si riconosce come parte di sé, si moltiplica e si riproduce. Ma migliaia di dittatorelli e potentati, invece di uno solo, non fanno una democrazia.
SCOPARSI UNA FORMICA
La pubblicità, madre di tutte le fuffe, oggi è perfino più sobria della fufferia politica e mediatica. Sbalordire, sgomentare e stupefare (come le gocce che fanno ricrescere i capelli in sole tre settimane) è il Verbo, in politica, nel giornalismo, in televisione, nella nostra piccola vita mediatica di tutti i giorni. Se uno non si scopa una formica non è nessuno. Che ciò sia impossibile non ha importanza, purché sembri vero su Youtube. L’apparenza è la nostra realtà, la fuffa il nostro pane. Ricordo, quasi con nostalgia, le interminabili pause di Craxi fra una parola e l’altra. Non ho nostalgia di Craxi, sia chiaro, ma della politica che (incurante dell’audience e della noia) si concentrava nel proprio pensiero per pescare la parola più appropriata. Era meglio una barbosa Tribuna politica a settimana che questa incessante fufferia politica a ogni ora del giorno e della notte. Per chi guarda la tv il sorriso sghimbescio di Matteo Salvini è ormai più familiare di quello dei propri cari, che vediamo di meno. Questa gente diventa tua moglie, un incubo. In questo caso, tua moglie che ti confessa di essersi scopata una formica, cioè l’equivalente di Salvini che ritiene di fermare sulle coste della Libia (e come, a bombe? a sberle?) migliaia e migliaia di esseri umani in fuga dall’Isis e dalla fame. Ieri, poi, c’è stata la conferenza congiunta di Obama e Renzi. Una fufferia da Nobel contro una fufferia da parrocchia. E abbiamo tutti assistito, finalmente, all’amplesso impossibile. All’America che si scopava una formica.
PISTOLE A RAZZI

La reazione che più mi stupisce è lo stupore. “Hai visto che ha combinato quel pazzo a Milano?”. Ma non era un pazzo, è un assassino. Voleva vendicarsi, era lucido. Neppure pentito perché stava andando ad ammazzarne un altro. Sapeva che stava facendo una strage. Che cosa c’entra la delegittimazione della magistratura, signor presidente? Se il signor Giardello, invece di essere imputato di bancarotta, fosse stato colto a rubare in un supermercato, la strage l’avrebbe fatta alla Conad o all’Ipercoop, invece che in tribunale. Recentemente ho visto una clip musicale del senatore Razzi che ballava la propria ignominia in riva al mare. “Quello che faccio non ho mai pentito” cantava felice il rappresentante del popolo italiano “sono stato eletto senatore perché di fame si muore. Chiedo solo un rimborso spese per arrivare alla fine del mese. Te lo dico da amico e fatti anche li cazzi tuoi”. Su un’altra rete, un comico lo rendeva sempre più famoso con una riuscitissima caricatura. Il peggio, in questo paese, è Vip. Fai schifo e ti premiano. Però nessuno si stupisce che a milioni di italiani che di fame ci muoiono davvero, nell’ombra, abbrutiti dalla disoccupazione, dalle tasse, dai debiti, questo provochi infinito risentimento e rabbia. No, non sono state la delegittimazione della magistratura né le performance canore del senatore Razzi a trasformare un signor Giardello qualsiasi in assassino. Ma questa Sanremo degli impuniti che gli ha armato la mano. Canzoni piovute dal festival dell’onorevole pessimo esempio, che la gente impara e ripete. Ciascuno a modo suo, qualcuno senza freni. L’assassino Giardello è solo uno dei milioni di potenziali partecipanti a questo sanguinario karaoke. Stupiamoci, semmai, che non lo imitino.

