LE BRACCIA DEI GRANDI AMANTI

Spalancare le braccia è il gesto più alato. Ci si apre così all’apparizione di un amante perduto, di un amico ritrovato, di un padre o una madre. Ma spalancare le braccia da soli, come Icaro o un falco, con tutto l’amore del mondo, incrollabili, senza il conforto dell’altro che sta correndoci incontro per stringerci a sé, è un atto divino, il preludio di un angelo. Non conosco gesto altrettanto duro, tenero e rivoluzionario. Una donna o un uomo che spalanchino le braccia all’invisibile, all’amante che tutti gli altri contiene, il luminoso e l’oscuro, al termine di mille battaglie perdute, sono creature speciali. Come un bambino si lancia ingenuo a braccia aperte sul papà o la sua mamma, così un adulto ferito ma mai vinto, esperto eppure candido, che spalanchi le ali senza certezza alcuna di atterrare in un porto, aperto all’amore come un aquilone senza filo al vento, è l’esempio più alto di un uomo o una donna. Cadere è indifferente. Che fisicamente l’amore lo si trovi o no, pure. L’importante è saper spalancare le braccia. L’importante è saper volare soli, sempre, ostinatamente e controvento, verso l’amore.1618533_10205962891930996_2802551163820689849_n

OPINIONI DI UN CANE A FERRAGOSTO IN ATTESA DELL’AUTOBUS PER IL MARE

Sarolta Ban 2Poco fa, andando al mare, ho intravisto questo cane al capolinea. Si era tolto il collare e messo un fiocco azzurro. Ha finto di non vedermi e non mi ha chiesto l’autostop. Ho abbassato il finestrino. «Da quando in qua i cani si fanno la valigia?». Mi ha risposto: «Quelli che, facendo una cosa giusta o commettendo un errore, ci provano, sono sempre migliori di quelli che, qualunque cosa facciano gli altri, rosicano». Effettivamente stavo rosicando, ho sempre sognato un cane così, però mi scocciava far la figura da imbecille e ho replicato: «Ma se la sai lunga come la tua coda, ti sei dimenticato che oggi è ferragosto e l’autobus non passerà mai?».
Ho letto un’improvvisa disperazione nel suo sguardo e mi sono sentito stupido e cattivo. Lui si è stretto al collo la sua bandana azzurra: «E voi allora? Perché andate ancora in automobile? Se vi abbracciaste con la stessa frequenza e intensità con cui gli uccelli muovono le ali, anche voi sareste capaci di volare!».
«Vabbè, vado al mare, tante care cose». Mentre chiudevo il finestrino e ingranavo la marcia lui ha girato il muso dalla parte opposta, verso l’autobus che non sarebbe arrivato mai e ha sussurrato: «Non esistono abissi senza fine tranne che nel cuore di certi uomini».
Era troppo. Gli ho spalancato lo sportello, ha afferrato la valigetta con i denti ed è saltato su. Si è accucciato sul sedile. Adesso siamo al mare. Lui scava buche nella sabbia, io scrivo. Abbaia per farmi vedere la sua buca, ma io mi guardo bene dal fargli leggere quel che ho scritto. Niente da fare. Mi ha appena strappato il foglio di mano. Col muso l’ha spianato sulla sabbia. Lo ha letto, poi mi ha guardato e ha detto: «Ma lo sai che scrivi proprio come un cane?».