Apprezzare il peggio è un buon metodo per essere sereni, anche divertente. Si pensi alle persone che ci osteggiano, ai modi o ai ragionamenti altrui che disprezziamo, a tutto ciò che di solito ci fa schiantare i nervi, a quegli animali indisponenti come i piccioni che ci lordano il terrazzo e ci grugano l’anima, e si rivolti il tutto come una frittata. Ora si pensi agli esseri fantastici, alla grande musica, a tutto ciò che ci risulta bello, carezzevole, familiare, sacro, indice di fortuna e prosperità. E si rivolti la frittata un’altra volta, donando questo a quelli, elargendo a tutti i piccioni del mondo (per primi gli uomini che ci grugano le palle) l’amore di mille mamme, l’effervescenza stellare del bacio più incantevole della nostra vita, dipingiamoli da capo a piedi con la luminosità incantata di una giornata d’infanzia al mare, insomma, svitiamoci e riavvitiamoci il cervello. Miracolo! Adoro i miei piccioni, senza non potrei stare. E invece di bestemmiare a quell’ovetto deposto proprio adesso in un angolino del balcone, lo curerò come se fosse la culla di mia figlia. E tu, caro nemico mio, cosa t’inventerai quest’oggi per guastarmi l’umore? Ti rivestirò di una tale mareggiata d’amore che ti sentirai avvolto da un manto d’ermellino e stelle e mi guarderai sbalordito: «Perché mi doni questo? Io sono cattivo con te!». No, sei sfortunato, è diversa cosa, ti meriti tutto il mio affetto perché non vedi, dietro il polverone di rabbia da te stesso alzato, la sovrumana bellezza della vita.
Non dico che sia facile ma è un metodo, una disciplina, un impegno costante, quasi un dovere – se non vuoi esistere invano – amare per prima cosa tutto ciò che ci risulta odioso, colorare d’azzurro il nostro libro nero. Non c’è nulla di melenso (anime belle è solo una definizione delle anime di merda) al contrario, ci vuole una muscolatura spirituale da asceti di Serie A. Però anch’essa si acquisisce un giorno dopo l’altro come gli addominali frequentando una palestra, e tra gli altri benefici, ti fa molto ridere, perché crea un buffo scompiglio emotivo in chi ci vuole male, fa scricchiolare le stesse istituzioni, trasforma gennaio in ferragosto, gli uomini in albatros, e questo mediocre inferno quotidiano nel paradiso di tutti i giorni.
(Foto Alex Kebotar, premio Pulitzer)

Nessuno ne parla ma Facebook è cambiato, prima era un mare aperto ormai è una confortevole pozzanghera con la tua immagine riflessa in altre simili alla tua, al massimo, se hai tanti amici, è un laghetto artificiale per un rito, un bagno poco purificatorio di narcisismo di gruppo che non riproduce quasi più le diversità, i vaffa, le dissonanze fra noi, ma ci lecca il culetto e ci compiace, ci acconsente come mammà un neonato, mentre il mondo adulto, il mare di fuori non è certo così consenziente con noialtri. O sbaglio? Be’, preferivo gli squali, chi mi sputava, le orche marine del web, gli spazi profondi di personalità a me estranee, le tempeste verbali, imbattermi in opinioni che non condividevo, perfino in contenuti che aborrisco (i nazifascisti, quelli che parlano solo di cibo, o i bulimici dell’esoterismo coatto, i bimbiminkia di tutte le età e le latitudini) piuttosto che aggirarmi senza emozioni e turbamenti in questa melassa autoconsolatoria in cui quasi tutti la pensano come la penso io, o nel vedermi riprodotti incessantemente (come nella più soffocante pubblicità televisiva) gli stessi video sui quali cliccai sbadatamente o meno due anni fa: che palle! Ma allora a che mi serve Facebook? Mi tengo la famiglia, il vicinato, la mia vecchia amante che mi manda affanculo come solo lei sa, la cena annuale con gli ex compagni di scuola. Che clicco a fare? La potenza del mezzo, che un tempo era nelle nostre mani, è passata al servizio dei padroni. Gli abbiamo donato i nostri dati sensibili, gusti, consumi, vizi, abitudini (ma davvero vi credevate che la Rete fosse gratis? Non c’è niente di gratis, si paga tutto, ma su Facebook lo paghi in modo fittizio e più insolente di una bolletta della luce). Risultato? Un bell’algoritmo selettivo che sbatte e relega ciascuno nella sua esclusiva riserva indiana. Preferivo essere un figlio di puttana per un qualche anonimo pirata del web piuttosto che un figlio di un algoritmo che ha ordinato, pisciandomi sulla testa: “Ora che so come la pensi, caro gnocco, ti accontento”, ed eccoci tutti qua, serviti, noi “simili”, noi tribù dal profilo di tipo A o B o C, a sciacquettarci in questa cliccante pozzanghera azzurra al sapore di mare come un bagnoschiuma taroccato cinese. Ricordate quando il verbo di Internet era “navigare”? Il Facebook di adesso è sempre “navigare”, ma senza mai uscire dal porto. Dalla rete siamo finiti in padella, fritti nello stesso olio. Se per voi questa si chiama libertà, ridatemi Minzolini direttore del Tg 1, me lo riguardo a puntate come “Gomorra”.
È l’alba e sfoglio Repubblica con mezza mente ancora nei sogni e l’altra mezza affacciata sulla veranda della realtà. Leggo il titolo “La fuga del bandito senza pietà/Fermatelo, può fare altri morti!” Penso che ci si riferisca a Donald Trump. Ma la metà di me con la tazzina in mano davanti alla primavera mi avverte che no, stanno parlando di “Igor il Russo”, il killer di Budrio, e non di Donald l’Americano, il gendarme del mondo. Così, di questa domenica all’alba, la prima cosa con cui s’impasta la mente nel rosa nebbioso è la rabbia per il consenso senza dignità dei leader dei paesi europei, compreso Gentiloni nostro (così tanto gentilone con Trump che mi viene da gridare). È orribile questa gentilezza con la vendetta armata del Kim Jong-un di Washington, del coreano-americano con l’anima da hamburger. Perché bisogna avere il ketchup spalmato sui neuroni cerebrali e la senape sul cuore per non capire quale razza di odio viscerale e di guai collaterali innesca un intervento armato unilaterale USA su uno stato sovrano come la Siria. Non a caso il dittatore coreano (talmente speculare a Trump da sembrare il suo gemello con gli occhi a mandorla) ha dichiarato ieri che “L’attacco Usa giustifica l’atomica”. L’umanità, certo, non può tollerare chi stermina bambini con i gas. Ma neanche lo sterminio degli innocenti quando sono gli Usa e i suoi alleati a sganciare bombe sulle aree più povere e culturalmente emarginate del pianeta. Offrire gentilissimo, incondizionato consenso ai capricci armati del Kim Jong-un della Casa Bianca vuol dire che l’Onu è impotente e l’arte della politica è morta come quei bambini asfissiati da Assad, dai ribelli, o da chiunque sia stato. Che bisognasse averne contezza “prima” d’intervenire dovrebbe essere superfluo ribadirlo. Non sono simpatizzante dell’Isis né, se fossi arabo, sognerei mai di aderire a quelle sanguinarie follie, ma se malauguratamente fossi nato da quelle parti oggi avrei un motivo in più per scaraventarmi con un camion sulla folla, in Europa, e pareggiare un’altra volta i conti. Se si ha avuto la fortuna di nascere in America o nelle nostre ben nutrite città, non bisogna mai abbandonare la ragione per la risposta armata, mai. A perseguire l’occhio per occhio si diventa ciechi. Non c’è bisogno di un genio per capirlo. Ma Donald non lo sa. E a Merkel, Gentiloni & Co., che invece lo sanno benissimo, non conviene saperlo. Che vergogna, che pena quest’Europa.
E poi ci sono queste ragazze, anche in Italia, che invece di maledire il buio lo illuminano, e pagano la bolletta sulla loro pelle, la bolletta di energia di un’anima lucente con cui fanno strada ai diseredati, ai vagabondi delle guerre e li scortano attraverso le frontiere, per una nuova vita da improvvisare o per una notte di tregua. Questo fa Francesca, la passatrice, non certo per soldi insanguinati, c
Colpi d’ascia in faccia alle mogli, martellate ai bimbi, sprangate sugli sconosciuti per uno sgarbo da nulla, gli “insospettabili” ormai uccidono a raffica con una ferocia raccapricciante. I cronisti li chiamano raptus, confortati dai vicini di casa che, per chi crede nei raptus, (come se il male lo portasse il vento o gli starnuti), saranno tutti a loro volta terrificanti assassini potenziali. Gente che se si prende il “raptus” di questa influenza, non hai sc
Come mai siamo così distanti da una pur vaga felicità? Perché, da così troppi anni, ci siamo imbruttiti, ottusi e inferociti? Lo verifichiamo nell’enfasi gridata dei telegiornali e dei dibattiti eccitatissimi -mai dal bello- ma da ogni sorta di infamia, di corruzione, di stragi e, alternativamente, di sciocchezze pettegole, di canzonette senz’anima, di comicità poco intelligente, il tutto sepolto da carrellate di prodotti in vendita, come anche noi siamo, merce umana, anche qui su Facebook dove tutto è gratis solo per i gonzi, perché siamo più schedati che negli archivi della polizia segreta fascista.
Chissà perché un istante fa mi è tornato in mente un ricordo d’infanzia. Vattelapesca i ricordi, fanno come gli arcobaleni, spuntano dove e quando gli pare. Avevo sette, otto anni, era all’incirca il 1960. A quei tempi i bambini andavano a Messa. Era un dato di fatto, sarebbe stato sorprendente il contrario, come se oggi qualcuno non avesse in tasca il cellulare. Al catechismo ci era stato insegnato come ben comportarci in chiesa e se durante la funzione ce lo dimenticavamo, imitavamo gli altri come burattini, senza pensarci su. Se s’inginocchiavano tutti, ci si genufletteva tutti, se occorreva battersi un pugno sul petto si ripeteva il gesto: bum bum bum. Poi c’era quel campanellino, dlin dlin dlin, ma non ricordo più quando si suona, a che punto della Messa voglio dire, mi ricordo però che invidiavo moltissimo il chierichetto e sognavo di poter suonare anch’io, un giorno, sull’altare, un campanellino d’oro.
Auguri di un 2017 straordinario!
Che l’abominevole Trump guidi gli Stati Uniti può urtare l’anima di tanta gente, compresa la mia, ma in quel ruolo lui è paradossalmente una novità mentre la Clinton incarnava l’ambiguo passato della democrazia. In Italia è lo stesso, sa tutto di muffa, con la differenza che noi il Trump di Arcore ce l’abbiamo già avuto (per una volta abbiamo anticipato una tendenza rispetto agli Usa) però non abbiamo novità illuminanti né a destra né a sinistra, non