NOI, PESCI NELLA RETE

Nessuno ne parla ma Facebook è cambiato, prima era un mare aperto ormai è una confortevole pozzanghera con la tua immagine riflessa in altre simili alla tua, al massimo, se hai tanti amici, è un laghetto artificiale per un rito, un bagno poco purificatorio di narcisismo di gruppo che non riproduce quasi più le diversità, i vaffa, le dissonanze fra noi, ma ci lecca il culetto e ci compiace, ci acconsente come mammà un neonato, mentre il mondo adulto, il mare di fuori non è certo così consenziente con noialtri. O sbaglio? Be’, preferivo gli squali, chi mi sputava, le orche marine del web, gli spazi profondi di personalità a me estranee, le tempeste verbali, imbattermi in opinioni che non condividevo, perfino in contenuti che aborrisco (i nazifascisti, quelli che parlano solo di cibo, o i bulimici dell’esoterismo coatto, i bimbiminkia di tutte le età e le latitudini) piuttosto che aggirarmi senza emozioni e turbamenti in questa melassa autoconsolatoria in cui quasi tutti la pensano come la penso io, o nel vedermi riprodotti incessantemente (come nella più soffocante pubblicità televisiva) gli stessi video sui quali cliccai sbadatamente o meno due anni fa: che palle! Ma allora a che mi serve Facebook? Mi tengo la famiglia, il vicinato, la mia vecchia amante che mi manda affanculo come solo lei sa, la cena annuale con gli ex compagni di scuola. Che clicco a fare? La potenza del mezzo, che un tempo era nelle nostre mani, è passata al servizio dei padroni. Gli abbiamo donato i nostri dati sensibili, gusti, consumi, vizi, abitudini (ma davvero vi credevate che la Rete fosse gratis? Non c’è niente di gratis, si paga tutto, ma su Facebook lo paghi in modo fittizio e più insolente di una bolletta della luce). Risultato? Un bell’algoritmo selettivo che sbatte e relega ciascuno nella sua esclusiva riserva indiana. Preferivo essere un figlio di puttana per un qualche anonimo pirata del web piuttosto che un figlio di un algoritmo che ha ordinato, pisciandomi sulla testa: “Ora che so come la pensi, caro gnocco, ti accontento”, ed eccoci tutti qua, serviti, noi “simili”, noi tribù dal profilo di tipo A o B o C, a sciacquettarci in questa cliccante pozzanghera azzurra al sapore di mare come un bagnoschiuma taroccato cinese. Ricordate quando il verbo di Internet era “navigare”? Il Facebook di adesso è sempre “navigare”, ma senza mai uscire dal porto. Dalla rete siamo finiti in padella, fritti nello stesso olio. Se per voi questa si chiama libertà, ridatemi Minzolini direttore del Tg 1, me lo riguardo a puntate come “Gomorra”.

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