Chissà perché un istante fa mi è tornato in mente un ricordo d’infanzia. Vattelapesca i ricordi, fanno come gli arcobaleni, spuntano dove e quando gli pare. Avevo sette, otto anni, era all’incirca il 1960. A quei tempi i bambini andavano a Messa. Era un dato di fatto, sarebbe stato sorprendente il contrario, come se oggi qualcuno non avesse in tasca il cellulare. Al catechismo ci era stato insegnato come ben comportarci in chiesa e se durante la funzione ce lo dimenticavamo, imitavamo gli altri come burattini, senza pensarci su. Se s’inginocchiavano tutti, ci si genufletteva tutti, se occorreva battersi un pugno sul petto si ripeteva il gesto: bum bum bum. Poi c’era quel campanellino, dlin dlin dlin, ma non ricordo più quando si suona, a che punto della Messa voglio dire, mi ricordo però che invidiavo moltissimo il chierichetto e sognavo di poter suonare anch’io, un giorno, sull’altare, un campanellino d’oro.
Non vado a Messa da tanto tempo e non so dire se oggi ai fedeli si chieda ancora di abbassare il capo al momento della consacrazione dell’eucaristia, sto parlando di quel lungo istante in cui il sacerdote solleva l’ostia al cielo, ma a noi bambini di quella scuola lì era stato insegnato così. L’ostia simboleggia il corpo di Cristo ed era come un peccato mortale guardarlo, tanto che una domenica un sagrestano mi dette uno scappellotto a sorpresa, sopraggiungendo alle spalle: «Giù la testa!». Questa cosa non mi piacque per niente e anche se il cuore mi batteva fortissimo, come se sfidassi Dio all’OK Corral, io rialzavo sempre la testa e lo guardavo tale quale a se fosse stato mio fratello.
Guardare lealmente negli occhi Dio con amore e riconoscenza per essere nato. Perché abbassarli? Di cosa aver paura? Non era forse, quell’ostia, la trasfigurazione del suo corpo e quel vino del suo sangue? Gesù non si era sacrificato, come agnello di Dio, “per togliere i peccati dal mondo”? E dopo di ciò, non era forse risorto in cielo? E allora perché abbassare lo sguardo come di un furto di cui vergognarsi? La sua crocefissione non ci aveva forse già redenti con il suo estremo atto d’amore? Bisognava gioire. Era questo che sentivo intuitivamente da bambino, alzando gli occhi quando tutti li abbassavano, con quella ipocrisia di fissarsi la punta delle scarpe o di battersi il petto tre volte, pentirsi in chiesa per poi ricominciare da capo a casa. Ma pentirsi di che? O si è innocenti per sempre o condannati. Gesù era innocente. E non insegnava la condanna ma il perdono.
Non esiste il peccato, non esiste la colpa, esiste solo l’amore. L’avevo capito a sette otto anni, poi la paura di altri scappellotti, quelli degli amici perduti o degli amori mancati, me l’ha fatto dimenticare.
Ho ballato come tutti la danza dei desideri, senza comprendere che era la danza della morte.
Scusami se me ne sono uscito con questa cosa che non c’entrava niente, ma adesso dimmi, fratello, ricordami: dove si prende il tram per l’infinito?