Oggi festeggiamo una nascita ma è bene capire di che stiamo parlando, fratelli. Poco o nulla sappiamo sull’infanzia di Gesù. I vangeli non ne fanno cenno. Grave errore degli evangelisti aver insabbiato la verità. Perché Gesù era un bambino cattivo, molto cattivo. Pestifero. Una maledizione. Tutte le famiglie perbene gli giravano alla larga e ammonivano i loro figli: «Non t’azzardare a fare come Gesù o vedi!». Il figlio del falegname faceva a gara coi ragazzacci di Nazareth a chi sputava più lontano sui piedi dei passanti; sparava con una cerbottana freccette di legno acuminate nei sederoni delle lavandaie; con una fionda crocefiggeva i passeri in cielo.
Giuseppe e Maria non ne potevano più delle lamentele dei vicini: «Il vostro Gesuaccio ne ha combinata un’altra delle sue! Mi ha bruciato il carretto!». E spillavano soldi ai genitori per non denunciarlo ai romani.
Quando il sonno rendeva inoffensivo il piccolo despota, i due non facevano che lamentarsi l’uno con l’altra. «Ma da chi ha ripreso? In famiglia mia non s’è mai vista una teppaglia simile!» diceva la Madonna.
«Certo da me non ha ripreso!» rispondeva il povero vecchio falegname, seccato.
Finché una notte in cui Gesù aveva rubato un agnello e poi se l’era pure perso ai dadi, una voce che non ammetteva repliche risuonò nella stanza illuminata dalla luna: «Ha ripreso da Me! E basta».
«Sissignore».
Il giorno dopo, per sfuggire alle guardie che cercavano il teppista di casa in casa, il ladro dell’agnello, Giuseppe e Maria lo portarono a Gerusalemme. Era Pasqua, la città brulicava di turisti e di mercanti. Gesù, incazzato nero perché i genitori si erano rifiutati di comprargli una trombetta e i biscotti alle mandorle a una bancarella, gliela fece pagare cara. Scomparve per tre giorni. Aveva 12 anni ed era tutto suo Padre. Infatti ecco che Gesù ricompare di colpo nel vangelo di Luca: “Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole”.
Invece le compresero benissimo. Erano dure e senza scampo come tutte le parole vere. Toglievano loro ogni consolazione. In tre giorni l’ex bambino cattivo si era fatto uomo. Si era scoperto da solo, sotto le stelle fredde. Orfano infinito. Se fosse rimasto il bimbo edulcorato che la Chiesa ci vuol lasciare intendere, in 2016 anni ce lo saremmo già bello che dimenticato. Perché il bene ipocrita che ci augureremo stasera, tra un pacco e uno spumante, è sterile, solo dal male può nascere il bene più puro. Gesù era stato un Pinocchio, non conosceva la colpa per sentito dire, altrimenti sulla croce non avrebbe potuto pronunciare parole così belle ai suoi carnefici: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Solo chi è stato un bambino cattivo può amare il suo prossimo in modo divino.
Per questo auguro buon natale a tutte le bambine e i bambini cattivi di ogni età. Quelli che, come tutti gli anni, stasera avranno voglia di gettare dalla finestra le statuine del presepio e tutto l’albero di Natale appresso. Non preoccupatevi, siete voi nel giusto. Anche Gesù rovesciò le bancarelle al tempio. Viva i bambini cattivi, il 24 è la nostra notte!
Il difficile incomincia domani. Diventare donne e uomini di buona volontà. Volontà, fatevi questo grande dono.
È il mio augurio più sincero: che la vostra ferocia diventi amore.
Jack Folla
Categoria: Alcatraz-Italia
RAGAZZI, ROMPETE IL MURO
Che l’abominevole Trump guidi gli Stati Uniti può urtare l’anima di tanta gente, compresa la mia, ma in quel ruolo lui è paradossalmente una novità mentre la Clinton incarnava l’ambiguo passato della democrazia. In Italia è lo stesso, sa tutto di muffa, con la differenza che noi il Trump di Arcore ce l’abbiamo già avuto (per una volta abbiamo anticipato una tendenza rispetto agli Usa) però non abbiamo novità illuminanti né a destra né a sinistra, non tali da farci leggere il mondo con un bel paio di occhiali nuovi. Tra l’altro un buco nero ha risucchiato sia destra che sinistra, mischiandole in una centrifuga da caserma.
Intanto il mondo cambia come un cavallo pazzo spronato dalla tecnologia, dalla finanza e dall’odio globale, e noi non riusciamo a stargli dietro neanche con lo sguardo. Dove sono finiti gli occhiali nuovi? Ci mancano le lenti dei nuovi saggi, dei giusti e dei grandi narratori della Storia, né salgono sul palco (in assenza di copioni all’altezza) i grandi interpreti, mentre la grande orchestra tace nella buca. L’aria è da requiem, ma non si vede un Mozart.
Ho sempre trovato detestabile chi, dai 50 in su, scrive film per giovani, musica per giovani, s’inventa una politica per giovani o fa abbigliamento per giovani. Anche se disegna un nuovo slip gli scappa sempre un vecchio merletto. Lo stesso se scrive una canzone o fa un partito. Prima o poi ricasca nella muffa, perché si rivolge al giovane rimasto intrappolato dentro se stesso, non ai giovani d’oggi, e questa svista fatale avviene inesorabilmente, eccetto ai geni che non hanno età.
La mia generazione ha fabbricato una trappola letale per le generazioni successive. Li ha lasciati senza lavoro e senz’anima. Gli ha rifilato una collana infinita di specchietti per le allodole, un futuro che ricorda i faraoni con gli schiavi. Ragazzi non aspettatevi che i faraoni si ribellino per voi. È impensabile che gente dell’età (e della mentalità) di Donald Trump possa rappresentare un radicale cambiamento della vostra vita. Dovrete aprirvi un varco, una breccia in questo orrendo muro, e in condizioni impossibili.
Per ribaltare le cose a questo punto ci vorrebbero dieci nuovi Martin Luther King venticinquenni e una mezza dozzina di Mahatma Gandhi, più almeno un’Anna Kuliscioff, un Che Guevara, un Voltaire, una Evita Peron e un Napoleone per paese. E non li troverete nelle nostre drogherie. Sto dicendo che ci vorrebbero almeno 21 grandi giovani di cui nessuno conosce ancora il volto o il nome.
Ma o con la pace o con le più brusche maniere la nuova generazione deve dispiegare le sue grandi anime. Perché fra voi le grandi anime ci sono e su questo solo un cretino ha dubbi.
Non vedo l’ora di poter lanciare una pantofola dalla finestra in segno di giubilo quando sfileranno il giorno della rivolta.
DIMETTIAMOCI TUTTI
Che il sindaco di Milano si autosospenda è il vorrei ma non posso dell’etica politica. O ti dimetti e la pianti oppure tiri dritto perché sei innocente. Un avviso di garanzia non è una condanna. Ma autosospendersi è uguale a mettersi a fare il “mannequin challenge”, la nuova moda social di videoriprendersi immobili come manichini. L’unico che mi ricordi abbia fatto una idiozia simile fu Fabrizio Del Noce, il direttore di Rai 1, che si autosospese quando andò in onda Rockpolitik di Celentano.
Chi invece avrebbe dovuto dimettersi all’istante è Valeria Fedeli, assai poco fedele nel riportare i suoi titoli di studio. Se un ministro dell’Istruzione si dichiara pubblicamente laureata non essendolo deve tornarsene a casa, amen.
Avrebbe dovuto dimettersi la Raggi, come ho già scritto ieri, non perché Marra fosse del M5S, ma perché era un suo famiglio. Diverso sarebbe stato se non l’avesse difeso a spada tratta più volte, come si fa con un famiglio appunto, nonostante fosse universalmente noto che Marra non era uno stinco di santo, e se l’Espresso già da due mesi non avesse scoperto e pubblicato i suoi traffici con Scarpellini (arrestato pure lui) e se lo stesso Grillo non l’avesse, infine, già messa in guardia. Dichiarare che Marra era solo “uno dei 23.000 dipendenti del Comune” è un’idiozia da oca giuliva, quando sei stata proprio tu a nominarlo direttore del personale, quindi capo di tutti quei 23.000. A casa vostra non so, ma a casa mia ci si dimette.
A questo giro l’unico a essersi dimesso davvero è Matteo Renzi, ma anche in questo caso ’cca nisciun è fess, perché quello di Gentiloni non è un governo “a sua insaputa”, siamo di nuovo al “mannequin challenge”, un intero governo manichino, con la Boschi (autrice della riforma bocciata dalla maggioranza degli italiani) promossa e premiata, il che è un’offesa a tutto il Paese, anche a chi, come me, ha votato Sì. Perché mi indigno per chi ha votato No.
Detto questo, non mi stancherò mai di ripetere che i miei connazionali dovrebbero piantarla d’illudersi di essere migliori della classe politica (quella loro avversa, giammai il loro partituzzo) che così mediocremente ci rappresenta da una trentina d’anni. Non che prima fosse molto diverso, ma qualche vero servitore dello Stato c’era. E mi piace ricordare Berlinguer, ma altri nomi, non molti, potrei fare.
Il vero guaio dell’Italia di oggi sono gli italiani. Nulla a che vedere con quelli di una volta. Il cancro che ci sta uccidendo è la nostra assoluta mancanza di educazione. Non parlo di galateo e di stile (ma la forma è anche sostanza) parlo di educazione alla conoscenza, ai valori spirituali, al rispetto degli altri e di tutte le opinioni e, naturalmente, di senso dello Stato e della cosa pubblica, che si dovrebbe imparare dalla più tenera età, in famiglia e a scuola, anche con una certa rigidità e insistenza. Così come si dovrebbe istituire all’istante un’alta scuola per diventare politici di professione. Purtroppo, invece, anche in queste pagine, vedo tanta ineffabile ignoranza, presunzione velleitaria e aggressività della quale dovrebbero farsi carico gli aggressori a casa loro e con tanta buona volontà.
A me non è mai passato neanche per la testa di scrivere sulla pagina di qualcun altro giudizi sommari come fa la maggioranza di voi. Se un concetto non mi piace mi chiedo innanzitutto perché (non sia mai che sia qualcosa che mi urta proprio perché è un mio limite, e per essere liberi bisogna allenarsi ogni giorno a superare il proprio limite proprio lì dove le opinioni ci piacciono di meno) e poi se davvero non mi piace, vado oltre, perché so che infangando un altro infango solo me stesso. È anche questo che intendo come educazione. Senza, noi italiani non ci salveremo mai, per cui dovremmo, sin da oggi, dimetterci subito tutti. (Gli innocenti non esistono). Chi mi ha capito ha capito e chi non mi ha capito o non vuole capire, pace e buona domenica, ce ne faremo una ragione.
ARRESTATO MARRA. PER IL M5S È ORA DI DIVENTARE GRANDI
Era il 3 di Novembre, un mese e mezzo fa. Virginia Raggi lanciò l’ultimatum davanti agli eletti M5S sul suo fedelissimo Raffaele Marra: «Lui non si tocca. Se va via, mi dimetto». Accusato di aver intascato tangenti all’epoca di Alemanno, stamattina Marra è stato arrestato. Non c’è da esserne felici, tutt’altro. C’è solo da imparare che, anche se siamo onesti, e secondo me Virginia Raggi lo è come lo sono generalmente i 5 Stelle, vedere il marcio soltanto in chi non è del movimento è di un’ irresponsabile ingenuità. Non è ammissibile che chi è in procinto di governare l’Italia soffra di questa onnipotenza infantile. Bastava ascoltare Di Battista ieri sera a Piazza Pulita, non c’era una domanda una alla quale rispondesse in modo compiuto. Perché il sottotesto puerile di ogni sua risposta era “Mamma guarda quanto sono brutti, sporchi e cattivi gli altri!”. Bene, ora che è ufficialmente conclamato che sono brutti, sporchi e cattivi pure loro, auguriamoci che questo serva a farli finalmente diventare adulti e consapevoli che la corruzione in Italia riguarda tutti e “nessuno si senta escluso”, come cantava De Gregori. Se la Storia oggi sono loro, comincino col dare l’esempio con le doverose dimissioni del sindaco di Roma e, soprattutto, con meno slogan e più maturità politica.
MATTEO RENZI: NOMEN OMEN
Ma chi è veramente Matteo Renzi? Come tutti sapete “nomen omen”, nel nome il destino. Per scoprire se l’ex presidente del consiglio stia davvero tramando da Pontassieve contro di noi, questa mattina sono ricorso alla mia arma segreta: l’anagramma. Scomponendo il suo nome e cognome ne ho scoperte delle belle, da far leccare i baffi ai 5 stelle. Tanto per cominciare è ENZO RE MATTI, quindi non si chiama Matteo bensì Enzo e il suo destino è di diventare Re dei Pazzi, cioè noi. Se gli andasse male può sempre aprire una bottega di gastronomia per obesi a Pontassieve, la pantagruelica MANZI E TORTE. Qualora invece il suo esilio toscano lo induca alla meditazione, nel suo nome c’è anche questo: ROTTAMI E ZEN. Ma la malinconia potrebbe portarlo in osteria fino a tardi, quando l’oste gli verserà l’ultimo bicchiere invitandolo ad andare a dormire: METTI E RONZA. A quel punto potrebbe insorgergli un incubo, quello che a far fallire il referendum sia stata la Merkel e il controspionaggio tedesco, con l’oscuro TEOREMA NTZI, “Ntzi” è il no referendario pronunciato alla sicula. Per vendetta, Matteo sogna allora di aprire un’agenzia funebre on line, la MORTE ZIA NET perché nel suo nome e cognome c’è davvero tutto e il contrario di tutto. La depressione dovuta al suo essere in esilio, lapidaria e definitiva: RE ZITTO AMEN, ma anche la sua carta segreta per tornare al comando: E MI TENTO ZAR. Matteo Renzi come Ivan il Terribile? Chi vivrà vedrà, ma l’aggressività per ora la scarica in famiglia. Rianagrammando per l’ultima volta il suo nome e cognome scopro infatti che ce l’ha con un parente: MENAR ZIETTO. Poveraccio, chissà che gli ha fatto.
I CENTO PASSI DI ZHANG
Zhang Yao era venuta dalla Mongolia per studiare all’Accademia delle Belle Arti. È atroce e assurdo che questa ragazzina cinese, travolta da un treno mentre inseguiva tre rapinatori che le avevano scippato la borsa, sia già scomparsa dalla nostra memoria. Per il coraggio che questa piccola donna ha dimostrato vorrei che il sindaco di Roma cambiasse almeno il nome di via Patini a Tor Sapienza, dove sorge il palazzone degli uffici dell’immigrazione, in Via Zhang Yao. La sua eroica rincorsa solitaria di tre delinquenti in un paese non suo mi ha ricordato i “Cento passi”. Zhang stringeva in pugno il permesso di soggiorno. Pare che nelle riprese delle telecamere di una fabbrica adiacente ai binari, che hanno inquadrato il suo corpo travolto dal treno, si veda un foglietto svolazzante in cielo. Non so se è vero ma è come se lo fosse. I permessi di soggiorno sono come le rondini. La faccia Via Zhang Yao, sindaca Raggi. Per questa studentessa delle Belle Arti venuta da lontano a darci l’esempio della forza delle donne, morta sui binari per non darla vinta a tre vigliacchi in fuga.
IL RIGETTO DI QUESTO MONDO NON SERVIRÀ A RIPRENDERCELO
Il voto sulla Brexit, l’elezione di Trump, i trionfi della Le Pen e di Farage, delle destre nazionaliste e di quelli che alzano muri e rivogliono la monetina di mammà, così come la protesta dei 5 Stelle con il No alla “schiforma”, sono fenomeni diversi ma con una matrice comune: il rifiuto delle leadership colpevoli di averci impoverito, l’odio per le élites e per chiunque in odore di potere si è arricchito a nostro danno. Paradossalmente, se la globalizzazione ci avesse migliorato il tenore di vita, quelle perfide élites ci sarebbero andate benone. Se siamo qui a protestare, quindi, non ci trovo alcuna dignità, nessuna vera ribellione, ma è solo per una schifosa questione di soldi. Non siamo Che Guevara ma servi. Avremmo voluto continuare a consumare come e meglio di prima ma i padroni vecchi e nuovi non ce lo permettono più. Mentre un terzo degli italiani non hanno più modo di guadagnarsi da vivere, il tempo di protestare, per quanto mi riguarda, è finito come tutti i giochi infantili, non faccio l’interesse del capoccione di turno che “divide et impera”, del colpa tua colpa mia, non ne posso più. Questo è il tempo della rivolta senza chiacchiere, di mantenersi freddi. E la rivolta è trovare soluzioni. La prima rivolta di tutte: ridurre la disuguaglianza finanziaria. E impedire che una intera generazione sia mandata al macero. A chi dice «Non ti riconosco più ti sei suicidato», rispondo «Sei tu a esserti suicidato, fratello, non oggi ma vent’anni fa quando alla radio ti dicevo svegliati, ribellati, evadi dalla tua Alcatraz, osa, prima che sia troppo tardi. Adesso che ti senti abbandonato dai tuoi padroni che vuoi da me? Prenditela con te stesso». Io non mi sono abbandonato, so stare da solo, vivo con poco o niente, cerco fantastiche soluzioni per campare e il mio cuore è con chi non ce la fa perché è disoccupato, malato, vecchio o discriminato, per cui trovo stucchevole sbavare di rabbia e mandare affanculo il sistema solo perché ti sei accorto in ritardo che il sistema può fare alla grande a meno di te. Questo lo sapevo già trent’anni fa. Così come oggi so che il rigetto di questo mondo non servirà a riprendercelo. Ma se non sai pensare, se non sai neanche che vita stai facendo, se non studi, non leggi, non t’impegni, se non t’inventi qualcosa, puoi pure gridare “Morirete tutti” sotto palazzo Chigi, ma è probabile che lascerai questa terra prima tu di Alfano.
La situazione attuale è questa (la sintetizza bene il fisico Stephen Hawking in un articolo per “The Guardian” oggi ripreso da “Repubblica”).
«L’automatizzazione delle fabbriche ha già decimato l’occupazione nell’industria tradizionale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale probabilmente allargherà questa distruzione di posti di lavoro anche alle classi medie, lasciando in vita solo i lavori di assistenza personale, i ruoli più creativi o le mansioni di supervisione. Tutto questo a sua volta accelererà la disuguaglianza economica, che già si sta allargando in tutto il mondo. Internet, e le piattaforme che rende possibili, consentono a gruppi molto ristretti di persone di ricavare profitti enormi con un numero di dipendenti ridottissimo. È inevitabile, è il progresso: ma è anche socialmente distruttivo».
Il grande fisico teorico, che si considera parte di quella élite chiusa nella sua torre d’avorio (faccio notare che la torre d’avorio è la sua carrozzella) conclude che “è indispensabile che i leader mondiali riconoscano che hanno fallito e che stanno tradendo le aspettative della maggior parte delle persone”. Sarebbe bellissimo, dubito però che i leader mondiali, ma anche quelli regionali o locali, o il mio amministratore di condominio, lo faranno mai.
Hawking, infine, come Papa Bergoglio, invita le leadership “all’umiltà”. Umiltà? Certo, prova a chiedere a Donald e Melania Trump, ma anche a Sergio Marchionne o al direttore della tua banca se vengono a cena con te da Miss Pizza Centocelle, e vedi dove ti mandano. Ma puoi anche chiederlo a caso a uno dei rivoluzionari de’noantri che sputano giudizi e sentenze contro tutto e tutti qui su Facebook. All’umiltà ci si arriva dopo aver attraversato il deserto in silenzio e da soli. Prima di fare riforme bisogna aver saputo riformare se stessi. Ma costa fatica e non ti paga nessuno. Continua pure a dare le colpe agli altri, fratello, non credo otterrai molto. Gli altri -quei pochi e sempre più ricchi- continueranno a mangiarti sulla testa.
A BOCCE FERME
Ho votato sì, e l’ho scritto nel post precedente, consapevole che avrebbero vinto i no, questa nuova maggioranza silenziosamente urlante ma sterile, ossia impotente, vista la sua scomposta eterogeneità, a proporre una riforma alternativa per l’Italia.
Ho votato sì con lo stesso spirito non certo entusiasta, ma pragmatico (che succede dopo che vince il no?) di Emma Bonino, Massimo Cacciari, Paolo Mieli, Romano Prodi e dodici altri milioni di voi; sono uno come tanti non iscritto al Pd e non Renziano.
Mai stato un Renziano della prima ora (come molti del Pd che hanno votato no e ora brindano sul Titanic del partito che hanno contribuito ad affondare); mai stato un Renziano delle 24.000 ore di questi mille giorni di governo, dove però ho apprezzato alcune novità importanti come la legge sulle unioni civili o il saper tener testa ai diktat tedeschi nonché il suo dinamismo indiscutibile in un paese di morti di sonno.
Sono invece un Renziano dell’ultima ora: quella del suo discorso d’addio. L’ho trovato bello e nobile. Mentre mi sono sembrati orrendi e da vecchie Cenerentole rifatte i discorsi dopo la mezzanotte di Salvini e della Meloni, di D’Alema e del Brunetta, perfino di Travaglio che un tempo stimavo per i suoi interventi puntuali e documentati e ora mi sembra un fan esagitato e monocorde del Travaglio pupazzo della tv.
Francamente rispetto solo i 5 Stelle. Non sono il mio genere, come non lo era Renzi, ma hanno tutto il diritto di considerarsi gli unici vincitori della partita. Sono giovani e non rifatti. Credo che prima o poi governeranno, mi auguro per il bene del nostro paese che non lo facciano in modo velleitario e inconcludente come, a tutt’oggi, governano Roma dove è del tutto evidente, almeno a un cittadino come tutti gli altri, che non è cambiato assolutamente un cazzo. Mai dire mai, staremo a vedere.
Ho ricevuto molti insulti -e chi se ne frega del sottoscritto- per aver espresso il mio sì nella mia pagina pubblica su Facebook. L’avevo messo in conto e non m’importa. M’importa moltissimo invece del nostro paese e di come lo stiano mandando in malora quei politici -oggi festeggianti- che dimostrano ancora una volta di non avere alcun senso dello Stato, del bene comune, del tornaconto pubblico ma solo del proprio potere personale e del loro piccolo sé. E mi immalinconisce tutta questa rabbia degli italiani abbandonati a loro stessi, con tutte le ragioni del mondo per protestare e lo so bene, ma la rabbia è facilmente manipolabile da burattinai senza scrupoli, come tristemente lo fu in passato.
L’alta affluenza alle urne nel referendum, infine, dimostra due cose, una bellissima l’altra molto meno. È magnifico che così tanti italiani si siano mobilitati per la Costituzione, qualunque sia stata la loro opinione riguardo alla riforma oggi bocciata. Ma è orripilante che in tanti si sono (e siano stati) mobilitati solo perché avevano un uomo come bersaglio. Lui ce l’ha messa tutta per farsi odiare, però i lapidatori stiano attenti. Un giorno -mi auguro mai- potrebbero addirittura rimpiangerlo
UN NO NON RIBELLE
Dopo aver letto e riletto il Vecchio e il Nuovo Testamento, appurato che il Vangelo degli italiani, nella prima parte dei suoi valori fondamentali, è rimasto indenne dal diluvio di parole spesso sgrammaticate della riforma, ma che dall’arca di Noè scenderebbero un bel po’ di senatori, il Cnel e soprattutto il bicameralismo perfetto, rendendo l’arca un po’ più agile e moderna; non riscontrando aumento di poteri del presidente del consiglio; molto incazzato che resti un senaticchio arruffato e non direttamente rappresentativo degli italiani; consapevole che, pur di fare una riforma attesa da mezzo secolo, la si è portata avanti coi voti e le alleanze possibili, l’orribile Hulk Verdini compreso; valutando positivamente che il Parlamento sarebbe finalmente costretto a discutere le proposte di legge avanzate dai cittadini con referendum propositivo; preso atto che la legge elettorale sarà cambiata, perché una commissione, composta anche dai capigruppo, ha firmato un documento ufficiale in tal senso, pubblicamente approvato dal premier (in caso contrario gli brucio casa, previa telefonata di avviso alla moglie perché, al contrario di molte malelingue, a me la signora Agnese, che non ho il piacere di conoscere, sembra una professoressa per bene); avendo letto il famigerato art.70, scritto coi piedi ma, almeno a me, comprensibile, e non sono né un giurista né un genio; fiero di essere italiano e purtroppo certo che, qualora il No vincesse, tutto il mondo sentenzierebbe che gli italiani non sono capaci neanche di fare una riforma, e il giudizio negativo di un mondo globale ha inevitabili ricadute sulla nostra vita personale; preso atto che in America ora c’è Trump, e questo ha cambiato molto le cose, molto in peggio secondo me; che i populisti li detesto ma che la colpa del loro dilagare è anche dell’arroganza elitaria di ambigui democratici come la Clinton, o di governi guidati da personaggi di altezzosa intelligenza di “sinistra” che ancora rompono i coglioni, solo perché inebriati di se stessi, come D’Alema; e che nessuno ha testa e cuore per pensare ai più deboli, ai nostri giovani e al futuro; che a una vittoria del “No” seguirebbe l’impossibilità di fare un governo decente (poiché dubito che Renzi sia così farlocco da prestarsi a fare da anatra zoppa, semmai considererà i voti del “Sì” come un partito personale e fossero solo il 30% è un gran bel partito personale, quindi non ve lo leverete di torno) e si ricomincerà con i governi tecnici dei Monti o giù di lì, coi Verdini a far cassa; avendo le scatole piene dei sorrisini di scherno di Travaglio qualsiasi cosa un altro interlocutore dica in Tv, perfino se dice la sua stessa cosa, e di quel “Dibba” che non lo posso più sentire perché, invece di parlare da uomo, piange parlando, strepita e si lamenta come se avesse sulle spalle il peso di tutta la Storia d’Italia (senza granché conoscerla), e di Grillo, la comica furibonda che dà della scrofa ferita al premier, ma a me, pur non essendo renziano, mi ha fatto sorridere di più la sua risposta: “vorrà dire che chiameremo il veterinario”; considerato, infine, che ho detto No tutta la vita, che non devo render conto a nessuno, tantomeno al partito della bistecca; fatte queste e altre motivazioni, non ultima che preferisco sedere dalla parte del torto piuttosto che salire sul carro dei vincitori con Salvini e Brunetta, il 4 dicembre voterò Si. E ora cancellatemi pure dalle vostre amicizie, perché pur avendo tutti amici nel No, e pure i miei ragazzi, a me questo pare proprio un No che non ha niente di giovane e di ribelle, per cui, rischiando soltanto di rimetterci per questa mia dichiarazione, (nessuno mi costringeva), l’ho fatta esclusivamente per un sincero patto di lealtà che ho sempre mantenuto con i miei lettori, anche quelli che non mi leggeranno più. Sì è meglio che no, per me. Meglio una riforma non perfetta che il vecchio, osceno immobilismo all’italiana.
SENSAZIONI
Oggi è l’anniversario della nascita di Arthur Rimbaud (20 ottobre 1854). Svegliandomi, ho avuto la sensazione che un bambino vagabondo mi avesse attraversato la testa, spostandomi i capelli sul cuscino come spighe di grano in una passeggiata in campagna.NON C’È PIÙ IL FUTURO DI UNA VOLTA
Tanto per continuare a perdere tempo si potrebbe indire un referendum sul referendum: «Negli ultimi anni, fra le urgenze della vostra vita, consideravate una priorità la riforma della Costituzione?». Credo che il referendum sul referendum andrebbe deserto per disinteresse assoluto. Risposta scontata: no.
In un paese con migliaia di aziende costrette a chiudere nel menefreghismo di Stato, milioni di famiglie precipitate in povertà, giovani scippati del loro domani, anziani offesi da quest’oggi beffardo, e con un’ingiustizia sociale insolente fra chi rovista nei cassonetti e chi si arricchisce a gogò, ma come ti salta in mente di scatenare gli italiani in questa sterile sfida? Eppure è accaduto. Ormai nessuno si chiede più il perché.
Sembra di stare in un’orgia a Venezia ai tempi della peste.
Il diluvio di chiasso ed energie sperperato in questa guerra civile fra i sì e i no è impotente contro il bacillo del morbo finanziario, della paralisi lavorativa e del dissesto morale che ha appestato il paese. Invece di questo placebo ingannevole del referendum andava iniettato un antidoto che bloccasse il contagio. Una manovra che sforbiciasse i patrimoni più ingordi a favore di un aumento dei salari e delle pensioni più indecorose, dando ossigeno alle piccole imprese. Bisognava spalancare le finestre con un atto rivoluzionario per cambiare aria a questo ospedale di lungodegenti dov’è ricoverata l’Italia. Farla rialzare e camminare come nel dopoguerra. Scontentare i vincenti, difendere i vinti, infondendo a tutte le generazioni una speranza nel futuro, invece di procrastinare l’agonia con un referendum costituzionale spaccatutto. Che ci condanna a un’invalidante nostalgia. Perché, signora mia, il problema non riguarda la Costituzione o le stagioni. È che non c’è più il futuro di una volta.
TUTTI ASSOLTI TRANNE UNO (Con una domanda per Papa Francesco)
Improvvisamente i magistrati italiani si sono messi a scagionare molti indagati, dai torturatori di Stefano Cucchi ai magliari di Mafia Capitale, giù giù fino alle mutande verdi del Cota. Sfumano gli indizi di reato, fioccano le insufficienze di prove, mentre laggiù al Cairo il canto dei muezzin soffoca di divina ipocrisia le grida eterne di Giulio Regeni, il dottorando di Cambridge di cui ogni genitore sarebbe stato fiero, torturato e ucciso dall’ignoranza armata di servi più dispotici dei loro tiranni. Le grida di Giulio stanno sfumando nei megafoni dei media e nelle orecchie vellutate della diplomazia sotto schiaffo di travolgenti interessi commerciali, perché gli affari spazzano via la giustizia e l’avidità è più forte dell’uragano Matthew.
Tutti assolti, tranne uno.
Roberto Pais è un algherese di 42 anni, sembra uscito dal neorealismo di De Sica, un Lamberto Maggiorani sardo, quello di “Ladri di biciclette”. Due anni fa, affamato e senza un euro, Roberto vagabondava in bici per Alghero. D’un tratto, passando davanti alla chiesa intitolata a santa Maria Goretti, scorge del cibo su una tavola apparecchiata. Appoggia la bicicletta al muro, scavalca la finestra aperta e s’introduce nella stanza attigua alla sagrestia: la cucina del prete. Non c’è di che abbuffarsi. Soltanto un paio di banane, una scatoletta di tonno e tre bicchieri di vino. Ma il parroco, Antonio Coppola, lo coglie in flagrante a bocca piena e lo denuncia. Per quanto avrà mangiato nella cucina della parrocchia: otto euro? Don Coppola non fa sconti e il ladro di banane finisce in tribunale. Il giudice non è un prete, dovrà applicare la legge. Scommetto che Roberto sarà condannato.
Quando in alto si assolve e si condona, in basso ci si accanisce e si perseguita.
Ma non era il Giubileo della Misericordia, questo? E la prima delle sette opere di misericordia corporale non è “Dar da mangiare agli affamati”?
Da garantista sono felice che tanti potenti indagati, in mancanza di prove certe, siano scagionati. E so bene che se tutti i ciclisti a stomaco vuoto si mettessero a saccheggiare i frigoriferi delle sagrestie, i parroci non potrebbero più fare merenda. Ma chiedo a Papa Francesco: ha cuore don Antonio per fare il parroco? Ne è proprio sicuro, sì? Francesco, mi scusi, ma se Roberto sarà condannato a due o tre anni per appropriazione indebita di banane, vino e una scatoletta di tonno, lei non potrebbe condannare don Coppola a girare in bicicletta due o tre anni per Alghero a distribuire cibo e vestiti ai bisognosi?
(Nella foto: Caravaggio, Le sette opere di misericordia corporale, 1606-1607).
CONFERENZA PER ANIME E ALBATROS AL FESTIVAL DELLO YOGA DI MILANO
Vorrei invitarvi tutti alla conferenza che terrò a Milano, al Festival dello Yoga, domenica 16 ottobre, dalle 14:30 alle 16:00. Mi presenterò nella mia forma più smagliante, quella di anima o albatros, per vagabondare un’ora e mezzo fra le stelle con voi. Non prometto miracoli ma non si sa mai: l’infinito è a portata di mano. Cogliamo l’attimo. Lo Yoga Festival sarà anche una fantastica occasione per rivederci, tra maestri Zen e yogi indiani, medici olistici, vapori d’incenso e massaggi ayurvedici. La location è magnifica, il Superstudio Group di via Tortona 27. C’incontreremo nella Sala Conferenze a piano terra. Ricordate: domenica 16 ottobre, 14:30. Vi aspetto. Om.
BIANCHI SILENZIOSI GUERRIERI
È difficile trovare su Facebook un pensiero luminoso che ci aiuti a salire in alto. Cibo per la mente, cibo per il cuore. Difficile come di fuori, in questi giorni fragili e spietati che la Storia sembra scritta su una mano da ragazzini senza padri, fra uno spasmo e l’altro di una lucertola che hanno infilzato con uno spillo. Su Facebook, come in uno stagno, gracidano le rane del sarcasmo e della polemica, cantano i grilli poco saggi che danno la colpa a tutti (dalla vicina di casa al politico avverso) mai a se stessi. Le canne si piegano assecondando il vento del linciaggio, (ma chi lapida le ha le soluzioni?), o la foto che eccita i bassi appetiti, anche se è stata carpita con il raggiro a una ragazza che morirà dalla vergogna. Siamo fatti così e non lo comprendiamo. Se ad Aleppo muoiono di fame e bombe migliaia di bambini, se i politici di fronte alla disperazione di milioni di sfollati, invece di allungare lo sguardo e alzare il cuore, alzano i muri perché il cuore non li veda, è anche per causa nostra. Lo stagno di Facebook è il nostro specchio sporco. Quando lo solca il pensiero di un cigno, bianco silenzioso guerriero, richiamandoci ai nostri doveri, c’innervosisce e ci annoia. Sappiamo che il cigno vede più lontano di noi, ma invece di seguirlo gli facciamo notare che sul suo lungo collo c’è uno spruzzo di fango. Il cigno ci guarda, sorride, scivola via. Meglio così? No. Senza maestri siamo perduti. Imitiamo i grandi, sempre, sono umili ma irremovibili nei valori in cui credono, e non giudicano mai. Sforziamoci di estirpare le erbacce dai nostri stagni. Imponiamoci una disciplina interiore e osserviamola ogni giorno senza scuse. Accogliamo tutto quello che viene, rimanendo imperturbabili se di bene non viene niente (o così crediamo). Siamo esseri di luce, tutti.
Chiusi in una stanza, respirando appena, sgombrando la mente, senz’altro pensiero che non sia di pura gioia, forgiamoci come guerrieri. Il mondo sta per avere disperatamente bisogno di tutta la nostra forza di volontà, di concentrazione, di amore incondizionato.
UN WEEKEND CON LO ZIO ALIENO
Stephen Hawking, l’astrofisico minato dall’atrofia muscolare ma benedetto dal genio, ha rivelato che con cento miliardi di galassie è improbabile che l’uomo sia il solo essere intelligente dell’universo. Ancora più improbabile che sia il più evoluto. Perciò siamo molto imprudenti nel lanciare messaggi in bottiglia nelle stelle. «Quando Colombo sbarcò in America, le cose non sono più andate così bene per gli indigeni». Gli alieni potrebbero colonizzarci o sterminarci o infettarci con un virus di cui non possediamo gli anticorpi.
Ma dico io con cento miliardi di galassie che se ne fa un alieno della Terra? O si serve da una pessima agenzia di viaggi oppure la scelta denoterebbe la sua assoluta inferiorità mentale. E se così fosse non potrebbe raggiungerci, starebbe acquattato come noi in un altro polveroso pianeta alla periferia dell’alta società universale. Invece, se viaggia alla velocità della luce magari col turbo, sarà molto più intelligente di noi, allora perché dovrebbe farsi un weekend fra europei rimbambiti che innalzano maledetti muri? O tra americani così malridotti da dover decidere fra una Clinton e un Trump?
Tuttavia sono cautamente ottimista rispetto a Stephen Hawking. Più intelligente equivale ad avere una coscienza (non solo una conoscenza) più elevata della nostra. Sarà una specie di guru delle stelle. Ma ecco qui casca l’asino (sempre io) perché associo una coscienza superiore al bene e una inferiore al male. E bene e male sono termini umani. Gli alieni forse sono superuomini senza emozioni. In una passeggiata galattica potrebbero schiacciarci con la noncuranza con cui noi calpestiamo una coccinella ai giardinetti. Quindi ha ragione Hawking? Tiriamo una tenda nel cielo, stiamoci zitti per carità e non facciamoci notare?
Ma no, perché? Fossimo santi capirei, ma considerato il male che già ci facciamo da soli, uno zio alieno in visita, fosse pure uno psicopatico cosmico, avrà comunque l’effetto ricreativo del “buon selvaggio”. Certo, dovremmo prima salvarlo dai cannibali, come Robinson Crusoe fece con Venerdì, quindi non fargli mai mettere piede all’Onu, alla Bundesbank, in Parlamento, ma neppure alla sagra della porchetta, insomma in tutti quei posti dove “se magna”. Dovremmo farlo passare di casa in casa benedicente come un prete a Pasqua, o seduti al caminetto ascoltarlo raccontare come lo zio d’America, -dopo averci ridotto gli smartphone in cenere con un’occhiataccia laser-, la bella vita che si fa lassù.
MESSAGGIO SU FACEBOOK TERRESTRE INVIATO DALLA STELLA MIRACH: Ciao, ti ho letto telepaticamente, mi chiamo Obizos, sono uno di Andromeda, e non avrei programmi nel prossimo weekend. Posso anche farmi 2.357.000 anni luce per conoscerti, ma a una condizione. Mi presenti quella in reggiseno nero che fa la pubblicità di Intimissimi?
MIA RISPOSTA SU FB DI ANDROMEDA: A zi’, ma ti pare che se la conoscevo stavo a parla’ con te?
