Un corso di laurea in desideri

L’arte di desiderare (la più ardua e sfavillante materia della conoscenza) andrebbe insegnata nelle scuole dell’obbligo e approfondita in corsi di laurea e Master in desideri, possibilmente all’estero, per apprendere la stupefacente cosmografia dei desideri umani. Non riesco a comprendere le ragioni per le quali la Desiderologia non sia riconosciuta ancora come scienza, stante la sua importanza decisiva sui destini che -il Caso è un caso- ci fabbrichiamo, più inconsapevolmente che mai, con le nostre mani.
Ho trascorso più di metà della mia esistenza agitandomi a vuoto, poiché ignorante di desiderologia, alternando speranze fuori bersaglio o incongrue a disperanze struggenti ma altrettanto esagitate. Saper riconoscere i propri desideri e assecondare la loro realizzazione dovrebbe, invece, essere il primo e più ragionevole obiettivo dell’esistenza umana. Perché tutto si complica? Qual è l’insano principio in nome del quale ci lasciamo beffare dalla vita, o mastichiamo amaramente desideri precotti, svenandoci -con sforzi spirituali ed economici indicibili- per soddisfare bisogni di cui non sentivamo alcuna mancanza?
Personalmente non ho mai desiderato diventare ricco (nella mia vera combustione interiore i soldi si bruciano troppo in fretta rispetto a valori immateriali che mi soddisfano enormemente di più) ma allora, per un tratto di vita, chi me l’ha fatto sognare? Qualora invece (e non c’è niente di male) il mio desiderio più bambino, primitivo e calzante, fosse stato quello di diventare Rockfeller, chi e che cosa avrebbero mai osato intralciare questo desiderio d’oro?
L’arte o scienza del desiderare dovrebbe muovere i suoi primi passi esattamente da qui: una scrematura, una semplificazione efficace, del nostro Dna emotivo: l’ABC dell’arciere che, dentro di noi, scocca le frecce dei desideri, spesso a casaccio, proprio perché è un “arciere bendato”. La Desiderologia ci aiuterebbe, con franca immediatezza, a svelare i tre o quattro bersagli che davvero intendevamo colpire e centrare sin dal primo vagito, e allenarci nel tenere la schiena dritta, la mano e lo sguardo tesi, concentrati, e fermi.
Oggi so che cosa desidero ed è il mio segreto. Lo custodisco come il tesoro di Montezuma. Esso è semplice, sia pure articolato in un bersaglio di desideri compositi, molti dei quali si appagano continuamente donandomi l’irripetibile gioia di essere al mondo.
Nonostante ciò, molte realizzazioni stentano ad arrivare, e questo è colpa d’ignoranza, di ambiguità che mi sono state infuse e indottrinate in famiglia, sui banchi di scuola, o dalle quali io stesso mi sono fatto abbindolare perché una via storta e dolente -checché se ne dica- è quasi sempre molto meno dolorosa della felicità. La felicità è un dramma. Sei un piccolo Re dell’Universo e sei solo. Puoi cogliere tutti i frutti del creato, è sufficiente che allunghi la mano, ma ci hanno talmente soffocato con le dottrine del dolore, che la serenità ci sembra un furto, a danno non si sa bene di chi. Così le nostre gambe sono malferme e, inconsapevolmente, ci tiriamo dietro qualche insulso malanno per poter lamentarci in coro con gli altri e sentirci solidali e, illusoriamente, un po’meno soli. Anche questo andrebbe insegnato nel mio corso di laurea in Desiderologia. Non è che compatirsi in migliaia sottragga qualcuno alla propria disperanza, al contrario. Soltanto il tuo sguardo risolto e felice può aiutare, con il suo fermo esempio, un naufrago del dolore ad aggrapparsi alle tue ciglia e comprendere che non ha molto senso logico lasciarsi trascinare nel gorgo come un tronco sul fiume nei pressi di una cascata.
Desiderare salva. Saper riconoscere i propri ancestrali desideri e perseguirli con immobile costanza, non solo dà un senso compiuto alla propria esperienza umana, ma la rende estremamente piacevole, al di là, oserei dire, se il proprio desiderio sia compiutamente appagato. La felicità è nel volo della freccia. Nel sapersi arciere. Nel duro allenamento e nell’arte dello scocco. Tutto il resto è pianto e vanità. Teatro. Fumo e illusioni. In gran parte, sciocchezze.
Naturalmente ogni desiderio, profondamente avvertito come proprio, ha un prezzo. Nello sposare un desiderio, nell’aderirvi plasticamente, noi scontiamo le luci e le ombre che irradiano dal desiderio stesso. Se il mio autentico desiderio è di ucciderti, bene! (Non sto qui a tirare le orecchie ai desideri, non sono un giudice né Dio) ma è altrettanto bene che io sappia che sto sposandomi alla morte e mi sto tirando addosso la sua ombra come una coperta prima di addormentarmi. Personalmente preferisco desiderare l’amore, o il benessere sociale, o il colpo di reni di un intero Paese perché si riscatti dai propri giorni grigi e torni a farsi culla di grandi artisti, scienziati, uomini politici. Di tutto questo rifiorire non potrò che giovarmi anch’io, perché una cosa è avere la fortuna di fare quattro chiacchiere con Pasolini, altra cosa sorbettarsi un caffè -faccio per dire e senza offesa- con il secondo classificato del Grande Fratello, il quale -sia chiaro- non ha alcun desiderio di bersi un caffè col sottoscritto. L’altruismo è anche un egoismo di ritorno. Mai frecce volano più veloci e sicure di quelle scoccate per gli altri in oblio a noi stessi. L’amore è un boomerang e trova sempre un milione di sorprese per tornarci indietro (purché noi non abbiamo speso la nostra freccia ipocritamente per questo tornaconto, sia chiaro) e di questo ne ho mille prove come un giardino fiorito.
La capacità di desiderare è inesauribile, tutti vogliamo tutto, il risultato è che in questo nugolo di frecce, spesso lanciate a casaccio, rischiamo di rimanerci infilzati, anche casualmente, tra invidie e costernazioni assurde, sogni incongrui e sfortune inesistenti, perché autogenerate, in un caos di desideri convulsi nel quale non è facile districarsi né comprendere i veri traguardi della nostra vita.
Sì, desiderare dovrebbe essere una materia come la matematica o la geografia. Non andrebbe mai confusa con il “pensiero magico” che è figlio dell’onnipotenza infantile più sfrenata e ingenua e in cui noi italiani siamo maestri. “Se fossi stato io l’allenatore della nazionale!”… “Se fossi io il presidente del Consiglio!”…L’unica risposta possibile a questi vaneggiamenti ebbri è quella del marchese del Grillo: “La verità è che io sono io e voi non siete un cazzo!”.
Desiderare è osare ed essere costantemente all’altezza della propria determinazione, contro ogni intemperie della vita, che è “normale” (si tratti di malattia incurabile o di rovescio passeggero). Il dolore è “normale”, la sofferenza è abitudinaria, sono prezzi dell’esistenza che vanno pagati cercando di non ampliarli, di non fare eco al dolore, di non dar loro la mancia. Il dolore va attraversato puntando sempre oltre, al bene del prossimo quindi al nostro. Credo di essermi personalmente laureato in Dolorogia. In questo senso sono stato un bambino prodigio. La capacità di soffrire di certi esseri umani è encomiabile ma sciocca. Se utilizzassero tutta l’energia dispiegata in ogni varietà della sofferenza, per donarsi un desiderio felice, sarebbero quasi degli dei. Ho imparato molto tardi che il dolore è una materia plastica e informe dalla quale puoi ricavare la base per costruire la felicità. Ma devi compiere un atto, per così dire, alchemico. Nel senso della pietra filosofale. Lo intuivo, ma ero un mezzo mago. Ora credo di essere un mago, ossia un arciere, ossia un uomo. Accolgo il dolore e lo trasformo, con la naturalezza con cui un’onda colpisce una scogliera e torna indietro mutandosi in mille gocce diverse. Ma nulla di questa “magia” è per sempre. Devi applicarla ogni giorno e non è detto che ti riesca. Nulla in natura è dato per scontato. Mi meraviglia quando non mi meraviglio che il sole, anche oggi, sia tramontato. Non bisognerebbe mai dare per scontato un tramonto. Altrimenti se ne perde la struggente esperienza e si vive a sbafo e allo sbando.
Questo so e questo ho imparato fino ad ora. Adesso insegnatemi voi, perché con questa vostra insistenza petulante sulla necessità d’imbastire un corso di desiderologia comparata, mi avete veramente, ma veramente annoiato.:))