La Pasqua civica

A tutti gli invisibili i migliori auguri di una Pasqua di resurrezione civica
 
UNA STRADA ILLUMINATA
DAL BUIO DI QUESTI ANNI
 
Invisibile è il pensiero, la psiche, il segreto della nostra coscienza. Invisibili sono le  lotte interiori, le speranze, i desideri. Invisibile è l’attrazione che con i suoi fili d’oro lega i simili con i simili, e invisibile la repulsione verso ciò che riteniamo ingiusto e indegno  di essere vissuto. Invisibile l’amore, l’ammirazione delle bellezze naturali, l’incanto per un’opera d’arte, la memoria, il sano desiderio di successo e il timore del fallimento e della morte. Tutto il meraviglioso architrave della vita è invisibile. Tutta la potenza di cui siamo capaci è, in vasta parte, occulta. Quel che di noi traspare è più eloquente, allo sguardo invisibile dell’altro, di quanto rendiamo visibile di noi stessi: l’espressione del viso, i gesti, la ritualità, gli abiti, i tic, il linguaggio, gli oggetti con cui scegliamo di rappresentare al mondo i nostri gusti, le opere che compiamo e quelle alle quali ci siamo sottratti per codardia o pigrizia.
Della nostra visita terrena, di questa pesante, visibile e palpabile presenza (sangue e nervi, pelle e umori) precipiterà nell’oblio persino l’ombra. Chi si ricorderà del mio profumo? Chi fischietterà il mio concerto preferito? In quale oscuro armadio si ammanteranno di polvere le mie belle scarpe nuove? Chi mi dirà “Non posso vivere senza di te”, adesso che vive senza di me? Tutto il nostro aspetto visibile, quando non saremo più al mondo, sarà oscenamente indifferente al mondo stesso. Ma la nostra invisibile assenza mai.
Questo mondo così non sarebbe stato possibile senza di noi. Noi siamo insostituibili alla Storia. Lo sappiamo bene proprio noi, qui e ora, che siamo casualmente sopravvissuti alle anime che abbiamo amato tanto. Esse ci coabitano, rinascono ogni alba al nostro risveglio, si affacciano invisibili sulla vita da dietro le nostre palpebre, tutto quello che ci hanno donato glielo restituiamo con l’alito vitale, la visibilità del ricordo rinnovato. La morte, per l’amore, non esiste.
Ciascuno di noi è una fabbrica di esseri immortali. Per ogni lettore di Don Chisciotte c’è un Cervantes nello specchio al mattino, mentre ci sciacquiamo il viso (per un Cervantes morto, milioni di Cervantes invisibili e vivi che si radono o si lavano i denti con noi). E quando andiamo a lavorare, montano in macchina a fianco e dietro, gli amati parenti di antiche gesta familiari, i perduti amori rapiti da una malattia, Vittorio De Sica e Saffo, mio nonno che per avvisare che il pranzo era pronto gridava di stanza in stanza, in latino maccheronico, «Magnatur!» e gli occhi alati, da nibbio, di Italo Calvino, il senso dello Stato del presidente Pertini (e dovremo lasciar socchiuso il finestrino per far uscire liberi per Roma i ghirigori azzurri della sua pipa eternamente accesa). Anche i nemici vivono. Anche chi non vorremmo accanto, ci perseguita. All’invisibile non puoi dire di no, oltretutto sarebbe vano. L’invisibile è libero. La nostra più adulta saggezza consiste nel lasciar permettere che tutto si manifesti come e quanto desidera.
La democrazia invisibile è un’eterna rappresentanza.
 
Siamo più spirito che carne, la sorgente della vita alla quale segretamente ci alimentiamo è invisibile, il nostro autentico sillabario è cieco, un gesto spontaneo o un silenzio ci raccontano più di mille parole. Credo -come Jorge Louis Borges- che siano state molte le nostre forme e le nostre morti. Anche questo mio credo è invisibile, non ha Chiesa né sacre tavole della legge, non discende da qualche verità rivelata, non pretende una fede né un culto, non ha demoni o dei. È insito nell’io.
Io è l’abbreviazione di moltitudini. La semplificazione spicciola di un’identità. Dire io e basta, sarebbe come pretendere di spiegare Picasso con una didascalia. Dire io di continuo è un raglio. Lo Stato ha bisogno di personalità del noi. L’Italia ha carenza di noi.
In famiglia è diverso, l’io si coccola. Dopo pochi giorni di vita, noi ci affrettiamo a etichettare nostro figlio, assicurandolo che “è” Michele, o Luisa o Riccardo. Nei suoi occhi in trappola vibreranno le ali di un angelo smarrito. Lui sapeva di essere in molti. Non soltanto il “tuttoconmamma” di Freud. Lui sapeva di essere legioni. Il suo Dna lo sapeva. E noi sappiamo che lui lo sapeva. Perché sono state necessarie generazioni e generazioni d’infiniti accorgimenti per perfezionare la sua apparizione. Ma compiamo un tradimento inevitabile. Siamo costretti a uno svezzamento. Lo esortiamo a infilarsi nello stretto costumino di quell’io-Michele, io-Giulia, e non senza indicibili dolori, vi si assoggetterà.
Chi vuol nascere in senso iniziatico, spirituale, potrà lui soltanto, nella maturità, spezzare quel guscio con le proprie mani. Farsi propria madre, padre e spirito santo. Celebrare la propria laica Pasqua di resurrezione.
Questo gesto sacro e coraggioso non è da tutti. E’ molto aspra la notte sul Golgota.  C’è chi vi riesce a vent’anni e chi, pur di non vedersi e non scoprirsi mai infinitamente nudo e abbandonato, preferisce farsi seppellire nel suo guscio. Tutto è bene, poiché ciascuno è il proprio mago e il risultato della sua fattura, e a lui soltanto spetta di giudicarsi. Ma quelli col guscio, tuttavia, hanno purtroppo una particolarità che finisce col coinvolgere tutti gli altri, in modo spesso rovinoso: sono fermamente convinti che il vero io sia il loro. O forse, proprio perché sottosotto non ne sono convinti per nulla, trascorrono l’esistenza cercando d’intrappolare gli altri sotto il loro stesso rigido guscio, e spesso la massa più pulcina li lascia tiranneggiare, quando addirittura non li esorta a farlo: indossare un guscio più grande su quello più piccolo, ci illude con un tepore ingannevole e la speranza di una maggiore solidità e visibilità sociale. Più pesante è il guscio, più si rivelerà, dopo, una camicia di forza, perché gli uomini-bambini, convinti che il vero io sia il loro, hanno la smania di concentrare tutto il potere e di sottrarsi al giudizio, o verrebbero “sgusciati” e scoperti. Questo non possono tollerarlo. Altrimenti avrebbero già provveduto a rompere il loro guscio con le proprie mani. Quelli col guscio, pur di non farlo, pur di non spiccare il volo dal nido, si ancorano alla terra accumulando beni, cariche, onorificenze, poteri, denari, anche in maniera illecita e senza alcuno scrupolo, poiché credono che la loro salvezza eterna risieda nella resurrezione quotidiana della carne, nella pesantezza massiccia del nido da cui non osano distaccarsi, per questo si ingusciano in ulteriori yacht, aerei personali, limousine, possiedono più case che dita, e si ereggono mausolei. Non avendo vista interiore hanno una disperata urgenza di vedersi riprodotti negli specchi del potere, celebrati in qualsiasi ente, obelisco, pubblico o opera pubblica. Tutto, per loro, è: io o niente.
Di solito, dopo fugaci successi, è storicamente certo che gli uomini col guscio e così pacchianamente manifesti,  lasciano un pessimo ricordo nelle comunità dove hanno governato. Il presidente Bush è solo l’ultimo e il più evidente esempio di questi pulcini agguerriti. Fra gli invisibili, il primo che mi sorge alla memoria è Martin Luther King. Ma anche questa schiera, seppure in minoranza, è storicamente assai folta.
L’io-comunità e l’io-mio. Invisibili e visibili. Nudi o col guscio. Con senso dello Stato o con quello Stato, senza senso per gli altri, che è il nostro esclusivo io.
Ovviamente questa distinzione è manichea, gli estremi sono un santo stilita e Silvio Berlusconi, all’interno di questi eccessi, l’umanità ha un po’ il guscio e un po’ ha messo le penne, è un po’ visibile e un poco sotto traccia, e in genere evita di frequentare i deserti o il Calvario, la notte, con o senza apostoli, preferendo “dimenticarsi” con la tv, la discoteca o con un buon libro. Dimenticarsi è sopravvivere. Vivere, lo sapete da voi cos’è.
Ma se mi permettete di continuare il gioco, chi crede a quello di squadra è più invisibile di chi adora l’uomo-partita, perché più si ha il guscio (ma si nasconde la debolezza) più si è attratti dal mito dell’uomo forte, che s’incarna nel simbolo del pavone.
Volere apparire a tutti i costi, anche e soprattutto quel che non si è, sta diventando una piaga sociale, una visibilità di massa, come se il nostro primo impulso, appena svegli, fosse quello di scappare davanti a una telecamera per fare la pipì, e persino chi ci va per mestiere o per presentare un libro, viene colto dalla telecamera con quell’espressione un po’ così di chi sta urinando, appena sveglio, nel bagno di casa propria. Quello che un tempo era visibile solo dal buco della serratura è diventato meritorio di pubblico riguardo, e molte persone e opere di riguardo sono diventate invisibili alla televisione. Se si trattasse soltanto di questo, potremmo archiviarlo come gusto di un’epoca (cattivo, mediocre o ottimo lasciamo giudicarlo ai nostri nipoti) ma il contagio, in Italia, ha appestato perfino le istituzioni, i giornali, le banche, il commercio, la vita pubblica e la classe dirigente, in modo lampante quella politica, non per caso definita trasversalmente “casta”. Ma la casta -scusate il gioco di rima- non basta. Può spiegare perché si è apparentemente disintegrato un patrimonio di valori condivisi, sia quei valori ideali di chi si considerava e si considera “di sinistra”, sia quelli della “destra” risorgimentale e liberale refrattaria al berlusconismo, che si sentivano a casa nelle “stanze” del Giornale di Indro Montanelli. Una bella fetta di umanità italiana che si è vista, da destra a sinistra, defraudata dall’arroganza incontinente della Casta.
No, il contagio a me sembra sia andato giù più pesante, ci ha civilmente modificati e mortificati, imperando e dividendo: da una parte una ex “maggioranza silenziosa”, quella che un tempo votava Democrazia Cristiana, è stata martellata dallo spauracchio del Quarantotto che il comunismo era alla porta (a muro di Berlino caduto) e dall’altra, specularmente, il frammentato universo del centrosinistra è riuscito a compattarsi esclusivamente contro il portavoce dello spauracchio, l’omino azzurro. In realtà, gli invisibili (di destra e di sinistra) hanno tutti commesso l’errore di aderire a un gioco marcio e senza regole, finendo con l’apparire simili (quelli senza televisioni quel tanto che basta a perdere) senza avere niente di davvero diverso da dire e da dare. Tanto da vedersi definire casta. Chi poteva vincere? Il più “accastato” di tutti, ovvio, il “pibe de oro” della prima repubblica, il battitore, colui che ha fatto e sparigliato il gioco, chiamandosi fuori dal vecchio che l’ha sdoganato e definendosi il nuovo. Nuovo, nello stesso uovo.
La sensazione, per non dire l’invisibile certezza, che se anche il centrosinistra avesse vinto, il Paese non sarebbe andato molto oltre, ha definitivamente chiuso la partita che, con tutta la stima possibile, non credo possano riaprire le vispe e puntute dichiarazioni di un Franceschini o, un domani, la socialista bonarietà emiliana di un Bersani.
Il caso è chiuso, e non mi appare neanche così entusiasmante. Su entrambi i fronti mancavano sentimenti forti e grandi idee nobili. Gli ultimi vent’anni di televisione hanno partorito un paese di cartamoneta, che vince soldi, sogna soldi, parla solo di soldi ed è stato pornograficamente eccitato a cavarsi sfizi e bisogni irrisori che i soldi comprano. Tutto il resto è come se non fosse mai esistito o non rivestisse la minima importanza. Non la storia o la scienza. Non il mistero dell’uomo nel’universo. Non le inchieste verità sulle prepotenze delle multinazionali del consumo ai danni dei disperati della Terra. Ma fiumi di sangue da circo (quello sì) della cronaca nera del vicino di pianerottolo. Tutto l’invisibile agli occhi è stato oscurato. Tutto livellato in basso. E’ stato come se nel cervello ci fosse cresciuta la pancia. Il potere, scippato ai valori della conoscenza, della verità, dell’arte, è stato interamente devoluto ai cortigiani di questa Bengodi dei Poveri, il paese col più alto tasso di tette, tronisti, culi, cocainomani, pedofili, pirati della strada e debito pubblico d’Europa. Cortigiani nell’industria, nei posti di comando delle aziende pubbliche, cortigiani del pensiero rimasto in gioco, assai poco. Altro che Casta. Quale destra e sinistra? Persino il fascismo sognava meglio e più in grande.  La nostra è una visuale da incubi di quartiere, un colonialismo da 30 metri quadri, ed è arduo incocciare un’anima vera in pubblico, sembra di vivere nell’Invasione degli ultracorpi, uno strazio indicibile, molti si sono contaminati, tantissimi arresi.  Altri persistono a darsi del comunista o del fascista, poi finiscono col farsi una tirata nello stesso bagno. Un patrimonio immenso di valori, di stile, di storia, di saggezza popolare, di arguzia, di irriverenza, di coraggio civile, di senso del dovere, sembra essere sprofondato nei meandri del plasma, cancellato dal nostro Dna. Come se l’ultimo italiano fosse stato Alberto Sordi. Dopo di lui, Berlusconi. E basta.
Possibile?
Chi conserva un patrimonio di conoscenza e di valori mezza spanna più in alto della mediocrità assoluta è, per sua natura, un invisibile. Paradossalmente, l’invisibile, il non ancora contagiato, viene vissuto dai veri appestati come un appestato. O un untore. Oggi in Italia sono untori categorie intere, per esempio i magistrati, ma anche alcuni comici e qualche giornalista: tutti mestieri che hanno a che fare con la verità, giudiziaria o sociale.
Appestati o sani, gli invisibili sono orgogliosi di sottrarsi a quest’orgia di luminosità scalmanata. La nostra vita interiore è uno spettacolo d’arte varia che non cambieremmo con un reality, né per due Dash né per tutti i milioni che hanno erogato in questi anni Pupo, Amadeus e Gerry Scotti messi assieme. Anche se i denari fanno gola a tutti, e in quanto a sognare di diventare milionari, alla Totò, noi italiani siamo ferratissimi. Poi però ci si sveglia. Il disagio e il danno di risvegliarsi nel tuo Paese, trovandolo occupato quasi esclusivamente da baccelloni con il guscio in testa, è letale.
Sì, abbiamo colpevolmente dormito. Troppo tardi scopriamo che questa gente con la vista corta e la pezza sul cuore (perché non vede oltre il proprio guscio e non sente che le proprie impellenze) non può essere e non avrebbe mai dovuto essere classe dirigente. Noi, adesso, che possiamo fare? Certo non dobbiamo pensare a noi stessi come fanno loro, né preoccuparci dell’avvenire del nostro io (forse neanche ce ne sarebbe il tempo, la Storia è lenta) dobbiamo fare scuola, dobbiamo fare resistenza culturale,  dobbiamo avere la vista lunga, quella di quando guarderemo l’Italia dietro le palpebre dei nostri figli. Dobbiamo fare squadra. Quello che è avvenuto in America con Obama, sarebbe potuto avvenire in Italia in tutti i campi. Sono secoli che da noi nasce un Obama al mese, il problema è che nel Rinascimento non li strozzavamo nella culla, ma nemmeno nell’Ottocento e nel Novecento, li abbiamo lasciati vivere fino al dopoguerra, fino a Pasolini, poi basta.
Abbiamo bisogno della forza e del concorso di tutti quelli che hanno condiviso queste parole, perché le sentono fraterne e gli fanno un po’ di luce dentro. Siamo simili, non c’è bisogno che la pensiamo tutti allo stesso modo -la vera democrazia si nutre di diversità- dobbiamo lavorare fra simili diversi e progettare insieme, perché sarebbe ingiusto e sciocco perseverare nel lasciarsi dominare da chi non può, né intende, prendersi carico dei nostri interessi e valori più antichi e più veri. Dobbiamo occuparcene noi, anche per il bene di migliaia di altri invisibili che non hanno voce.
 
Ho ritenuto giusto fondare il movimento degli invisibili non per fare una rivolta, o diecimila azioni, (non è il fare immediato la vera e profonda urgenza) ma perché avevo e ho la segreta certezza che siamo milioni a soffrire di un dolore inutile, una non appartenenza, una casa comune perduta. C’è un simile sentire, in Italia, invisibile e non rappresentato, che non trova che fugaci riscontri, spesso manipolati a fini di voto, che poi ripiegano verso i soliti interessi. Non c’è stata grande manifestazione civile nella quale non ci siamo attraversati per poi perderci di nuovo, da quelle contro le Brigate Rosse a quelle per Falcone e Borsellino, Mani Pulite, l’Ulivo che per noi rappresentava l’ultima frontiera contro il regime delle televisioni. Mi fermo all’ultima di quelle occasioni colpevolmente perdute. Dopo, è stato un gioco a perdere, che ancora continua, con masochismo plateale. Non ci interessa più, abbiamo già dato. Ma sottrarsi a questo teatrino delle visibilità, dove una nutrita maggioranza e una ben pasciuta opposizione esibiscono il loro antagonismo, è un’invisibilità consapevole che non può rimanere sterile.
L’invisibilità interiore, invece, è penetrante come i fari di profondità: serve a illuminare la strada più lontano degli altri. I visibili. Quelli che al posto degli occhi hanno semafori. Con scritto Alt. Cosa sia il movimento degli invisibili lo scopriremo lungo la strada, non fermandoci al loro Alt.
Noi non siamo rossi, né neri, né verdi, siamo stati tutto o ancora nulla, siamo ex tutto o appena sbucati dal nulla,abbiamo diciannove anni come settanta, nella Carta degli Invisibili ci sono molti valori di riferimento, troppi o pochi lo valuteremo insieme, ma non è questo, non solo questo, il punto di similitudine, la colla morale che ci obbliga a stare uniti. E’ il disagio di vivere in un Paese occupato da intrighi, baruffe mediatiche, veti incrociati, minacce, petulanti lotte di potere, imbrogli, truffe più o meno legalizzate, malaffare, camorra, lobby trasversali, piduisti, Gelli parlanti, riciclati quaqquaraquà, ma soprattutto un Paese che si disinteressa di chi non appare, di chi non ha mezzi né cadaveri nell’armadio da smezzare con i tuoi, che si compenetra del tuo disagio solo quando ne ha bisogno lui, o per risanare i buchi di bilancio o per farsi eleggere. Non è qualunquismo, ma il lato truce e grottesco del nostro Paese, in cui si finisce con l’ingoiare anche i rospi (e questo accade in tutto il mondo) poi li si sputa e poi (ma questo accade solo da noi) li si rivota.
Se anche tu sei giunto a un’indifferibile crisi di nausea, affrettati a diventare membro degli Invisibili.
Fonda con noi il nostro movimento di resistenza culturale a Olbia, il 30-31 Maggio. Troverai sul sito tutti gli aiuti, le indicazioni, le facilitazioni e tanti altri invisibili pronti a viaggiare con te. E’ una traversata, ma anche un rito. Una pasqua laica, di resurrezione civica. Non dire “Perché fino in Sardegna? Non era più semplice qui?” Sì, appunto. I movimenti non nascono sotto casa nostra. Sta a noi andare. Altrimenti non si chiamerebbero movimenti ma poltrone. Noi siamo quelli che vorrebbero scalzare certi culi di pietra dalle poltrone, non l’inverso. Deve costare qualche rinunzia e qualche fatica. Le lasagne non piovono in bocca. Quelli sono i rospi e ne abbiamo già mangiati abbastanza.
Se quando hai sentito l’Italia cantare “Menomale che Silvio c’è” non sapevi se ridere o dartela a gambe, allora sei evaso nel posto giusto.
Siamo l’Italia che c’è ancora, c’era da prima e ci sarà dopo.
Muoviti, fratello.
 
Diego Cugia
 

3 commenti su “La Pasqua civica”

  1. Buona Pasqua laica a te Diego e agli altri tutti, in questo senso appunto:
    “Chi vuol nascere in senso iniziatico, spirituale, potrà lui soltanto, nella maturità, spezzare quel guscio con le proprie mani. Farsi propria madre, padre e spirito santo. Celebrare la propria laica Pasqua di resurrezione.”
    Con l’augurio di sentirci liberi, attivi in positivo.

  2. Ciao Angela,
    ho scritto sull’altro sito e con stupore passo di qui e vedo che abbiamo riportato lo stesso pensiero del post di Diego …
    … sono fili invisibili ..

    “…chi vuol nascere in senso iniziatico, spirituale, potrà lui soltanto, nella maturità, spezzare quel guscio con le proprie mani. Farsi propria madre, padre e spirito santo. Celebrare la propria laica Pasqua di resurrezione..”.
    Grazie Diego. Si rompe il guscio e si rimane nudi, tu ci offri un nido in cui tornare per ritrovare la forza, il calore e il senso di appartenenza.
    Auguri di cuore a te e agli invisibili.

  3. Alma e tutti gli invisibili… gli interventi si parlano tra di loro, ci completiamo a vicenda, quante volte voi siete riusciti a scrivere pensieri che non avevo chiari ma erano veri. Non ultimo, il pensiero vostro (compreso Riccardo) dell’intimità di questo sito, che sento uguale all’altro del movimento ma che ha radici più grosse e antiche. Ma rispetterei qualunque scelta di Diego per qualunque novità eventuale, ci sono affezionata a questo, ma bisogna essere aperti a tutto. Ciao.

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