Vediamo di analizzare la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che dovrebbe infondere saggezza nei giudizi più meditati. Immaginiamo di avere un amico, un grande amico comune, che si chiami Gustavo. Un giorno veniamo a sapere che Gustavo invita a cena in casa sua, venti belle ragazze alla volta, da solo. Gustavo non le conosce, gliele presenterebbe o procaccerebbe un certo Mario, che in cambio della partecipazione alla cena offre alle invitate mille o duemila euro, a seconda della disponibilità o, se preferite, dell’arrendevolezza. Le ragazze giungono da ogni parte d’Italia su voli di linea offerti dalla Casa o sui suoi jet privati. Soggiornano in hotel di lusso in attesa della “chiamata”. Devono indossare un abitino nero, quasi una divisa, e truccarsi impercettibilmente. Gustavo è ultrasettantenne. Si trucca e imbelletta, al contrario, come il barone Gustav von Aschenbach in “Morte a Venezia” di Thomas Mann. Un muro di cerone che salta subito agli occhi delle ragazze quando ride, lasciando trapelare la ragnatela di rughe. Lui se le siede sulle ginocchia a grappoli, mostra loro tediosi album di fotografie personali, oppure assistono insieme a una proiezione di filmati che lo ritraggono indaffarato, dominatore e vincente nei suoi cantieri “Italia srl” (Gustavo è imprenditore); più tardi si cimenta in barzellette civettuole. Le fanciulle (che il procacciatore Mario ha preventivamente indottrinato) devono cantargli in coro “Menomale che Gustav c’è”, ancheggiando da bayadere con le braccia al cielo. Si cena serviti da uno stuolo di camerieri in livrea. Di fuori, per le vie della capitale, furoreggia la crisi economica, ma fra le antiche mura di Palazzo Von Aschenbach questo grido di desolazione e rabbia è soffocato dalle tappezzerie e dai tappeti, dalle luci soffuse, dal sommesso borbottio dei cristalli e dei servi.
Le “miracolate” trasecolano per il colpo gobbo della sorte. Gustavo è uomo potentissimo, si dimostra gentile e disponibile con tutte, con qualcuna di più. Fra di esse c’è quella che vorrebbe emergere in televisione, l’altra che ha un terreno che desidererebbe diventasse edificabile, una terza alla quale piacerebbe tanto la nuova Mini Minor, quella rossa. Gustavo le compiace un po’ tutte, le vezzeggia, si lascia coccolare, alcune le accontenta per davvero. Si diverte come un dodicenne a realizzare i sogni più spregiudicati e inconfessabili degli sventurati, se solo volesse -spara- potrebbe far diventare allenatore della nazionale uno del bar Sport, o ministro una soubrette, e a lui aggrada trasformare in realtà il sogno onnipotente di un’asina da terza elementare, perché si compiace di rivelarsi più potente dell’immaginabile. Dopo averle saggiate e intervistate, il nostro comune amico, dunque, fa servire la cena dai suoi impeccabili camerieri in livrea. A chi non piacerebbe gustare piatti prelibati, mentre venti giovani creature ci fanno il grattino, vestite e truccate come piace a noi? Sarebbe bello se fosse vero, vero? ma come può essere vero? Infatti non lo è, si tratta di un malinconico “come se”. Come se Gustavo avesse ancora quarant’anni. E come se fosse l’uomo più alto e bello del mondo. Come se le giovani non fossero prezzolate per ogni miao-miao. Dopocena, quelle da mille vanno via, chi prende il doppio, resta. Ma a tutte il generoso Gustavo regala un ciondolo, una collana, un anello con farfalla, emblema della Casa. Qualcuna, per voluttuosa piaggeria, si farà tatuare sulla caviglia la farfalla del potere, per dimostrare a tutti di essere stata marcata da lui, il capobranco dell’Italia s.r.l..
A un cenno, il fido Mario toglie il disturbo con le giovani miss scartate, e il nostro amico Gustav si apparta con la favorita della sera, che, dall’indomani, vedremo ritratta all’improvviso su qualche copertina, o a presentare una serata-evento alla Tv, o neo assessore alla Sanità o alla Cultura.
Ho premesso che avremmo analizzato la situazione con serenità, distacco e quel poco di lungimiranza che infonde saggezza nei giudizi più meditati. Mi e vi domando “pacatamente” (come usa dire il presidente della Camera): se avessimo un amico del genere, un ultrasettantenne tanto ricco, potente e ingenuo (perché altamente ricattabile da stuoli di giovincelle e dai loro interessati talent-scout) e venissimo a conoscenza di queste festicciole, per testimonianza diretta di tre ragazze, alzeremmo le spalle o ci dimostreremmo legittimamente impensieriti? Lasciamo fuori le ipotesi di reato (ammesso che sussistano) e restiamo nell’ambito dell’amicizia. Per prima cosa ci chiederemmo, suppongo, se questi “festini” siano veri o, quantomeno, verosimili. Abbiamo una testimonianza fotografica che prova, in maniera abbastanza schiacciante, che questo resoconto non sia del tutto falso, anche se non sappiamo ancora quanto sia del tutto vero. Inoltre conosciamo da lunghi anni il nostro amico e riteniamo possibile una goffa protervia della sua longevità (a nessuno piace invecchiare, ma a lui meno di tutti). Quindi? A costo di mettere a repentaglio la nostra amicizia, affronteremmo il problema con lui, anche per metterlo al riparo da chi non gli vuol bene, e gli rivolgeremmo una nutrita serie di domande, tra le quali una, fondamentale: è vero o no che hai offerto a qualcuna di queste signorine ruoli a evidenza pubblica, nel campo dello spettacolo o, peggio, della politica nazionale? In caso di risposta affermativa -o reticente- l’esorteremmo, io credo, a dimettersi immediatamente da tutti i suoi incarichi per non aggravare ulteriormente la sua situazione e salvaguardare il suo buon nome. Giusto? Poi, da un punto di vista amicale, tenteremmo, penso, di presentargli un valido psicologo che l’aiuti a reggere il dolore di non avere l’età per amare, come cantava Gigliola Cinquetti, alla rovescia.
Veniamo adesso a un’ipotesi folle, bislacca, praticamente impossibile nel mondo d’oggi. Ammettiamo, solo per un attimo, che l’amico Gustavo sia il presidente del Consiglio della Repubblica italiana. Cioè che un premier europeo sia uso ricevere a casa propria venti ragazzine alla volta procacciategli da imprenditori di dubbia fama e con un interessato spirito caritatevole nei suoi riguardi. E che il suo legale di fiducia abbia difeso il Gustavo con il termine di “utilizzatore finale”. Scommetto che la prima cosa che pensereste, dopo una malinconica risata, sarebbe “Ma che è, pazzo?” E il momento dopo, scrollando la testa alle parole dell’avvocato, riferite a giovani creature di sesso femminile, quell’ “utilizzatore finale” vi farebbe esclamare “E l’avvocato è più pazzo di lui!”
Non lo direste né perché il nostro amico è moralmente discutibile, né perché i fatti di cui sopra costituiscano o meno un’ipotesi di reato. Lo direste per quel “non detto” che si sottende in Civiltà nell’accettazione di una carica pubblica di tale caratura. Altrimenti non solo si dovrebbe giurare sulla Costituzione Italiana, ma anche sul non grattarsi il pacco in pubblico, non fare le smorfie nella parate militari, né le corna nelle foto coi grandi del G8, né, appunto, farsi recapitare come pacchi venti ragazze venti, a pagamento, in una residenza privata, Palazzo Grazioli-Von Aschenbach, o Villa Certosa (visti i buchi nella sorveglianza, sarebbe più consono Villa Gruviera) alternativamente usata per ricevere nelle stesse stanze, soubrettine e capi di Stato, o procedere a nomine pubbliche, per esempio alla Rai.
A questo proposito, il neo direttore del Tg1 (che fu nominato poco tempo fa nelle sunnominate stanze del piacere e del potere) ha illustrato agli italiani il motivo per cui il telegiornale del servizio pubblico nega che i festini a casa Berluscach siano una notizia. E ha taciuto per settimane. Si tenga presente che, con la stessa onnipotenza infantile di colui che l’ha nominato, Minzolini ritiene che tutti i giornali e telegiornali del mondo, in questi giorni, abbiano commesso un petulante errore, tranne uno, il “suo”: il Tg dell’ammiraglia Rai. Dare la notizia, com’è ovvio. Quale sarebbe il motivo del silenzio, invece? “Il motivo è semplice: dentro questa storia piena di allusioni, testimoni più o meno attendibili e rancori personali non c’è ancora una notizia certa e tantomeno un’ipotesi di reato che coinvolga il premier e i suoi collaboratori”. Il signor Minzolini (ottimo giornalista incappato, temo, nella più infausta nomina della sua carriera) ha citato come esempio di “par condicio” informativa, una circostanza del tutto improvvida, marginale e fuorviante. La “notizia”, diramata dai giornali del Von Berluscach, del portavoce di Prodi fotografato sulla sua auto privata, per strada, mentre guardava un transessuale, come abbiamo fatto tutti perché abbiamo gli occhi. Ribadisco “lo guardava”, ribadisco “portavoce”, ribadisco “auto privata”. Come si possa lontanamente paragonare quest’esempio balengo, anche per disparità di poteri, con quello del sultanatico presidente del consiglio, senza arrossire, lo sa Iddio e la divina misericordia (non fu proprio per questo tacita e accondiscendente omertà, che il signor Minzolini venne nominato? Dispiace, ma mai nomina fu meglio e istantaneamente ripagata dal prescelto.)
Questo è quanto, grosso modo. L’epoca e il governo che ci toccano. Non siamo a Sardanapalo (l’ultimo re dopo il quale si estinsero gli Assiri) che viveva nel suo palazzo di Ninive, dedito a riti orgiastici e rinserrato all’interno di un nutrito gineceo con un numero ragguardevole di ospiti. Ma neppure al povero Bill Clinton, costretto a pubblica umiliazione per una banale storiella di sesso con una stagista. Siamo sulla bocca del mondo, siamo la pornofavoletta d’Occidente, le Mille e una Notte degli “spaghetti”. Siamo stati storicamente sputtanati da un premier che confonde da sempre il proprio smisurato ego con quello degli italiani, e purtroppo, viceversa.
Il senso dello Stato esige che egli se ne vada.
La considerazione che il Von Berluscach ha di se stesso non gli consentirà questo estremo punto d’onore.
Cerchiamo di essere, come premesso e promesso, lungimiranti. Tre sono le ipotesi probabili. L’insabbiamento, in cui il nostro è maestro. E il Tg1 l’ha appena dimostrato. Il ricorso a elezioni anticipate, per ribadire all’Universo che Gustav è l’Uomo invocato dal Popolo. La terza, la più infausta per chi ha a cuore il nostro Paese: l’ennesimo colpo di teatro. Una pubblica, divertita richiesta di scuse per essersi dimostrato un “monellaccio”. Condita da occhiolini, ammiccamenti da avanspettacolo e battutazze da caporale. L’Italia scatterebbe in piedi, in platea e nei loggioni, scorticandosi le mani.
Chiusura del sipario. Fine.