CHI IMPRECA SI CONFESSA A SUA INSAPUTA

Non c’è bisogno di microfoni nascosti o spie. Quando gridiamo il nostro odio è come se ci confessassimo a un prete con gli altoparlanti in piazza. Perdendo la testa si scagliano addosso agli altri le parole più sensibili che abbiamo sotterrato nel cuore, le nostre “vergogne”. Nel furore si resuscitano i propri spauracchi e si rivelano inconsapevolmente al mondo. Se gridate “cornuto!” a chi vi taglia la strada è probabile che vostra moglie l’altro ieri sia andata a letto con un altro; se gridate “fascisti di merda” con gli occhi di fuori, nonostante siate di sinistra, dev’esserci puzza di olio di ricino in famiglia o occultate qualche manganello nell’armadio dell’anima.
In questi giorni italiani scalmanati in cui anche il sole sembra mandare affanculo la luna, provate a fare questo gioco amaro. Quando sentite un politico inveire contro qualcuno, o un passante per strada apostrofare un altro con disprezzo, trattenete il respiro e fissate il volto dell’uomo che odia. Chiedetevi: la frase ingiuriosa che ha detto a un altro non sarà che lo riguarda molto ma molto intimamente? Cos’è che lo fa tanto vergognare di sé da alterarsi tanto? Scoprirete un mondo nuovo e vi passerà la voglia di imitare gli “odiatori”. Per esempio, gridare “Ti devono stuprare i neri” rivela un desiderio nascosto che mai e poi mai l’ingiurioso avrebbe osato confessare. Ma nell’ira lo ha fatto, se ne è “liberato”, mostrando alla tv la sua coscienza in mutande.
In ogni insulto, dietro ogni disprezzo, c’è sempre la magagna che più ci fa paura personale, altrimenti non ci altereremmo tanto per chi non la pensa come noi. Per esempio, se evadiamo le tasse o siamo disonesti, si drizzano le antenne alla parola “ladro”, cominciamo a vibrare d’indignazione contro quelli che non rilasciano lo scontrino o i politici corrotti, e scagliamo epiteti ingiuriosi sul presunto ladro, prima ancora che sia stato giudicato. Lui è la nostra ombra criminale. “Buttatela dentro, vi supplico, e gettate la chiave!” Ecco ciò che intendevamo dire davvero con il nostro insulto.
La parolaccia non mente mai. È un biglietto da visita invisibile. Se gridiamo “criminale di guerra” a una che ha salvato quaranta naufraghi –qualunque illegalità abbia o meno commesso- c’è da rabbrividire per chiunque dica o applauda una frase simile.
Nei loro cuori devono esserci stragi.

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