PADRI, PADRONI E PADRINI DEL NOSTRO IMMAGINARIO

(Testo lungo, pericoloso, sconsigliato: può indurre alla lettura).

La McDonald’s sta impiantando dei distributori automatici di hamburger. Metti la monetina e viene fuori il BigMac. I nostri figli laureati non potranno neanche friggere patatine o servire pollo fritto nei vassoietti. Se anche gli hamburger si automatizzano, però, non vuol dire che non ci siano più gli schiavi. È che non c’è più nessuno disposto a pagarli.

Le nuove tecnologie stanno cancellando vecchi mestieri: il postino, l’agente di viaggio o il lettore dei contatori della luce. Ma non possono fare a meno della polpetta: il prodotto. Perché un network senza idee è un paradosso come McDonald’s senza hamburger. Quindi se c’è un mestiere del quale le nuove tecnologie non potranno mai fare a meno è quello dell’autore. E invece no. Anche l’autore è a rischio. Oggi inviare una proposta a un direttore di rete è come spedirgli una bustina d’antrace. Neanche la aprono. Da quando le idee sono diventate veleno?

È accaduto nel giro di una ventina d’anni, c’è stata una precipitosa fuga dagli autori puri e senza padrone, neanche fossimo terroristi. In un certo senso è vero, lo siamo. Un autore conosce la password segreta per entrare nel cuore del pubblico e rivoltarlo. Ha il potere rivoluzionario di trasformare il dolore in meraviglia, l’emarginazione in partecipazione, la rabbia compressa della gente in risata liberatoria. È quella stessa password che hanno smarrito i partiti politici, le organizzazioni sindacali, i giornali, le radio e le tv, tranne rare eccezioni.

La tv scadente crea dipendenza come la coca o gli smartphone, l’alcol, la pornografia o gli acquisti compulsivi. Quando sei dipendente non ti accorgi più se è roba pura o tagliata male, perciò sei la vittima preferita degli spacciatori. Anche quelli di programmi. Ti bevi tutto. Quando i produttori di “roba” radiotelevisiva hanno capito che nessuno pretendeva più il bollino di qualità, come la banana Chiquita, hanno sostituito i generatori di fantasia con pusher del consenso, scritto e gridato. Le praterie dell’immaginario non hanno più madri e padri, ma solo padroni e padrini. È come se Angelo Rizzoli, nel 1960, avesse preteso di scrivere lui la Dolce Vita invece di Pasolini e Flaiano. Il nostro paese della fantasia è stato occupato e intossicato. Le idee o le fornisce il distributore automatico di polpettoni, (meglio se prima hanno dato prova di aver già avvelenato per bene altri paesi) o le deforma qualche pusher del consenso o sono scartate in partenza.

Si dice che siamo tutti interconnessi e che questo sia un toccasana della libertà. È meraviglioso, infatti, che si possa parlare su Skype con un cugino in vacanza in Nepal e tutti insieme metterci in conferenza con un collezionista di farfalle peruviano. Evviva! Ma abbiamo qualcosa di sorprendente da dirci? Un mondo interconnesso non è per questo un paradiso d’idee, è più facile che diventi un inferno di luoghi comuni. Un autore puro (con uno spettatore puro), invece, è artefice del processo inverso, è sconnesso dalla realtà e produce sconnessioni, la sua creatività genera un corto circuito nella cosiddetta realtà, con una “morte” dell’ovvio e una rinascita del pubblico a uno stadio di conoscenza e coscienza superiore. Che richiederà programmi più intensi e idee ancora più audaci. E la società farà un passo avanti. Perché chi desta le coscienze, risveglia il mondo dalla mediocrità, sconnettendolo dalle convenzioni e dalle polpette in brodo. Ma è precisamente questo che non si vuole, il motivo per cui gli autori puri sono d’intralcio. Lo stato inverso, di svogliata disattenzione, il torpore di noia crudele fa fiorire il mercato pubblicitario e forma le opinioni politiche di un paese composto per il 70% di semianalfabeti funzionali, persone cioè che non sono in grado di comprendere, riassumere o ripetere un pensiero che vada oltre “Maria si è mangiata un abbacchio alla scottadito”. Già al termine “scottadito” c’è gente che fa fatica a comprendere. Povera Maria! Che s’è ustionata li diti? So che si dice le dita (forse) anche gli scrittori, ormai, cominciano a nutrire dubbi e ad autocensurare congiuntivi e sinonimi. Ci hanno fottuti, Cristo! (Ormai mi esprimo come gli eroi delle serie tv americane, sono belle, non vedo altro). Come e quanto si depositano nelle coscienze tutte le banalità tossiche che s’insinuano sottopelle, invece, dopo un talk show politico autoreferenziale o un brutto reality? E chi può spazzare via dai circuiti neuronali questa greve banalità politica?

Ecco, gli autori svolgerebbero in modo eccellente questa funzione ecologica nelle nostre menti intasate di zozzerie. Ma oggi gli autori più originali e ribelli (i migliori medici per questo tipo di peste) sono dietro la lavagna, cacciati di classe o disoccupati. Il virus ha isolato e debellato gli anticorpi. Così il paese intero sembra colto da un ictus, è paralizzato, senza più un sogno o uno straccio d’idea. Attenzione, però: la gente è in overdose di cazzate, siamo nel preciso momento in cui al circo il leone sbrana il domatore, o nell’arena il toro infilza il toreador. Fate entrare in scena i professionisti, vi conviene. Andatevene o vi sbraneranno. E questo vale per lo spettacolo come per la politica. Gli imbonitori di voti, intanto, non riescono a formare uno straccio di governo mentre piovono bombe sulla Siria. A pigiare il pulsante, guarda un po’, Donald Trump, l’ex conduttore televisivo di “The Apprentice”: «You’re fired, Siria!». Il popolo siriano, figlio di una civiltà e di una cultura millenaria, quando i Trump sugli alberi stavano ancora cercando di capire come si spacca una noce, è costretto, ancora una volta, a subire. Ormai questo mondo è un brutto show che fa ridere solo chi lo dirige e chi lo produce. Così non dura, “dura minga”, non può durare, come diceva una vecchia pubblicità di Carosello della China Martini.

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