IL PORNO DEL GIUDIZIO

Quarant’anni fa, per un breve periodo, frequentai un celebre cantante gay, diventammo amici, lo confesso, vanità, sognavo di scrivere qualche canzone con lui o per lui. Quando veniva a Roma lo andavo a prendere in moto, montava dietro, me lo scarrozzavo per la città. La gente ai semafori gli chiedeva l’autografo, io mi beccavo la sua fama di striscio, lui era molto intelligente (ma non un genio come si dice oggi di gentarella) era anche parecchio simpatico, ridevamo un sacco. Poi cominciò a stringersi un po’ troppo su quella mia Honda 450, diceva che aveva paura perché andavo veloce, faceva gridolini, si aggrappava, tocchicchiava, sussurrava “che muscoli!”. Gli dissi “E piantala, dai”. Lo riportai al residence dove alloggiava. Mi fa: «Sali, ti preparo una bistecchina». La bistecchina non l’ho mai mangiata, non ho accettato l’invito, lui non l’ho più visto. Mannaggia. L’ho incontrato tantissimi anni dopo, durante uno show in tv, abbiamo chiacchierato con affetto, resta un grandissimo, lo sarà sempre. Non ho mai smesso di ascoltare le sue canzoni. Fine.

A ventiquattro anni ho fatto il negro per un famoso regista. Quasi tutte le mattine, per mesi; lui era sposato, mai pensato fosse gay. In ogni caso chi se ne importa, a me non cambiava una virgola. Lo aiutai a scrivere il soggetto per il suo nuovo film, poi il trattamento. Diceva «Ero depresso, mi era passata la voglia di far cinema, tu me l’hai fatta tornare». Dovevamo scrivere la sceneggiatura insieme, a partire dal lunedì seguente a quel week-end, aveva promesso che mi avrebbe fatto firmare. Io mi sarei accontentato anche di fargli da aiuto sul set. «Vuoi scherzare? Quello è il minimo!». Lo ringraziai, oltretutto lavoravo gratis da mesi. Ma lui era un maestro, l’avrei pagato io.

Prima di salutarmi, quel venerdì, mi disse: «Perché non vieni con me nella mia casa di V?» Lo guardai stranito. Aggiunse: «Dai, ce ne stiamo due giorni da soli come due vecchi froci» rise. Scherzava, o ci stava provando? Nel dubbio e nell’imbarazzo inventai una balla. Mio papà stava male. Non se la bevve. Il lunedì la sua telefonata non arrivò. Lo tempestai di chiamate: zero. Scomparve. Indagay. Era di quelli che si vergognano d’esserlo. Il “nostro” film fu presentato a Venezia. Incontrandomi al Palazzo del Cinema (ero in compagnia della bellissima Monica, un’attrice mia amica dai tempi dell’infanzia) lui si girò da un’altra parte, fingendo di non vedermi. In quel film storico c’erano parecchie ideuzze, battute e trovate mie. E i personaggi si chiamavano come i miei antenati. Pazienza. Lasciai perdere. Ricordo che mio papà voleva aspettarlo sotto casa, diceva che lo voleva menare. Ahah! Trent’anni dopo, quando ero diventato un pochino famoso anch’io, mi fece cercare dalla sua agente. Voleva che gli presentassi il suo ultimo libro a Cortina d’Ampezzo. Francamente…Declinai l’invito.

Più o meno a quell’età, 23, preparavo l’esame per diventare giornalista professionista (il praticantato mi era stato riconosciuto dai sindacati dopo anni da negro) e continuai a lavorare in quei piccoli giornali nei quali avevo fatto, per anni, le notti sane in tipografia. Prendevo cinquantamila lire al mese e la stanza in affitto ne costava 80mila. Un giorno fermai una signora per strada e rosso come un peperone le chiesi 50 lire per un pezzo di pizza al taglio. Fu l’unica volta che ho chiesto l’elemosina, mai più. Negro del cinema e negro della stampa. Sfruttato, certo, embè? Anche Jack London o Knut Hamsun sono stati sfruttati, uno scrisse capolavori come “Martin Eden” l’altro prese il Nobel per la Letteratura con il suo romanzo migliore, appunto, “Fame”.

In uno di questi giornali diventai sincero amico del direttore, un uomo assai colto, non simpatico, con il quale era piacevole parlare di letteratura moderna come di antichi greci. Era un “dotto”, all’antica. Citava Platone a memoria. Non era di Roma e lo accompagnavo spesso a cena fuori per non farlo mangiare in trattoria da solo. Era sposato, con figli, e ci capitava di “donneare”, antico verbo bellissimo che significa “confabulare di donne”. Una volta gli si ruppe la macchina, doveva tornare urgentemente nella sua città di provincia, pioveva, lo accompagnai con la mia. Non so se avesse bevuto o cosa. Mi staccò la mano dal volante e se la mise lì. Rischiammo di cappottare. Ma non aggiunsi una parola, tolsi la mano e basta, lo lasciai sotto casa con la valigia bagnata di pioggia e la mazzetta fradicia dei giornali e me ne tornai a Roma. Nel tempo restammo amici, ma il rapporto, ovviamente, si raffreddò.

Potrei concludere con un famoso politico della prima Repubblica, uno fra i più bersagliati dalle vignette di Forattini, conosciuto a un convegno, che m’invitò nel suo studio al Senato per parlare di Risorgimento, uno dei miei periodi storici preferiti, e che di punto in bianco prese il mio pollice e se lo mise in bocca come fosse un sigaro, ahahah ho troppo riso quella volta che schifo! Mai più visto, ovvio. Nonostante i suoi inviti. Peccato, poteva farmi comodo visto quant’è difficile lavorare in questo cazzo di paese. Ma che volete farci? Così è la vita.

Ero un bel ragazzo, quindi posso immaginarmi che vero inferno capiti alle belle ragazze e capisco che, nel loro caso, frequentare noi maschiacci sia una bella scocciatura. L’aspetto più intollerabile è pretendere favori sessuali in cambio di lavoro. Queste porno-intimidazioni vanno denunciate sempre e all’istante, costi quel che costi. Non si fa i moralisti vent’anni dopo. Perciò, senza malizia, vorrei chiedere alla Trevisan o alla Argento: a parte il produttore perverso americano, Kevin e Dustin o, ultimo della lista, il grande Tornatore, nessun idraulico, nessun caldarrostaro ha mai provato a molestarle? Davvero? Leggo su Vanity Fair (e sottolineo “vanity”) che la Trevisan è scoppiata a piangere perché il regista le avrebbe mordicchiato le orecchie e baciato il collo. Se è vero ha sbagliato, ovvio, come s’è permesso? Ma a tutti noi, o quasi, è capitato almeno una volta (magari per equivoco) di comportarci male con una donna. Poi si chiede perdono, e in futuro ci si controlla, si spera. Si chiama “anticamera della molestia conclamata”. La Trevisan non è stata stuprata, ha aperto la porta e se n’è andata. Se fosse stata giusta per la parte, Tornatore l’avrebbe scelta lo stesso, mica è scemo. O no?

In questi giorni tutti sembrano divi mancati e santi del paradiso. Qui su FB poi non ne parliamo: leggo tanti col ditone puntato a riempirsi la bocca della merda degli altri. A me pare il “redde rationem” dei vigliacconi. Come se adesso io vi avessi rivelato chi erano il mio cantante, il mio regista, il mio direttore di giornale (il politico è morto e pace all’anima sua). Ma non l’ho fatto allora né lo faccio oggi. E poi chi volete che fossero? Poveracci, con la fissa del sesso. Gay o etero è uguale.
I pedofili, invece, vanno denunciati vent’anni prima.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *