QUANDO IL NO ERA NO

Sono passati circa quarant’anni da quando cercai lavoro per la prima volta. E non era affatto facile, come credono i giovani d’oggi. Se non eri raccomandato, era quasi impossibile, almeno nel mio campo: giornalismo, programmi radiotelevisivi, collaborazioni editoriali. La prima volta che mi pubblicarono una novella, fu su un settimanale erotico. Il redattore, la sorella di un mio compagno di scuola, dovette però sostituire molti periodi “letterari” con brani porno. “Dei tramonti, ai nostri lettori, non gliene frega niente” disse. Aveva ragione, così mi sforzai di scrivere porcherie, ma risultavano sempre “troppo belle”. Non mi pubblicarono più nulla. Chi sceglie di fare un lavoro creativo sa che dipende da un editore, da un produttore, da un “mecenate”. Deve mediare fra quello che piace a lui e quello che i produttori credono che piaccia al mercato. Un produttore deve sperare di guadagnare sulla tua fantasia, altrimenti le tue opere non le conoscerà nessuno e non potrai farti valere né mantenerti. Per i giovani creativi d’oggi, la tecnologia offre un’occasione in più di visibilità. Devi essere poco meno di un genio, ma in tal caso qualcuno che ti noti su Facebook può darsi ci sia, e ti valorizzi. Di nuovi Giacomo Leopardi inediti non credo ce ne siano, ma forse mi sbaglio.
In questi quarant’anni italiani, la vera cosa che è cambiata è l’educazione. Quand’ero giovane, e proponevo un programma alla Rai o a Mediaset, che allora si chiamava Fininvest, le risposte possibili erano solo due: o no o sì. Talvolta c’era un “vedremo”, ma capivi subito che era una forma di cortesia, di diluizione del “no” che non ti lasciava illusioni e non ti faceva perdere tempo. Dire seccamente “No, non m’interessa” la considero una forma di educazione. Quello che trovo di una maleducazione insopportabile è dirti di sì. Un sì peggiore di ogni genere di no. Un sì di merda. Mi spiego. Oggi (ed è questa la novità che riscontro in questi ultimi anni) è raro che qualcuno si prenda la briga di dirti di no. Che è un atto di civiltà seppure di rifiuto. Ma potrebbe costare cinque minuti di spiegazione e lasciare uno strascico di sgradevolezza. Come non pagare questo minimo prezzo? Anzi, come sentirsi dei benefattori, dei semidei? Semplice e assurdo: dicendoti di sì. Non solo, assicurandoti che raramente ci si ritrova fra le mani pagine così belle, proposte tanto efficaci, prodotti di grande professionalità. Tu abbocchi: “Quindi andiamo avanti?”. La risposta è: “Ma stai scherzando? Certo che sì”. Se si tratta di un programma, per esempio, il dirigente in questione ipotizza anche il giorno di trasmissione, l’ora, il costo a puntata. Può assicurarti che sarai chiamato a giorni, se non a ore, dall’ufficio contratti. E, nel salutarti, può usare espressioni come “Fammi essere fiero di te”. Tu torni a casa, dai la buona notizia ai figli, telefoni a un amico in ansia per te, gli dici che quel dirigente è stato straordinario, ha capito al volo la tua idea, il momento difficile è superato. Ma non succede assolutamente niente. Era un sì di merda, una presa per il culo assoluta e senza scampo. E, alla decima volta, ti accorgi che è un sistema, un nuovo sistema di maleducazione generalizzato, il sistema di dirti di si per toglierti dai coglioni. Dopodiché, assicuratoti il lavoro, farsi negare per l’eternità.
Viviamo in un libero mercato e nessuno è tenuto a dirti sì se non crede a te o a un tuo progetto, ci mancherebbe altro. Per questo io rispetto chi mi dice no, e gli sono grato se me lo motiva, magari così posso capire se e dove ho sbagliato, e imparare qualcosa. Ma chi dice sì per dire no non ha rispetto di te. Se ne fotte e basta. Forse lo fanno perché, in questo paese di bande, temono che tu possa, a caldo, protestare con qualche “boss” che dia loro qualche fastidio. Forse dicono sì per prendere tempo. Non lo so perché cazzo lo fanno. Dico solo che è infame. E che sono stato fortunato, rispetto ai giovani d’oggi. Io ho conosciuto persone per cui no era no. E nei casi migliori, nei rifiuti più gentili, mi hanno spiegato perché. Quei no mi hanno aiutato a crescere e mi hanno infuso la rabbia necessaria a farmi rispondere quei sì che mi hanno fatto vivere fino a oggi. Questi nuovi sì che significano no, invece, ti disorientano e aumentano l’isolamento, la peggiore delle carceri. Ai giovani d’oggi quest’onta è risparmiata. Non li si riceve neppure, a meno che non siano “protetti”, e la cosa finisce lì. Nessuno manipola la loro speranza, non ne vale la pena. A parte la caduta dell’educazione, in questi quarant’anni italiani c’è una costante: se non conosci nessuno, sei fottuto. Torneremo ad essere un paese civile, una “civiltà”, quando conoscere qualcuno sarà considerato un demerito, se hai usato questo capobastone per avvantaggiarti, e il favore o la raccomandazione verranno trattati da mascalzonate e da barbarie, quali sono.