Dovetti scegliere tra morte e stupidità.
(Sopravvissi).
Gesualdo Bufalino
È imbarazzante scoprire quanto una dolente sciocchezza accadutaci in tenera età possa aver deviato le nostre scelte che chiamiamo destino. Stamattina, dall’imprevedibile scatola magica che è la memoria, un ricordo è schizzato in piedi con lo sberleffo di un clown a molla. Una sera d’agosto del 1960, a Sassari, restammo a dormire con mia madre a casa di una lontana zia, progenitrice a sua volta di svariati cuginetti. Pur di toglierci di torno e spedirci a letto, mia madre istituì un premio notturno. Quando sarebbe giunta l’ora di coricarsi anche per gli adulti, si sarebbe accaparrato un regalo “il bambino più bambino di tutti”.
Mentre tutti dormivano, io ero sveglio. Tenni testa agli assalti del sonno, per ore. Dal salotto filtrava una lama di luce eterna, un chiacchiericcio confuso di genitori e zii, faceva un caldo africano e Topo Gigio dormiva nella posizione vincente. Anch’io, e non cedevo di un millimetro. Era una postura scomodissima, le braccia mi formicolavano, per non cedere al sonno mi conficcavo le unghie nelle palme serrate delle mani, ma non c’erano santi, il bambino di mia madre dovevo essere io, cascasse il mondo. Finalmente in salone le luci si spensero e con gli occhi strizzati intravidi la sagoma di mamma che si chinava con la zia sui lettini di quella improvvisata camerata. Io giacevo in postura impeccabile, gli occhi chiusi, i pugnetti sul guanciale, la statua di un dio bambino dormiente. Ma mia madre disse: “Tu è inutile che fai finta, eccolo qui il dolcissimo bambino dei bambini, è Giangi.” E gli scoccò un bacio sulla fronte. Ricordo che mi sentii sommerso da un’ondata di vergogna e ridicolo, tradito da mia madre e denunziato al mondo come impostore. Che aveva fatto quella caricatura di Topo Gigio per meritarsi la targa di bambino D.O.C.? Nulla, dormito e basta, mentre io avevo piantonato per ore, come una rigida sentinella, le frontiere dell’infanzia. Avevo retto ad orde di gnomi ed elfi che pretendevano di abbassarmi le ciglia come serrande di negozi chiusi per ferie, avevo tenuto testa alle sirene tentatrici che mi spingevano come un tappeto rotolante nella mia postura abituale, rovesciato su un fianco. Potevo ritenermi davvero vittima di un’ingiustizia? No, neppure questo sollievo, perché avevo mentito. Fatto sta che la coscienza infantile, in casi come questo, ripara il danno come può. Alle volte esagerandone drasticamente le conseguenze, con drammaturgia implacabile. Di colpo il mio teatrino interiore si fece deserto. L’ultima scena non era forse mia madre teneramente ricurva sul letto di un altro? Ne trassi una fatale conseguenza: ero orfano, mia madre era morta, e in qualche modo l’avevo uccisa io.
È trascorso quasi mezzo secolo, e stamattina mi risveglio con questo ricordo che mi strizza come se avessi indosso il pigiama di allora. Si sa che i ricordi vanno via come patatine e la memoria te ne fa subito sgranocchiare un altro. Avevo vent’anni e per mantenermi da solo facevo lavori umilianti per uno nato nei quartieri alti. Ma ero ebbro di eternità perché scrivevo poesie e un giorno, chissà, sarei diventato come Dylan Thomas o Borges, i miei preferiti, e anche Jack London, guarda caso, aveva fatto lo scaricatore di porto e il cercatore d’oro prima di maneggiare la penna, così mi addormentavo con quella postura immortale con la quale immaginavo si coricassero i poeti, le braccia distese lungo i fianchi, da giovani tronchi dai nervi fragili e le radici strappate che fluiscono solenni nei fiumi notturni. Inoltre amavo una ragazza bionda, ma le parlavo come San Francesco con i lupi, più che amore era un mito incarnato, dovevo esorcizzarne la feroce maternità perché tutte le donne che amiamo hanno qualcosa di tua madre, soprattutto per coloro i quali hanno commesso matricidio come fantastica rappresaglia contro un’infanzia che si suppone tradita. Insomma, le urtavo i nervi, e che l’amassi alla follia lo sapevo solo io e quel bambino notturno di Sassari la cui madre ne aveva baciato un altro, inoltre le mettevo paura dicendole che se un giorno avessimo avuto un figlio io me lo sarei mangiato, perché dicevo queste cose bislacche che a me risuonavano di sublime ironia essendomi dovuto amaramente rimangiare il bambino che ero, ma agli altri giustamente echeggiavano come litanie di pazzo incosciente, tantevvero che un brutto giorno la mia adorata bionda non ne volle più sapere di me, ed io ebbi un comportamento autistico per tredici anni esatti, che perfino le maledizioni di solito non travalicano i sette, mentre io per tredici anni passai e ripassai sotto al suo portone chiuso, almeno sei volte al giorno, che in totale fanno 28.470 passaggi, il più bestiale e funereo dei record.
Per un’altra di quelle delibere o scorciatoie della coscienza, che quando il teatro interiore degli affetti si vuota lo compensa d’incanto con un pieno improvvisato, sia pure da una fatale idiozia, giurai a me stesso la seguente sciocchezza: “Amor mio, hai voluto cancellare il mio nome dalla tua memoria del cuore? Un giorno aprirai il giornale e lo leggerai a caratteri cubitali!”. Credo di essere diventato giornalista e poi autore di programmi esclusivamente per questo, e di averle escogitate tutte perché un giorno lei leggesse il mio nome sul giornale, con la stessa tenacia con cui una notte resistetti al sonno per essere premiato più bambino di tutti da mia madre, senza pensare che lei, la bionda, avrebbe certo potuto leggere il mio nome, ma altrettanto certamente avrebbe poi girato la pagina in silenzio o con un semplice “Ah!” a suo marito che magari di nome fa Giangi, non per questo venire a cercarmi dagli Appennini alle Ande, così come a mia madre quella notte sembrò giusto darmi una lezione, e mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente che quello sarebbe stato il primo “Ah!” di una tragedia ridicola, che mi avrebbe fatto passare come un corteo funebre 28.470 volte sotto casa di una bionda, che a sua volta mi avrebbe fatto scrivere 28.470 articoli o copioni di programmi, costretto a sottopormi a 28.470 ore di psicanalisi, il tutto per un bacino dato non a me ma a Topo Gigio. E questa è la vita, bella o brutta che sia, dite la vostra che ho detto la mia.