LEZIONI DI CIVILTÀ

aida-hadzialic_3Ci sono notizie che, in poche righe, costituiscono un sillabario di civiltà e andrebbero scritte, ripiegate nel portafoglio e custodite nei jeans come esempio portatile. La giovane ministra svedese all’istruzione secondaria, Aida Hadzialic, ex rifugiata (è nata in Jugoslavia nel 1987) di ritorno in automobile da un concerto a Copenaghen, dopo aver sorseggiato “un bicchiere di vino rosso e uno di champagne” è stata fermata dalla polizia. La prima cosa che a un italiano viene in mente è Alberto Sordi nei panni del vigile che multa il sindaco Vittorio De Sica. Ma quello che da noi sarebbe un paradosso, in Svezia è la normalità. Sottoposta all’alcol-test, la ministra dal nome della principessa schiava dell’opera di Verdi, è risultata leggermente fuori legge. Aida aveva appena lo 0,2 di champagne in circolo, ma per la legge svedese quel sangue è troppo frizzante per guidare. Conseguenza: non solo multano la ministra ma la denunciano alle autorità. Aida, invece di telefonare al collega ministro degli interni per farsi restituire tessera e distintivo dai poliziotti (o farli trasferire nella Carbonia svedese) si dichiara “furiosa con se stessa” per aver sottovalutato quei due bicchierini di troppo e soprattutto “mortificata” per aver deluso i cittadini che credevano in lei. Ha presentato immediatamente le sue dimissioni da ministro. Invece di respingerle, il premier svedese, Stefan Löfven, (socialdemocratico come la ministra verdiana) ha dichiarato di condividere con lei “l’analisi sulla gravità della situazione”, dicendosi dispiaciuto di “aver perso una collega apprezzata”. Punto. Fine della notizia esempio di civiltà.
Coro dell’Aida.

BUON ETERNO DIVERTIMENTO, RAGAZZI!

Above_GothamCredo che nessuno di noi nasca per caso, ma che un fascio di atomi stellari, irradiati dalla nostra volontà di vita, abbia scoccato una freccia, una stella cometa piccola piccola come un’indicazione stradale, ma che ha colto precisamente il bersaglio prescelto: siamo qui, ora, perché qui e ora avevamo voluto, allora, manifestarci. Lo sentivamo. Era la nostra occasione.
Volevamo che la nostra freccia-cometa centrasse quel corpicino in procinto di nascere, fra miliardi, e ne incendiasse, con la nostra anima, il cuore.
Qual era lo scopo di quest’ultima missione? Perché sei qui?
Chiederselo incessantemente, invece di vagare per il pianeta con la faccia di scimmie in gita a New York, dovrebbe essere il nostro principale dovere e piacere. Che ce l’eravamo dimenticati nell’atto di nascere è ovvio: la vita è un film della durata media di un’ottantina d’anni, con un’alternanza di scene di tutti i generi: avventurose, epiche, drammatiche, comiche, sentimentali e fantasy. Chi mai resterebbe chiuso nel cinema Terra per tutta la sua vita se già conoscesse la trama e il finale? Se ne tornerebbe di corsa, sbadigliando, fra le stelle.
Ma quella domanda, l’unica che conti, è ineludibile (fra il primo e il secondo tempo, soprattutto fra il secondo e il terzo): «Perché sono qui? Rivela te stesso e lo scopo della tua missione. Rivela, rivela, rivela…». Questa la chiamo realtà. La vita è pura immaginazione. Perché sono qui? Tutto il resto è cinema, per tutti i gusti e tutte le età.
Il finale non può essere la morte, scontata, prevedibilissima, mentre la vita quasi mai lo è, per nessuno. Quale grande regista si rincitrullirebbe al punto da far morire, dopo aver offerto un così immenso spettacolo, tutti i suoi personaggi? Si tratta di un nuovo inizio, un rito che si succede in tutti i tempi, semplice ma inevitabile. Nel preciso momento in cui il film “finisce”, il nostro io stellare scocca una freccia, più levigata della precedente e più precisa. Colpisce il futuro più adatto, il corpicino che ci occorre, il luogo per sperimentare le nuove esperienze che dobbiamo farci. Motore! Partito! Ciak! Azione! Rinati.
In realtà non si tratta di un unico film, la vita, ma di una serie televisiva stellare della quale siamo registi e protagonisti sulla Terra, per molte e molte stagioni.
«Perché sei qui, ora? Rivela, rivela, rivela…»
Quando rispondiamo perfettamente alla domanda, l’arco e la freccia si dissolvono, come lo schermo. E il bambino eterno è felice. Si cambia! L’universo superiore abbonda di cinema e di spettacoli molto più sfavillanti della Terra.
Buon eterno divertimento, ragazzi!

TI PIACEREBBE CONOSCERE I TUOI ANTENATI?

Ti piacerebbe conoscere in carne e ossa tutti i tuoi antenati? Invitarli a casa e accoglierli così com’erano, nei loro abiti d’epoca? Scoprire le passioni segrete che li divoravano, i loro gusti, i tic, i vizi, i valori e le emozioni che ti hanno trasmesso nel sangue? Ti piacerebbe scoprire quel che sei e perché lo sei? E magari, chissà, ottenere dalla tua famiglia una dritta giusta per il tuo destino? Il mio nuovo romanzo parla di questo, s’intitola “Nessuno può sfrattarci dalle stelle” ed è uscito oggi.

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Sull’aletta del libro c’è scritto:
“La notte in cui Mandela muore in Sudafrica, Massimo Pietro Cruz è uno dei centoventi milioni di europei caduti in povertà. Dopo un passato come autore di musical e varietà televisivi ha perso tutto. Ora è solo, in un casale nel bosco, con l’unica compagnia di due cani lupo e una pecora, ad aspettare che, all’alba, il padrone di casa e l’ufficiale giudiziario arrivino a rendere esecutivo lo sfratto. Improvvisamente, sente un rumore al piano di sotto. Scende le scale e trova un piccolo intruso. Sulle prime pensa a un ladruncolo. Ma chi è davvero quel ragazzino che dice di chiamarsi come lui e sogna di scrivere il romanzo di un bambino che incontra se stesso a sessant’anni per scoprire come sarà da grande? E quella del piccolo sosia non è che la prima delle imprevedibili visite che Massimo Pietro riceverà quella notte… Sospeso tra il Canto di Natale di Dickens e la magia del Piccolo Principe, Cugia scrive un libro meraviglioso e sorprendente come il più bello dei regali. Una favola incantata che contiene una parte di confessione autobiografica e una riflessione sul destino e sulle costellazioni familiari, le scelte nostre e dei nostri antenati che ci hanno portato a essere quel che siamo. Soprattutto ci ricorda che possiamo perdere tutte le cose materiali ma resteremo eternamente ricchi finché nel nostro cuore, anche il più buio e solitario, brillerà la stella della fantasia.