A perdere tempo per la maggior parte del tempo non ci batte nessuno. Non parlo del tempo libero ma di quello occupato. Del modo sciatto e virtuale in cui c’impegniamo nei rapporti di lavoro, d’amore o d’amicizia e in quel dialogo interiore che conduce alla coscienza di sé, a edificare i pilastri del ponte che ci congiunge agli altri e, per chi crede, a Dio. L’accusa rivolta ai politici, chiacchiere invece di fatti, anche quando qualcosa fanno, appare come l’ennesimo, maldestro tentativo di addossare sugli altri quei vizi che ricadono sotto la nostra responsabilità, primo fra i quali perdere tempo e farlo perdere al prossimo. Una fibrillazione intensa e prolungata dei preliminari che, invece di servire a condurre in porto una relazione d’amore o d’affari, serve solo a occupare spazi sempre più slabbrati delle nostre giornate. Stiamo diventando vigili di Sanremo in mutande che timbriamo per finta il cartellino della vita.
