A TU PER TU CON LA PANTERA

Una pantera nera, dai muscoli possenti che si disegnano sotto il manto lucido, vive nelle mie stanze. Non è addomesticata né io intendo tenerla come al circo: è giovane e forte, è viva, e -per quanto è in mio potere-, è e resterà libera per sempre. Fatto sta che questa notte, verso l’alba, mi ha gettato per terra. Nulla c’era di amichevole in lei, solo dominio e voglia di sopraffarmi. Ho la mia età, non era facile capovolgere la situazione in mio favore, e una pantera può sbranarti, si sa. Ma le ho tenuto botta. Un po’ da scavezzacollo, ne convengo, le ho fatto il grattino. Nel panico, mi veniva da sorridere. Lei non si è mossa di un pelo ma non mi ha nemmeno divorato. Io ero una forza fragile e lei la forza irruente della vita.

Bussa alla porta un mio vecchio amico, vecchio davvero ha 86 anni, apre, la vede, resta basito: «Non farà mica scherzi, questa, no?». Ma no, tranquillo, faccio io con la pantera addosso come una statua di pietra o il water d’oro di Cattelan. Tranquillo un par di ciufoli, penso ironicamente (ciufoli, tradotto dal romanesco, sta per pifferi) ma confido nella mia forza fragile, tanto che il vecchio accarezza la pantera. E mi sono svegliato.

Dopo il caffè, come sempre, ho letto i giornali. La prima notizia, guarda un po’, è stata quella (l’avrete saputo) di Deborah Prencipe, la ventottenne di Foggia che voleva affittare un appartamento a Milano ma è stata sommersa dagli insulti della proprietaria, sedicente razzista. Deborah non si è tenuta quella pantera nera sullo stomaco, ha raccontato tutto sui social network e ha fatto bene. Il suo “sfratto preventivo” in quanto meridionale, quindi “negra”, è diventato un caso nazionale. Messa alle strette, la signora poco signora di Milano si è pubblicamente pentita dichiarandosi pronta a offrirle la casa in affitto. Mi ha fatto pensare a quei leoni da tastiera che su Facebook te ne scrivono di ogni, ma se tu scavalchi quella finestra digitale e irrompi faccia a faccia in casa loro, ti chiedono l’autografo e il selfie. Quasi tutti così, poi certo, uno su mille ti spara col bazooka, ma è un dato statistico quasi irrilevante, corrisponde al proverbiale vaso di gerani che ci cade sulla zucca mentre passeggiamo con un gelato alla fragola in mano, succede.

Mi permettete di concludere questo arruffato flusso di coscienza tipico di chi si è appena svegliato? Mi è venuto in mente Di Maio, che si farebbe “accidere” pur di non pronunciare la parola “Pd”. Evidentemente disallineato ai suoi nuovi alleati, deve figurarseli come pantere. E quelli, per contraltare, neanche hanno miracolosamente conquistato il governo che già gli propongono alleanze elettorali con una precipitazione superficiale quanto meno sospetta. Sia la resistenza spocchiosa di Di Maio sia l’irruenza avida di Zingaretti, non sono dettate dal cuore ma dal calcolo. Quando sei sotto schiaffo della pantera o della Storia è l’opzione peggiore. Ci vuole cuore e intuito. Proviamo a guardare la scena dall’alto o dal futuro. Quale sarà politicamente lo scenario che possiamo augurarci? Che alla destra, piuttosto eversiva che ci ritroviamo, si contrapponga una forza di centrosinistra altrettanto consistente. Di Maio si rifiuta di credere all’esistenza della sinistra e della destra? Va bene, chiamale Bibì e Bibò, Ric e Gian, Sussi e Biribissi, sempre quelle restano.

Ricapitolando sogni e realtà: la pantera siamo noi. E fino a quando non lo capiremo, continueremo ad aizzarla contro noi stessi, con masochismo puerile, mantenendo eternamente in vita l’ambiguo e angosciante tempo in cui viviamo e un futuro nero, senza soluzioni. Perché noi siamo l’animale, la signora razzista e la ragazza foggiana, siamo Salvini e siamo i “comunisti”. Se lo riconosci in te stesso, -ma nelle viscere di te stesso intendo, e fa male-, la pantera perderà finalmente il suo aspetto terrifico, cesserà di essere un incubo e tornerà quel che è: una persona come te, una situazione politica nuova con cui confrontarsi, un’occasione di vita.

Per questo bisogna dire grazie alla pantera, sempre.