Italiani clandestini

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è una scritta comparsa su un muro di Genova, un crocifisso di satira che andrebbe appeso nelle scuole accanto a quello tradizionale.

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è un’esortazione curativa, uno di quei rimedi popolari di una volta, particolarmente indicato per lenire le nostre coscienze infiammate. 

L’immigrazione regolare e clandestina sembra avere davvero trasfigurato le nostre città. In certi quartieri non si parla neanche italiano e i negozi espongono insegne misteriose. Le moltitudini di cingalesi e filippini, africani e rumeni, implodono con una bomba atomica di diversità nella percezione del nostro “piccolo mondo antico”. Persino i monumenti, in questo scenario multietnico e nella babele di lingue e di riti, sembrano schizzati fuori dalla nostra geografia dell’anima. Siamo come mariti o mogli all’antica, carabinieri del matrimonio nei secoli fedeli, costretti da un divorzio a una famiglia allargata. Noi italiani assomigliamo alle vittime psichiatriche di una rara sindrome di smemoratezza: un giorno ti risvegli in una città straniera e non sai come e perché sei finito lì. Il fatto che questa città sia la “nostra” esaspera lo spaesamento e l’invito rabbioso ai “visitors”: tornatevene a casa “vostra”.

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è una scritta medica che ci aiuta a mettere il dito sulla piaga, quella profonda, la vera. Chi sono gli alieni? Perché lo straniamento più destabilizzante, non è essere costretti a convivere con un cingalese o un arabo, ma con quel “noi” irriconoscibile che in pochi anni siamo diventati. Che uno slavo faccia pipì su un monumento, un rumeno controlli il racket della prostituzione o una zingara ci scippi il portafoglio, è un comportamento assolutamente deprecabile che va punito a norma di legge. Ma se questa sensazione di “spaesamento” scaturisce, invece, da una verità più scomposta? Dalla scoperta di un clandestino nelle stive della nostra stessa coscienza? Di un italiano zingaro, nero, una specie di terrorista arabo casalingo, un “noi” comunque diverso da come ci eravamo sempre rappresentati?

Con un ossidato luogo comune si ripete, che “la televisione è lo specchio del Paese”. Può darsi, ma quale devastante crisi d’identità ci coglie e polverizza se le figure che vediamo agitarsi in quello scatolone colorato, se i loro atteggiamenti, gusti e manie, i loro varietà e persino i telegiornali, non corrispondono quasi in nulla al “noi” che avevamo dentro? A quel grado d’istruzione, educazione, civiltà, a quei canoni condivisi con cui, un tempo, era selezionata la nostra specie? Al nostro modo di sentirci italiani fino a ieri? Se questi, i modelli, sono gli italiani, allora io chi sono? Dove mi spiaggerò? Perché se aderisco ad essi mi sento un mostro, se non vi aderisco mi sento un mostro lo stesso, isolato, smarrito, “spaesato”: extracomunitario nella mia stessa comunità, quartiere, ufficio, casa, famiglia.

“Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani” è una scritta che può aiutarci ad allargare la coscienza, a comprendere come, pur di evitare ogni contatto con l’italiano spaesato che è in noi, ci scateniamo in una caccia al diverso e ci illudiamo che rispedire gli altri nei loro recinti potrà tornare a far fiorire il nostro giardino. Nient’altro che un’illusione, appunto. Perché è soprattutto con quell’italiano che siamo diventati xenofobi senza saperlo. Abbiamo bisogno di una nuova geografia dell’anima, di integrare quel noi clandestino, quell’io senza biglietto e passaporto, quel Bin Laden nella stiva che rischia di far esplodere la nave, non in nome di qualche dio, ma perché li ha smarriti tutti.

Oggi un amico mi raccontava di aver preso un autobus per andare alla stazione. A bordo vi erano solo stranieri, di tutte le lingue e religioni. "Sai bene quanto non sia razzista, ma ti confesso che ho vissuto un imbarazzante straniamento, ero a Roma e mi sembrava Bengasi o New York." Poi qualcosa l’ha colpito molto. Era una famigliola cingalese. Lui, il padre, in giacca, un bell’uomo dai baffi curati, la camicia lisa ma ben stirata, un’aria serena e dignitosa. Con la moglie, lievemente sformata dalla maternità, si lanciavano brune e complici occhiate. "Non sai quanto avrei pagato per capire una parola di quello che si dicevano, per decifrare il lessico così familiare del loro amore". Ciascuno teneva per la mano un bambino e nell’altra un libro. Leggevano in piedi, mantenendosi in armonico equilibrio e non tradendo mai mancanza d’attenzione verso i figli o il mondo circostante. E il mio amico ha concluso: "La verità è che loro sono il nuovo". Credo sia proprio così, anche se (o forse proprio a causa di questo) a me avevano fatto tornare in mente un certo tipo di famigliola italiana degli Anni Sessanta, oggi estinta, una specie che forse aveva trovato modo di riprodursi in cattività, clandestinamente.