Mai, come oggi, stiamo attenti al cibo e poco o nulla al cibo con cui c’ingozziamo la mente. Comunicare è il verbo del nostro tempo, ma l’ostia di questo rito attraverso il quale ci trasmettiamo freneticamente filmati, notizie e stati d’animo, è diventata fin troppo sconsacrata. I nostri cervelli sono contaminati da un universo parallelo che si ciba di noi come merce, l’anima di questo commercio è la pubblicità, grazie ai suoi introiti radio, tv e web sfornano ogni giorno migliaia di contenuti, da pillole di saggezza a bufale invereconde, da documentari di pregio a talk-show da marpioni, in cambio ci lasciano “liberi” di scorrazzare in rete, più o meno come un pellerossa in una riserva indiana. Sono i contenuti, di qualità o di risulta, che fanno girare quest’immensa ruota dell’immaginario che tanto influisce sulle nostre personalità perché, piaccia o non piaccia, tutto è pedagogico, che ci migliori o ci volgarizzi, ci stressi o ci soddisfi, ci emozioni o ci annoi. E noi, sempre più bulimici d’immaginario, cambiamo canale, o applicazione o social network, drogati di zapping e smaniosi di novità. Ma chi sono i cuochi che, con le loro ricette, ci propinano il nostro pasto cerebrale? Gli chef ai quali affidiamo la parte più fragile del nostro corpo, che ci aprono o chiudono la mente, l’esaltano o l’avvelenano, la commuovono o la divertono? Si chiamano autori. Eppure gli autori (mi riferisco in particolare a quelli radiotelevisivi le cui opere, in pillole, inondano gratis anche il web, mentre i padroni della rete ci lucrano sopra) contano quanto il due di briscola quando l’asso è in tavola. Voi l’attraversereste un ponte progettato da un pazzo? Vi stendereste sopra un tavolo operatorio senza informarvi sul chirurgo che vi opererà? Be’, lo state facendo col cervello, con l’inconscio, con il vostro delicato immaginario personale. Chiedetevi come mai i papà delle idee, (anche per loro responsabilità e per un’omertà ben pagata sia chiaro), non siano al centro della più grande macchina di fantasie che sia mai stata creata dall’uomo. Come mai gli autori siano diventati così marginali, anche se i loro contenuti sono il fulcro di quest’industria. E prendete nota che quasi ogni programma visto alla tv è come un hamburger di McDonald’s, lo stesso format già propinato a spettatori di altri paesi, perché globalizzare i cervelli, uniformarne i gusti, plasmarne gli animi, governarne i bisogni, è molto più vantaggioso che stare sotto padrone. Ecco perché gli autori non sono mai padroni delle loro idee, se vogliono vederle realizzate. I nuovi contratti sono opere più fantastiche di quelle oggetto del contratto medesimo. Ormai prevedono lo sfruttamento delle opere anche su piattaforme non ancora inventate e la cessione incondizionata a multinazionali dell’intrattenimento aliene. Oggi gli autori sono diventati ricambi per rasoi: usa e getta. Servono per abbozzare e affilare un’idea ma a farvi la barba, servizio completo, sono i signori del marketing. Tutto è confezionato in modo da rifilarvi il pacco. Solo che dentro c’è poco o niente, soprattutto non originalità ma paccottiglia utile quanto basta per rifilarvene dell’altra, che si tratti di una colla per dentiere come di una fuoriserie. Non è vero, quindi, che in Italia non ci siano più autori. Non c’è più libero mercato delle idee, è diverso. E finché la gente si accontenterà di quello che c’è stasera in tv, o al cinema o a teatro, questo è il pasto che vi sarà servito anno dopo anno, come in carcere. Se vi svegliate incazzati o gridate macaco al primo che passa è anche perché gli autori non fanno (o non gli fanno fare) il mestiere per cui sono nati. E il risultato è servito: l’immaginario avvelenato.
