18 luglio – A Nizza i bagnanti sono già tornati sulle spiagge. Ogni volta accade così. Più è devastante il segnale di squilibrio del mondo e più in fretta possibile si ripristina la “normalità”. Lacerati nel profondo ricuciamo solo l’apparenza. Laviamo il sangue dalla Promenade des Anglais e torniamo a sdraiarci sotto il sole. Sono i governi che devono pensarci, qui sta l’errore, il nostro grave peccato d’ingenuità. Questi politici non sono in grado di rimettere in equilibrio l’asse del mondo, possono solo girare la vite della libertà fino a sopprimerla. Sono come le figurine dei calciatori che i giornali vendono nelle edicole. Il pensiero politico ormai è pari a quello di un calciatore intervistato dopo la partita. Il calciatore pensa di rifarsi alla prossima, il politico alle prossime elezioni. Sono opinioni da 90 minuti, pensieri dalla vita breve come quella di una farfalla. L’Isis mi fa meno terrore di quest’Occidente inconsapevole della profondità dell’abisso in cui si sta cacciando. Erdogan è rose e fiori in confronto a chi saremo capaci di votare in preda al terrore. La globalizzazione che ci avevano taciuto è in atto: quello che succede in Medio Oriente succede contemporaneamente in Europa. Per l’import-export del terrore globalizzato basta un tir con un pazzo al volante. Uno squilibrato globale. Dobbiamo comprendere che non esiste un “noi” e un “loro”, chi ve lo fa credere è un terrorista in abito blu che sta decapitando il futuro dei nostri figli. Anche l’autore della carneficina di Nizza era figlio nostro, un tunisino con residenza francese, depresso e instabile come molti di noi residenti nella parte più ricca dello squilibrio globale. Uno psicopatico di famiglia. La sola rappresaglia che dobbiamo fare è quella interiore. Non dimenticando ma ricordando. Facendo luce nella nostra ombra. I decapitatori dell’Isis li abbiamo prodotti noi, non il Corano. Perché se ho due figli, uno lo mando a studiare alla Bocconi, l’altro lo lascio crescere in una tendopoli in Medio Oriente e lo faccio bombardare anche in ospedale, il primo mi tornerà a casa con una laurea, il secondo con una bomba a mano.

(Foto di Silvia D’Anna)
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