Jack Folla

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Dallo stretto di Gibilterra

      Dallo stretto di Gibilterra

Da una piattaforma petrolifera
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  FUOCO E FIAMME (Numero Zero) 

"Questo è un nastro "una tantum", l’ho registrato a mie spese, personalmente, sul Rospo Atlantico Uno (Gibraltar) e non ve ne saranno altri. Fino a quando un network nazionale non si deciderà, dopo 6 anni, a ridarmi la parola in diretta" (Jack Folla).
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      Fuoco e Fiamme

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JACK FOLLA È VIVO E GUARDA IL MONDO

Jack Folla, oggi cinquantenne, vive sulla piattaforma petrolifera Rospo Atlantico Uno situata all’imbocco dello stretto di Gibilterra, dove il Mediterraneo si scontra con l’oceano Atlantico. Venti miglia a sinistra Jack vede la Spagna e l’Europa. Venti miglia a destra, il Marocco e l’Africa. Completamente solo, è collegato con il mondo via Internet. Rospo Atlantico Uno ha ancora petrolio per rifornire 12 petroliere, una al mese per un anno, durata del suo contratto con la compagnia petrolifera algerina Staroil. Sulla torre, un faro per segnalare la presenza del Rospo ai mercantili. Per accendere il faro ogni notte e aprire un rubinetto di petrolio una volta al mese, l’ex detenuto di Alcatraz percepisce 167.532,956 dinari algerini, pari a 1690  euro mensili. Il resto del giorno pesca, legge i classici, scrive “Fuoco e fiamme” per l’Unità in cui osserva il suo ex paese, l’Italia, da questa singolare prospettiva oceanica.

Dal sesto capitolo del suo primo romanzo "Fuoco e fiamme", su l’Unità del 14 agosto 2008

Le sette del mattino. Mi sono svegliato di soprassalto tre ore fa con la sirena lancinante di una Portarinfuse nelle orecchie. Sono balzato dalla branda e mi sono veduto arrivare addosso questo mercantile, una balena nera dalle fauci aperte. Era un cargo russo della Volganeft, enorme, che è riuscito a evitare il mio Rospo Atlantico per un pelo. Cazzo, il faro. Quando un eccesso di meticolosità provoca un danno. Prima di coricarmi mi ero messo a lucidare la lente Fresnel. Ero rimasto impressionato dalla quantità d’insetti rimasti spiaccicati sul faro. Mentre detergevo la lente con un panno umido, fantasticavo sulla mia torretta petrolifera in disarmo. «Stai a vedere» mi dicevo «che mentre dormi il Rospo salta sull’acqua, si sposta anche di un paio di miglia e tu non lo sai, perché non è che l’oceano cambi da qui a lì. Come l’acqua non sta mai ferma, magari anche la piattaforma va, da Cristo sull’acqua.» Sono finzioni della solitudine, io mi ci diverto. In questo caso, oltretutto, con uno straccio di base scientifica. Perché diavolo gli insetti della costa marocchina o di Las Palmas dovrebbero suicidarsi contro un faro immobile? Sarà colpa del faro che sogna di essere una motocicletta, dico io. Così, dopo aver tirato a lucido la Fresnel, mi sono addormentato con queste mosche della fantasia nella testa. Dimenticandomi di accendere il faro.

All’alba, tappandomi le orecchie per i colpi di sirena della Portarinfuse, mentre la balena della Volganeft rischiava di travolgermi con tutta la torretta Est, mi sono voltato alle spalle al suo passaggio, colando acqua dai capelli come il Tritone di marmo di una fontana, e l’ho vista. Anche Jemima, sul Rospo Atlantico Due, era stata svegliata dal chiasso del cargo costretto a una virata improvvisa. Io mi stavo già immaginando gli ordini concitati sul ponte ufficiali russo come quelli del Titanic: «Rospo dritto a prora! Macchine indietro tutta!». Sentivo persino l’orchestrina suonare  “Neare, My God to Thee”, come il 15 Aprile 1912, prima dell’iceberg. La Portarinfuse mi è passata a un capello e nel vento laggiù ho veduto i capelli di Jemima. Ci siamo guardati all’unisono per la prima volta da due mesi. Nell’inquadratura del mio sguardo, se tenevo dentro il cargo nero, Jemima sembrava minuscola, ma se fissavo soltanto lei, con indosso una tunica bianca, sembrava la statua della libertà. Secondo me, mi ha sorriso e fatto un lieve cenno. Ho risposto con un colpo di mento all’insù, come si fa incrociando una vecchia conoscenza. Allo spavento per un disastro mancato è subentrato il delizioso sgomento che  inducono le storie d’amore impossibili. Ho acceso il CD del mio predecessore, Saramago il guardiano spagnolo. Mi sono addormentato sui Notturni di Chopin.

***

 

Dal primo capitolo di "Fuoco e fiamme", su l’Unità del 2 agosto 2008

11:00.  Sessantasei giorni fa, prima di salire a Ceuta sulla Portacontainer algerina El-Kseur che mi ha dato un passaggio fino al Rospo Uno, prima di chiudermi nell’Atlantico come ad Alcatraz, ho salutato quattro amici: a Nairobi, Roma, Milano. L’ultimo è stato Henry Paymon, a Gibilterra, un cassiere di Casinò che i giocatori chiamano Re di Cuori, perché presta non a strozzo e a volte dona i propri dollari agli irriducibili delle slot machine. Re di cuori è un giocatore redento, un ex compulsivo che oggi, ogni tre parole, ti dice No problem. Dopo cinque minuti di chiacchiere Henry ha già ficcato cinquanta volte No problem in qualunque argomento, dalla politica estera invasiva di Bush fino alle file per il pane degli egiziani esasperati davanti alle panetterie del Cairo. È un uomo di colore con gli occhi azzurri. Li guardi e ti passa la paura. Non è superficialità la sua, ma ottimismo universale. E se qualcosa, delle sue profezie bonarie, proprio non torna, No problem parte lui a sistemarla di persona, nei limiti umani del possibile, ovvio. Quando gli ho accennato della carestia al Cairo, mi sono dovuto affrettare a cambiare argomento. Re di cuori stava già calcolando quante pagnotte avrebbe potuto distribuire personalmente, con i suoi risparmi, davanti a un fornaio egiziano preso d’assalto da madri di famiglia esasperate dalla carestia globale. C’è gente fatta così, rara ma c’è. Occorre versare loro l’acqua come ai fiori, portare queste preziose creature alla luce della società, in giro c’è una marea di stronzi da far paura, il Terzo Millennio è l’era dello stronzo globale. Ed è proprio così; poi al primo piano di un lussuoso e strepitante Casinò di Gibilterra, scopri un cassiere Francesco d’Assisi. La vita di oggi è buffa e meravigliosa. Imperdibile. Però bisogna giocarci fino a rischiare di perdere tutto, altrimenti non ti esce niente.

A Nairobi, nella discarica più puzzolente della terra, cresce il fiore profumato di padre Paolo, altra pietra miliare del mio “sendero luminoso” che tutti noi dovremmo rintracciare in solitudine per poi riunirci nella grande strada. Parlo del mio piccolo esercito rivoluzionario di amici schierati contro le orde degli uomini grigi, la feccia che si è riversata dalle fogne e sta appestando il mondo.

Padre Paolo ha quaranta anni, è un operaio della fede, un comboniano che pratica Cristo, vive da tre anni nella baraccopoli più disgustosa di Nairobi, catapecchie immerse nell’immensa discarica della città, dice messa nell’immondizia, ha nostalgia dell’Italia e dei suoi: «Ma i bambini della colla hanno bisogno di me.» Sono migliaia di orfani da strada, sniffano colla per sopportare il tanfo della spazzatura dove rovistano per mangiare. Paolo mi ha detto: «Dammi forza per resistere», ci siamo abbracciati, gli ho confessato: «Sei la parte buona di me, la mia prolunga in Africa, io scrivo ma tu fai». Già, lui fa, e la Chiesa che gli fa? Lo boicotta. Non gli riconoscono la parrocchia nella baraccopoli, salvo che prima non si fabbrichi una bella chiesa, un fortino di cemento armato fra le lamiere ondulate dove si riparano i miserabili. Non sta bene, gli hanno pontificato da Roma, che tu non possieda una macchina con autista e una casa pulita. Padre Paolo si rifiuta, perché vuole vivere nelle stesse condizioni dei disperati della bidonville, altrimenti che amore è, quale esempio dai? E la Chiesa non gli riconosce la parrocchia, alla faccia del Cristo degli umili. Io sono un ateo irriducibile ma amo contraddirmi, perché è un esercizio spirituale laico e poi a prendersi troppo sul serio e non contraddirsi mai si diventa stronzi in quattro e quattr’otto. Così gli ho chiesto di benedirmi. Mi ha imposto le mani sulla testa con una dolcezza infinita: «Con l’amore di tutti i bambini di Nairobi» ha sussurrato.

Da Nairobi a Roma, dove ho salutato Irene, una ragazzina di Gela cresciuta a pane e Alcatraz. «Mi hai insegnato a pensare e osare» ha detto, però mi vorrebbe più incazzato di così. Le ho risposto che d’incazzati ne abbiamo piene le ceste, altra cosa dieci anni fa, quando parlavo alla radio italiana dal braccio della morte, in un silenzio assoluto. Adesso c’è bisogno di una grande opera d’amore per opporsi a tutto il nero che hanno spalmato in Italia. Incazzarsi è ridicolo, ci vuole la ferocia dell’amore per far riprecipitare nel pozzo questa feccia umana. Ci hanno ridotti a scialacquare l’esistenza parlando solo e soltanto di soldi. Noi, che d’idee, valori e progetti ne avevamo a bizzeffe, schiacciati dal loro unico argomento. Una popolazione che emula un Creso è destinata a rimbecillirsi. La sinistra non capisce che più gli lancia palle di fango, più Creso le trasforma in oro, e se lo incamera. A questo gioco a perdere mi sono stufato. Non puoi giocare a ping pong con un cinese, devi costringerlo a giocare a calcio. Poi a me di quell’altro guitto di Ponte di Legno che ficca un dito nel culo all’inno di Mameli, cosa vuoi che sbatta? Non bisogna farsi irretire da questi show da saltimbanchi, ci vuole compassione. Nei libri di storia non ne resterà una riga. Di ragazzi col tricolore che perfino il Papa fece giustiziare da Mastro Titta, invece, la storia d’Italia è farcita. Francamente, di là da ogni retorica risorgimentale, ce l’avevano assai più duro loro che sono morti gridando viva l’Italia, e senza nulla in cambio. Capisco che, visto il risultato, oggi possa far ridere, quel che non capisco è come non ci si scompisci a viva la padania libera.

Da ultimo, prima di salpare sull’El-Kseur, sono andato a salutare una mia amica giornalista sarda a Milano. È una free-lance non in tacchi a spillo. Si è macerata le suole facendo reportage da tutto il mondo per quei periodici milanesi zeppi di pubblicità per berluscones. Quelle pubblicità di moda e oggettistica da milionari mi fanno sempre venire in mente la battuta inedita di Luchino Visconti dopo aver assistito a “La dolce vita” di Fellini. «Quella è la nobiltà vista dal mio cameriere.» Sui magazine, uguale. Valeria si è fatta l’Asia, l’Oceania, la Terra del Fuoco, sempre sola, col portatile e la macchina fotografica in spalla. Prima le rimborsavano il viaggio e le pagavano il servizio. Poi niente più viaggio, e lei si è industriata con i consolati e le aziende di soggiorno che, per il ritorno di pubblicità indiretto, le pagavano il biglietto. Adesso per quindici giorni di lavoro negli angoli più remoti della terra, le redazioni milanesi pagano uno dei suoi servizi come un redazionale qualunque, scritto con i piedi da una velina degli inserti cellofanati, che bivacca a Via Solferino o a Segrate sentendosi Anaïs Nin (ma non sa chi era), e ciacolando al cellulare come un’oca. La mia amica è una nota firma, scrive divinamente, è una fotografa di razza, ha intelligenza e cuore. Non la dà, non perché non gliela chiedano, oltretutto è pure carina, ma perché le marchette con lo scrivere fanno a pugni. Non sa come arrivare alla fine del mese, davvero, mentre un finto invalido di guerra qualsiasi parcheggia nello spazio giallo per handicappati in via Monte Napoleone, si prende l’aperitivo da Cova e cincischia di fronte alla vetrina di Cartier. C’è qualcosa in questo paese che profondamente non va o sbaglio? Queste giovani personalità luminose che stanno marcendo, e non hanno dietro sindacato, confederazioni, sit-in, proteste, libri bianchi, piazze, che non si chiamano Guzzanti o Grillo, ma esibiscono un curriculum e un’esperienza da far invidia, e una partita Iva da far tenerezza, lo sapete che stanno finendo ai margini o no? Sono le migliori intelligenze, l’Italia le tratta da spazzatura. Io non so se nel piano di Castiglion Fibocchi della P2 ci fosse tracciato questo, ma sono certo che un paese emendato dall’intelligenza, dalla diversità, dalla creatività, e dalle donne in gamba, per dei mediocri al potere sarà sempre più controllabile.

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George Orwell, da Looking Back on the Civil War: “Un mondo da incubo, in cui il Capo o la cricca al potere controllano non solo il futuro ma il passato. Se il Capo dice di questo o quest’altro fatto «Non è mai accaduto», bene, non è mai accaduto.”

Jack Folla