IL CIELO CON LE LENTIGGINI

Sei stata il mio primo amore. In questa foto che ci ritrae mentre scendiamo la scalinata di San Pietro al termine della cerimonia, davanti agli sposi, mi stavi dicendo: «Lo vuoi capire che ci siamo sposati o no?». Ma io non ero convinto per niente e ti sorridevo: «No-oo, io sono solo il paggetto e tu la damigella!» (cronache familiari riportano la mia dizione esatta: “pazzetto” e “damizella”). Ero, tra l’altro, reduce da una caduta sciagurata. Dovevo portare gli anelli agli sposi all’altare, posati su un cuscinetto di raso azzurro, ma ero inciampato nel tappeto e le fedi erano rotolate sotto ai banchi nello scompiglio generale. Tutto rosso mi ero rialzato impietrito dalla vergogna. Ma familiari e sposi mi rincuorarono, gli anelli tornarono sul cuscino e potei assolvere al mio arduo compito.

Avevamo 5 anni, Baba, la stessa età. Eri deliziosa e mi piacevi tanto. Bionda, paffutella, con le lentiggini: un incanto. Tranne un punto che mi faceva imbestialire. Dio com’eri testarda! Continuavi a ribadire che gli sposi eravamo noi, e il pazzetto e la damizella quei due adulti che ci arrancavano dietro sulla scalinata più famosa del mondo.

Giorni dopo i miei t’invitarono a casa per una merenda. Ma tu non avevi cambiato opinione. Mi prendesti per mano, uscimmo in balcone, e al riparo da sguardi indiscreti mi desti un lungo bacetto sulle labbra. Subito dopo, mentre a me tremavano le gambe per l’emozione, mi guardasti come in questa foto e mi dicesti: «Adesso ti sei convinto che siamo marito e moglie, o no?». Iniziarono a venirmi i primi dubbi.

Mio papà, che suonava l’ukulele, ci dedicò una canzone. Il nostro amore era già leggenda familiare. Mi ricordo il primo verso: “O Baba dolce dal sorriso incantator…”. Io mi arrabbiavo, diventavo tutto rosso come per il fattaccio degli anelli e scappavo via. Ma quella canzoncina mi è rimasta eternamente nel cuore.

Ci siamo rivisti casualmente alle lezioni di scuola guida. Il maestro ha pronunciato il tuo nome, Barbara Pignatti Morano, mi sono girato di scatto. Eri una “damizella” di diciott’anni, carina, elegante, rara. Ma fui io, stavolta, a doverti ricordare che ci eravamo sposati. Però “O Baba dolce dal sorriso incantator” te la ricordavi anche tu. Ci siamo frequentati per un breve periodo, mi eri cara, un’amica dolce e intelligente. Ieri l’altro mi sei improvvisamente tornata in mente dopo quasi 50 anni, avevo voglia di rivederti, mi chiedevo perché diavolo ci fossimo persi di vista, consapevole di essere stato disattento con gli altri nella vita, sempre in preda, come scriveva Vittorini, ai miei “astratti furori”. Come si usa oggi, ho pedinato il tuo nome su Internet, ma non ho trovato né una foto né altro. Stamattina all’alba ho aperto il giornale e ho letto che non ci sei più. Ma c’è una radio stellare che mi aveva già avvertito l’altro ieri. Su quella stessa sintonia mi raccomando agli angeli che ti cantino con l’ukulele la canzone di papà. Ricordo ancora gli occhi ridenti con cui l’ascoltavi a 5 anni e le lentiggini sulle tue guance che, con il tuo sorriso, salivano al cielo come tante piccole stelle.

A TU PER TU CON LA PANTERA

Una pantera nera, dai muscoli possenti che si disegnano sotto il manto lucido, vive nelle mie stanze. Non è addomesticata né io intendo tenerla come al circo: è giovane e forte, è viva, e -per quanto è in mio potere-, è e resterà libera per sempre. Fatto sta che questa notte, verso l’alba, mi ha gettato per terra. Nulla c’era di amichevole in lei, solo dominio e voglia di sopraffarmi. Ho la mia età, non era facile capovolgere la situazione in mio favore, e una pantera può sbranarti, si sa. Ma le ho tenuto botta. Un po’ da scavezzacollo, ne convengo, le ho fatto il grattino. Nel panico, mi veniva da sorridere. Lei non si è mossa di un pelo ma non mi ha nemmeno divorato. Io ero una forza fragile e lei la forza irruente della vita.

Bussa alla porta un mio vecchio amico, vecchio davvero ha 86 anni, apre, la vede, resta basito: «Non farà mica scherzi, questa, no?». Ma no, tranquillo, faccio io con la pantera addosso come una statua di pietra o il water d’oro di Cattelan. Tranquillo un par di ciufoli, penso ironicamente (ciufoli, tradotto dal romanesco, sta per pifferi) ma confido nella mia forza fragile, tanto che il vecchio accarezza la pantera. E mi sono svegliato.

Dopo il caffè, come sempre, ho letto i giornali. La prima notizia, guarda un po’, è stata quella (l’avrete saputo) di Deborah Prencipe, la ventottenne di Foggia che voleva affittare un appartamento a Milano ma è stata sommersa dagli insulti della proprietaria, sedicente razzista. Deborah non si è tenuta quella pantera nera sullo stomaco, ha raccontato tutto sui social network e ha fatto bene. Il suo “sfratto preventivo” in quanto meridionale, quindi “negra”, è diventato un caso nazionale. Messa alle strette, la signora poco signora di Milano si è pubblicamente pentita dichiarandosi pronta a offrirle la casa in affitto. Mi ha fatto pensare a quei leoni da tastiera che su Facebook te ne scrivono di ogni, ma se tu scavalchi quella finestra digitale e irrompi faccia a faccia in casa loro, ti chiedono l’autografo e il selfie. Quasi tutti così, poi certo, uno su mille ti spara col bazooka, ma è un dato statistico quasi irrilevante, corrisponde al proverbiale vaso di gerani che ci cade sulla zucca mentre passeggiamo con un gelato alla fragola in mano, succede.

Mi permettete di concludere questo arruffato flusso di coscienza tipico di chi si è appena svegliato? Mi è venuto in mente Di Maio, che si farebbe “accidere” pur di non pronunciare la parola “Pd”. Evidentemente disallineato ai suoi nuovi alleati, deve figurarseli come pantere. E quelli, per contraltare, neanche hanno miracolosamente conquistato il governo che già gli propongono alleanze elettorali con una precipitazione superficiale quanto meno sospetta. Sia la resistenza spocchiosa di Di Maio sia l’irruenza avida di Zingaretti, non sono dettate dal cuore ma dal calcolo. Quando sei sotto schiaffo della pantera o della Storia è l’opzione peggiore. Ci vuole cuore e intuito. Proviamo a guardare la scena dall’alto o dal futuro. Quale sarà politicamente lo scenario che possiamo augurarci? Che alla destra, piuttosto eversiva che ci ritroviamo, si contrapponga una forza di centrosinistra altrettanto consistente. Di Maio si rifiuta di credere all’esistenza della sinistra e della destra? Va bene, chiamale Bibì e Bibò, Ric e Gian, Sussi e Biribissi, sempre quelle restano.

Ricapitolando sogni e realtà: la pantera siamo noi. E fino a quando non lo capiremo, continueremo ad aizzarla contro noi stessi, con masochismo puerile, mantenendo eternamente in vita l’ambiguo e angosciante tempo in cui viviamo e un futuro nero, senza soluzioni. Perché noi siamo l’animale, la signora razzista e la ragazza foggiana, siamo Salvini e siamo i “comunisti”. Se lo riconosci in te stesso, -ma nelle viscere di te stesso intendo, e fa male-, la pantera perderà finalmente il suo aspetto terrifico, cesserà di essere un incubo e tornerà quel che è: una persona come te, una situazione politica nuova con cui confrontarsi, un’occasione di vita.

Per questo bisogna dire grazie alla pantera, sempre.

 

 

 

POLTRONESOFÀ

Nella vita nessuno può voltare pagina se prima non riconosce i propri errori. Altrimenti li rifarà. Quello di Conte è stato il più lungo discorso della storia, ma gli mancavano tre parole: mi sono sbagliato. Più una quarta, inevitabile: scusatemi.  Ecco perché c’è sembrato che a quel discorso gli mancasse il cuore. Scusatemi di aver firmato un decreto disumano come il Sicurezza bis. Scusatemi per aver parteggiato per un’Italia sovranista, populista, anti-europea. Perché ho capito che l’Europa siamo noi e non ci impone un bel niente nessuno, niente che non sia dovuto al gigantesco debito pubblico di cui noi siamo i soli responsabili. E scusatemi per essere stato schiavo di due padroni. E già che ci siamo, scusatemi se sono lezioso con questa cazzo di pochette, a tre punte, a cinque punte, ma vaffanculo.

Ecco, bastano tre parole per ottenere la fiducia. Mi sono sbagliato. Succede a tutti, la vita è fatta di questo, di lezioni da apprendere: ci si evolve. Solo gli imbecilli non evolvono mai. E ripetono sempre le stesse cose come Salvini, la Meloni e la pubblicità di Poltronesofà. Certo che vincono a mani basse, sono lavatrici delle menti. In India, a questo fine, si usano ripetere i mantra, ma i mantra servono a evolvere spiritualmente, a concentrarsi sul Divino non sui desideri materiali. Mentre a gridare “poltrone-poltrone-poltrone”, standosene imbullonati alle poltrone medesime, interrompendo per 666 volte il discorso del presidente del consiglio, non ci si evolve affatto, si regredisce a larve, roba che all’asilo a 4 anni, in confronto, i nostri bambini sono tutti De Gasperi e Berlinguer.

Ma che gazzarra ieri, che vergogna per il popolo italiano, da qualunque parte dell’emiciclo si levassero quelle facce contorte, quelle anime da bordello, quell’odio invidioso infernale. Ci siamo sbagliati. No. I nostri demoni non lo dicono mai. Rifarei tutto, rifarei tutto, ripetono come un disco rotto del Papeete. Credo che sia venuto il tempo improcrastinabile di addomesticarli questi nostri demoni da caserma. A cominciare dai ci siamo sbagliati del PD e dai ci siamo sbagliati reciproci dei 5 Stelle. Quando cominceremo a sentirli? Allora sì, potremo iniziare a nutrire un poco di fiducia in questo governo. Quella di assistere a una fusione calda  fra due forze che hanno l’occasione storica di far crescere insieme il Paese, e di opporsi compatte alla destra irredimibile che ha appestato l’Italia. Se non siete d’accordo, tranquilli. Io mi sbaglio spessissimo. Scusatemi. Ma la pochette no, la pochette non la metterò mai. Non sono “perbene”. Nessun italiano lo è, altrimenti non saremmo ridotti così.

PALAZZO CHIGI DI CARTA

Quest’estate la crisi politica è stata appassionante come Homeland o La casa di carta. La Missione Impossibile del nuovo governo sarà di riportare il Paese dalla fiction alla realtà. Il risveglio (legge di bilancio), inevitabilmente durissimo a causa del nostro debito pubblico,  dovrà essere costellato da provvedimenti che aiutino la gente a barcamenarsi in questa tempesta quotidiana della nostra vita e ci lasci intravedere una concreta speranza per il futuro. Altrimenti  gli  “addormentatori di massa” vinceranno gioco, partita, incontro. Quando le menti e le coscienze sono tenute in letargo e manipolate, c’è poco da scherzare. La “Bestia” digitale impera ancora sull’inconscio del Paese.

Tra i personaggi che mi sono più piaciuti di Palazzo Chigi di Carta c’è Grillo. Il suo invito a essere euforici per l’occasione storica che si era presentata, invece di mostrare musi lunghi e sciorinare 10 o 20 punti come fossero “quelli della Standa”, mi ha ricordato il discorso di Steve Jobs ai ragazzi della Stanford University: «Siate affamati. Siate folli». Ho ritrovato il grande Grillo di una volta (quello, per intenderci, precedente al primo vaffanculo di massa) e ho imparato che un comico può, a un certo punto, dimostrarsi uomo di Stato. E ho molto apprezzato il passo indietro di Andrea Orlando che ha rinunciato a un prestigioso incarico di governo. Mi ha fatto morire dal ridere la mano di Conte sulla spalla di Salvini (quasi a tenerlo fermo) mentre lo redarguiva al Senato con parole sferzanti come scappellotti. Sembrava un professore resuscitato dal primo Novecento da una pagina di “Cuore”. Per la precisione, le faccine dello scolaro seduto scomposto al banco mi hanno ricordato quelle di Franti nel libro di De Amicis: “Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise”.

Il lieto fine è stato da Promessi Sposi: Renzi e Lucia.

Lucia, per me, è Paola Taverna. La Lucia a 5 stelle vicepresidente del Senato. Credo detesti Renzi, affettuosamente ricambiata. Ma il punto è proprio questo: imparare ad amare e rispettare i nostri contrari. Fare un passo indietro come Orlando e tanti altri, in nome dell’interesse collettivo. Questa è la marcia in più del Cuore che può sconfiggere la Bestia. Altrimenti una saracinesca calerà sulle nostre fronti sempre più basse. E buonanotte.

 

 

STATISTI SI DIVENTA

La prima cosa è che si respira. Spero non aria fritta. Salvini si è suicidato. La seconda cosa è che, per suo merito ma a sua insaputa, potrebbe essere nata una forza riformista e progressista capace di tenere testa a una destra illiberale e autoritaria. La terza cosa è che hanno vinto la Costituzione e il Parlamento, perché decidere d’interrompere una legislatura dopo poco più di un anno dall’ultima consultazione elettorale e pretendere “pieni poteri” non lo decide, in un delirio d’onnipotenza sudata, un ministro dell’Interno in mutande dal Papeete Beach (ma neanche uno in smoking). Se esiste un’altra maggioranza, e il popolo italiano ha votato il M5S come primo partito, il PD come secondo, la Lega come terzo, e se queste due prime forze manifestano l’intenzione di accordarsi su un programma condiviso, il presidente della Repubblica ha il dovere di verificare se questo ipotetico governo è possibile. Un presidente che, al contrario, scartasse l’ipotesi e indicesse elezioni anticipate, andrebbe confinato, pure lui, al Papeete Beach con la trombetta e il cappellino a cantare l’Inno di Mameli reggae. Mattarella non è quel genere di uomini e ha applicato la Costituzione. Tutto il resto sono chiacchiere tossiche, propaganda populista, balle.
Ma la cosa decisiva è un’altra, riguarda i novelli sposi. È qui che (conclusa la più esilarante telenovela politica dal dopoguerra a oggi) il gioco smette di essere un passatempo estivo e diventa sacro. C’è un sacco di gente che soffre, senza soldi, malata, emarginata, giovani senza lavoro, senza speranza. Davanti alla disperazione sociale, insistere con baruffe, personalismi, rancori, è un delitto di Stato. Ringraziate Salvini e Renzi di questa irripetibile occasione. A volte le carte migliori le servono i demoni e la politica può essere sacra anche se al tavolo da gioco ci ha trascinato un biscazziere. Ma senza anima e senso dello Stato, senza avere in mente ogni istante quella disperazione sociale, fareste la fine che i demoni si auspicano e stanno già apparecchiando. La riprova? In quest’aria italiana (per quanto più respirabile) non vola per ora nessuna grande idea che trascini e conquisti il Paese. Perché la vanità e il potere sono demoni e trappole infami. E svuotano anime e cervello ingombrandoli solo di loro. Mettete i vostri ego in soffitta, almeno per un poco. Trattateli come avete trattato i migranti, lasciateli in mare sotto il sole bruciante, senza approdo. Senza poltrone, senza quel vomitevole “totoministri”, lasciateli, i vostri ego, a pane e acqua. È un esercizio politico e spirituale; se non vi ci sottoporrete sarete fritti come l’aria che allora respireremo. Tutti noi dovremmo fare lo stesso, non solo pretenderlo da voi. Statisti si diventa, anche per caso, anche a casa.

OMBRA SU OMBRA

Sulle stragi di Stato l’Italia sembra un disco rotto. Come l’orologio della stazione di Bologna che segna da 39 anni l’ora in cui deflagrò la bomba della strage. È difficile fare 39 discorsi di commemorazione diversi. Ne sa qualcosa Sergio Mattarella, l’ultima istituzione che ci resta con un po’ di luce. Ma si è incantato anche lui come un disco rotto e ogni anno si ripete sull’ombra:
“Il bisogno di verità tuttavia non può fermarsi dove sono presenti ancora zone d’ombra”. Mattarella, 2 agosto 2017
“Sulla strage di Bologna ancora restano zone d’ombra da illuminare”. Mattarella, 2 agosto 2018
“L’impegno profuso non è riuscito, tuttavia, a eliminare le zone d’ombra che persistono sugli ideatori dell’attentato”. Mattarella, 2 agosto 2019
Onda su onda cantava Paolo Conte 40 anni fa. Ombra su ombra cantiamo tutti noi caduti dalla nave dei nostri destini deviati dai segreti di Stato.

SALVINI, DI MAIO E IL SARCHIAPONE

Sono come le invasioni delle cavallette pur essendo soltanto in due. Ma sono dappertutto. Salvini & Di Maio (non ne posso più) impestano tutti i telegiornali con le loro facezie politiche, i loro tira e molla inconcludenti, le loro beghe sudaticce. Ogni giorno una crisi, che ridere. 450 telegiornali fa mi facevano incazzare, l’uno, il cinghialone, perché fascio-razzista, l’altro, il questurino dei 5 stelle, per la sua mediocrità saccente. Non era quello che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Da quando si è accomodato in Parlamento non ho mai visto un tonno più comodo e felice di stare nella scatoletta. Oggi quando Enrico Mentana o la Gruber li nominano, scoppio a ridere irrefrenabilmente. Per ora siamo io e pochi altri che leggiamo tutto, guardiamo tutto, e ce ne siamo fatti una overdose ma molto presto anche l’Italia verrà giù dal ridere, come questa coppia politica (ah ah ah) si merita di cuore.  Perché Salvini & Di Maio sono il gran varietà di una volta fatto governo, Franco e Ciccio al potere, i fratelli De Rege quelli di “Vieni avanti, cretino!”, o Fracchia e Gianni Agus il suo sadico capufficio, e più di tutte queste coppie comiche sono Walter Chiari e Carlo Campanini nell’immortale scenetta del Sarchiapone. L’animale immaginario dalle qualità portentose che nessuno dei due ha mai visto. La politica vera, insomma. Quella nobile che si preoccupa di lenire il dolore sociale e di far crescere il paese economicamente, culturalmente, democraticamente. Quella politica misteriosa che Salvini & Di Maio possono solo mimare. A molti di voi mette tristezza. La maggioranza crede ancora al Sarchiapone. A me e qualcun altro fanno ridere come Stanlio e Olio. E mica è un film è l’Italia. Si replica tutte le sere. Verrà giù il teatro. In tutti i sensi.

La messa nera

“Nel 1775 il nostro esercito ha presidiato l’aria, ha speronato i bastioni, ha preso il controllo degli aeroporti” ha detto trionfale Donald Trump nel suo discorso per la festa dell’Indipendenza americana. Ma nel 1775, l’anno in cui in Europa fu inventato il tram, gli aerei non esistevano, tantomeno gli aeroporti. Non è per fare le pulci al potere che lo dico. Ma è che il potere, in questo secolo, se lo sono prese le pulci. Gigantesche, col ciuffo, ma sempre pulci. Niente a che vedere con i grandi demoni del Novecento: gli Stalin, gli Hitler e il nostro più modesto Mussolini che, tuttavia, si mangerebbe le mezze tacche politiche di oggi come bruscolini, e doverlo ammettere non attenua l’ansia ma l’aumenta. Stiamo vivendo un letargo fatale. Ma non è votando personaggi da operetta che ridurremo il male a un circo. Il male ci incanta proprio cambiando i suoi leader, anche i più improbabili,  non lo spettacolo finale. Possiamo votare tutti gli ignoranti che vogliamo, i corrotti, i mediocri, le mezze calze (così ci sentiamo come in vestaglia e ciabatte, a casa) ma la tempesta si alzerà lo stesso, più devastante di quelle del Novecento. Voi vi fareste operare al cuore da un tranviere con l’hobby del bisturi? E come mai allora non vi meravigliate se gli americani affidano la valigetta nucleare a uno come Trump, che crede che all’epoca di Voltaire gli aerei sfrecciassero sulle parrucche? Non c’è bisogno di essere visionari o apocalittici. Anche un bambino si accorge che siamo nel pieno di una messa nera. Aprite gli occhi, armatevi d’amore, non abboccate, non gettatevi nell’abisso. Il male è come il mare. Non sta mai fermo ma non cambia mai.

CHI IMPRECA SI CONFESSA A SUA INSAPUTA

Non c’è bisogno di microfoni nascosti o spie. Quando gridiamo il nostro odio è come se ci confessassimo a un prete con gli altoparlanti in piazza. Perdendo la testa si scagliano addosso agli altri le parole più sensibili che abbiamo sotterrato nel cuore, le nostre “vergogne”. Nel furore si resuscitano i propri spauracchi e si rivelano inconsapevolmente al mondo. Se gridate “cornuto!” a chi vi taglia la strada è probabile che vostra moglie l’altro ieri sia andata a letto con un altro; se gridate “fascisti di merda” con gli occhi di fuori, nonostante siate di sinistra, dev’esserci puzza di olio di ricino in famiglia o occultate qualche manganello nell’armadio dell’anima.
In questi giorni italiani scalmanati in cui anche il sole sembra mandare affanculo la luna, provate a fare questo gioco amaro. Quando sentite un politico inveire contro qualcuno, o un passante per strada apostrofare un altro con disprezzo, trattenete il respiro e fissate il volto dell’uomo che odia. Chiedetevi: la frase ingiuriosa che ha detto a un altro non sarà che lo riguarda molto ma molto intimamente? Cos’è che lo fa tanto vergognare di sé da alterarsi tanto? Scoprirete un mondo nuovo e vi passerà la voglia di imitare gli “odiatori”. Per esempio, gridare “Ti devono stuprare i neri” rivela un desiderio nascosto che mai e poi mai l’ingiurioso avrebbe osato confessare. Ma nell’ira lo ha fatto, se ne è “liberato”, mostrando alla tv la sua coscienza in mutande.
In ogni insulto, dietro ogni disprezzo, c’è sempre la magagna che più ci fa paura personale, altrimenti non ci altereremmo tanto per chi non la pensa come noi. Per esempio, se evadiamo le tasse o siamo disonesti, si drizzano le antenne alla parola “ladro”, cominciamo a vibrare d’indignazione contro quelli che non rilasciano lo scontrino o i politici corrotti, e scagliamo epiteti ingiuriosi sul presunto ladro, prima ancora che sia stato giudicato. Lui è la nostra ombra criminale. “Buttatela dentro, vi supplico, e gettate la chiave!” Ecco ciò che intendevamo dire davvero con il nostro insulto.
La parolaccia non mente mai. È un biglietto da visita invisibile. Se gridiamo “criminale di guerra” a una che ha salvato quaranta naufraghi –qualunque illegalità abbia o meno commesso- c’è da rabbrividire per chiunque dica o applauda una frase simile.
Nei loro cuori devono esserci stragi.

AMEN

Oggi mi è successa una cosa strana. Guardando la foto del papà e della sua bambina affogati per trovare salvezza in America, i loro cuori fusi in uno solo nella stessa maglietta, ho pensato al loro amore senza confini e che erano salvi. Mi sono commosso, invece, per Donald Trump. Per il suo cuore murato vivo dalle sue stesse mani, imprigionato per sempre alla frontiera con il Messico. Ho provato compassione per il presidente degli Stati Uniti emigrato lassù in cima, infilzato su un filo spinato. Poco dopo ho sentito il nostro ministro dell’Interno dichiarare di “essersi rotto le palle”, e di nuovo mi si è stretto il cuore come una maglietta bagnata. Pover’uomo in un posto troppo grande per lui. Quando l’ho sentito dare della “sbruffoncella” alla capitana coraggiosa della Sea Watch è stato come se io, sovrappeso da secoli, cominciassi a dare del ciccione a tutti voi: una pena. Intanto avvertivo, lontano lontano, i belati del Pd, perché accogliere i migranti fa perdere voti. Ho sentito mugolare Zingaretti che si riprometteva di parlare della questione con Conte (mentre 40 esseri umani erano da due settimane in mezzo al mare). Coraggio, ci parli, chissà. E intanto pensavo ai capitani coraggiosi come Carola che rischiano di farsi arrestare per anni, ma lo fanno lo stesso, osano (scusate ho un debole per lei perché si è laureata con una tesi sugli albatros). E poi mi è successa un’altra cosa, questa davvero strana. Ho sentito l’onorevole Meloni dichiarare, anzi ringhiare, che quella nave bisogna “affondarla”. Ecco, fino a ieri mi sarei incazzato come un tricheco perché un capo politico non può azzardarsi a esprimere concetti tanto violenti e miserabili. E invece, stranissimo, ho provato misericordia per lei. La Meloni è un po’ una bambina. E me la sono immaginata così, con la maglietta rossa, stesa sulla sabbia di una spiaggia turca, come Aylan il bambino fuggito da Kobane, assediata dall’Isis. Perché chi grida di affondare una nave, in quale oceano profondo ha sotterrato il suo cuore? L’ultima cosa strana di oggi l’ho provata per Di Maio che si chiedeva come mai la Sea Watch, invece che a Lampedusa, non si fosse rivolta ai porti di Malta, Atene o Madrid. Avrei voluto con tutta l’anima che Madrid fosse circondata dal mare come Palma dell’isola di Maiorca, perché mi ha commosso pensare a quanta competenza, quanta cultura, quanto silenzio e quanta saggezza sarebbero necessari per governare l’Italia, e come dev’essere triste e disperata l’incompetenza di chi, per nasconderla, utilizza quaranta disperati della Terra per fare questo circo miserabile come gli antichi romani al Colosseo. “Panem et migrantes”, per dirla in latino maccheronico. Mentre al Colosseo gli italiani guardano i migranti sbarcare o morire e fanno il pollice verso, non si avvedono della loro rovina culturale, economica, sociale. Sì, lo confesso, mi è successa una cosa strana. Oggi Salvini & Co. non mi suscitavano più indignazione o rabbia come sempre. Ma pena infinita.  Non sanno quello che fanno. I migranti lo sanno benissimo: cercano di salvarsi la vita. Ma loro hanno perso la testa e il cuore. Non sanno governare se stessi. Come potrebbero governare noi? Abbiate pietà. Amen.

O ROMA O ORTE

@matteosalvinimi, tu che dei sacri confini sei guardia sicura, dopo “Molti nemici molto onore” “Chi si ferma è perduto” e “Me ne frego” vai pure avanti con “Boia chi molla”, e “Noi tireremo dritto”. Il fascista sopito in ogni italiano ti ringrazia. L’imbecillità paga. Ma poi la Storia non perdona. Leggi un libro, anche a caso. #bestiedaterzaelementare

I GIORNI DELL’ODIO di Jack Folla

Sono tornato a casa vent’anni dopo, in questo tre camere e cucina di Centocelle dove i miei sono morti. Nessuno l’aveva più arieggiata, o pulita (risento ancora le loro voci per le stanze del passato: «Jack non darmi preoccupazioni, sono venuti dal commissariato a cercarti…Che hai combinato, stavolta? …Jack? Jack? Ma dove vai?… »). Sto andando a gettare la spazzatura, mamma, due sacchi pieni di noi: le lettere che ti scriveva papà, le foto delle mie ex, le poesie di quand’ero ragazzo, (un verso soltanto mi è rimasto impresso “Vivere prima che il tempo ci viva”) anche il diploma di maturità. Se non riesci a infilare tutta la tua vita in una sacca, ne hai ancora di strada da fare. Io la mia ce l’ho in tasca. Mi basta infilarci le mani per sentirmi leggero. Magliette, mutande e spazzolino li trovi in tutte le bancarelle della terra. Scendo in strada. I bidoni stanno in un vicolo, ma nell’attimo che mi serve a sollevare il coperchio e gettarli dentro, una Touareg gialla sfila rasente il marciapiede (ci passava comodamente) e una faccia di donna sfigurata dall’odio mi grida: «Ma vatteneaffanculo pezzo di merda!». La Micra dietro strombazza impaziente e un pensionato con lo zuccotto alla Dalla mi urla dal finestrino, le vene del collo gonfie come zampogne: «A stronzo! Accattone!» e sfreccia via. Dici che mi avevano riconosciuto? No, magari. Ero semplicemente l’altro. E l’altro, per gli italiani di oggi, è spazzatura.
Sono rientrato in casa e mi sono seduto per terra all’ingresso. Ho dovuto farmi una doccia spirituale per scrostarmi di dosso l’odio della strada. Mezz’ora di silenzio e di gioia, specchiandomi in me stesso come in un pozzo stellato. In questo firmamento interiore non c’era Jack, c’eravate voi.
Come fate a sopravvivere in una gabbia ignorante? Riuscite a non soffocare in questa nuvola d’odio? E di voi, ditemi, si è salvato qualcuno?
Una volta vi chiamavo fratelli, che per me è una parola nobile e senza sesso come gli angeli. So che almeno una, uno di voi, mi leggerà. Uno dev’essere rimasto. Uno dev’essere presente, una sentinella, una scintilla in questa interminabile notte del nostro Paese. Lo so che ci sei e ho fede in te. Sei il mio piccolo Dio. La mia Madonnina rock con la gonna a fiori.
Questo libro è per te. Nero come lo sono stati questi vent’anni. Bruciamo idealmente le sue pagine a mano a mano che le leggiamo. È un rito. Una preghiera da recitare l’uno per l’altro perché il buio diventi di fuoco e il nostro futuro sia d’oro.
(Se vuoi comprare i miei libri direttamente dalle mie mani ora puoi farlo sul sito www.diegocugia.com)

PROSSIMI INCONTRI CON I LETTORI DI JACK FOLLA

VENERDÌ 26 ottobre, ore 18:00. ROMA –Booklet Libreria Le Torri, via Amico Aspertini 410.

SABATO 27 ottobre, ore 18:30. TREVIGNANO ROMANO, Libreria Onde di Carta, via Mosca 60.

DOMENICA 28 ottobre, ore 18:00. ALEZIO (Lecce) El Barrio Verde, Via Don Tonino Bello.

LUNEDÌ 29 ottobre, ore 18:30. CAMPI SALENTINA (Le), Sala Conferenze Istituto Calasanzio, via Pirrotta 2.

MARTEDÌ 30 ottobre, ore 19:00. LEVERANO (Le) Cantina Conti Zecca, via Cesarea snc.

MERCOLEDÌ 31 ottobre, ore 18:00. TAVIANO (Le) Palazzo Marchesale, piazza del Popolo.

Se vuoi organizzare anche tu la presentazione del Libro Nero o una festa nella tua città per il ritorno di Jack Folla, scrivi a Jackfollaeditore@libero.it

Hasta Siempre.

#JackFolla #IlLibroNero

BELLI E BELLE ADDORMENTATE NEL BOSCO

In questo paese i boschi vanno scomparendo ma aumentano tragicamente i belli e le belle addormentate nel bosco. Tutti sognano lo stesso sogno dell’uomo solo al comando, ma è un incubo che porta dritti dritti alla dittatura. Per sognare liberamente in un paese addormentato bisogna essere svegli. Sapersi mettere al servizio dei sogni di tutti. Avere una coscienza aperta, indipendente e ribelle: aprire gli occhi, lottare per la speranza dal basso e non abbassare la testa, mai. Per questo ho chiesto a Jack Folla di tornare. Lui non comanda, non ha un ego autoritario come vanno di moda oggi, non manipola nessuno, rifugge il Potere. E Jack è ritornato, più libero e forte di ieri, senza un microfono è andato su YouTube, senza editore si è pubblicato da indipendente, ci ha chiamati uno per uno, è qui mentre vi scrivo, o forse è lui che sta scrivendo, non ha importanza chi fa cosa quando si è fratelli, quando si sogna e si lotta insieme, ci si dimentica l’ego, si diventa un noi, un Albatros libera tutti. Ma quanti, quanti di noi dormono profondamente nel sogno di potere di un Capitan Qualcuno? Non si svegliano neanche al fragore assordante della grande trebbiatrice che passa e ripassa ogni notte sull’Italia falciando la creatività, la fantasia, i diritti, i valori, i sogni della maggioranza sprofondata nel letargo indotto dalla mediocrità dei suoi leader, kapò trionfanti di ieri e di oggi. Se volete continuare a dormire, fatelo. Nessuno può imporre la libertà agli altri. Ma quanto russate, cazzo! Un russare che man mano diventa il suono della grande trebbiatrice. Non so Jack e io quanto resisteremo in questo frastuono lugubre. Ah, dimenticavo. Grazie ai 150 albatros di Verona venuti ad ascoltarci con affetto immenso in mezzo al festival del vino in uno scorcio del centro storico di grande bellezza. E grazie a Ultimo, mio Capitano, che ha fatto una telefonata a sorpresa e la sua voce è risuonata in mezzo a migliaia di persone che andavano da uno stand all’altro col bicchierone appeso al collo e si sono fermate come lepri in mezzo alla strada alla vista di due fari abbaglianti, due occhi accesi in questa notte italiana. Ciao fratelli, ciao specchi. Svegliatevi. Iscrivetevi al canale YouTube. Dimostrate di essere vivi. Vi voglio bene, hermanos. Hasta Siempre.
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