BARRICATI IN CASA DI TUTTA ITALIA, UNITEVI


Siamo barricati in casa. Personalmente non è cambiato niente. Già da un pezzo ero un koala in estinzione su un divano. Ora è come se avessi la nazione intera seduta in salotto. Condividiamo la strizza d’infettarci, la compassione per chi sta lottando con il virus, l’ammirazione per gli eroi in mascherina delle terapie intensive.
Non manca mai l’idiota che propone un carnevale dei Puffi a piazza di Spagna, o un’orgia di massa travestiti da Tarzan e Jane nel suo villone a Fregene, lanciandoci con le liane tutti nudi dalle finestre in piscina. Sul fronte dei sovranisti, invece, meraviglioso silenzio. “Tornatevene a casa vostra” gli è ritornato indietro come un boomerang.
Francamente proporrei, invece del fantomatico Paziente Zero, di cercare il capostipite di tutti gli imbecilli d’Italia. Il primo di quelli fuggiti in treno di notte da Milano per far apprezzare le bellezze del Sud al coronavirus, seduto in grembo a loro sul Frecciarossa o spaparanzato sui trolley. Rintracciare il primo Adamo o Eva che si è catapultato in Sardegna, illudendosi di salvarsi il culo perché ha la villa a Porto Rafael o l’attico a Capo Caccia, infettando i sardi, invece, e centuplicando il rischio per sé e per loro, avendo invaso un’isola che avrà si e no quattro letti e mezzo in terapia intensiva. E segnalare al pubblico sghignazzo il primo di quelli che non resistono in casa da soli 5 minuti. Quello che “se non mangio subito una pizza 4 formaggi, impazzisco”. Quello che “Mi manca l’aria, scusate ma esco anche perché in casa con voi non ci resisto”. Era lui il pericolo pubblico da trovare: l’IMPAZIENTE ZERO.
Ah se avessi un microfono, fratelli. Altro che Radio Londra! Vi avrei trasmesso RAC, Radio Anticorpi Combattenti. Se il Covid-19 è invisibile, le onde radio lo sono di più. Sarebbe stato un combattimento ad armi pari. Perché anche le parole giuste e la musica vera, contagiano. Ma invece di sbrindellarci i polmoni, ci rafforzano le difese immunitarie e ammutoliscono i fessi, quelli che attribuiscono la colpa a un “gomblotto” ordito da Washington, Mosca e Pechino (più l’immancabile Soros) per imporre il coprifuoco e ridurci in schiavitù.
Tenendo alta la solidarietà e l’amore per chi soffre, riscopriamo quella meraviglia che è il mutuo soccorso, come chi si offre gratis di far la spesa ad anziani sconosciuti, rimasti da soli barricati in casa, per non esporli al pericolo. Guardate che nella conchiglia di questa tragedia è nascosta una perla. La grande occasione che ci offre il Covid-19 è di conoscere quello straniero che abitava silente dentro di noi, ascoltare quel che aveva da dirci da anni, essere riconoscenti a Madre Natura, imparare finalmente la lezione. Meditare con lui, leggere con lui al fianco, giocarci insieme, farcelo nostro compagno. E quando saremo finalmente inseparabili dal nostro vero Sé e il coronavirus sarà debellato, tornare in strada con una visione meno egoista della vita, un sorriso nuovo, una forza ribelle, ospitando nel cuore tutti quelli che in questi giorni malati avremo perduto.

LE LACRIME DI KIOS -Reportage di JACK FOLLA da un’isola greca di 6000 condannati a morte

 

Hola hermanos! Ciao terrorizzati Re e Regine d’Italia, togliamoci per un attimo tutte le Corone virus dalla testa, vi va? Anch’io ho paura come voi, fratelli. Ma non sono volato qui a Kios per tenervi a centinaia di km di distanza da me, al contrario. Sono venuto su quest’isoletta greca di cui non fotte nulla a nessuno, per curarmi dalla paura del contagio con l’unico antidoto che funziona. Stringermi stretto a una paura più vasta: quella degli altri. I Senza Niente. I veri appestati della Terra. Perché qui a Kios si spara, si violenta, si muore. E dopo quello che ho visto, se anche un pipistrello col Covid-19 una sera mi entrasse mai dalla finestra, gli offrirò una birra all’amuchina. Perché nessun virus potrà mai sconvolgermi tanto come il pianto di Yasmine.

Yasmine è una bimba di sei anni che, mesi fa, spargeva lacrime davanti ai nostri occhi, migliaia di lacrime, un pianto irrefrenabile,fra gli echi degli spari e le ronde dei “Cacciatori” di Alba Dorata, il movimento dell’estrema destra greca. Squadracce che appiccano incendi, manganellano i profughi, li riconsegnano alla polizia greca o li respingono in mare sui loro gommoni bucati per farli speronare dalla Guardia Costiera. Era fuggita dalla Siria, la piccola Yasmine con la madre e la sorella. Due donne in fuga con una bambina. Dietro le spalle le bombe, il loro passato in macerie, e davanti agli occhi l’unica, fragile, estrema possibilità: l’Europa. Ma la mamma è annegata nello Stretto. Allo sbarco, la polizia greca l’ha strappata via dalla sorella maggiore, sospettata di essere una trafficante di esseri umani. L’hanno trascinata via, a Lesbo, per accertamenti. Yasmine è rimasta qui, sola, ha cominciato a piangere e non ha smesso più. L’unico appiglio che le rimaneva era un fratello, in Svezia. Per otto mesi il governo greco  ha cincischiato, otto mesi, vergogna, lasciandola a Kios. Finalmente Yasmine ha potuto raggiungere l’ultimo frammento del suo album di famiglia. Ora è in salvo a Stoccolma.

Sapete cosa sono le Lacrime di Kios? Le gocce di resina con cui campa la gente di qui. Lo chiamano il superfood  greco. È un mastice che fa bene allo stomaco, ai denti, un vero toccasana per la pelle. Ma lo strazio di una bambina non guarisce mai. Così per me Kios produrrà in eterno le lacrime di Yasmine. Lacrime di sangue. Come le gambe ustionate di Amara, questa giovane congolese seduta davanti a me, provocate dai fumi della benzina e dall’acqua salata, la miscela corrosiva sul gommone che l’ha condotta alla deriva per 2000 euro su quest’isola dimenticata dal mondo.

Amara ha attraversato tutto il Nord Africa, poi la Siria, la Turchia, fino ad approdare in un campo profughi. A ogni stazione di questa fuga verso la libertà, -racconta-, ha subito stupri di gruppo, insulti, schiaffi, le hanno portato via fino all’ultimo centesimo. Si guarda intorno fra gli ulivi, terrorizzata. Teme che da un momento all’altro possano ripresentarsi le squadracce di Alba Dorata.

 E adesso a chi mi dice “buonista”, attento, ti stacco la lingua a morsi, così te ne accorgi di quanto sono buonista. Ci avete veramente sfrantumato i coglioni con ‘sto buonismo. Se voialtri avete un’anima di merda non è colpa nostra. Siete come quelli di Alba Dorata e i sovranisti europei che gli fanno l’occhiolino. Gentaglia.

Dunque la situazione è questa, hermanos. I profughi di Kios hanno paura, fame, sono bisognosi di tutto e non sanno più dove sbattere la testa. I greci di qui se la passano solo un poco meglio, ma hanno il terrore, a loro volta di essere invasi. Di diventare una Colonia dei Poveri. I fascisti di Alba Dorata si sentono autorizzati a farsi giustizia da soli. La polizia chiude un occhio con gli squadristi del Terzo Millennio, ma se sei un disperato e tenti di sbarcare qui, ormai possono spararti a vista. Se ti acchiappano, ti rigettano dall’altra parte, in Turchia. Ma lì c’è Erdogan, il premier turco, quest’altro funesto giocatore di anime. Sta illudendo la povera gente che i confini sono aperti e l’Europa è lì a portata di mano. Così ricatta l’Europa, che non li vuole, per farsi sganciare altri miliardi. Ormai la tratta degli schiavi non la fanno più i trafficanti la fanno direttamente i Governi.

E l’Europa che fa? Noi stiamo a guardare abbacinati dal panico come una lepre dai fari di un Tir in mezzo alla strada. Il Coronavirus finisce col diventare una scusante per la propria inerzia di fronte a questa apocalisse umanitaria. Le Costituzioni arrossiscono e i Diritti dell’Uomo si sbianchettano da soli. Stiamo tutti diventando senza vergogna e i nostri nipoti ce ne chiederanno conto. “Nonno ma come hai potuto girarti dall’altra parte? Non vi vergognavate?”

Il peggio è che qui nessuno ha soltanto ragione e tutti, chi più chi meno, hanno anche torto. Quindi per me contano solo le lacrime di Yasmine. Le ustioni di Amara. L’amicizia con Francesco Perna, un vigile del fuoco che con altri amici, tutte le volte che può, raccoglie cibo, indumenti, medicinali e parte per Kios a fare volontariato.

Tempo fa mi aveva scritto: “Spero che questa, Jack, tu la senta un po’ come una battaglia anche tua, perché qui la gente riceve un ergastolo per la sola colpa di avere il passaporto sbagliato”. E io sono arrivato a Kios appena in tempo per vedere lo scempio.

L’altra notte, alle 3:30, gli estremisti di Alba Dorata hanno dato alle fiamme il magazzino in cui Francesco e gli altri volontari avevano ammassato gli aiuti che erano riusciti a portare dall’Italia: cibo, medicine e tende per ricoverare i profughi che dormono in strada. Tutto incenerito, ma il mio amico Francesco Perna non molla: “Non può essere questa l’Europa, non può essere stracciata così l’umanità. La verità è che qui vengono fatti prigionieri in campi con filo spinato e lasciati a marcire in condizioni orribili. Ci sono 6000 rifugiati, per lo più siriani. Ci sono neonati ma anche settantenni; in questo momento 80 donne incinte. Ci sono ingegneri, dottori e maestri, operai. Gli arrivi dipendono dal meteo, per ora sembra che 80.000 rifugiati siano sul confine pronti a partire”.

Poi Francesco abbassa la voce, non vuole far mai i nomi di nessuno. Neanch’io, questi sono tutti nomi inventati che camminano sulle gambe di storie vere. Mi sussurra: «Ho visto che parlavi con Amara. Lo sai che è un’insegnante di Filosofia? L’altra notte facevamo la guardia al campo, ho visto la sua ombra dietro la tela fare strani gesti, stava per auto lesionarsi, capisci? L’abbiamo fermata in tempo”. Come i bambini che tentano di uccidersi sugli scogli di Lesbo.

Questi sono gli ultimi dati diramati dal governo greco: dall’inizio della crisi la polizia ha respinto 32.423 profughi che hanno provato a entrare illegalmente nel Paese e hanno fermato 231 persone che ci sono riuscite, queste ultime sono state braccate e catturate con il fattivo aiuto dei Cacciatori fascisti di Alba Dorata.

Non ho altro da aggiungere, come si dichiara sui verbali della polizia. Ma qui a Kios regna solo l’ingiustizia. Francesco vi avverte che se volete partire per dare una mano siete i benvenuti, ma dovete essere autosufficienti in tutto. Con soli 13 euro, invece, si può assicurare una tenda per far dormire donne, vecchi e bambini al coperto e non per strada.

Re e Regine d’Italia? Possiamo rimetterci le Corona virus in testa. Non me ne fotte niente di essere stato lungo. Fatevelo da soli il riassunto sui 6000 condannati a morte di quest’isola. Io preferisco contare una per una le lacrime di Kios.

NOI, DIETRO IL FILO SPINATO

Ora che il coronavirus ci ha insegnato che gli appestati possiamo essere noi. Infettati di egolatria sovranista. Ora che il Covid-19 è un marchio sul nostro Dna non più puro tricolore, e non soltanto malato d’importazione cinese, ma con tutte le bandiere del mondo dentro che ci sventolano nel profondo del cuore. E dipinto sopra ogni bandiera il volto di uno “straniero”,  il contagiato globale, nostro figlio, fratello, amore, donna o uomo che sia. Ora che abbiamo finalmente capito che tutti siamo uno, che gli stranieri “appestati” siamo noi, contempliamo questa foto con occhi nuovi, come se fosse un ritratto del nostro stesso album di famiglia. Quello che custodiamo nel cassettone del comò o al piano alto della libreria, con dentro tutte le foto della nostra vita. Dici che non li conosci? “Questi chi sono?” Sono 50mila migranti del filo spinato, tra la Turchia e la Grecia. È l’album di casa nostra che si accresce rapidamente, come il coronavirus, di migliaia di nuove foto al giorno. La bomba umanitaria, accesa dal premier turco Erdogan, è esplosa. La Grecia brucia. La polizia spara gas lacrimogeni contro famiglie intere, bambini che cercano disperatamente di aprirsi un varco nei reticolati per sfuggire alla guerra. E gli europei stanno a guardare. Non dire “Che c’entriamo noi con tutto questo?”, non dirlo. Non ti conviene. Se non vuoi che domani altri contagiati dall’egolatria sovranista, la loro, usino le stesse parole contro di te.

QUEL LUNGO SGUARDO DI UNA MAMMA

Il piccolo non sa nulla, dorme nel passeggino e sogna, sballottato nel chiasso delle strade. Mamma Valentina lo sospinge, tenendo con l’altra mano la sua sorellina, che in un giornale si chiama Madona e in un altro Morena. Sembra una leggenda in cui tutto danza, nomi e ragioni, fatti, lacrime e mito, una di quelle favole tzigane che si tramandano davanti a un falò di un campo nomadi. Ma è giovedì 27 febbraio 2020, a pochi passi dalla stazione Termini, sono le 17:14 e le telecamere dei negozi di via Cattaneo hanno sguardi meno indifferenti, quasi più umani di quelli dei passanti chini sui loro smartphone. Sembrano vite virtuali, le nostre, a chi è solo come questa giovane donna che non sa più dove sbattere la testa, mentre le teste di quelli che le passano accanto si nascondono sotto la sabbia di mille piccoli schermi sfavillanti.

La mamma si ferma accanto a una macchina bianca, mette il freno al passeggino. Il piccolo Diego dorme, io credo che guardi e sappia già tutto, allertato dalle sue telecamere di sorveglianza interiori. Ma non ne può avere coscienza, ed è meglio per lui che sia così. Valentina gli posa accanto il biberon colmo di latte, gli dà un’ultima carezza. Di una dolcezza avvelenata ma è comunque amore. «Mamma che fai?» chiede la sorellina. «Dobbiamo andarcene» risponde la madre, «il treno per l’Austria parte fra poco, lassù, a Villach, lo zio non può tenerci tutti».

Che cosa prova la bimba “fortunata”, estratta dalla mamma in questa lotteria orrenda, nel vedere il suo fratellino abbandonato lì per strada, senza biglietto? Le telecamere di sorveglianza non leggono ancora nei nostri pensieri. Sanno solo che Morena o Madona ha sistemato il ciuccio al fratellino, assicurandosi che non gli scivolasse dalla bocca.

Quanto tempo occorre a una mamma per abbandonare il suo bambino? Un istante. E invece questo strazio ci impiega sette lunghissimi minuti prima di consumarsi. Valentina si guarda intorno come una tigre che cerca di proteggere i cuccioli da un branco di iene. Dalle 17:14 alle 17:21. Alla fine si decide, lascia il piccolo, indifeso, nella tana. Ma l’ultimo è il fotogramma più atroce. Fatti alcuni passi con la bambina aggrappata alla sua mano, la mamma si ferma. Si gira. Resta così, come una statua di sale. Un lungo sguardo a controllare che non gli stia accadendo nulla di male. Che qualcuno si prenda cura del suo cucciolo. In questo immenso sguardo al piccolo Diego, mamma Valentina rivede tutto: 25 anni passati a girovagare per l’Europa. Lei è nata a Gallarate, Madona (o Morena) in Belgio, e Diego che dorme laggiù, ma ha assistito a tutto con gli occhi del cuore, a Roma. Non hanno un padre o ne hanno molti, che vuol dire nessuno: uno dei compagni di viaggio di Valentina volati via, alla nascita dei piccoli, come rondini da un incendio. Poi anche questa venticinquenne d’origine serbo-croata e sua figlia, alle 17:22, scompaiono definitivamente dalla scena.

Ma le telecamere stanno a guardare come stelle fisse o sentinelle virtuali dalle loro guardiole coi paraocchi di ferro. Adesso appare un giovane passeggero in partenza, trafelato. Si blocca, incuriosito. Rischia di perdere il treno ma non gli importa. È l’unico di tutto il quartiere Esquilino a chiedersi che diavolo ci faccia quel passeggino fra le auto in sosta, con un poppante abbandonato dentro. Suppone che la madre sia entrata in un negozio dei paraggi e l’attende, teme che il piccolo potrebbe fare brutti incontri. Dopo dieci minuti, allerta la polizia. Che sopraggiunge a sirene spiegate.

Valentina sarà fermata dalla Polfer alla stazione di Bologna. Ora è rinchiusa al carcere di Dozza per abbandono di minore. La piccola Madona (o Morena) ha subito la stessa sorte di Diego. Anche il suo biglietto alla Lotteria dei disperati non era vincente. A fatica i poliziotti, su quel treno per l’Austria, sono riusciti a sciogliere l’intreccio delle sue piccole dita con quelle della mamma. L’hanno portata via piangente in una casa famiglia vicino Ferrara. Diego, invece, si è svegliato alla sua nuova vita fra le pareti bianche dell’ospedale Bambin Gesù. Era ben nutrito, ben curato, lindo. I medici l’hanno trovato in ottima salute.

Non credo che questa storia vada giudicata. È soltanto una pagina posata sull’acqua, come mille altre di un libro che continuiamo a scrivere, ciascuno scollegato dagli altri. Le pagine compaiono e scompaiono nell’oceano, sparse e fluttuanti, ma sono tutte legate insieme. Questa qui ondeggia e danza così come tutto ha danzato in quei sette minuti di un giorno di ordinaria disperazione. Fino all’istante in cui anche il respiro si è fermato. Questo. Vorrei che l’accompagnassimo con un lungo sguardo, ora, mentre la pagina scritta sull’acqua discende lentamente nelle nostre tenebre e si posa sul fondo. Piano piano, onda dopo onda, immaginiamoci che dal profondo buio di noi stessi, dalla morte del cuore, l’indifferenza si trasformi in vita e la corrente del nostro amore collettivo risalga alla luce, come migliaia di mani d’oro aperte e illuminate. Per sostenere mamma Valentina, il piccolo Diego e una bambina dall’incerto nome.

 

 

UNA PATTINATRICE TREMENDAMENTE SEXY

Le prime 15 pagine del Corriere della sera di oggi sono ancora infettate dal coronavirus. Repubblica, idem cum patate: 15 pagine di contagio strillato. Il 35% del giornale servito ai lettori per inzuppare nel caffelatte del virus la paura più sexy che ci sia su piazza. Informarsi è un bene, sguazzare come porcellini nel fango del “E se m’infettassi anch’io?”, mica tanto. Questa macabra eccitazione all’estrazione del Lotto dei Contagiati, mi ricorda quella infantile con l’Uomo Nero o la Mamma Draga, favole eccitanti per “non” andare a dormire. La signora della morte ballerina, nome d’arte Covid-19, è scesa in pista brandendo la falce da tre settimane e ancora volteggia leggiadra sui pattini nello stadio del ghiaccio globale. Inebriati dalla fifa più antica, elettrizzati dalla falce nera e d’argento che mena colpi a casaccio sugli estratti dalla malasorte, palpitiamo sugli spalti con le mascherine (i fortunati che ne hanno vinto un paio), a tre metri di distanza gli uni dagli altri, starnutendoci nei gomiti, aurea regola del galateo “scientifico” più schifoso che ci sia. Tutta l’Italia mi sembra in preda a una pulsione di morte trullallera, attratta dall’abisso come da un tiramisu avvelenato in bella mostra nella vetrina di una pasticceria. Siamo stregati da una dolce vertigine di annientamento. Ci siamo trasformati in Figli della Notte, poco Eros molto Thanatos. Forse ci stiamo finalmente vergognando di cosa siamo diventati in questi anni e sotto-sotto vorremmo toglierci dalle scatole del mondo il prima possibile. Ma questo è indicibile, privatamente e pubblicamente inaccettabile, così ci masturbiamo con la morte sotto le coperte dei giornali che, se non parlano d’altro del coronavirus, è solo perché vendono quattro copie in più. O magari la verità è molto meno lunga di così e le basta una riga: «La morte degli altri ci aiuta a vivere». La scrisse Jules Renard, il “nonno” di Ennio Flaiano, nel suo Diario imbevuto d’ironia, il più grande vaccino che esista contro tutti i mali. Un modesto consiglio per i giorni del coronavirus? Non andate allo stadio del ghiaccio per lo spettacolo di danza macabra. Rimanete al caldo della vostra grotta. Leggete. E sarete immortali.

#coronavirus

VOGLIO CHE TU NON ABBIA PIÙ PREZZO di JACK FOLLA

Che vuoi da me, perché mi stai leggendo, che ti credevi di trovare, qui? È un pezzo lunghissimo per Facebook, non arriverai mai in fondo, non ti va e non ce la puoi fare. Accomodati in poltrona come il topo di Hector Navarrete della foto. Prima però ti voglio fare una domanda: ma tu esattamente di che hai bisogno, fratello: di coccole, di sberle, di un po’ e un po’? Io ci starei pure a farti da sparring partner ma sei sicuro di voler salire sul ring? Neanche con una trivella, ormai, riuscirei a far uscire un ragno ribelle dal buco che ti hanno e ti sei scavato dentro. Così dici: ma è questo il Jack Folla che amavo? “Non sarà diventato più buono?” Ma non sarà invece che tu sei diventato più cattivo, tesoro? (la parola precisa è maligno). Quanto malignate, fratelli, mi stringe il cuore. Ogni volta che additate qualcuno giudicandolo con disprezzo, o lo linciate sui social, non vi accorgete di sventolare una bandierina rossa con su scritto “Mi faccio schifo, cazzo!” Lo sai cosa sarebbe più semplice? Ammetterlo. Ma tu non vuoi soffrire per rinascere e allora “dagli all’untore!” Risultato: ti becchi la peste dell’anima, soffri il triplo e tiri le cuoia senza neppure essertela spassata granché. Dammi un grammo di fantasia originale, baby.

No, io non sono più buono (o forse sì, a chi vuoi che gliene freghi? Caldo o freddo, mi piace o non mi piace, buono o cattivo, sono tutte stronzate per farci tenere la coscienza a cuccia.) La verità non è mai divisiva, siamo un’anima sola e abbiamo dentro tutto. Io sono molto più figlio di puttana di un tempo, ma tu non te ne accorgi, fratello, sai perché? Non c’è rock dopo queste parole, né la mia voce ruvida s’intrufola dentro di te per rotolarsi sul tuo cuore come un  porcospino sexy. A leggere ti stufi subito, ma soprattutto Jack non sta più sotto lo schiaffo del boia.

Era esaltante assistere alla morte di un altro, vero? Che figo protestare contro un’ingiustizia, ti faceva sentire migliore. Qualsiasi cosa dicessi, era una bomba di anima e sangue. Se poi al termine ti gettavo fra le braccia di un gospel come “Gotta Serve Somebody” cantata da Bob Dylan con Mark Knopfler che artigliava la chitarra più cattivo di un’aquila che ghermisce un drone, era come se fosse tornato una specie di Gesù di periferia e, contemporaneamente, te ne venissi in un lago di piacere come in quel motel con l’amica di tua madre che t’insegnò a scopare.

Tu vuoi un orgasmo virtuale o fare l’amore davvero? Perché amare è una cosa feroce che ti porta dove non osavi neanche immaginare. Amarvi uno per uno, poi, è difficilissimo. Ma così bello e grande. E tu, vuoi vivere o ti accontenti di fare finta? Quanto sei disposto a credere in me, quanto ci vuoi puntare su tuo fratello, che pezzo di te vuoi offrirmi in cambio, o pensi di essertela cavata leggendomi gratis, qui su FB, o col prezzo di copertina su Amazon? Ti ringrazio, ci mancherebbe, la prossima strisciolina di una capricciosa senza carciofini (a occhio i miei diritti d’autore per 1 copia) giuro, la ingollerò pensando a te. Con riconoscenza. Ma attualmente, per Jack, sei come la Bentley Continental del 1956 che mia madre americana ereditò dallo zio Fred. Se la rivendette di corsa a 5000 euro, un mese prima di morire di tumore, per rifarsi il bagno con le piastrelle firmate Versace. Quando lo seppi, la informai che la Bentley di zio Fred valeva circa 400.000 euro, povera mamma, era un gioiello d’epoca, mi sa che è morta subito anche per colpa mia. Però era la verità. Ve-ri-tà. Conosci una parola più bella? Io no. La amo più di mia madre. Verità per me è tutta la mia famiglia.

Tu sei come quella Bentley Continental, sorellina mia, fratello. Non chiedermi perché sei così importante per me, cazzo ne so? Ciascuno ha la sua croce. Voglio che scendi  in garage e la rimetti in moto. Voglio che tu non la venda al concessionario più guitto del Prenestino, come fece mia madre. Voglio che tu non abbia più prezzo.

Vent’anni fa ci avevo già provato con un microfono, la sedia elettrica e una collezione di dischi della Madonna. Ora te lo scrivo da un bicamere e cucina senza mobili e pubblicandomi da solo. Rimettiti in moto. Esci da quel fottuto garage dove ti sei rintanato come una tapira. Vienimi a cercare. Sai dove trovarmi. Anche se la mia casa di Roma per te è più lontana dell’America. Perché non c’è più la sfavillante insegna al sangue ADX Florence (United States Penitentiary Administrative Maximum Facility). In compenso potrai sentire il mio vicino che, a mezzanotte, sta gridando alla moglie: «Ma nun è er callo, è l’ummido che te frega!». Sto in via del Fosso di Centocelle, non un granché, ma qui siamo fieri che sul pratone davanti ci volò Wilbur Wright in persona, uno dei due fratelli che inventarono l’aviazione.

Muoviti, passami a prendere e stavolta portami a spasso tu. Se continuo a parlarti di me, mi viene la nausea. Da vent’anni ti riempio il serbatoio con la mia benzina. Accendilo tu quel cazzo di motore. Sei tu quella nuvola di polvere e d’olio che fa. Ti sei dimenticato l’eccitazione che ci dava da ragazzi andare in gita? Poteva capitarci di tutto. Chi te l’ha ficcato in testa che non è più possibile? Che sei in gabbia per sempre? Il futuro comincia adesso.

Hanno suonato al campanello. Miracolo. Sei tu?

Sei riuscito ad arrivare al traguardo? Sei uno dei pochi, fantastico, grazie di essere qui. Era un brano del “Libro Nero”. In occasione del lancio della nuova edizione del “Mercante di fiori”, puoi trovarlo in eBook, come gli altri miei libri, a soli 2,99 oppure di carta. Approfittane ora. Se vuoi. Su Amazon o dalle mie mani, sul mio sito, qui.

 

OSERÒ CON JACK FOLLA LA MIA VITA SU UN’ALTRA SCACCHIERA DELL’UNIVERSO

Alessandro Verrelli è un giovane intelligente e in gamba, quindi in Italia è fottuto. Sta meditando di andare oltreoceano. Qui in Rete ha un giornale indipendente, Lanternaweb. Mi ha chiesto un’intervista. Ve ne anticipo un estratto.

Su Rai 2, nel 2000, viene trasmessa e raccontata la latitanza del tuo celebre personaggio. Ma Jack Folla ha trovato veramente pace? Sei sicuro non sia ancora in fuga?

“Jack Folla non può trovare pace. È l’eterno latitante, l’uomo libero in fuga in avanti che c’è dentro ciascuno di noi. I tedeschi lo definiscono “Der suchende”, colui che cerca, il Cercatore. Se dovessi scrivere il personaggio daccapo, oggi lo farei donna: una DJ condannata a morte. Noi maschietti del terzo millennio siamo un po’ spenti. Sono le ragazze ad avere la lanterna di Diogene in mano, oggi. Sono loro le “Der suchende”, le minatrici che scavano a mani nude alla ricerca delle perle preziose dell’essere”.

Ogni anno tanti giovani vanno via dal nostro Paese. Negli ultimi 10 anni 100 mila giovani laureati sono andati all’estero per cercare fortuna. Cosa direbbe Jack a tutti questi latitanti?

“Che nella sfortuna sono stati fortunati, persino se non dovessero trovare fortuna. Perché nel verbo “osare” è nascosto un tesoro. Indossare quel verbo, avere il coraggio di viverlo, è la miglior cosa che gli potesse capitare. Raggiungere la meta, il trionfo personale, è relativamente importante. Ma osare se stessi, l’avventura, donarsi al cambiamento pagandone il prezzo, è comunque vincente. La tua domanda, a parte Jack, mi ha ricordato la dedica finale che scrissi per un altro romanzo “Tango alla fine del mondo”, la storia di una ragazzina siciliana di fine 800 e di suo padre, uno di quegli italiani disperati e coraggiosi che emigrarono in Argentina e furono tra i padri del Tango. “Questo romanzo è stato scritto per tutti i giovani, le donne e gli uomini fantastici, clandestini di ieri e di oggi, senza denari in tasca ma con un passaporto invisibile per le dogane del futuro”. Ecco, ai giovani laureati costretti a emigrare oggi, gli augurerei di fabbricarsi questo passaporto invisibile.

Tornerai a raccontare la storia di Jack? Io ci spero.

“Sto pensando di pubblicarlo in America e anche nei paesi di lingua spagnola, di far emigrare quel libro, aggiornandolo come se fosse stato scritto ieri. Di tentare l’avventura un’altra volta, di osare con Jack su un’altra scacchiera dell’Universo. E chissà che non ricominci a vivere, questo DJ condannato a morte, da una radio di un altro Paese, visto che nel nostro è stato giustiziato”.

PICCOLI MOSTRI CRESCONO

Nel 2001 scrissi un romanzo politico di fantascienza, s’intitolava “No”. Raccontava di una maestra rifugiatasi in un’isoletta greca negli anni del Berlusconismo. Speranza non riusciva più a rispecchiarsi nella sua patria, quella che chiamava l’Italia dei rifatti, trasformisti senza radici nella Storia. Vent’anni dopo (oggi, che per il 2000 era fantascienza) la troupe di un reality spietato irrompe nel rifugio greco della donna. L’avvelenano per filmare in diretta “le ultime visioni dei morenti”. Il pubblico a casa dovrà valutare se la vita di Speranza valeva la pena di essere vissuta. Oppure decretarne la morte in diretta. Al presentatore-torturatore la maestra dice: “Non dovevamo farvi giocare con i mostri”. “Perché?”. “Perché lo siete diventati”. Non è elegante autocitarsi, ve ne chiedo perdono. Ma leggendo i giornali stamattina, ho pensato: questi incoscienti che fanno giocare i loro bambini con le svastiche, non lo sanno che si stanno fabbricando in casa i “nazisti” del futuro? In provincia di Bologna  un tredicenne è andato a scuola indossando una maglietta da pallavolo con la scritta ‘Adolf’ e il numero 32, l’anno del trionfo del partito nazista in Germania. Al Carnevale di piazza Navona, a Roma, un ragazzino si è presentato travestito da Hitler. Un piccolo dittatore a regola d’arte: camicia bruna, divisa, scarponi, cravattino e baffetti d’ordinanza. Dei turisti tedeschi hanno filmato la scena annichiliti. Sono certo che qualcuno di voi ora commenterà: “Sciocchezze. Opinioni di un idiota”. Può essere. Può pure essere, però, che costui o costei si sia dimenticato di com’era da piccolo. Non c’è nulla di così drammaticamente serio, per un bambino, del giocattolo con cui si sta divertendo. Non si nasce mostri, si diventa.

LA CAROGNETTA


Il Coronavirus ha incendiato le nostre fantasie più macabre, neanche fosse la peste. Va combattuto, con igiene e saggezza, ma è solo un’influenza più dispettosa delle altre, la carognetta. Al momento in cui scrivo (le 18:45 di sabato 22 febbraio) due persone sono morte, in Veneto e Lombardia, e 53 sono i contagiati. Numeri destinati a crescere, è evidente, perché la carognetta svolazza. Per cambiar di casa le basta cavalcare, come una fattucchiera nera, uno starnuto, o montare a cavalcioni su una scarica di colpi di tosse per spostarsi da una bocca all’altra come su un Frecciarossa. Stiamo prudenti ma tranquilli, perché anche le carognette più dispettose si possono curare. Le guarigioni in Cina sono molte, accadrà lo stesso pure qui. Occorrerebbe smettere di eccitare la suggestionabilità popolare, invece. Proviamo a raffreddarci con un esempio.

Ogni anno, nel mondo, muoiono otto milioni di persone, non due o tremila, otto milioni per il vizio del fumo. In Italia, i morti sono 80 mila all’anno. È come se di colpo sparisse una città come Lecce, o Catanzaro, o tutta Asti, o tutta Caserta. Per le sigarette. Ogni anno. Ecco, per ora, in paragone con la carognetta, il fumo dovrebbe farci rizzare i capelli in testa dal terrore. E ogni edizione del telegiornale dovrebbe aprirsi con dieci minuti di notizie allarmanti sulle bionde che uccidono a raffica come le mitragliatrici naziste il giorno dello sbarco degli alleati in Normandia. Invece nisba. Manco uno strillo di prima pagina.

Adesso come tipo di morte va di moda la carognetta. Prendiamo tutte le precauzioni suggerite dal ministero della Sanità ma se anche dovessimo barricarci in casa dalle Alpi a Capo Passero, ricordiamoci lo strepitoso incipit di un capolavoro “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet. “Sarò oggetto di biasimo. Ma cosa posso farci? È forse colpa mia se ho compiuto dodici anni qualche mese prima della dichiarazione di guerra? (…) Chi già me ne vuole si figuri ciò che fu la guerra per tanti ragazzi molto giovani: quattro anni di continue vacanze”. La carognetta può farci isolare dal mondo, come se fossimo sotto le bombe. Non credo che sarà un’Apocalisse. Ma se anche lo diventasse, chi lo sa se fra vent’anni chi è sopravvissuto non si ricorderebbe i giorni del Coronavirus, chiuso in casa, come una delle esperienze più avventurose ed eccitanti della sua vita?

DEVO A BERLUSCONI E A UNA VECCHIA SCALMANATA LA FORTUNA DI ESSERE DIVENTATO UN ROMANZIERE

Tutti i grandi successi sono preceduti da sonori fallimenti, disprezzo e fischi. Nel marzo del 1994, quasi trent’anni fa, scrivevo e presentavo un programma satirico alla radio italiana e mai pensavo di diventare un romanziere, tantomeno di scrivere una storia drammatica. Era da poco sceso in campo Silvio Berlusconi, il simpatico proprietario di ben tre televisioni commerciali, e a poche settimane dalle elezioni quasi tutti consideravano velleitaria e bizzarra la sua candidatura. La sinistra rideva. Dicevano che con i telegiornali non si cambia opinione politica alla gente. Era vero. I voti si mietono nei programmi d’intrattenimento e negli show.

Non si erano accorti che quasi tutti i personaggi popolari e i volti più familiari delle sue tv, presentatori, comici, cantanti, dichiaravano che avrebbero votato per il loro amato padrone. E che questo avrebbe suggestionato profondamente il pubblico.

Ero terrorizzato all’ipotesi che un magnate della televisione potesse diventare presidente del Consiglio e in Italia si materializzasse la profezia amara descritta nella Fattoria degli animali di Orwell. Così, nel mio piccolo, cominciai a fare satira sul Cavaliere. Diventò il mio bersaglio preferito. C’era un’agguerrita funzionaria della Rai, comunista, che dietro il vetro della regia mi faceva cenno di smettere, si tappava le orecchie, imprecava muta con facce da pesce. Ironizzare sui politici in campagna elettorale era proibito nella radio pubblica (ma non nelle televisioni private). Però il programma era in diretta e non poteva farci niente. Poche settimane dopo l’Italia si trasformò in una Fattoria degli Animali, lo è ancora oggi. Berlusconi fu nominato presidente del Consiglio e a me fu detto che non avrei mai più potuto scrivere un programma di satira per le reti Rai. E anche questo si è puntualmente avverato.

Uno dei rari dirigenti a cui non erano ancora spuntate come Zelig le orecchie aguzze di Berlusconi e non aveva precipitosamente aderito a Forza Italia, mi suggerì un ripiego: «Scrivi un radiodramma, tanto quelli non li ascoltano, te lo lasceranno fare».

Ma neanch’io li ascoltavo. Gli sceneggiati radiofonici, al tempo, erano recitati da attori di prosa che in scena, per chiedere alla moglie un caffè, impostavano la voce come baritoni mentre un pianoforte miagolava in sottofondo. Di solito si trattava di storie di coppie in crisi recitate in un tinello, con rumori di passi, porte cigolanti, pioggia finta. Pensai che alla radio non costa niente “girare” un kolossal e ambientare una storia in luoghi esotici, sonorizzarla con effetti speciali, lasciarla recitare ai più grandi doppiatori cinematografici, con scene veloci e una colonna sonora memorabile. Inventai il radiofilm.

Una mia amica, hostess, un giorno aveva fatto scalo a Bangkok, aveva accettato l’invito di un elegante manager a cena ed era scomparsa nel nulla. I suoi genitori la cercarono per anni sbattendo contro un muro di omertà. Così mi documentai sulla tratta delle bianche, su quei moderni harem dello schiavismo, spesso legati al narcotraffico, che poco o nulla hanno a che fare con gli sceicchi arabi delle telenovelas. Il Mercante di fiori sembrava una vicenda incredibile, ma anticipava la cronaca nera degli anni a venire. In queste stesse ore a Buenos Aires, per esempio, le nonne della Plaza de Mayo sfilano non più per i “desaparecidos” della dittatura militare, ma per le migliaia di nipoti scomparse nel racket della prostituzione di lusso e mai più ritornate a casa.

Le prime puntate suscitarono un’ondata di proteste. I centralini della Rai erano intasati. Gli ascoltatori si lamentavano che i dialoghi fossero recitati troppo concitatamente e non si capisse una parola, la musica e le sonorizzazioni erano assordanti e soprattutto si dichiaravano scandalizzati dai temi morbosi della storia. Quella era la mia prima regia e i dirigenti mi dissero «Si vede» consegnandomi pacchi di e-mail e lettere ingiuriose.

Il direttore di Radio 2 teneva una rubrica settimanale di dialogo in diretta con il pubblico. Una vecchia e fedele ascoltatrice lo rimproverò aspramente: «Non si vendono le donne all’asta! È un vero schifo. Chiuda subito quella roba!». Lui rispose che non poteva farlo ma non vedeva l’ora che il Mercante di fiori si concludesse. «Ormai manca poco, signora, tranquilla, restano solo sei o sette puntate». Era il mio direttore. Avevo fatto un fiasco assoluto.

La verità è che chi si sta godendo un programma in poltrona non ci pensa per niente ad alzare il telefono e dire «Che bello!». A meno che a qualcuno non venga l’idea di censurarlo. Così io devo a Berlusconi, a un direttore di destra nominato dalla sua compagine governativa e a una vecchia scalmanata il romanzo che mi ha dato il successo. Lo pubblicai dopo che il direttore fu costretto dal pubblico a ordinarmi un sequel di altre trenta puntate. Da allora, il Mercante è stato replicato svariate volte dalla Rai e questo libro ha avuto parecchie edizioni.

I produttori cinematografici, che lo ascoltavano in macchina al mattino andando in ufficio, (ogni puntata durava un quarto d’ora), cominciarono a telefonarmi per trarne un film o una serie televisiva. Credo che non esista al mondo un soggetto più opzionato di questo. Quando mia moglie e io eravamo in difficoltà economica c’era sempre un produttore che ci salvava versando un anticipo per i diritti sul libro. Il guaio, però, era che poco dopo si accorgevano di aver opzionato un gioiello troppo costoso da produrre, per l’Italia almeno. Così, passati sei mesi, tornavo in possesso dei diritti e questo tira e molla dura ininterrottamente da 24 anni.

Attualmente il diritto di trarre una serie tv dal Mercante ce l’ha Alessandro Usai, amministratore delegato della Colorado Film. È molto esperto e sono certo che riuscirà nell’impresa. Ho scritto di recente l’episodio pilota in coppia con Eleonora Fiorini, una sceneggiatrice abile e un’amica leale. È stato elettrizzante scoprire come da un romanzo di carta e da un radiofilm, in cui le emozioni sono cieche, questa storia potesse aprire gli occhi. E come la trama, scritta quando non esistevano, per esempio, gli smartphone (per la mia eroina possederne uno sarebbe stata la salvezza), evolvesse nel 2020, in cui il dominio assoluto del denaro sui valori fondamentali dell’uomo ha bruciato persino le più pessimistiche pagine di Orwell. Ma com’è stato per questa appassionante avventura letteraria, non è detto che il fallimento della Storia non sia altro che un preludio alla rinascita dell’umanità.

(Nella foto: un giovane autore di grandi speranze davanti all’ingresso di Radio Rai, in via Asiago)

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LA FORMULA DELLA SALVEZZA

Bisogna essere grati. L’ho imparato tardi (testa di coccio) ma giusto in tempo per non diventare una testa di qualche altra cosa. Da “tutto mi è dovuto”, con una giravolta di 360 gradi, a ringraziare tutto e tutti, sempre. All’inizio suona un po’ falso come tirar su gli angoli della bocca con due dita per simulare un sorriso in un giorno di malinconia. Poi diventa uno stile, un sorriso genuino, un’abitudine mentale, sociale, un monito interno, un suono grato, finché tutto il tuo spirito, compresa la sua ombra che s’illumina, diventa totalmente riconoscente. Se ti hanno fatto uno sgarbo, licenziato, offeso, isolato, se ti senti perduto e abbandonato, meglio, ho imparato che tutte queste sono occasioni d’oro. Non sto dicendo che dobbiamo augurarci il peggio, siam mica masochisti, no, dico soltanto che dobbiamo scoprire la formula della salvezza. Un ispirato poeta tedesco, Friedrich Hölderlin, la descrisse così: “Dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che ti salva”. Se vinci al Lotto, dire grazie all’Universo lascia le stelle indifferenti. Ma se ti senti spacciato e vinto, provare gratitudine verso gli altri e per la vita (che, ricordiamocelo sempre, non c’era dovuta) ecco, questa calda gentilezza interiore fiorita nel pericolo, fa si che anche le stelle s’inchinino al tuo passaggio. Come, non so dirvelo, ma il cuore lo sa. Il suo rullo frenetico diventa un tambureggiare calmo. Il respiro, da pesante che era e pieno di sé, si fa leggero, quasi assente. E su queste onde terse e calme, perché la gratitudine placa anche le burrasche, non appaiono più, a terrorizzarci, i mille mostri ingannevoli di noi stessi, ma soltanto i vostri volti, il tuo, il tuo e il tuo, amiche e amici riconoscibili uno a uno. E primi fra tutti quelli dei nostri “nemici” di una volta, che ringraziamo per averci spinto talmente in mare aperto e nella notte più tetra, da averci in realtà benedetto, aiutandoci, in un mare d’odio, a scoprire quant’è dolce e magnifica la vita.

DA JACK FOLLA PER SAN VALENTINO

Oggi è la festa degli innamorati. Chi lo è, dovrebbe fare come il caffè sospeso, quando si lascia una tazzina pagata al bar per chi ha bisogno. Per le donne e gli uomini soli, San Valentino è come un giorno di pioggia. Gli innamorati dovrebbero lasciare un bacio in sospeso per le strade. Così chi è solo, passa e se lo prende. Ma una carezza è ancora meglio. Se mi lasciate una carezza sospesa nel nulla mi fate felice. Perché la carezza è un gesto in estinzione, rivoluzionario, incompreso perfino dal vocabolario. Te ne parlai anche dal braccio della morte, ricordi sorellina? E tu ti ricordi, fratello? Carezza: “Tenera dimostrazione di amorevolezza o di benevolenza un po’ leziosa che si fa lisciando col palmo della mano. Esempio: far le carezze al gatto.” Al gatto? Rendetevi conto a chi abbiamo delegato il senso profondo della vita: a un intellettuale sventurato che inventa vocabolari con un siamese sul computer. Cancelliamo l’abbecedario delle bestie da terza elementare e riscopriamo il significato di carezza.

Carezza: tocco della vita. Il Cristo ha resuscitato i morti con una carezza. C’è riuscita persino Moana Pozzi, buon’anima. In una carezza non ci sono né amorevolezza né benevolenza cogliona. In una vera carezza c’è la cognizione del dolore, soprattutto la comprensione del dolore dell’altro. L’accoglienza di te in me, nel mio cuore.

Un uomo che carezza un altro uomo sul viso deve superare due cose. La paura che gli si gridi “A frociooo” e la paura di ricevere un calcio nelle palle. E me la chiami “leziosa” la carezza? Un camionista vi taglia la strada, scende con un cacciavite in mano. Avete tre possibilità. Chiudervi in macchina gridando aiuto. Sferrargli un pugno in faccia prima che lui dica “A”. Oppure dargli una carezza sulla guancia, il più pazzo e rivoluzionario gesto che si possa fare in quel momento. Le reazioni possibili del camionista incazzato sono due. La prima, vi ammazza. (Ma la carezza deve includere anche questo rischio, pari a quello di carezzare un lebbroso.) La seconda,  -scommetto che a voi bambini vi sorprenderebbe-, è che all’omone gli cada il cacciavite dalla mano e gli vengano i lucciconi.

A questo punto, però, vi consiglio di andarvene, salvo che non vogliate intraprendere una relazione omosessuale col camionista di cui sopra. Perché reggere il voltaggio di una vera carezza è difficile. Per esempio, i vangeli non ci raccontano tutta la verità sul sentimento provato da Lazzaro dopo essere stato resuscitato. Potete giurarci che odiò il Cristo con tutta la sua anima. È con una carezza che Maometto sposta la montagna e la morte si riconcilia con la vita. La carezza è un ponte tra due abissi di solitudine. Perché il cielo e la terra passeranno, ma certe carezze non passeranno mai.

Hasta siempre.

Jack

CONTAGIATO DALLA PESTE

Più il mondo corre veloce più medito per rallentare il tempo. Per mezzora torno al silenzio delle stelle. Respiro come una tartaruga. Ma lo smartphone silenziato scalpita  e vibra dietro la mia porta. M’inchino all’universo, riaccendo la luce e il volume della vita virtuale, clicco, mi rituffo nel gorgo, spremuto come una banana in questo frullatore di post, video, news. Non ho il coronavirus ma sono un contagiato da una febbre che tutto divora, una smania che non si appaga mai, una peste frenetica infettata da messaggi, serie tv, email, Facebook, whatsapp. E adesso il delirio, la possibilità folle di riprodurre film e serie tv a una volta e mezzo la velocità naturale. Perché? Per recuperare alla bell’e meglio le puntate perdute della Casa di carta o spararmi The Irishman a doppia velocità. O l’audiolibro della Peste di Albert Camus letto come un cavallo selvaggio al galoppo. La nuova peste si chiama FOMO (Fear Of missing Out, la paura di perdere qualcosa) ce l’hanno inoculata gli untori del marketing: più ingurgiti velocemente meno trattieni e più hai fame d’altro ancora. Brad Bird, il regista Oscar per Ratatouille, protesta “Come può Netflix sostenere e finanziare dei registi per poi distruggere così il loro lavoro?”. In effetti è come vedere i film muti di una volta con tutti i personaggi che trotterellano velocissimi. Ma non preoccupatevi per me, amici, scherzavo: non ho la FOMO e non sono un appestato dallo “speed watching”. Però so che il suo bacillo latente e silenzioso pattina già sui nostri circuiti neuronali e, se lo trascuriamo,  la lastra della vita vera potrebbe squarciarsi facendoci inghiottire in quest’inferno allucinato in cui non ci si può più godere un film in santa pace, ma solo come se fossimo sotto l’effetto delle amfetamine. Una splendente giornata a tutti, adesso facciamo un bel respiro profondo e godiamoci il piacere di vivere. Al rallentatore, così dura di più.

 

(Photo by Cole Rise)

UN CUORE SULLA SVASTICA

Un dipendente del comune di San Daniele, in Friuli, denunciò alle SS che in quella casa, in via Piave, viveva una famiglia ebrea. Ambiva al posto da dirigente di sua sorella e la vendette ai nazisti con tutti i suoi cari. Arianna Szorenyi era una bambina, 11 anni. È stata internata nel campo di sterminio di Bergen Belsen, lo stesso di Anna Frank. Di lei Arianna non si ricorda, di Liliana Segre sì. E del vestito marrone che i nazisti le avevano fatto indossare, appartenuto a una bambina morta. Finita la guerra, Arianna sopravvive ma non la sua famiglia, sterminata. Così finisce in orfanotrofio. E chi ritrova fra quelle tristi mura? La bambina figlia dell’italiano che li aveva traditi per un posto al sole, finito male anche lui.
Oggi Arianna ha 86 anni. E ieri un altro italiano, uno di noi, ha inciso una svastica sul muro di quella casa che dovrebbe esserci sacra come una chiesa. Perché tutti siamo complici della nostra storia nera, anche chi, come noi, non era ancora nato. E così ha dovuto risentire il rimbombo degli stivali sulle scale, le grida di 75 anni fa, i “Raus! Raus!”, i calci sulla porta, il terrore nel cuore. Poi un cuore di carta, fraterno, ha ricoperto la croce uncinata. Ma la memoria ha ripreso a sanguinare. “Quando aprirono il treno dei deportati”, racconta, “non sapevo che i vecchi li mandavano a morire. Io cercavo solo la mano della mia mamma. Non ho mai più visto i miei genitori”. È stata in quattro campi di sterminio diversi. E “a ogni trasferimento guardavo le fila di gente cercando il loro sguardo”. Inutile aggiungere altro, è solo l’ennesimo caso. Gesti infami dell’Italia di oggi. Provo tanta vergogna e rabbia. Perdonaci, Arianna.

SCOPARE CON POESIA

Roberto Benigni è incantevolmente furbo. Ha recitato la più strepitosa poesia d’amore dell’umanità (la più gettonata nelle chiese ai matrimoni) come se fosse un archeologo atterrato in elicottero a Sanremo direttamente dal Mar Morto col manoscritto inedito del Cantico dei Cantici. Mille volte ritoccata dalla Chiesa, sbianchettata e cosparsa d’incenso, perché i fedeli non ne cogliessero il suo violento, inebriante afrore di sesso, la Canzone delle Canzoni è arrivata a Sanremo scortata dalla festosa banda municipale, capitanata dal folletto italiano più famoso e invidiato del mondo, soprattutto in Italia, popolo miserabile e invidiosissimo quando si parla del successo di un connazionale e della sua meritatissima fortuna economica. Ma Benigni è ricco dentro, un milionario di sorrisi, a differenza del pubblico che, mi sbaglierò, a me è sembrato smorto, come il mare. Mar Smorto. Ma l’Italia di oggi, purtroppo, è un po’ così: odio e noia.

Il divino erotismo del testo biblico, quasi pornografia sacra, è stato portato sul palco dell’Ariston con ironia, grazia e sapienza. L’ultrasessantenne Roberto ha un’energia vitale paragonabile a quella dei giovani, irruenti spasimanti della Bibbia. Ammaestrato e avvilito da Youporn e altri siti a luci rosse, il pubblico avrà capito la lezione magistrale di Roberto che il Nobel della sessualità è di chi scopa con poesia? Ieri sera, un fremito d’eternità ha turbato l’universo pecoreccio della canzone italiana. Benigni ha fatto scendere la Madonna dal cielo. Donando alla sua femminilità regale una spiritualità ancora più accecante, quella di una ragazza di carne, innamorata del suo ragazzo fino alla morte. E ieri sera, a Sanremo, la morte è morta, umiliata e vinta dall’erotismo della parola di Dio: “Le tue labbra sono porpora in cui sboccia l’indicibile fiore del sorriso. Il tuo odore vince ogni profumo. Se muovi gli occhi rinnovi la luce”. E la Madonna di carne risponde: “Ho grande voglia di rannicchiarmi nella tua ombra. E il sesso tuo su me, amore”. Grazie, Roberto, per questo brivido eterno in diretta da Sanremo di 2400 anni fa.