DOMANDA
Senza quasi rendercene conto siamo tutti diventati organismi pubblicitari, siparietti viventi, pupazzi di uno spot globale. Ridotti a vendere pentole senza neanche essere pagati. In trent’anni la nostra mentalità si è modificata, abbiamo introiettato le leggi del marketing e dimenticato i veri sapori e i saperi della vita. Riusciamo solo a essere sbalorditivi. Se non possiamo più avere un posto fisso ci sgomitiamo per avere almeno un posto fesso. Chi non twitta è perduto. Ma un milione di mi piace non valgono una nuda parola d’amore.
Siamo avidi, aridi, soli. Tutto è pubblicità: politica, istituzioni, famiglia, lavoro. Anche quando ci guardiamo allo specchio fingiamo di essere giovani e belli come i prodotti della concorrenza. Non siamo più persone, siamo diventati slogan. Cartelloni pubblicitari rivali che si scrutano invidiosi in una piazza deserta. Guai a riconoscere di essere caduti in un baratro. Guai a gridare aiuto. In pubblicità non si può dire ho bisogno di te. Si può solo dire comprami.
Che faremo adesso che siamo tutti in vendita mentre il mondo crolla?
