Tanto per continuare a perdere tempo si potrebbe indire un referendum sul referendum: «Negli ultimi anni, fra le urgenze della vostra vita, consideravate una priorità la riforma della Costituzione?». Credo che il referendum sul referendum andrebbe deserto per disinteresse assoluto. Risposta scontata: no.
In un paese con migliaia di aziende costrette a chiudere nel menefreghismo di Stato, milioni di famiglie precipitate in povertà, giovani scippati del loro domani, anziani offesi da quest’oggi beffardo, e con un’ingiustizia sociale insolente fra chi rovista nei cassonetti e chi si arricchisce a gogò, ma come ti salta in mente di scatenare gli italiani in questa sterile sfida? Eppure è accaduto. Ormai nessuno si chiede più il perché.
Sembra di stare in un’orgia a Venezia ai tempi della peste.
Il diluvio di chiasso ed energie sperperato in questa guerra civile fra i sì e i no è impotente contro il bacillo del morbo finanziario, della paralisi lavorativa e del dissesto morale che ha appestato il paese. Invece di questo placebo ingannevole del referendum andava iniettato un antidoto che bloccasse il contagio. Una manovra che sforbiciasse i patrimoni più ingordi a favore di un aumento dei salari e delle pensioni più indecorose, dando ossigeno alle piccole imprese. Bisognava spalancare le finestre con un atto rivoluzionario per cambiare aria a questo ospedale di lungodegenti dov’è ricoverata l’Italia. Farla rialzare e camminare come nel dopoguerra. Scontentare i vincenti, difendere i vinti, infondendo a tutte le generazioni una speranza nel futuro, invece di procrastinare l’agonia con un referendum costituzionale spaccatutto. Che ci condanna a un’invalidante nostalgia. Perché, signora mia, il problema non riguarda la Costituzione o le stagioni. È che non c’è più il futuro di una volta.