MORTE A PALO ALTO
Hillary Clinton che sviene in pubblico per una polmonite tenuta segreta come un morto assassinato nel frigorifero (mentre Donald Trump annuncia che esibirà al mondo le proprie rosee e pimpanti analisi cliniche) fa il paio con un’altra notizia di stamane: quella che nella Silicon Valley i quarantenni si presentano senza cravatta ai colloqui di lavoro, nel patetico tentativo di apparire ancora più giovani. Oggi Thomas Mann, invece che a Venezia, avrebbe intitolato il suo racconto più famoso “Morte a Palo Alto” e il barone Von Aschenbach si sarebbe innamorato di Tadziu Algoritmu, un bel genio, biondo e quattordicenne, di Yahoo. Ma che cosa accadrà fra dieci anni? Per essere assunti a Google o a Amazon si dovrà essere accompagnati da papà e mamma con un lecca-lecca in mano e la pagella di terza elementare nell’altra?
Nel 1964, quand’ero poco più di un bambino, nei jukebox furoreggiava una canzonetta portata al successo da una ragazzina francese, Catherine Spaak. Il testo dell’Esercito del Surf (peccato di gioventù del mitico Mogol) sfringuellava così: “Noi siamo i giovani, i giovani più giovani…” Ma quanto più giovani dei giovani più giovani bisogna essere oggi per avere diritto al “passi” del successo o per non dover semplicemente chiedere scusa di esistere?
Ciascuno ha l’età che ha e tutti, indistintamente, passeranno prima o dopo per quella stessa età. Una società che induce a bluffare sui dati anagrafici non è ingiusta, è futile, e l’unica cosa che val la pena di rottamare sarebbe la stupidità umana, sia quella dei giovani che quella degli anziani. La Clinton è stata colpevolmente infantile nel non dichiarare il suo stato di salute, e quell’ammasso di colesterolo di Trump, pavoneggiandosi, sta attirando su di sé l’attenzione del dio degli ictus e degli infarti coronarici. Si può essere più sciocchi di così? Ogni stagione della vita è meravigliosa perché ci sottrae qualcosa ma ci offre sempre qualcosa in più. Il caotico campo di fiori della giovinezza dagli inebrianti profumi, non vale quel fiore solitario e orgoglioso nato nella palude della vecchiaia. Il saggio conosce il segreto dell’immortalità di quell’irripetibile rosa, che il mondo ignora o disprezza, insistendo a cercare nel giardino del passato i fiori avvizziti della sua vecchia gioventù.
(Nelle foto, l’attore svedese Björn Johan Andrésen, a 14 anni quando interpretò Tadzio in Morte a Venezia di Luchino Visconti, e in un’immagine più recente).


Photo: Henna Aaltonen
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