In una grotta vicino alle rovine di Khirbet, nel Mar Morto, fra i 900 affascinanti manoscritti e papiri scritti in aramaico, ebraico e greco scoperti nel secolo scorso, oggi custoditi nel Museo Rockfeller a Gerusalemme, fu ritrovata una pergamena catalogata come OOPArt (acronimo derivato dall’inglese Out Of Place ARTifacts, «manufatti, reperti fuori posto»). Era uno di quei manoscritti fuori dal tempo, catalogabili come archeologia misteriosa, dal titolo I Marci. Sembrerebbe un’antica favola o leggenda del mitico e sventurato popolo dei Marci, ma non si sa come sia finita fra i manoscritti del Mar Morto, tutti databili fra il 150 a.C e il 70 d.C Il dato più sconvolgente è tuttavia un altro, anzi è proprio per questo che la comunità scientifica l’ha tenuta nascosta per un secolo in un contenitore del museo di Gerusalemme: la pergamena era scritta in italiano. Forse risale a una comunità fuggita dalla nostra penisola in seguito alle persecuzioni, da lì insediatasi nelle grotte del Mar Morto e poi estinta senza lasciare altre tracce di sé e della sua storia.
I MARCI
C’era un paese in cui la metà aveva ragione e, alternativamente, l’altra metà aveva torto, ma i giusti sapevano sempre dov’era la verità e, dopo ogni guerra, rimettevano le cose a posto. Era un paese fatto così, senza mezze misure, un paese come una mela spaccata, di qua buona di là col verme. Finché i giusti vennero messi a tacere con la forza e da quel giorno i giusti tacquero. Erano stati i vermi della mela bacata a imporgli il silenzio perché stufi di essere considerati marci una volta sì e l’altra no, loro volevano aver ragione sempre e iniziarono a dare dei vermi agli altri, che persero la pazienza e si rivoltarono, tanto che il verme se ne approfittò a sua volta e saltò sull’altra metà della mela. Allora quelli dov’era rimasto il buco ma senza il verme, si proclamarono i nuovi buoni e assalirono i nuovi marci, al grido di «Vogliamo tutta la mela, brutti vermi bacati, tornatevene a casa vostra!». A questo nuovo arrembaggio degli ex bacati, gli ex buoni, ma con il verme in casa, risposero «Accomodatevi, stavamo meglio prima, peggio per voi!» e saltarono sull’altro spicchio, illudendosi di tornare signori e padroni del loro bel paese di una volta. Ma l’attimo seguente il verme li imitò, gli saltò dietro e scavò una seconda galleria nello spicchio riconquistato, parallela al tunnel precedente. Quando la polpa della mela era ormai tutta sbocconcellata e il paesaggio si era fatto pericoloso e triste, un nuovo verme si presentò a infiammare gli animi. Furono giorni felici. Gli adoratori del secondo verme gridavano: «Ehi voi, figli del vecchio verme, morirete tutti come vi meritate!» Ma quelli mezzo infelici, una notte, rovesciarono l’altra metà della mela: la parte rinata sotto il nuovo verme. Tutti gridarono al golpe. Improvvisamente il secondo verme, loro capo, saltò su quella, e il primo verme zompò sull’altra, cosicché ci fu una gran confusione e nessuno sapeva più a quale verme dar retta. A quel tempo gli abitanti erano già quasi tutti marci, tranne una dozzina di quelli che erano da sempre detti i giusti, perché respiravano piano, non andavano ai comizi, sapevano ascoltare tutti, parlavano alle stelle e digiunavano. «Ecco chi ci ha ridotti così! Ecco i colpevoli che si sono mangiati tutto! Bruciamoli vivi!» I due branchi nemici si avventarono sui dodici giusti e gli abitanti se li spartirono, sei per uno, poi li immolarono ciascuno al verme che tiranneggiava il proprio spicchio. Danzarono al fuoco sacrificale, sia la metà che aveva avuto torto, ragione e torto, sia la metà che aveva avuto ragione, torto e ragione, continuando a imprecare gli uni contro gli altri e a bestemmiare alla vita. Ma a questo punto successe che i due vermi si allearono, perché bruciati i giusti non c’era rimasto più nessuno a fargli resistenza, così si spartirono gli ultimi bocconi della mela poi, lasciata solo la buccia ai Marci e il paese distrutto, i vermi se ne andarono a far danno in altri verdi paesi.