DARE E AVERE
L’Italia è un paese maleducato. Non mi riferisco al galateo o alla volgarità, che sono mali minori, ma alla maleducazione per eccellenza: l’infantile incapacità di stare al mondo. Per stare al mondo intendo la coscienza di saper distinguere fra dare e avere e fra diritti e doveri.
Nel 1961, in occasione del discorso inaugurale della sua presidenza, John F. Kennedy disse: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese». In quei giorni l’Italia festeggiava il suo primo secolo. Sono trascorsi cinquant’anni esatti ed è rimasta una bambina viziata. Il vizio nazionale più diffuso, secondo me, è l’assoluta intolleranza, individuale e collettiva, nel distinguere quel che è di tutti da ciò che è solo nostro, e nel sapere donare quel che è solo nostro per il bene di tutti.
Non abbiamo rispetto nemmeno dei nostri figli, basti pensare al mostruoso debito pubblico che lasciamo loro in eredità, all’ambiente degradato, alla nostra Storia che stravolgiamo per interessi di bottega. Non abbiamo rispetto, cioè, neppure dei nostri poveri morti. Anche quelli morti per la “Padania”.
Come tutti i bambini, compresi i più furbetti, l’Italia è una grande ingenua. Crede nelle scorciatoie, nei favori, nella spintarella. Non pensa che, alla fine dei giochi, il conto salatissimo dovrà pagarlo sempre lei, quindi noi. Soffre di onnipotenza infantile. Mentre il mondo è attraversato da rivoluzioni popolari, come quella egiziana, che potrebbero cambiare gli equilibri del pianeta, i nostri telegiornali sono dediti, con la nostra pettegola complicità, a una sorta di onanismo infantile. La matrioska berlusconiana e tutte le bamboline in essa contenute attraggono la nostra voyeristica attenzione e il nostro sdegno con potenza magica infinitamente superiore alle leggi “ad personam” o al grottesco -per una democrazia occidentale- conflitto d’interessi del nostro premier. Perché? Perché è più semplice e più morboso così. Mentre “conflitto d’interessi” è un concetto severo che per capirlo bisogna impegnarsi un pochino. Siamo indolenti. Teniamo famiglia. Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato. Come diceva un vecchio amico mio “Siamo bestie da terza elementare”.
È proprio sulla capacità di “dare” che si misura la maturità di una persona e di un paese. Ma è già un primo passo la consapevolezza di non aver ancora dato abbastanza. Invece, sia che prendiamo come esempio l’attuale governo, sia un italiano a caso, è molto probabile che saremmo tacitati da elenchi di presunte cose fatte per gli altri o per il bene della nazione, e mai da un’ammissione di egoismo, di inadeguatezza, di colpa. Pecchiamo, cioè, di impunità.
Ma c’è di più. Se vediamo qualcuno, disinteressatamente, compiere davvero qualcosa di utile per il prossimo, in cuor nostro lo detestiamo e prima o poi lo lapidiamo. Il grave è che ciò accade, per quanto possa sembrare pazzesco, “in buona fede”. Animati da quella stessa onnipotenza infantile che ci fa ritenere sempre migliori del prossimo, più bravi e generosi.
Anche per questo è sempre più raro che ai vertici della nostra classe politica risieda un vero “migliore”. Qualcuno in grado di fare una sintesi dei diritti e dei doveri di tutti e di riformare lo Stato. Io non credo che la classe politica sia lo specchio del paese, semmai ne è quello deformante. Lo specchio che riflette il peggio di noi stessi, l’unico che siamo capaci di tollerare. Il fatto di essere stati schiavi per secoli di signori e potenze straniere si dev’essere purtroppo sedimentato nel nostro Dna. Non essendo capaci di essere signore e signori di noi stessi, deleghiamo a un Signore la gestione del nostro destino. Non a una democrazia, a un leader.
Se tutti noi, da donne e uomini veri, ci rieducassimo, se imparassimo quotidianamente a fare un bilancio, in famiglia, in ufficio, in un’associazione o in un partito, fra quello che obiettivamente diamo e ciò che prendiamo e pretendiamo, dai figli, dai colleghi, dai compagni di strada, questo nostro paese farebbe un immenso passo avanti. Non è la capacità di sdegnarsi che ci manca, né, purtroppo, ci manca il fango o il marcio per lamentarci dell’Italia, ma in concreto, noi, tu e io, che stiamo facendo per raddrizzare la schiena nostra e del paese? Domandarselo è un dovere civile.
Credo infine che lo schema che il nostro popolo ripete da decenni, come topolini sulla ruota, potrebbe essere spezzato anche con un’ultima consapevolezza. Riguarda il capro espiatorio. Questa è l’ultima risorsa della nostra vigliaccheria. Bruciare il pupazzone in piazza dopo aver strisciato al suo cospetto. Pronti a osannarne un altro destinato alla stessa fine. Forti coi deboli e deboli coi forti. Milioni di uomini sono stati immolati da altri, ne sono stati il capro espiatorio: l’olocausto degli ebrei è il più tragico di questi esempi. Ma anche piazzale Loreto lo è. Chi prese a calci il cadavere della Petacci era di certo qualcuno che aveva osannato il duce a piazza Venezia. Il capro espiatorio, lo dice la parola stessa, è l’ultimo grande inganno di un popolo infantile. Far espiare a un altro anche le proprie colpe. Ma così non si estirpa il male, lo si copre. E la Storia, puntualmente, si ripresenta proponendoci l’identico schema.
La nostra “maleducazione”, in sostanza, è una refrattarietà a diventare adulti. È come se all’Italia non fosse ancora spuntato il dente del giudizio. Che non è giudicare gli altri, ma giudicare se stessi, sapersi assumere limiti, colpe, responsabilità oggettive. Dare, almeno, quanto si è ricevuto. Mettersi in dubbio.
La nostra maleducazione è un egocentrismo indomito, un’incapacità a trasformarci in coscienza collettiva. Sappiamo solo dividerci e combatterci, in bande, in lobby, in famiglie. Noi italiani siamo primordiali, abbiamo una psiche da età della pietra, e non ce ne rendiamo neppure conto. E questo è il danno più grave.
Perciò, cinquant’anni dopo, dobbiamo rimboccarci le maniche e ricominciare dalla pagina uno del sillabario della civiltà. Quella preceduta dal distico di Kennedy: «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese». Tutti noi, umilmente, dobbiamo cominciare a chiedercelo. Non sarà certo la caduta di Berlusconi, prima o poi, a risolvere la nostra atavica refrattarietà a trarre un bilancio individuale e politico fra il nostro dovere di dare e il susseguente diritto di avere.
3 Risposte to “DARE E AVERE”
By pezzi.divetro on feb 1, 2011
Complimenti: un pezzo davvero ben scritto ed un’analisi attenta. Non mi sembra vero di poter leggere concetti che condivido pienamente, invece della solita spazzatura da gossip e falsità da cui siamo sommersi ultimamente.
By ruvido on apr 12, 2011
Bravo!!
By Perladivongola on giu 3, 2011
Dedicata a ciò che abbiamo perché ci è stato dato, al prezzo che è costato
Storia di una grande velina rossa
C’è un grande manifesto ripiegato nel faldone 356 dell’Archivio comunale, dai caratteri neri, stampati su carta velina color rosso mattone; sul retro reca la data e il visto autografo del sindaco: settembre 1919.
Quel mese –racconta il manifesto- il giorno di domenica 21, si svolse la GRANDE FESTA ROSSA PRO CASA DEL POPOLO.
Sul finire dell’estate del 1919 Qualcuno deve avere molto amato anche solo l’idea che quel manifesto sarebbe stato di carta rossa e ne affidò la stampa a Qualcuno che ne scelse i caratteri, impaginandolo con semplice cura, con maestrìa, rendendolo ordinato e fine.
Qualcuno, e forse erano in tanti, era semplicemente FELICE di annunciare una lunghissima domenica di Festa per la Politica, grazie alla quale raccogliere fondi per completare la Casa del Popolo che Qualcuno aveva costruito, unendosi Cooperativa.
Qualcuno non poteva fare a meno di pensare intanto, che il 23 marzo appena trascorso, a Milano, Mussolini aveva fondato i fasci di combattimento e che c’erano state delle aggressioni alle Case del Popolo e alle Camere del Lavoro.
Qualcuno voleva fare la Rivoluzione, come in Russia.
Qualcuno era stato nelle trincee della Prima Guerra Mondiale e non ne voleva più sapere della guerra, ma stava lì lì per sentire che Gabriele D’Annunzio era entrato a Fiume.
Qualcuno, e senz’altro tanti, aveva perso un affetto nella Grande Guerra.
Qualcuno che era rimasto mutilato sognava di poter ritornare a sognare:PANE, PACE, LAVORO.
Qualcuno era abbastanza grande per ricordarsi l’epopea dell’Italia UNITA.
Qualcuno era così piccolo che avrebbe ricordato, poi, di essere ritornato a piedi un giorno di un altro settembre, quello del 1943. Qualcuno, di aver letto per decenni il nome di un compagno nel marmo, passando davanti alle Scuole Vecchie.
Qualcuno non dormì pensando che bisognava ricevere gli oratori per il comizio delle 17: l’On. Treves, il Dott. Zanardi, l’On. Brunelli; Qualcuno trovò sicuramente da discutere con Qualcun altro durante i preparativi; Qualcuno girò in lungo e in largo Calcara e dintorni per invitare la gente a partecipare.
Qualcuno, alla Lotteria di mezzanotte comprò un biglietto, e vinse! Il Calamaio di bronzo artistico! O Cinque bottiglie China Kola Ballandi, la Camicetta voilè oppure quella di seta! O il quintale di frumento, o Venti lire, magari la Bambola, o il Porta catino con i due cavedoni (cavdòn, gli alari del camino in dialetto bolognese) o, chissà i Quattro polli, i Due copertoni, le camere d’aria Pirelli. O il prosciutto! O Tre salami!
Qualcuno visse una Domenica felice,
qualcuno decise di sposarsi,
qualcuno ballò e qualcun altro restò a guardare i danzatori.
Qualcuno riuscì ad invitare per la prima volta una ragazza a ballare. Qualcuno pensò che non avrebbe potuto restare fuori di casa fino alle sei del mattino per la VEGLIA DANZANTE.
Qualcuno non andò a dormire ma subito a lavorare e intanto riusciva a sognare.
Poi, passò l’autunno. Passò l’inverno. Finì il Biennio Rosso e di Molinella restarono gli echi degli scioperi; abitava le strade invece, truce e stolto, lo strepitare dei fascisti: “Smetteranno. Il Re lo impedirà”, pensava qualcuno, ma cominciò quello che avrebbero chiamato Ventennio.
Qualcuno seppe subito da che parte stare e diventò presto un Clandestino, un Fuorilegge, un Sans-papier ospitato dalla Francia. Qualcuno continuava a pensare “Smetteranno. Il Re lo impedirà”, sebbene gli imponessero per chi votare.
Qualcuno prese le botte dai fasci, qualcuno prese la tessera del fascio.
Qualcuno amò Antonio Gramsci, manifestò per la sua Libertà, pianse la sua morte, ma non avrebbe dimenticato le sue Lettere.
Qualcuno corse nelle case a dire che era stato assassinato Giacomo Matteotti.
Qualcuno tentò di resistere, ma vide la Casa del Popolo presa con la violenza dai fascisti e si guardò le sue di mani, callose di mattoni, ruvide di povertà, incredulo, offeso, ferito. Ma Qualcuno gli sedette accanto quando tutto sembrava perduto. Così dalle mani lo sguardo si spinse oltre, ogni volta, ogni volta, ogni volta in cui tutto sembrava perduto.
E fu così che fecero la Differenza. La Storia proseguì, senza fermarsi davvero davanti a un portone, entrando nelle stanze, raccogliendo le lettere di quelli che avevano tutto da vincere o tutto da perdere.
Dalle mani lo sguardo si spinse oltre,
e non fa differenza sapere dove,
perché tutti quei Qualcuno
oh, Bella, siamo Noi. Ciao.
Buon 2 giugno 2011
Federica