Autoritratto
AUTORITRATTO
DI UN AUTORE DA CUCCIOLO
Sono nato a Roma ma la mia famiglia è sarda, e i padri dei miei padri provenzali e i loro avi spagnoli, e ho sempre desiderato vivere in una città che non c’è, perchè è Barcellona, con il quartiere Castello di Cagliari, la cattedrale di Alghero, un mercato provenzale e il porto di Lisbona. Mi sono innamorato per la prima volta a cinque anni, lei si chiamava “Baba”, una quattrenne bionda con le lentiggini, io facevo il paggetto lei la damigella di una coppia di sposi. Baba aveva frainteso, pensava che quei due fossero il nostro seguito e non viceversa: “Lo vuoi capire o no che ci sposiamo io e te?” E io: “Sei te che non hai capito. Gli sposi sono loro!” Era paffutella, deliziosa, mi redarguiva col suo mazzolino di fiori bianchi. Sulla scalinata di San Pietro mi dette un bacio sulle labbra per dimostrarmi che eravamo noi a sposarci, un’emozione tale che mi cadde il cuscinetto azzurro dove erano posate le due fedi che rotolarono giù per la gradinata generando uno scompiglio generale nell’elegante folla di ospiti. Giorni dopo, sul balcone di casa mia, la baciai io. “Hai visto che non eravamo noi gli sposi?” le dissi sentendomi molto più furbo e adulto. E Baba: “Ma che dici? Se mi hai appena baciata!”.
A scuola sono sempre stato rimandato o bocciato, finchè mio padre non mi affidò a Guglielmo Martucci, “l’uomo che sapeva tutto”, ed era stato, a sua volta, il suo professore di filosofia. Guglielmo era un genio di periferia, con i capelli da Einstein e il corpo deformato del gobbo di Notre Dame, perchè da bambino era caduto da un albero. Abitava in capo al mondo, distanza che veniva coperta da cinque autobus al giorno, andata e ritorno, e mi ha insegnato due cose: la prima, che studiare può essere più strabiliante della donna baffuta del circo; la seconda, che la periferia di una grande città nasconde dei monumenti umani, mentre il centro solo dei monumenti.
Da cucciolo, mio nonno mi leggeva Dante. Ne rimasi talmente impressionato che a nove anni scrissi un poema in tredici pagine dal titolo “La Divina Tragedia”. Mi rammento solo l’ultimo, esilarante verso (a me faceva piangere e vibrare d’immenso) in cui descrivevo così la mia caduta agli inferi: “E allor tombossi/ E fiamme e mari si riversarono sul mondo crudele”).
Mi sono diplomato privatamente a diciassette anni e sono andato a vivere da solo, in una camera dalle parti di piazza Navona, in Via Sora. Ricordo che le notti mi svegliavo di soprassalto per un bambino invisibile che piangeva disperato.

Mi informai chi avesse abitato quella stanza prima di me: era il più famoso medium di Roma –si diceva che in una sua seduta spiritica fosse apparsa la povera moglie di Roman Polansky uccisa barbaramente da “Satana” Manson- e facendo il trasloco, probabilmente, il medium si era dimenticato in casa lo spirito di quel bambinello piangente. Ritenni che fosse il caso di cambiare casa e mi trasferii. Per mantenermi ritiravo sacchi di monetine dalle macchinette Faema sparse per gli uffici della città e le rifornivo di zucchero, bicchierini e caffè; facevo l’aio di bambini di famiglie signorili (oggi si direbbe baby-sitter); la notte, per tre anni, sono stato praticante non riconosciuto per quotidiani secondari nelle tipografie a piombo di una volta. Più dei cronisti, i miei maestri sono stati i grandi tipografi che mi hanno insegnato che si può tagliare chiunque, e forse, prima ancora d’imparare a scrivere, ho imparato a tagliarmi. Molti anni dopo ho appreso che anche questo è un vizio, e conduce alla perfezione lapidaria della pagina bianca. Lo stile, credo, si raggiunge infondendo temperanza fra i due estremi.
Da ragazzo ho letto i romanzi che ho più amato: "Martin Eden" e “Il vagabondo delle stelle” di London, "Le illusioni perdute" di Balzac, "Alla ricerca del tempo perduto" di Proust, "Demian" di Hesse, le "Conversazioni in Sicilia" di Vittorini, "Tonio Kroger" di Mann, "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa, "Lo straniero" e “La peste” di Camus (ma soprattutto “Il mito di Sisifo” che mi ha insegnato a soffrire con dignità) e tutti i romanzi di Dickens pubblicati in Italia. Le "Memorie di Adriano" della Yourcenar, invece, Stendhal, i russi, la narrativa americana (Conrad e Melville) e in particolare quella sudamericana, a partire da "Cent’anni di solitudine", li ho letti dopo. Da ragazzo mi sono abbeverato a tutti i racconti di Poe, di Buzzati, di Calvino, di Cechov. Alle poesie di Rilke, di Borges, di Silvia Plath, di Eluard, di Neruda e di Evtušenko, e soprattutto di Giovanni Pascoli. L’amore per Pascoli e per la letteratura lo devo a mio padre e alla sua voce che tremava leggendomi "La pecorella smarrita" o "Tra San Mauro e Savignano" e alla sua sfavillante biblioteca. Oggi leggo meno, ma faccio incontri ancora straordinari. Jules Renard, per esempio, letti i suoi diari capisci chi sia stato lo zio di Flaiano.
Sono entrato in analisi freudiana all’età di quattordici anni perchè diventavo rosso quando parlavo con le ragazze. Ho partecipato alla prima terapia di gruppo in Italia, al Policlinico Gemelli, all’età di sedici anni, e una delle partecipanti, nella prima seduta, ha detto "Vorrei fare l’amore con lui." Tutti mi hanno guardato e sono diventato rosso come una lampada di cartapesta cinese, ma sono riuscito a dire "Veramente l’ho pensato anch’io di lei." Con la terapia di gruppo ho imparato a non mettere filtri fra ciò che si pensa e ciò che si dice. Con l’analisi individuale ho imparato a mettere filtri tra ciò che si è e ciò che si sogna di essere. Oggi penso, comunque, che la vita sia la migliore maestra in circolazione e che la psicanalisi abbia un solo, grande difetto: quello di farti ripiegare su te stesso fino a farti ombra e, paradossalmente, a impedirti di crescere.
Sono stato iniziato al Krya Yoga, lo yoga spirituale, dall’allievo di Paramahansa Yogananda, un indiano di più di ottant’anni e dal sorriso senza tempo che sosteneva di essere stato mio figlio in una vita precedente. L’ho molto amato, ma non amavo i suoi discepoli come, generalmente, non amo le "scuole", le sette, i club e le lobby, comprese le spirituali.
Il mio primo articolo riguardava l’emblematica morte di Antonio Corte, uno straordinario giornalista corrispondente da Parigi de “Il Mondo”. Uomo che non faceva compromessi, non “teneva famiglia” e non si vendeva per una bistecca. Scoprii che lo stress di essere un giornalista libero, in un paese di leccascarpe, gli aveva scatenato un suicidio nel sangue. E che dei batteri del nostro organismo, di solito innocui, possono trasformarsi in kamikaze. Sono diventato giornalista professionista a ventitré anni, il giorno dopo l’editore de "Il Globo" mi ha licenziato perchè, nonostante avessi scritto più di trecento articoli, mi ero permesso di fare l’esame sottraendomi alla mia condizione di "negro". Nonostante le promesse, la redazione non ha fatto un’ora di sciopero per me, ma due giorni per un aumento di cinquemila lire. La settimana successiva sono stato ricoverato per una broncopolmonite fulminante di origine sconosciuta e, dopo un mese tra la vita e la morte, sono stato salvato da un nuovo antibiotico non ancora in commercio. I batteri erano della stessa famiglia di quelli che suicidarono Antonio Corte. Grazie a questa esperienza ho scritto il mio primo racconto, s’intitolava "La sfida". L’ho bruciato insieme a tutte le centinaia di poesie scritte dai 14 ai 24 anni. E non si sa perché. Dal 1974 al 1976 ho inviato racconti e poesie a tutti i giornali d’Italia. Nessuno mi ha mai pubblicato o risposto. Nel 1976 "La Fiera Letteraria" mi ha pubblicato due poesie. L’articolo di presentazione cominciava così: "Chi lo dice che in Italia non esistono più poeti? Noi ne abbiamo scoperto uno…" Lo ricordo come uno dei giorni più emozionanti della mia vita. Anche in questo caso, rammento un solo verso di quella poesia giovanile: “Oggi ha sempre lo stomaco pieno/ e la gente lo nota come avesse mangiato suo padre”. Letto il quale si capisce perché sono entrato in analisi.
Nel 1977 ho cominciato a lavorare per Radio Rai, per la quale sono sempre rimasto un collaboratore esterno. Poi un direttore che non nomino, dopo il successo del Mercante di Fiori e soprattutto di Alcatraz, mi ha scritto che “non si capisce perché devo lavorare per le sue radio”. Spero che prima o poi qualcuno lo cacci e la Rai torni ad essere un servizio pubblico, non un fatto personale.
Da qualche anno mi dedico a ideare e realizzare show per la televisione e a scrivere romanzi. Faccio il mestiere che sognavo da bambino, anche se mi è sempre più difficile stupirmi come allora.

Sono divorziato, con due figli, Francesco e Michele, così diversi e inconfondibili da sembrarmi figli unici. Abbiamo un pastore tedesco che si chiama Sara e ci fa meravigliosi dispetti.
Preferisco i rigori della solitudine ad amori mediocri e a convivenze di comodo. Ma se si tratta di un raro, grande amore, mi arruolo subito e gettandomi ogni cosa alle spalle (tranne i figli) parto per questa meravigliosa guerra di emozioni, nervi, sensi e conoscenza, nella quale non arretro e non mi arrendo se non dopo essere stato fucilato dai plotoni di esecuzione di una donna. Dei racconti amo l’antefatto e il mistero dopo la fine. Per quanto riguarda questa, se qualcuno già la sapesse, è pregato di non raccontarmela. Anche se lo considerasse un film irrilevante, è comunque il mio. Come finirà non voglio saperlo neanche in cambio di uno scoppiettante sacchetto di popcorn.