07/09/2003

Quando la fiction diventa servizio pubblico

Massimiliano Lussana

E' stata dura, a un certo punto abbiamo odiato Diego Cugia, il signore che ha scritto lo sceneggiato radiofonico Il Mercante di Fiori, costringendoci a svegliarci per tre mesi - per i tre mesi estivi, quelli in cui farebbe piacere dormire più a lungo - alle otto o giù di lì. Doccia, colazione, spazzolino e poi in religioso silenzio davanti alla radio, per sessanta giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 8,45 alle 9,10, su Radiodue, ancora per una settimana.Sessanta puntate, roba da ricevere un premio per la pazienza e la perseveranza dimostrata all'ascolto. Nonostante tutto, persino nonostante gli incredibili errori di Radiodue, che, a volte, ha trasmesso puntate non in ordine cronologico o senza consequenzialità. Alla fine, però, il premio l'abbiamo avuto sul serio: ed è proprio il Mercante di Fiori. Senza paura di esagerare, senza toni trionfalistici, senza alcun eccesso di complimentosità: la miglior trasmissione radiofonica dell'anno. Perché lo sceneggiato radiofonico scritto e diretto da Diego Cugia ed intrerpretato, fra gli altri, da Emanuela Rossi, Michele Gammino, Sergio Graziani, Paolo Ferrari, Aroldo Tieri, Giorgio Lopez, Ilaria Stagni e Francesco Pannofino, non è solo perfetto tecnicamente: ben scritto; ben montato; ben reso dagli attori, capaci di drammatizzare le situazioni con i toni giusti; ben colonnasonorizzato, con i suoni usati come se fossero ulteriori dialoghi, con silenzi musicali e con musiche parlanti. Ma, appunto, la grandissima qualità tecnica del Mercante non è la sua qualità maggiore. Il vero merito dello sceneggiato di Cugia, qualcosa che è praticamente impossibile incontrare in qualsiasi altro luogo della radiotelevisione italiana, non è la qualità tecnica. E' la capacità di insinuare il dubbio, di raccontare il pensiero unico dominante, di essere anticapitalista ma senza toni apocalittici, di dipingere le sfumature dell'anima di Maria, la protagonista, che finisce nella rete della tratta delle bianche e ne viene man mano avvolta. Il Mercante di Fiori non descrive la tratta delle bianche, racconta un'altra storia: quella delle pieghe sconosciute dell'anima, quelle dell'incontro dell'uomo (della donna, di Maria) con se stresso. Ed è l'incontro più difficile, perché Maria si imbatte in un'altra Maria, molto diversa da quella che conosceva, dalla brava ragazza di buona famiglia. E però, dentro questa Maria più diabolica che angelica, ci ritrova tutta se stessa. Altrettanto credibile e altrettanto vera rispetto alla Maria originaria. E anche gli altri personaggi - forse con l'eccezione del monaco buddista, troppo superiore alle cose terrene per essere capace anche solo di pensare una cattiveria - non sono tagliati con l'accetta. Anzi: il malvagio più malvagio, riesce ad essere definito "un santo" dai Gesuiti. Oppure, l'eroina che salva le sue compagne di prigionie è una tossicodipendente all'ultimo stadio. O, ancora, il personaggio forse più sgradevole di tutta la vicenda non è un truce schiavista che rovina l'anima e la vita a decine di giovani ragazze occidentali, prese con l'inganno e strappate alla loro gioventù, ma una tranquilla signora borghese dei Parioli, talmente innamorata di suo figlio da dimenticare ogni minima regola di umanità nei confronti del resto del mondo. Il bianco che non è mai solo bianco e il nero che non è mai solo nero. Ci ha fatto riflettere, il Mercante di Fiori. E, per una volta, la Rai e Radiodue hanno fatto davvero servizio pubblico. Grazie. Grazie anche a Diego Cugia. Lasciarlo disoccupato sarebbe imperdonabile.