21/07/2003

«Siamo a corto di anima e d’idee»
L’isola pattumiera per scorie nucleari? I sardi ritrovino la dignità

Parla Diego Cugia, papà radiofonico di Jack Folla e autore dell’«Incosciente», un libro che incontra sempre più consensi
«Non si possono seguire esigenze contrapposte come il rispetto della natura e quello per le proprie tasche»
Pier Giorgio Pinna

Non è l’incosciente protagonista del suo ultimo libro. Ma certo Diego Cugia, papà radiofonico di Jack Folla e dell’Uomo di Alcatraz, sinora non ha avuto un percorso esistenziale e professionale comune. Anzi, si è spesso districato tra mille diverse attività. Cinquant’anni, di famiglia sarda (marchesato sassarese dei Sant’Orsola), Cugia ha alle spalle avi provenzali e spagnoli. Infaticabile autore di sceneggiature e romanzi, vive da tempo a Roma. Ma, sensibile al richiamo delle radici, sino a qualche giorno fa era in vacanza nell’isola.In passato, come spiega nell’autobiografia su Internet, ha fatto di tutto. Dal baby-sitter in case signorili al lettore mai sazio di classici della narrativa, dallo studioso di psicanalisi al cultore di Krya Yoga, dal giornalista all’autore di racconti. Sino ad approdare, nel lontano 1977, alle prime esperienze radiofoniche. E continuare poi con una serie interminabile di programmi per la Rai: dove, nonostante trasmissioni con big come Paolo Conte e Michele Serra, in questi ventisei anni è sempre rimasto inspiegabilmente un collaboratore esterno. Proprio in questi giorni, invece, è stato nominato consigliere di amministrazione della Siae, la società che tutela i diritti di autori ed editori. Nell’«Incosciente» (Mondadori) immagina che la notte del suo cinquantesimo compleanno un broker incapace ormai di assicurare chicchessia debba essere giudicato, in un castello sul mare di Nettuno, lo stesso nel quale venne tradito Corradino di Svevia, dalle migliaia di persone incontrate nella vita.
- Qual è stata finora la risposta da parte dei lettori al suo nuovo libro?
«Ai miei lettori dovrei fare un monumento perchè continuano a seguirmi nonostante li “maltratti”. Come si erano appassionati ai thriller esotici tipo “Il mercante di fiori” e “Domino”, gli ho propinato quel rompiscatole di Jack Folla. E non appena si sono identificati con un latitante rivoluzionario, grande comunicatore, invece di dargli un seguito, contro ogni regola di marketing editoriale, gli ho messo sotto gli occhi un uomo che non comunica neanche con sua moglie, Luca Svevi, un assicuratore fallito, il perfetto contrario del comunicatore di massa».
- Che genere di indicazioni voleva dare creando questo personaggio?
«Che ci si può innamorare dei vinti, e che gli uomini insicuri ma con una grande anima, meritano più fiducia dei grandi trascinatori con il cuore sotto le scarpe».
- Quanto c’è di autobiografico nel libro?
«Il minimo indispensabile, una cellula, un segno azzurro, una goccia di sangue. Quel tanto che basta a far muovere un personaggio di carta con le proprie gambe. Poi è lui a crearsi da solo una coscienza, una memoria, una trama. Uno scrittore deve solo trascrivere quello che il suo personaggio gli detta, non il contrario. Per esempio, la notte del suo cinquantesimo compleanno, io l’avevo avvertito Luca Svevi di non accettare quell’invito a cena, di non fidarsi di due assicuratori. Ma lui niente, è voluto andare lo stesso al Castello d’Astura, perchè più i personaggi sono liberi più fanno di testa loro, ed è bene così, anche la vita non ci chiede mai il permesso. A volte non ci concede nemmeno una replica».
- Da un anno non la si sente più nè alla radio nè alla televisione. Si tratta di censure politiche oppure qualcuno le sta facendo pagare il suo anticonformismo?
«Ma no, sono solo un uomo molto antipatico, non frequento salotti, non lucido scarpe, non bevo caffè con i superiori e non cambio bandiera. Inoltre ho il vizio dei giornalisti di una volta: quello di fare domande. Insomma, sono un eschimese in Africa. Adesso però le do una notizia dell’ultim’ora. Gli eschimesi in Africa sono milioni. E prima o poi troveremo un eschimese anche alla Rai che se ne renderà conto».
- Che tipo di programma vorrebbe fare alla radio o in tv se la richiamassero?
«“Zombie”, dedicato a tutti i morti viventi di questo Paese. Emilio Fede, per esempio, nessuno sa che era scomparso nel 1948 e che in tv mandano solo vecchie registrazioni».
- Che cosa pensa, da ex Jack Folla, della situazione politica nel Paese?
«Penso che il Centrosinistra non deve più rincorrere il potere perduto, ma rintracciare le grandi passioni sociali, l’immaginario collettivo, e progettare, con gli ideali della concretezza, l’Italia di domani. La situazione politica è pessima perchè i due poli si assomigliano nei vizi. Destra o sinistra non c’entrano. Mancano lo stile, il senso dello Stato, e l’essere al servizio dei cittadini, mettendo in soffitta la propaganda. Gli italiani sono a corto di anima e di idee. Per non parlare dei soldi. La grande delusione delle promesse della Destra: il portafogli».
- E qual è invece il suo giudizio di oggi sull’isola, un’isola minacciata persino dalla possibilità di diventare pattumiera per le scorie nucleari?
«La Sardegna, storicamente, è territorio di scorribande. Ma i sardi devono ritrovare la loro straordinaria dignità. Fermare lo scempio edilizio di certo turismo, per esempio, perchè non è possibile servire due padroni: il rispetto della natura e quello per le proprie tasche. La bellezza ha un prezzo. La vicenda delle scorie nell’isola più incantevole del Mediterraneo è grottesca».
- Perchè grottesca?
«Nell’Ottocento Garibaldi e Mazzini insorsero perchè si vociferava che Cavour volesse vendere la Sardegna. Lui rispose che piuttosto di vendere un lembo di terra italiana si sarebbe fatto amputare una mano. Togliamo qualche chilo d’enfasi e diamo la stessa risposta sul nucleare, tutti i sardi insieme. Berlusconi come la giustifica, nel semestre europeo, una regione di uomini senza mani? Al grottesco bisogna rispondere col grottesco, oppure si abbassa la testa e si è vinti».