30/04/2003

Cugia, torna il provocatore
Dal 30 aprile in libreria il nuovo romanzo dell'autore di Jack Folla.
Una storia intrigante su un processo a metà strada tra Pirandello e Kafka..

di Luisella Colombo
Da www.ilnuovo.it

Come vi sentireste se vi trascinassero di fronte a duemila persone che a prima vista vi sembrano estranee ma che poi si rivelano come entità che avete incontrato, spesso casualmente, nel corso della vostra vita? E se le duemila persone si fossero radunate appositamente allo scopo di processarvi?
Questo è quanto accade al protagonista dell'ultimo libro di Cugia, Luca Svevi, romano, broker disoccupato con una forte propensione al gioco. Dimessosi un anno prima dalle Assicurazioni Totali perchè "il mio problema è quello di non essere più in grado di assicurare niente e nessuno su niente e nessuna cosa al mondo, a partire dal sottoscritto".

Divorziato, con una figlia di sette anni, quattro pacchetti di sigarette al giorno, a mezzanotte sta per compiere cinquant'anni, quando viene trascinato da due ex colleghi a Nettuno, nella periferia di Roma vicina al mare, precisamente al Castello d'Astura e alla sua Torre, dove tutto è stato approntato per l'evento. Quello che a primo acchito appare come un ricevimento si rivela un'udienza, con un salone dotato di palcoscenico su cui troneggia uno scranno di noce e su cui capeggia la scritta Vivit et non Vivit.
Nel Castello sfilano persone che hanno fatto da comparsa nella vita del protagonista: il tabaccaio, una vecchia fiamma, la custode del condominio, l'animatore dominicano di un Club Med, il sarto, un commercialista, il meccanico che gli aveva truccato il primo motorino, un tifoso della Roma che allo stadio occupava la poltroncina accanto alla sua di abbonato, un monsignore, la prima fidanzata, l'avvocato che aveva seguito la separazione, il dentista. Ma anche lo zio monarchico che lo accusava di comunismo, e il mastodontico liceale plurirespinto che lo aveva sfidato per l'unica ragazza della classe, un palestinese che gli aveva fatto da autista durante un convegno a Tel Aviv. Una sequela di individui, "invitati che sembravano assortiti da un padrone di casa pazzo" ma che erano lì tutti per lui. 1957 per la precisione, provenienti dall'Italia ma anche dalle città estere dove aveva lavorato o trascorso più frequentemente le ferie.

Ognuno, radunato dalla Alter, una società esperta in questo genere di reclutamenti, con un gettone di presenza di 250 dollari diviene testimone e attende il turno per dire la sua. Gli interventi a favore del protagonista sono davvero pochi, ad opera di Odette, cantante di una boîte parigina, di una donna il cui figlio malato non era mai stato sbeffeggiato da Svevi quando ne era coetaneo, e paradossalmente, dall'amante della sua ex moglie.

Innumerevoli e prolisse invece le testimonianze accusatorie, per bocca della sarta della madre, di un cugino di terzo o quarto grado, di un turista giapponese, di un agente assicurativo figlio della prostituta da lui frequentata. Interventi che dimostrano in modo inconfutabile l'inconsistenza delle accuse, ma, al contrario, quanto ognuno ricami la propria verità attribuendo ad altri le responsabilità dei propri guai o malesseri. Tutti in buonafede, ciascuno con la propria versione, "un mondo di innocenti che pretende di essere risarcito".

Il capo di accusa per il protagonista è l'incoscienza, di fronte al quale egli prova ad ammettere alcune sue colpe tangibili, come l'aver adibito a garage una cantina o l'aver preteso una mazzetta da dieci milioni di vecchie lire. Ma la strategia non funziona. In questi frangenti c'è spazio per l'Amore, quello che se ne frega degli spazi temporali, che rielabora gli errori e i rimpianti e che si emoziona ed è disposto a rimettersi in gioco. La storia difatti riserva spazio ad una giovane figura femminile, che non fa parte dei testimoni e che fa sentire il protagonista "riconosciuto e accolto".

Ad un certo punto il romanzo cambia registro, le bordate di Cugia contro la mediocrità, l'autorità degli altri, la potenza dell'effimero, si sfumano in una dimensione più surreale. È qui che compaiono a testimoniare anche i genitori del protagonista, morti da molto tempo, e il Piccolo Principe, a ricordare che "l'essenziale è invisibile agli occhi". Preludio di un capitolo in cui le atmosfere dell'assurdo pirandelliano lasciano il passo a quelle di un film d'azione: sul palcoscenico compare un enorme patibolo, il protagonista fugge, fino a vedere il Castello incendiarsi e sparpagliare i frammenti, personali e storici, di cinquant'anni di vita.

Questo cambiamento di stile potrebbe lasciar intuire il finale del romanzo, che naturalmente non sveleremo per non rovinare quanto si scopre e si ricompone solo nelle ultime pagine. Una storia intrigante che ruota attorno al concetto che la percezione che gli altri hanno di un soggetto dipende dal loro personale filtro e non dal soggetto in sè. Metafora, se Cugia ci passa il termine, di uno sbandamento generale, di una scala di valori impazzita, di un'affermazione dell'identità che è continuamente messa alla berlina.