18/04/2004

Le storie di Jack Folla hanno un cuore antico
Nei bauli ritrovati in soffitta le carte preziose degli antenati sardi - Fantasia e realtà si sono date la mano per creare l'eroe radiofonico
di Aldo Carboni

Diego Cugia è un uomo alto e massiccio, è nato e vive a Roma. Scrittore di radio e televisione, ha inventato Jack Folla, il dj che aspetta l'esecuzione nel braccio della morte del carcere di Alcatraz; mentre aspetta, parla: monologhi su cose, stati d'animo, fatti. Ha avuto un grande successo tra i giovani, un oggetto di culto, non si poteva farlo morire; è evaso. Ridotto in clandestinità dai palinsesti Rai, scrive lettere dai bassifondi di Roma, ne è appena uscita una raccolta. Cugia ha cinquant'anni e due figli. "Me ne sono andato da casa a diciassette, per reazione, per dimostrare che si poteva partire da zero. Amavo molto mio padre, soffriva di sbalzi d'umore, nei giorni di luna nera, di depressione, l'orizzonte gli si scorciava davanti agli occhi, senza speranza".

"Rifornivo le macchine automatiche per il caffè, ho fatto l'istitutore di bambini ricchi, il giornalista abusivo, "negro" di redazione. Dai vecchi proto delle tipografie a piombo ho visto che si può tagliare il pezzo di chiunque, quasi sempre ne guadagnava. Ero un adolescente timido, per niente diventavo rosso come un pomodoro. Dalle sedute di psicoterapia di gruppo ho imparato a non mettere troppi filtri tra ciò che si pensa davvero e ciò che si dice; e c'è sempre qualcuno che sta peggio di te, ad ascoltare prima di essere invadenti. Ho praticato lo yoga, iniziato da grandi maestri; i maestri li amo, detesto il conformismo delle scuole, le chiusure degli esegeti col paraocchi, i gruppi di potere, le cordate, le lobbies. Sono per le persone, l'unicità di ognuno; ma sento fili, legature, siamo anche quello che altri sono stati prima di noi. Mio padre mi raccontava, le memorie, la Sardegna, la nostra famiglia ha lì le sue radici. Per anni sono stato a Roma un esule sardo, e là un romano in esilio. Ora, ci vado più spesso, in pace".

"Morto mio padre, ho cercato ricordi in qua e in là, anche nelle soffitte di una vecchia grande casa. Ho trovato quattro bauli, li ho aperti. Erano pieni di carte: il primo strato conti, fatture; più sotto, lettere, generazioni e generazioni di lettere, scritte dai padri ai figli, e dai figli ai padri, alle madri; parenti, amici, conoscenze,: di alcune, forse per indolenza, il sigillo di ceralacca non era mai stato rotto".

Dai bauli escono vite di vecchi, morti storditi da sogni mai realizzati; o la sorte di giovani, un padre scrive dal fronte della Grande Guerra a un piccolo Diego, il figlio che non rivedrà. Dalle carte si spandono anche gli echi dei fatti di cronaca politica, mescolati ai pettegolezzi mondani. Il Carnevale di Sassari: finì con una rivolta. Era l'anno 1853, andò così. Il Governo sabaudo sciolse i cavalleggeri di Sardegna e al loro posto mandò i bersaglieri, sbarcarono dal bastimento piume e fanfare in testa, tra il malumore popolare. Si acquartierarono, alcuni misero presto radici, anche nol cuore di qualche signora. Un capitano: in città si mormorava della sua storia con una bella dama. Venne Carnevale, in teatro si festeggiava con un gran ballo, era regola di buona creanza togliersi il cappello al principio della musica. Il capitano arrogante e maleducato non lo fece, si levarono urla contro di lui, in risposta chiamò i suoi alle spade: nel tafferuglio un innocente giovane cadde, ferito a morte. Lo scontro si propagò alle strade, divenne sommossa; durò tre giorni, alla fine i bersaglieri, salirono sulla loro nave, partirono: senza salutare, sempre col cappello in testa".

"Una bella storia, ci ho scritto sopra anche un romanzo: bloccato a pagina 250, non trovo il traguardo. Dovrei chiudere raccontando il ritorno in forze delle truppe, la galera inflitta a molti degli insorti: e non mi piace. Efisio, un antenato, era già a Torino, in quegli anni; militare di carriera, stava col re. Deputato al Parlamento subalpino, lavorava per Cavour. Combattè a Palestro, vicino ai volontari di Garbaldi. Fu anche per questo che lo mandarono in fretta in Sicilia, prefetto di Palermo con pieni poteri sul resto dell'isola".

"Un ordine: fermare Garibaldi, che al grido di "O Roma o morte" aveva raccolto nuove truppe col proposito di sloggiare il Papa. Non lo fermò: "Ho evitato una guerra civile - si difese poi in Parlamento - il popolo sarebbe insorto al suo fianco". Ma si comportò in quel modo anche per coprire il re, Vittorio Emanuele, che qulache traffico sottobanco con l'Eroe l'aveva intrattenuto. Garibaldi passò in Calabria, altri soldati andarono a fermarlo: e fu Aspromonte. L'anno dopo Efisio diventò ministro della Marina. Tornò in battaglia, nella sconfitta di Custoza: uno dei pochi generali che avevano avanzato - dissero - mentre gli altri arretravano. Fu ministro della Guerra. Poi, accompagnò a Roma come aiutante di campo il principe Umberto, il primo dei Savoia a vivere al Quirinale, dopo Porta Pia".

"Ero a Roma anch'io, più di un secolo dopo, e avevo più mutui che capelli in testa. In un momento di euforia, avevo comprato un pezzo di terra in Umbria, e commissionato i lavori per ammodernare una vecchia casa. All'improvviso, ero rimasto senza lavoro, le vicende della politica in Rai mi avevano fatto danno: perché proprio a me, che sono un cane sciolto. "Forse Giovanni Battista può aiutarmi", pensai. Dai bauli avevo letto una storia. Quel lontano antenato era stato lesto a fiutare il vento, in una delle guerre di Successione che avevano ammorbato l'Europa ai primi del '700. La sua posta, dal lumicino degli Asburgo di Spagna, l'aveva messa in capo a quelli d'Austria: il numero era uscito, la Sardegna era passata a loro. Lauto incarico, ancor più lauto stipendio, si era trasferito a Vienna; con 40mila fiorini aveva costituito una rendita, per ogni primogenito dopo di lui. MI avrebbe fatto comodo; con poche speranze e molto interesse organizzai una caccia a quella rendita. Scoprii presto l'orrenda verità: sul bordo di un tavolo, nella compulsione del gioco, un altro antenato l'aveva commerciata per infimo prezzo a vantaggio di un francese. Addio fiorini di Vienna, una mano dà, un'altra prende. Non era la mia, purtroppo. Sono stato il primo a non poter vendere niente, ci avevano già pensato gli altri".

" Furat chi e veni da e su mare: chi arriva dal mare viene per derubarti, dice un proverbio sardo, a volte è vero, altre no. Dipende. Anche dall'idea che abbiamo di noi stessi: la diffidenza deve aprirsi, giri l'angolo, passi il mare e la prospettiva diventa diversa. Achille Campanile, un grande scrittore, la stessa cosa la dice così, con un paradosso. Un indigeno di Antigua ebbe un'idea fulminante, andò dal suo re: "Signore - gli disse - dammi viveri e una piroga, sono sicuro, al di là dell'oceano c'è un grande continente.". Il re lo guardò come si guarda un matto; ma in fondo chiedeva poco, glielo dette. L'idigeno remò, dieci lunghissimi anni, finché non vide terra, approdò: era il proto di Palos, in Spagna. Aveva scoperto l'Europa".

"Ma l'entusiasmo durò poco; gli europei erano gente rudimentale, pieni di pregiudizi: gli toccò anche smettere di girare nudo. Gli venne in mente il suo Paese, gli usu e i costumi; insomma, ebbe nostalgia della civiltà. Ma rifarsi l'oceano a remi, due palle. Con una raccomandazione si fece ricevere da Isabella di Castiglia, la convinse che dall'altra parte del mare c'era un continente da scoprire. Gli bastavano tre caravelle. In fondo, era poco: gliele dette. L'indigeno fece un inchimo, rinculò, stava per uscire. "Tu - gli gridò la regina - come ti chiami?". "Cristoforo Colombo", rispose col primo nome che gli venne in mente, a caso. La stessa sera partì. Era il 3 agosto del 1492".