12/12/2005

Meglio morto che l'Isola dei famosi
L'inventore di Jack Folla torna alla radio con un nuovo programma. Perchè la tivù è solo un'orrenda realtà
Terry Marocco

La voce interna di Adriano Celentano è morta. Ma da zombie ritorna a farsi sentire. Diego Cugia, giornalista, scrittore e soprattutto autore radiotelevisivo di successo, è stato voluto da Adriano Celentano per il suo Rockpolitìk. Venticinque anni a RadioRai, con trasmissioni come Mocambo bar, scritta con Paolo Conte, i «radiofìlm» Domino e Il mercante di fìorì, fino al cult Jack Folla-Alcatraz. Poi l'epurazione e tre anni e mezzo di cono d'ombra. Ma ora risorge, anche se pare un controsenso dal momento che la sua nuova trasmissione, in onda dal 9 gennaio per 210 puntate (tutti giorni dalle 14 alle 15 e in replica alle 22) su Radio 24, l'emittente del Sole 24 ore diretta da Giancarlo Santalmassi, s'intitolerà Zombie.
Il caro evinto Cugia apre la porta del suo appartamento più vispo che mai. Teatrale, occhi azzurri, è tutto vestito di blu scuro. È accompagnatoria Sara, il suo pastore tedesco. Scrivania Ottocento, una lampada cinese e Jack Nicholson alla radio che canta una vecchia canzone. Fuori, il Lungotevere romano, a un passo dalla Rai.

Dal piccolo schermo con Rockpolitik al nuovo progetto, Zombie: Cugìa, che differenza c'è tra scrivere per la televisione e scrivere per la radio?
«.Per la radio si scrive veramente. Io sono contrario all' improvvisazione, il meglio si dà con un copione davanti. Non ho mai creduto alla radio fatta dalla "ggente", con due"g": io voglio uno spettacolo che non sia il peggio della nostra vita. Voglio parlate come i miei attori preferiti »
E la televisione?
«Ormai chiunque può fare un programma. Chi la vede crede che anche la propria figlia possa condurre. Se un tempo eravamo un popolo di "aspiranti doppiatori" oggi siamo tutti "aspiranti sceneggiatori", in mano a editor livellanti. Prendono ragazzini per risparmiare e poi gli riscrivono tutto. E ci si stupisce che Celentano abbia avuto un tale successo...»
Il pensiero torna sempre ai tanto deprecati reality…
«Soffrivo anche solo a vedere i pezzi dell'Isola dei famosi ripresi nella nostra trasmissione, Rockpolitik. Preferisco addirittura guardare una fiction: è meglio una mezza finzione, che quell'orrenda realtà. Ma la vita mi ha punito. Mio figlio di dieci anni mi ha confessato che non riesce più a fare a meno dei reality. È il mio karma, forse me lo merito...».
Rockpotitik ha avuto un successo incredibile, i giornali gli hanno dedicato le prime pagine. Editoriali, lunghi dibattiti, contro-ospiti. Ve lo aspettavate?
«È inquietante, ma non mi sono stupito. In televisione non c'è nulla. Quindici anni fa non sarebbe stato così, c'erano programmi che creavano fibrillazione. Oggi si fanno solo spettacoli con emozioni finte, con Celentano si è respirata di nuovo aria pura»
Qual era la novità rispetto a Francamente me ne infischio, l'altra trasmissione di successo che lei ha curato nel 2001 sempre con Celentano?
«In quaranta minuti della prima puntata si capiva che Rockpolitik era un evento, uno spettacolo. A partire dalla poesia sui barbari letta da Gerard Depardieu, che ho voluto io. Anche se non tutti hanno capito cosa c'entrasse, dava la sensazione che qualcosa di davvero diverso stava accadendo. E poi l'altra novità è stata che questa trasmissione ha creato un indotto spaventoso. Ci hanno mangiato sopra televisioni, programmi, controdìbattiti, ospiti. Per giorni hanno vissuto di rendita».
Si riferisce a Porta a Porta che commentava a caldo….
«L'ultima sera non ce l'ho fatta a vederlo, era davvero troppo. Guzzanti padre poi era agghiacciante. Non potendo intervenire sul programma di Celentano, essendogli scappato un contratto che impediva la censura, intervengono a un secondo dalla fine per cercare di bilanciare a destra un programma erroneamente ritenuto di sinistra».
Come funzionava la collaborazione con Celentano?
«I monologhi sono assolutamente suoi, abbiamo provato a dargli consigli, ma nel bene o nel male non li segue. Quando è partito con la necessità di tornare alla vita ottocentesca avrei preso a calci il televisore. Pensavo a due agricoltori di oggi di colpo precipitati nel freddo, con il bambino ammalato di malaria».
Rock e lento...
«La divisione del mondo in due non voleva essere "rock buono" e "lento cattivo", ma come al solito tutti si prendono troppo sul serio. A cominciare dal presidente di Slow Food, che ha fatto un attacco elogiando il lento. Anch'io penso che molte cose lente siano buone».
Adesso, dopo la televisione, il ritorno in radio, ma non sulla Rai. Nostalgie?
«No, perché purtroppo il suo grande patrimonio spettacolare e professionale è stato distrutto da un direttore incapace. E non mi riferisco solo agli ascolti precipitati di oltre un milione di ascoltatori per Radio-Due, secondo gli ultimi dati, ma per la perdita secca del marchio Rai. Quel timbro di riconoscibilità anche emotivo, che faceva trovare la sintonia anche a occhi chiusi. Sergio Valzania l'ha ridotta ormai a una radiolina commerciale, con qualche rara eccezione: Fiorello e programmi come la Barcaccia».
Cosa l'ha spinta a tornare in radio?
«Non posso stare zitto per far piacere a Valzania. Morirò, ma da morto andrò personalmente a parlare al microfono»