05/04/2005

Autore del mese
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Valentina Mazza

Nato a Roma il 24 Maggio 1953, Diego Cugia è di origine cagliaritana. A soli ventun anni è diventato giornalista professionista e da subito ha intrapreso la carriera di autore per la radio. Molti dei programmi da lui scritti hanno avuto un grande successo, a partire dal 1977 con “Mocambo Bar”, varietà di satira scritto insieme a Paolo Conte, passando poi per “Torno subito”, “Viva la Radio” e “La domenica delle meraviglie” (trasmissioni che hanno lanciato voci originali come quella di Michele Serra, David Riondino, Lella Costa), fino ad arrivare nel 1996 all’invenzione dei radiofilm con Il Mercante di Fiori e, l’anno successivo, Domino (entrambi poi pubblicati in forma di romanzo da Mondadori). Il radiofilm è un’invenzione di Cugia che consiste nella trasformazione del tradizionale radiodramma in un format che si avvicina sempre più al cinema. Un cinema però da ascoltare, per il quale sono state scelte le voci di alcuni dei più famosi doppiatori italiani.

E’ con “Alcatraz” che Diego Cugia ha raggiunto la più grande popolarità. La trasmissione, andata in onda su Radio Due dal 1999 al 2000, ha dato vita a Jack Folla, alter ego dell’autore, un D.J. rinchiuso nel braccio della morte della prigione più blindata degli Stati Uniti. Jack è, paradossalmente, l’unica vera voce libera in un mondo in cui tutti sono prigionieri e, per questa sua capacità di guardare gli uomini con la lucidità di un antropologo, è diventato un personaggio di culto, tanto che nel 2002 è tornato ad essere protagonista di una nuovo programma radiofonico (l’esperimento televisivo tentato su Rai Due nel 2000 è invece presto naufragato). Mondadori ha pubblicato due romanzi che raccolgono le parole taglienti di Jack, pronte a levarsi contro l’ipocrisia e la mediocrità dilaganti: Jack l’uomo della folla e Jack Folla. Lettere dal silenzio.

Tutte le opere di Cugia si fondano su un forte attacco contro la devastante e pericolosa banalità del mondo di oggi, nell'intento di risvegliare le coscienze. Romanzi come Rumors, voci incontrollate, No o L’incosciente puntano il dito contro il singolo individuo e la società intera che tentano di disperdersi per nascondere la loro incapacità di vivere limpidamente a testa alta.

Un amore all’inferno è invece il romanzo-verità appena uscito, già in vetta alle classifiche delle vendite. Qui troviamo più il Cugia giornalista che, in un incontro casuale, ha raccolto la testimonianza di Francesca Spagnoli, moglie del medico di Perugia trovato morto nel 1985 nel lago Trasimeno e sospettato di essere il mandante degli atroci delitti compiuti dal “Mostro di Firenze”.

Abbiamo rivolto all’autore alcune domande per saperne di più su questo suo ultimo lavoro, ma anche per conoscere più da vicino il padre della voce “scomoda” di Jack Folla.

Nella sua autobiografia racconta gli anni della giovinezza in un modo che ricorda da vicino il personaggio di Martin Eden, creato dalla penna di Jack London (citato, tra l’altro, per primo tra i suoi libri preferiti). C’è davvero qualcosa in comune tra lei e Martin Eden?
Ogni ragazzo triste che sogna di diventare uno scrittore felice idealizza Martin Eden. Un avventuriero dei mari che sfonda nella letteratura. Purtroppo vivere appassionatamente e scrivere appassionatamente sono due oceani che si prosciugano l’uno nell’altro. Chi sceglie di navigare sulle pagine, quasi sempre non potrà iniziare la sua autobiografia dicendo: “Dopo avere arpionato balene nel Santuario Antartico…”

La rinuncia finale di Martin Eden, rinuncia di chi ha visto lucidamente gli uomini in tutta la loro miseria e ha provato un’inguaribile stanchezza, è comprensibile o da rifiutare, dal momento che lei ha scelto di continuare a viaggiare in direzione ostinata e contraria?
Comprensibile. Immagini se Jack London fosse vissuto in Italia in questo periodo. Non sarebbe stanco, sarebbe esausto. Non è un Paese da Martin Eden. Noi non accogliamo gli uomini fantastici, li perseguitiamo. Non siamo l’America di allora che premiava l’eroe diverso, il ribelle ostinato e vincente, il futuro. Noi premiamo l’arroganza e la banalità caciarona e i nostri modelli sono mezze tacche. Chi sente di avere un piccolo Martin Eden dentro di sé ha una responsabilità enorme: deve sforzarsi di ridisegnare la fantasia di questo Paese, ha il dovere d’immaginarsi un’Italia felice.

Fabrizio De André definisce la maggioranza “come un’anestesia, una sfortuna, un’abitudine”. Quando ha lavorato per la televisione, soprattutto durante la breve avventura di “Alcatraz”, ha sperimentato sulla sua pelle questa “anestesia mentale”, per esempio nel dover obbedire alla legge degli ascolti?
Penso che si possa fare televisione senza snobismi, avendo chiare in testa le logiche di mercato. Ma se hai in testa soltanto quelle, se l’audience è il tuo unico Dio, anche il mercato, prima o poi, ti consumerà. Per fare una buona televisione ci vogliono fantasia e professionalità, ma non solo dalla parte degli autori, anche da parte degli editori. Se questi ultimi sono inginocchiati al dio Audience, nascono solo programmi in ginocchio. Nella televisione di oggi, chi ha un’idea è guardato con sospetto. E’ naturale. Se i funzionari della TV sono selezionati dal potere, se chi sceglie non è libero, nascono soprattutto programmi taroccati. Mi sembra, però, che il pubblico cominci a mangiare la foglia. L’ “anestesia mentale” c’è stata. Ci sarà anche il risveglio e la rivolta.

Jack Folla, il suo fratello in gabbia, il suo alter ego, è la “concretizzazione” del concetto di frammentazione della personalità. Quanto ha contato l’esperienza diretta con la psicanalisi nel suo lavoro di autore?
Moltissimo, sia in positivo che in negativo. Immaginiamoci lo scrittore come un Maiorca, che si tuffa nel blu dell’oceano, in apnea, alla ricerca di un nuovo record di profondità. Scrivere è la stessa cosa, tuffarsi nell’inconscio collettivo, dove la spersonalizzazione è in agguato ed è facile perdere se stessi. La psicanalisi è come la corda per il tuffatore. Ti aiuta a tornare in superficie. Bisogna stare attenti, però, a non aggrapparsi troppo a quella corda. Devi avere altri infiniti riferimenti, altrimenti sarai pure meno nevrotico, ma affoghi lo stesso.

Per parlare dell’ultimo lavoro, il romanzo-verità Un amore all’Inferno, quanto c’è stato di veramente casuale nell’incontro con Francesca Spagnoli?
Tutto. Due estranei che si incrociano, due solitudini che si parlano, un uomo e una donna che si conoscono per la prima volta. Con una sola differenza rispetto agli incontri normali: la sua storia era talmente urgente e davvero incredibile che ho completamente dimenticato la mia. Credo di averla ascoltata fino in fondo, ponendole migliaia di interrogativi. Giorni fa ho ricevuto una sua e-mail: “Grazie per avermi fatto liberare da vent’anni di angosce.” Ecco, mi ha reso felice.

Lei stava raccogliendo da diverso tempo materiali sul processo al “Mostro di Firenze” per scriverne un libro. Secondo lei questa terribile vicenda è in qualche modo emblematica dell’Italia di quegli anni?
Dell’Italia di sempre, in cui la verità è un optional e il segreto un vizio.

In Italia esistono moltissime logge e sette segrete che radunano uomini di grande importanza sociale e, spesso, politica. Cosa li spinge a voler appartenere a queste organizzazioni?
La furbizia, credo. Il potere inteso come scorciatoia individuale per ottenere di tutto e di più, e non come servizio sociale. Noi siamo il Paese del “Noi contro Loro”, di lobby in eterna contrapposizione, di bande. Tutti crediamo di avere diritto a tutto, con o senza meriti. Una specie di onnipotenza infantile generalizzata.

Francesco Narducci, il giovane e brillante gastroenterologo sospettato di essere il mandante dei delitti delle 8 coppie di amanti uccise in Toscana tra il 1981 e il 1985, rivela un aspetto inquietante della natura umana: la possibilità di apparire in un modo e di nascondere un mondo intero, un’altra vita. Come è possibile racchiudere in sé due personalità così opposte?
Forse bisognerebbe analizzare a fondo le frustrazioni di un geniale medico di provincia. Per quanto bello, ricco e affermato, (anzi, soprattutto per questo) sentiva di non avere interlocutori all’altezza delle sue più sfrenate fantasie. E se più in su non riesci a salire, e sei animato da un’energia potente e irrazionale, è facile scendere in basso, precipitare. Da questo momento la “scissione” fra due parti di te, la bianca e la nera, diventa quasi inevitabile. E l’una non tollera l’altra. E’ una “devianza” molto più comune di quanto si creda.

Dopo la pubblicazione del libro il Pubblico Ministero che si occupa del processo di Firenze ha voluto interrogarla in quanto persona informata dei fatti. A questo punto anche lei è entrato in qualche modo a far parte di questa spaventosa vicenda. Che effetto le fa?
No, non credo di essere in qualche modo “coinvolto”. Sono solo uno scrittore che ha ascoltato profondamente una testimone inconsapevole.

Francesca Spagnoli ha rifiutato per anni di mettere in dubbio l’impeccabile immagine del marito. Ora le sue barriere sembrano crollare, ma ha realmente preso coscienza della possibilità che dietro il fantomatico “mostro” si nasconda il marito?
Francesca non sa se suo marito era un mostro. Mostruoso, semmai, è chi, sapendo, l’ha tenuta all’oscuro di tutto deviandole il destino. Ora è semplicemente una donna che chiede di conoscere la verità. Ha sognato e rimpianto per vent’anni un “mostro perbene”? O Francesco è stata solo una vittima? Di certo, lui era coinvolto nei fatti. E non credo che questa sia stata una scoperta felice.

A cosa sta lavorando in questo momento? In futuro pensa di dedicarsi sempre più alla scrittura?
Sto lavorando a dei soggetti e delle sceneggiature, e fantasticando su un’idea: quella di scrivere un musical su Giacomo Leopardi, il più rock dei nostri poeti. In futuro? Credo che continuerò a battere sui tasti sognando una vita contraria a quella di Martin Eden. Lui cominciò sul mare e finì con lo scrivere, io sul mare ci vorrei finire, magari a Tangeri, guardando la sera l’Europa che si accende.