02/04/2005
Mio marito il mostro di Firenze? No, non può essere
I retroscena dei delitti in un libro di Diego Cugia intitolato «Un amore all’Inferno» e pubblicato da Mondadori
La verità della moglie di Francesco Narducci, il medico sospettato di essere il mandante
Alessandro Mezzena Lona

Fuori, la caccia al mostro di Firenze procedeva con furia isterica. Con passo incerto. E lei, dentro casa, per quattro anni e mezzo forse si è addormentata con il serial killer più feroce d’Italia al fianco. Senza sospettare nulla. Senza mai insospettirsi.
Per vent’anni, Francesca Spagnoli è rimasta zitta. Inghiottendo le umiliazioni più feroci. Come quando «in un ristorante sul Trasimeno il proprietario si è rifiutato di servirmi perchè, secondo lui, ero la moglie del mostro». Poi, un giorno, ha incontrato Diego Cugia. Il Jack Folla di «Alcatraz», l’autore di quel libro bellissimo che è «Il mercante di fiori». Al giornalista e scrittore romano ha deciso di raccontare tutto. Il suo smarrimento, lo sgomento per un matrimonio iniziato come un sogno e finito nell’incubo. L’incapacità, ancora oggi, di arrendersi al fatto che suo marito, Francesco Narducci, medico gastroenterologo e stimato professore universitario, fosse il mandante dei delitti del mostro. Un uomo malato, ambiguo, dalla doppia vita, come sospettano inquirenti e magistrati. Un giovane talento invischiato in uno dei più terrificanti deliri omicidi del nostro tempo.
Non è stato facile parlare, per Francesca Spagnoli, figlia di un industriale dolciario che aveva inventato il «Fruttosello Spagnoli», merendina copiata da altri con maggiore successo. Quel lungo colloquio è diventato un libro, «Un amore all’Inferno» (Mondadori, pagg. 141, euro 14). Un documento raggelante che Cugia ha voluto trasformare in un anomalo romanzo. Dove la realtà supera di gran lunga la fantasia. E mette i brividi, perchè ancora oggi i misteri del mostro di Firenze non sono stati svelati. Anzi, c’è qualcuno che spedirebbe volentieri in archivio l’intera storia. Per proteggere certi amici influenti. Perchè non si sappia la verità.
Era una ragazzina, Francesca Spagnoli, quando incontrò per la primna volta Francesco Narducci. Aveva sedici anni e mezzo e di lui, figlio di un famoso ginecologo, alto, magro, distinto, gli occhi di un azzurro torbido, «di un’avvenenza quasi indisponente, fragile, di porcellana», aveva sentito parlare come di un «playboy internazionale». Di uno che, nella sua camera, teneva «una cesta ricolma di lettere e fotografie delle sue fidanzate». Anche se il padre della ragaza aveva sempre raccomandato a lei, e alle sorelle: «Frequentate i fratelli Narducci perchè sono persone molto per bene». Lui aveva 28 anni, dodici più di lei. E quando, dopo il primo incontro con il playboy di casa Narducci, Francesca rientrò troppo tardi la notte, suo padre decise di esiliarla a Londra. Come se la lontananza fosse sufficiente a spegnere la passione. Di lì a pochi giorni da Perugia partì un fascio di rose rosse. Quarantotto, per l’esattezza. «Emanavano un profumo talmente intenso - ricorda Francesca - che la notte non riuscii a dormire. Innamorarsi a sedici anni è un’apocalisse». No, l’apocalisse doveva appena iniziare. E solo adesso Francesca ricorda che, con la scusa di aiutarla a superare i problemi che le impedivano di restare incinta, suo marito, ogni volta, le iniettava una dose di Valium in vena prima di fare l’amore. «Per farla diventare feconda - si chiede Cugia - o per addormentarla ed essere libero di muoversi nell’altra sua vita?». Era quello il momento in cui si svestiva dei panni di serissimo professionista per rispondere al richiamo oscuro delle sue inconfessate perversioni? Era lui che partecipava ai festini satanici nella villa «La Sfacciata», in cui Pietro Pacciani lavorò come giardiniere? E con lui c’erano altri mandanti «eccellenti» come il farmacista Calamandrei, il dermatologo Sertoli, lo stilista Parker?
Mario Luzi, il poeta in odore di Nobel, non era riuscito a stare zitto quando Pietro Pacciani venne condannato per i delitti del mostro. «Mi sorprende molto che ci fosse questo contadino, il Pacciani, che avesse fatto questo lavoro di anatomia, di macelleria». Tra il 1968 e il 1985, l’assassino si era accanito sulle coppiette di fidanzati, accanendosi sulle donne, portando via come feticci organi genitali e lembi di seno. Ai «compagni di merende» interessavano davvero quei macabri trofei umani? O, alle loro spalle, c’erano personaggi come Narducci, disposto a servirsi di loschi individui pur di poter dispore di quei brandelli di carne umana da utilizzare, poi, negli strani riti della setta della Rosa Rossa?
Riti inconfessabili. Coperti dal silenzio massonico dei personaggi influenti che gravitavano attorno alle malefatte del mostro. Riti di sangue da annegare in altro samgue. Come quello di Francesco Narducci, «l’uomo che forse aveva una doppia vita, ma che certamente ha avuto un doppio cadavere», annota Cugia.
Sparito la mattina dell’8 ottobre del 1985, il dottore verrà ritrovato cinque giorni dopo nelle acque del lago Trasimeno. Nel punto preciso indicato da un veggente. «C’era un sommozzarore sul fondo che sganciò la salma dai pesi a quell’ora precisa?», si chiede Cugia. Sepolto in fretta e furia, quel corpo verrà riesumato nel 2002. Nella bara non troveranno, però, l’uomo affogato, rimasto a galleggiare per cinque giorni nell’acqua. Ma un Narducci ucciso per strangolamento e incaprettato.
Vittima o carnefice? Dal 1985, il mostro s’è dissolto nel nulla. E i sospetti non sono ancora verità.