30/11/2006

Non ci crederete, ma sono stato molestato anch'io
Claudio Sabelli Fioretti

Improvvisamente Gianni Morandi diventò cattivo. Faceva i dispetti alla gente per la strada. Diceva cose tremende. Che fine aveva fatto il bravo ragazzo? «L’eterno ragazzo? Che palle!», diceva nei promo del suo nuovo programma Non facciamoci prendere dal panico. Chi c’era dietro questo improvviso e inaspettato cambiamento? C’era Diego Cugia, scrittore e autore televisivo. L’uomo che si fece Jack Folla per Radio Due. Che diventò Zombie per Radio 24. L’uomo che aveva inventato «Rock o lento» per Celentano.

Ma è vero che lo hai incattivito come sostiene Fiorello che quando imita Morandi si giustifica delle sue cattiverie dicendo «Me l’ha detto Cugia»?
«L’immagine di eterno ragazzo poteva diventare patetica».
Il desiderio di cambiarlo potrebbe essere causato dal tuo narcisismo.
«Che io sia un narciso è evidente. Però in questi casi mi considero più un sarto che cuce un vestito su misura per il personaggio di cui si occupa. Io non faccio fare a Gianni i miei monologhi. Un Morandi “cugista” sarebbe inattendibile».
Aldo Grasso ha scritto che Bibi Ballandi, il produttore della trasmisisone, ti ha fatto diventare più democristiano.
«Per diventare più democristiano avrei dovuto essere stato democristiano prima».
Cogli il senso della frase...
«Vabbè, un certo compromesso c’è, ma mai invalidante».
A volte però Gianni è veramente cattivo.
«Volevamo vedere le reazioni della gente di fronte a un Morandi insolito. Come nella “candid camera” girata a Pesaro in cui Gianni fa interrompere un matrimonio raccontando di aver avuto una storia con la sposa, che era incinta di quattro mesi. “Quel bambino è mio”, diceva Gianni».
Mica male come perfidia.
«Guarda che il Morandi cattivo esiste nella realtà. È una parte di sé che nemmeno lui conosce. Come si fa a non essere cattivi dopo 40 anni in questo mondo tremendo? Dopo la prima “candid” mi ha guardato. Era agitato e felice. Stava meglio».
Non era rischioso?
«Avevamo due persone in scena pronte a svelare la finzione. Una volta Gianni doveva sedurre una fan, portarla in camera e, sul punto di baciarla, stramazzare al suolo morto. Alla fine non l’abbiamo mandata in onda. Alla cattiveria c’è un limite».
Il tuo è un continuo giocare con la morte.
«Nasce da una profonda paura e dal tentativo di esorcizzarla. Sin da piccolo sono stato abituato da un padre un po’ depresso a prendere tutte le cose come se ogni attimo potesse essere l’ultimo. Con la morte io ci gioco».
Prima ti nascondevi dietro Jack Folla ora dietro Celentano o Morandi...
«Ho una multipersonalità, questo è evidente. Io non sono convinto di essere Diego Cugia. È come se non avessi mai un bagaglio precedente e la memoria fosse frantumata. Per potere avere un pezzetto di vita devo inventarmi una storia nella quale inserirmi. Ma quando facevo Jack Folla il nascondermi era più protagonistico che non andare in prima persona».
Come nacque l’idea di Jack Folla?
«Da 10 anni facevo per la Rai un programma ogni tre mesi, Torno Subito, Viva la Radio, Voi e io. Ad un certo punto mi sono detto: “Debbo fare un programma che duri”. La proposta fu: un dj nel braccio della morte trasmette dischi e parla del più e del meno. Dissi: “Stavolta il timer me lo metto da solo. La trasmissione durerà nove mesi e si concluderà con l’esecuzione della condanna. A questo punto tiro fuori tutto quello che devo. Mi faranno chiudere prima? Pazienza. Mi sarò tolto la soddisfazione di dire la mia”. Il primo mese fu drammatico».
Chiamavi pezzi di merda i dirigenti Rai.
«Ondate di protesta. Poi l’Avvenire ne colse l’aspetto cristiano. Jack Folla è stato salvato dal giornale dei vescovi. Poi, arrivarono anche i consensi».
Però... la Rai... coraggiosa...
«Jack Folla era nato come un’operazione anche commerciale, portare i giovani a Radio Rai, utilizzando una voce da cinema, musica da cinema, battute un po’ eccessive da romanzo giallo».
Quanto c’era di te in Jack Folla?
«Io mi immedesimo molto in quello che scrivo. Ho raccontato pezzi imbarazzanti della mia vita, ma imbarazzanti forte».
Tipo?
«Ho raccontato di quando un prete, in colonia, mi insidiò. Un episodio che avevo rimosso. Accadde una cosa magica. Una ventina di persone che avevano subìto violenze sessuali nell’infanzia, mi scrissero lettere meravigliose ringraziandomi di aver cominciato io, sputtanando me stesso».
Jack Folla doveva morire.
«Mi chiamò Celli, il direttore generale: “Lo lasci vivere”».
E tu lo hai lasciato vivere. Un gran paraculo.
«A Celli risposi no. Jack doveva morire. Ma poi mi venne la paura che qualcuno si suicidasse. Mi arrivavano lettere di donne: “Il giorno in cui tu morirai, Jack, io mi butterò dalla finestra”».
E tu ci credevi?
«Nove su dieci erano modi di dire. Ma se fosse successo veramente? Sarei stato rovinato per sempre».
Allora?
«L’ho fatto evadere». Ma poi, alla fine...
«Alla fine ho preferito fare un passo indietro. Sono tornato nell’anonimato. Fine di Jack Folla. Prima che la Rai me lo censurasse. Però poi la Rai ha censurato me».
Ma Jack Folla non è morto.
«L’ultima puntata è salito sulla moto ed è scomparso».
Altra paraculata. Può tornare.
«Certo. Se butta male, torna Jack Folla».
Il boicottaggio Rai?
«Mandai mille proposte a Sergio Valzania, direttore di Radio Due. Tutte respinte. Avevo fatto anche altre cose prima di Jack Folla. Il Mercante di fiori, Domino... Come potevo pensare che non mi avrebbero più chiamato?».
Sei pessimista.
«Siamo un popolo che vola basso, non vedo aquile. Siamo l’ultima periferia dell’impero. Io vorrei vivere in un’altra epoca. Uscire a cavallo la mattina e andare alla battaglia di Solferino. Mi angoscia questo inciucio continuo».
Aldo Grasso ha scritto che sei un anarchico che guadagna mezzo miliardo e pubblica da Mondadori, la casa editrice di Berlusconi...
«Mezzo miliardo? Magari. Ma se anche guadagnassi il doppio che cosa vuol dire? Non dovrei guadagnare? Mondadori pubblica anche il subcomandante Marcos. E se mi censurano anche una riga, me ne vado».
Politicamente...
«L’ultima volta ho votato centro sinistra. Ma oggi non voterei più. Manca il gesto grande, l’osare, uno che si affacci alla finestra e dica che l’aria è cambiata».
La tua vita...
«Sono nato a Roma, purtroppo. Avrei voluto nascere in Sardegna».
Famiglia?
«Padre avvocato e madre casalinga. Nobili decaduti. Non avevamo i mezzi per vivere ai Parioli ma ci vivevamo».
Te ne sei andato di casa a diciassette anni...
«Mio padre, che pure mi aveva educato alla libertà, mi telefonò: “Ho in mano la pistola. Se non torni mi ammazzo”. Gli risposi: “Ammazzati perché non torno”. Mi sentii malissimo ma lui non si ammazzò e i nostri rapporti migliorarono. Non fu vita facile. Ho anche chiesto l’elemosina una volta. Fermai una signora e le chiesi cinquanta lire per una pizzetta».
Poi però...
«Feci di tutto, il baby sitter, le ripetizioni di italiano, cominciai a girare i giornali a rimediare umiliazioni finché non incappai nell’Umanità, quotidiano dei socialdemocratici».
E sei diventato socialdemocratico.
«No, ma rimasi molto legato a Pierluigi Romita. Gli scrivevo le dichiarazioni, i fondi. Ero diventato una specie di Martelli del Psdi. Un giorno gli dissi: “Voglio entrare in un grande giornale”. E lui: “Corriere o Stampa? Dove vuoi tu, ma ricordati che sei il mio uomo”. Io allora gli dissi: “Lasci perdere, non sono capace”. Poi un giorno: “Devi diventare segretario della federazione giovanile”. E allora me ne andai».
Dove?
«Un mio amico mi fece collaborare a Voi ed io, un programma storico della Rai».
Del Noce ti odia.
«Sai come vanno queste cose... dovevo scrivere per Zombie 18 pagine al giorno. Buttavo dentro tutto. Criticai Del Noce quando disse a Vanity Fair che lui e i suoi collaboratori si sparavano con la pistola ad acqua al settimo piano di viale Mazzini, che una volta era andato a 300 all’ora con la sua Ferrari. Abbiamo una visione del mondo diversa ma gli chiedo perdono. Effettivamente sono stato troppo feroce».
Grasso dice che il vero direttore di Rai Uno è Ballandi...
«Un po’ è vero».
L’importante è non essere odiato da Ballandi.
«Ballandi è un uomo d’apparato. Un cardinale che si muove bene in Vaticano. Se sei odiato dal Vaticano il cardinale prima o poi ti odierà».
Ti piace?
«Andrebbe protetto come una foca monaca. I suoi show sono una forma di spettacolo che rischia di essere spazzata via dalla storia».
I due tormentoni «Rock/lento», e «Ce l’ho/mi manca» sono stucchevoli.
«Sono giochini. “Ce l’ho/mi manca” è un sistema per poter dire cose che altrimenti in un varietà televisivo non potrebbero essere dette. Come si fa a dire in un varietà di Rai Uno “Mi manca lo Stato libero e indipendente della Palestina?”».
E «Rock/lento»?
«Mi ha colpito l’indotto che ha generato. I giornali ci hanno campato per mesi, oltre il limite del sopportabile. La Fiat ci ha fatto addirittura la pubblicità».
Mariuccia Ciotta, sul Manifesto, ti definì razzista e carogna.
«Sul mio giornale preferito! È stupefacente come Jack Folla abbia smosso l’inconscio, un inconscio armato in questo caso. Alla Ciotta io perdono tutto per quel titolo meraviglioso fatto dopo l’elezione di Ratzinger, “Il Pastore Tedesco”».
I critici...
«I critici da sempre dicono basta alla tv spazzatura. Ma se uno prova a fare qualcosa di diverso lo massacrano. Con Morandi abbiamo fatto lo sforzo sovrumano di far andare d’accordo lo share con la qualità. Ma nessun critico se ne è accorto. La critica italiana è servile nei confronti dell’audience. Rimpiango la cattiveria illuminata di Sergio Saviane».
E i dirigenti?
«Per loro basta mezzo punto di share e passi da genio a imbecille».
Grasso, che ti marca stretto, si chiedeva se sei anarchico o furbacchione.
«È sorprendente che Grasso, che mi accusa di fare delle prediche, poi mi fa delle prediche infinite. Tutte le recensioni che Grasso mi dedica sembrano i consigli di una vecchia zia».
Alla fine ti sei affezionato...
«Io lo amo Aldo Grasso».
Il critico che ti piace di più?
«La Comazzi. Mi critica anche lei, ma mi piace».
Salvi qualcosa della televisione?
«Blob e qualche cosa delle Iene. Poi, solo History Channel».
Che cosa avrebbe detto Jack Folla delle intercettazioni?
«Avrebbe detto: “Non sono state le intercettazioni in sé ad avvilirmi, fratello, né le cimici gossipare, né i servizi segreti da Repubblica delle Banane, ma il linguaggio da terza elementare, l’italiano sventrato da questi malavitosi d’avanspettacolo, perché il Male è un’arte, mentre i Moggi e i Savoiardi intercettati intingono i loro biscottini in una marmellata da supermercato Conad. Oggi anche il Potere è alla frutta. Leggi le intercettazioni e ti sembra di vivere in uno di quei caseggiati impregnati dalla puzza di broccoli e minestrone. Farsi fottere da gente che parla al telefono così, è come suicidarsi con un ago di pino”».
Gioco della torre. Soru o Briatore?
«Il ricco deve fare del bene e non farsene accorgere. Il resto è esibizione pura. Briatore fa della sua ricchezza un culto».
Celentano o Morandi?
«Piuttosto che buttare due amici come Morandi e Celentano, dalla torre mi butto io, i miei bambini e il mio cane».
Valzania o Del Noce?
«Salvo Del Noce. Valzania è il prodotto dell’inciucio supremo. È l’homo trasversalis».
Tg1 o Tg5?
«Butto il Tg1. L’idea che da quando sono nato ogni sera ha mandato in onda la dichiarazione di Mastella è terrificante».
Carlucci o Gardini?
«Butto la Gardini. Sublima la sessualità repressa con un berlusconismo da pulpito domenicale».
Prodi o Berlusconi?
«Butto Prodi. Non sorprende, non osa. Ci doveva far sognare e siamo qui a fare i conti della serva».
Della Valle o Galliani?
«La faccia ad “O” di Galliani mi fa pensare alla canzone di Povia. Ogni volta che parla, io e i miei bambini facciamo “Oh!”».
De Filippi o Ventura?
«La De Filippi è un genio del male. L’adoro».