29/01/2006

Uno zombie nell'Italia degli inciucioni
Diego Cugia, alias Jack Folla: il cammino da Celentano a Soru
GIORGIO PISANO

Col nome di Jack Folla ha stregato una generazione radiofonica di adolescenti e padri d'una sinistra ingolfata di dubbi. Adesso ci riprova: si fa chiamare Zombie e dai microfoni di Radio 24 (la voce di Confindustria diretta da Giancarlo Santalmassi) manda avanti il suo vangelo libertario tra stupore e gridolini di trasgressione. Diego Cugia, sardo-romano di mezza età, è anche il padre del tormentone più discusso dell'inverno: rock o lento? Insieme a Vincenzo Cerami e Carlo Freccero, figura tra gli autori che hanno dato voce ad Adriano Celentano nell'ultima comparsata messianico-televisiva dell'invecchiato ragazzo della via Gluck. Cugia ha coniato il dilemma rock/lento alle cinque del mattino in una stanza d'albergo, a ridosso di un incontro che doveva mettere a punto la trasmissione più titolata (sui giornali) dell'anno. Adesso, visto l'uso che ne hanno fatto, invoca le attenuanti e giura: «Non volevo». Separato e padre di due figli, è stato anche uno dei consiglieri di Renato Soru durante la campagna elettorale del 2004. È finita in vacca. «Io ho un brutto carattere, lui peggio». Ammette senza difficoltà di avere un ego piuttosto dilatato. «In caso di trasporto, servirebbe un Tir». Ma aggiunge anche d'essere, in fondo, un uomo rabbiosamente e disperatamente solo. Occhi cerulei, ventre importante e passo riflessivo che fa ondeggiare la sciarpa blu sul parquet assediato dai libri, risponde alle domande di un'intervista nella sua casa sulla Salaria, a Roma. Sara, pastore tedesco ultrapacifista, intanto fa la guardia sotto la scrivania e sembra pendere (come uno dei tanti ascoltatori di Jack Folla) dalle centellinate parole del padrone. Che parla senza fretta e mostra la trasparente innocenza di un protagonista capace di pentirsi, contraddirsi, saper dire quando serve: ho sbagliato. Il tono è da predicatore televisivo, le frasi - incollata una a una - sono grani del rosario di chi si sente insoddisfatto di questo Paese. Anarchico, più che a destra o a sinistra. Un lontano cugino, che si chiama Michele Serra e scrive su Repubblica, gli ha rinfacciato d'essere impudico. «Ha ragione. Parlo di me fino in fondo, mescolo pubblico e privato perché non tollero filtri». La certificazione di sarditudine è blasonata. A Italia appena fatta (seconda metà dell'Ottocento), la marchese di Sant'Orsola, sassarese, ha sposato un cugino Cugia, cagliaritano. Il risultato, un secolo e passa dopo, è un sardo orgoglioso e nostalgico, uno che vorrebbe vivere in una città fatta col quartiere di Castello immerso nella febbre di Barcellona. Uno che va e viene da Alghero dove vorrebbe costruirsi una casa, sempre che vengano aggiustati certi estremismi del Piano paesaggistico regionale. «Ho per la Sardegna amore sfrenato e assoluto rimpianto». Il vocabolario, causa autostima ipertrofica, è dosato con la pignoleria del farmacista. Ma non per questo meno sincero e diretto. Cacciato dalla Rai dopo una trasmisssione di successo ma incontrollabile (Alcatraz), Cugia ha conquistato il fascino del cane sciolto. Non fa finta di stare su una barricata ma sta stretto pure dentro la divisa del maggiordomo disobbediente. Ne sa qualcosa proprio Renato Soru e quelli che, da venticinque anni a questa parte, hanno dovuto fare i conti col suo senso di libertà. Che viaggia sempre a microfono aperto. Che significa essere un totem? «Lo sono diventato mio malgrado, mettendo le mani avanti e avvertendo tutti: diffidate di me. Manu Chao mi ha detto una volta che ogni leader è un figlio di puttana, perciò mi regolo». Lei parla in radio come se fosse all'Angelus. «Sono fortunato, sento la corrente della comunicazione sotto pelle. Racconto quello che sono senza censure e questa finisce per essere una tecnica che acchiappa l'ascoltatore». Gli esordi sono stati duri. «Ho lavorato da clandestino in molti giornali di serie B a Roma. Ho imparato soprattutto dai tipografi. Poi, un giorno mi sono presentato a una selezione di Radio 2. Dovevano scegliere nuovi deejay: il pubblico ha votato me e Massimo Catalano». Passo dopo passo fino all'improponibile dilemma: rock o lento? «Si trattava di escogitare un tormentone, perché in fondo solo di questo si tratta, e giocarci sopra. Rock o lento è niente, una cazzatina. Ma sapevo che avrebbe sfondato». Facile lavorare con Celentano? «No. Ancora meno facile con sua moglie, Claudia. Durante le riunioni preparatorie di Rockpolitik ci sono stati confronti estremi, anche aspri». È proprio un analfabeta o recita una parte? «Che Celentano non sia un uomo di cultura è sicuro. Ma ha fiuto e intuito straordinari. Ed è un uomo di coraggio: per questo lo stimo». Perché Jack Folla piaceva? «Offriva certezze e sentenze ai dubbi dei giovani. Sono stato il fratello maggiore che molti ragazzi non avevano, il padre che c'era e non c'era». Senza difetti? «Jack Folla era supponente, enfatico, un po' troppo schierato. Hanno detto anche che era retorico, populista. È un rischio che corri se tocchi le corde di certe passioni». Zombie è un figlio legittimo? «In un certo senso. Dopo Alcatraz la Rai mi ha isolato, messo da parte. Decine e decine di proposte: nessuna risposta, silenzio. Se hai 50 anni e da 25 fai radio, che altro ti inventi? È una coltellata alla schiena, ti uccide: ed ecco che così nasce lo zombie, morto vivente». Stesso successo? «Abbiamo appena cominciato ma promette bene». Lei ha detto: faccio Zombie contro la politica di questo Paese. «Sì. Ce l'ho con quelli che a Roma si chiamano inciucioni, politici trasversali, voltagabbana. Ce l'ho con tutti quelli che si arricchiscono sotto qualunque regime. Vale a destra e a sinistra». Identikit dell'ascoltatore. «Ci sono zombettini di 15 anni e signore di 90. E questo perché Zombie (come Jack Folla, del resto) opera una frattura: non sono berlusconiano ma nemmeno integrato nella chiesa di sinistra». Insomma, con chi sta? «Con la gente, e non è retorica. Per un certo conformismo di sinistra sono in odore di eresia, per la Chiesa un cattolico spettinato. Diciamo che sto dalla parte di chi cerca, tra quelli che vorrebbero trovare la tomba di don Chisciotte». È cosciente dell'enorme responsabilità di quel che dice? «Ci penso ogni notte, soprattutto per i giovanissimi. Mi sono pentito di aver detto molte cose». Per esempio? «Due giorni prima delle elezioni ho lanciato un appello sulla prima pagina dell'Unità: non votate Berlusconi. Giusta la sostanza, sbagliata la forma: ho tradito l'anima libertaria di Jack Folla». Lei dice di voler prendere le distanze dall'Italia d'oggi. «Non mi piace la politica che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente, la furbizia tutta italiana di fottere il prossimo. Non mi piace la smania di protagonismo. Il che, detto da me, potrebbe anche far ridere». E poi? «Poi penso ai fatti di Genova. È ormai assodato che frange della polizia hanno commesso violenze contro i ragazzi del G8. Allora il Governo negava, adesso non può più farlo. E allora, perché non dire abbiamo sbagliato?» Cosa c'è dietro le sue provocazioni? «Una feroce autocritica che punta all'idealismo della concretezza. Vorrei realizzare dentro di me un Paese meno infelice e poi disegnarlo all'esterno». Renato Soru. Quando vi siete conosciuti? «L'avevo definito "il piccolo principe sardo" in qualcuno dei miei libri. Un giorno me lo vedo arrivare a casa. Sconvolto». Cos'era accaduto? «Aveva appena incontrato un big diessino. Il quale, anziché proporgli di candidarsi chiedendogli chi sei cosa fai cosa vorresti, ha snocciolato sondaggi su sondaggi». Confessioni a parte? «Mi ha chiesto se volevo occuparmi di comunicazione, di immagine della Sardegna. Una settimana più tardi mi sono trasferito, armi e bagagli, in un alberghetto di fronte al porto di Cagliari». Bella avventura, no? «Bellissima, sono tornato indietro ai miei diciott'anni. Per tre mesi sono stato gratuitamente accanto a lui. Finché pian piano, senza rotture e senza liti, è calato un freddo che è diventato gelo e sono stato ripagato con un buffo licenziamento». Perché buffo? «Perché per essere licenziati bisogna prima essere assunti. Voglio tuttavia dire due cose di Soru». Avanti. «Il Soru pubblico mi sembra un po' troppo calvinista ma in sostanza condivido le sue scelte e mantengo su di lui un giudizio positivo. È un uomo che vuole sinceramente bene alla sua terra e che si danna per farla diventare migliore». A seguire? «A seguire bisogna fare i conti col suo carattere. È autoritario, sprezzante, maleducato, egocentrico. Un giorno è arrivato a dirmi: di che ti lamenti, ho perfino fatto giocare tuo figlio con il mio». E lei? «Io niente. Mi rendo conto che Diego Cugia è una personalità ingombrante e Renato Soru ha paura di chiunque possa fargli ombra. L'ho capito alla Sartiglia». Cos'è accaduto? «Eravamo a Oristano insieme. Ero felice. Sfilavano maschere di Zorro provenienti da tutto il mondo. Alcune, quando l'hanno riconosciuto, sono corse a salutarlo. Altrettanto è accaduto a me. Mai fosse successo: chi sono?, perché ti salutano?, com'è che le conosci? Un terzo grado dolorosissimo». Com'è finita? «In un momento di grande gelo mi ha detto vattene, qui non ci stai a far nulla». Vincerà politicamente? «Se la sua parte-ombra non finirà per soffocarlo, credo di sì. Se invece farà scontare a tutti la sua irrisolta disperazione, allora i sardi non potranno dire d'aver avuto un buon governatore».